Addio alla Partigiana Kira che catturò Benito Mussolini, di Vittorio Zambaldo

A Dongo Maria Stoppele salì sul camion che stava trasportando il duce e poi custodì Claretta Petacci Veniva da una delle famiglie più decorate d’Italia

Si è spenta Maria Stoppele, la partigiana Kira, medaglia d’argento al valor militare, novant’anni compiuti lo scorso 8 settembre.
È stata protagonista della cattura di Benito Mussolini e attiva nella lotta partigiana anche a Milano, dov’è salita sul palco con Sandro Pertini il giorno della liberazione.
È morta a Verona, dove da una dozzina d’anni risiedeva dopo aver lasciato il ristorante di famiglia La Colomba, a Sant’Andrea di Badia Calavena.
Ma è rimasto in Val d’Illasi il suo cuore, poco sopra il suo paese natale dove ci sono ancora le croci del padre Palmino, ucciso dai nazifascisti a 56 anni e del fratello Silvino di 25, che era medico da appena tre mesi ma già intensamente impegnato con i partigiani, ai quali prestava le sue cure.
In cantina li curavano e in cucina li sfamavano: partigiani e sei paracadutisti inglesi che erano appena scesi in Lessinia. Ma una spia raccontò tutto e l’intera famiglia il 12 settembre 1944 fu prelevata in casa da una colonna di SS e fascisti. I due maschi torturati perché rivelassero i nomi e i nascondigli dei partigiani furono alla fine fucilati poco fuori il paese e gettati in una fossa. Maria venne trasferita nella caserma di Montorio per essere deportata in Germania, ma riuscì a fuggire durante un bombardamento, rifugiandosi a Cellore dallo zio parroco don Carlo Tagliapietra che la tenne nascosta sul campanile prima di farla arrivare a Lughezzano di Bosco Chiesanuova dal fratello fornaio, papà di un’altra partigiana, Luigia Tagliapietra, «Gigia», spentasi lo scorso giugno.
Lì c’erano già la sua mamma Amalia e la sorella Nella. Lì incontrò e conobbe il partigiano Raul Adami, oggi presidente dell’Anpi veronese, entrando nella Brigata Pierobon.
«La ricordo arrabbiata e determinata nelle sue azioni», racconta oggi Adami, «capace di maneggiare con arte tutto, dai mitragliatori alle bombe a mano, ma lei era troppo ricercata per poter stare vicino a casa, così si decise il trasferimento a Milano dove più forti erano gli appoggi e dov’era finita anche quello che restava della Divisione Pasubio di Giuseppe Marozin, il comandante Vero». A Milano lavorò a stretto contatto con Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, due futuri presidenti della Repubblica, conobbe Giovanni Spadolini e Nilde Iotti, tutti importanti figure della ricostruzione democratica dell’Italia. Ma lei restò l’umile ragazza di provincia, coraggiosa e determinata. Arrivate le informazioni che il duce stava preparando la fuga verso la Svizzera, lei era già a Dongo, sul lago di Como travestita da crocerossina a cavallo di una mitragliatrice. Quando i partigiani bloccarono il convoglio con il duce, fu lei con altri tre a salire sul camion dove era nascosto Mussolini. Quando il duce fu prelevato con il pretesto di essere interrogato ma in realtà per essere fuciliato da altri partigiani arrivati da Milano, fu Kira a custodire Claretta Petacci, l’amante che aveva seguito il duce nel suo destino e che lo voleva accompagnare fino alla morte. Kira raccontò che aveva cercato di tranquillizzarla perché a lei non sarebbe stato fatto del male, ma la donna sfuggì alla sua custodia, gettandosi addosso a Mussolini mentre partiva la raffica del plotone di esecuzione. Questa è stata la versione raccontata da Kira che aggiunse anche di aver chiuso la gonna di Claretta con due spille da balia quand’era appesa senza mutande in piazzale Loreto ed aver chiesto a Pertini di far finire quello scempio.
Capace di misericordia, che viene prima di ogni perdono, ha vissuto nella sua famiglia le contraddizioni dell’Italia fascista. La sua è tra le più decorate d’Italia: il papà e il fratello Silvino con la medaglia di bronzo, lei con quella d’argento per i meriti nella Resistenza, il fratello Rino, partito volontario con i paracadutisti della Folgore, medaglia d’argento nella battaglia di El Alamein. Quando tornò in patria trovò la famiglia decimata da quegli stessi ideali per i quali aveva combattuto.

da L’Arena.it

321 Visite totali, nessuna visita odierna

Liliana Cavani – La donna nella resistenza (1965)

Storie di donne comuni, dunque,  protagoniste della lotta contro i nazisti e i fascisti tra il 1943 e il 1945. Esperienze di vita vissuta, raccolte, a vent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Donne come Germana Boldrini da Bologna, Norma Barbolini da Modena e tante altre, da Roma a Bergamo, hanno raccontato le loro vicissitudini di partigiane, le loro storie, il loro impegno e il loro particolare punto di vista.
Il risultato è un documentario  che diventa Storia e ci offre una visione di come, nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, si percepisse la Resistenza.

 

”Incontrammo gli studenti, che dimostrarono una voglia incredibile di conoscere ciò che la scuola e i libri non gli raccontavano”…”Per noi donne era arrivato il momento di smascherare chi voleva screditare il ruolo femminile, il nostro duro lavoro nella Resistenza e nei campi di sterminio”…”Questo è stato ed è il nostro compito, e lo sarà fino alla fine dei nostri giorni”.
Anna Cherchi, partigiana combattente, deportata politica a Ravensbrück

273 Visite totali, nessuna visita odierna

Governo: Renzi, ora lasci la società di famiglia e il trucco per la doppia pensione, di Marco Lillo

Nel 2003, quando l’allora coordinatore fiorentino della Margherita fu candidato alla presidenza della Provincia, l’attuale premier si fece assumere dall’azienda dei genitori: così i contributi sono stati a carico degli enti che ha guidato dal 2004 a oggi.

Matteo Renzi, ora che ha ottenuto la fiducia, dovrebbe fare un gesto fondamentale per la sua credibilità: dimettersi dalla società di famiglia. Come il Fatto ha già scritto, Renzi ha ottenuto il diritto alla pensione grazie a un trucco: nel 2003, quando l’Ulivo decise di candidarlo alla Provincia di Firenze (elezione sicura nel giugno 2004) Renzi si fece assumere dalla società di famiglia nella quale era un semplice collaboratore. La Chil Srl si occupava di marketing e vendita dei giornali ai semafori con gli strilloni. Il padre e la madre l’avevano fondata nel 1993 e avevano ceduto nel 1997 le quote ai figli Matteo (40 per cento) e Benedetta (60 per cento). Quando matura la candidatura alla Provincia, Matteo è solo un co.co.co. Se fosse rimasto un collaboratore non avrebbe maturato i 10 anni di contributi pensionistici da dirigente né avrebbe avuto diritto alle cure mediche gratuite e al Tfr.
Per regalare questo vantaggio al figliolo, babbo Tiziano e mamma Laura lo assumono e lo pagano come dirigente per pochi mesi, per poi metterlo in aspettativa. Così i contributi sono a carico della Provincia, e del Comune dal 2009, che nel 2013 pagava 3mila e 200 euro al mese per il suo sindaco. Così, grazie a una somma stimabile in circa 350mila euro versata dagli enti locali per lui in dieci anni, Renzi oggi è un trentenne fortunato dal punto di vista assistenziale e pensionistico.
Se non può essere definita una truffa allo Stato, quella realizzata da Renzi, è una truffa alla ratio, allo scopo alto dello Statuto dei lavoratori del 1970. Il dubbio che sorge leggendo la cronologia di quelle giornate è che nel 2003 abbia usato la norma nata per garantire la partecipazione alle elezioni ai lavoratori per ottenere una pensione e un Tfr ai quali – fino a pochi giorni prima della sua candidatura – non aveva diritto.

Continue reading

222 Visite totali, nessuna visita odierna

Il vero significato del detto “In bocca al lupo”

Non tutti conoscono la bellezza del significato del modo di dire "in bocca al lupo". L’augurio rappresenta l’amore della madre-lupo che prende con la sua bocca i propri figlioletti per portarli da una tana all’altra, per proteggerli dai pericoli esterni. Dire ‘in bocca al lupo’ e’ uno degli auguri più belli che si possa fare ad una persona. E’ la speranza che tu possa essere protetto e al sicuro dalle malvagità che ti circondano come la lupa protegge i suoi cuccioli tenendoli in bocca. Da oggi in poi non rispondete più ‘crepi’ ma ‘grazie di cuore’.

242 Visite totali, nessuna visita odierna

Legge elettorale

L’Italia ha applicato il sistema proporzionale per ben 45 anni, dal 1948 al 1993.
Poi in un referendum popolare largamente partecipato e consenziente, gli italiani decisero che si dovesse passare a un sistema elettorale uninominale, cioè maggioritario.
Cioè si dettero da soli una mattarellata. A cosa si deve tanto autolesionismo?
All’ignoranza.
Non sapevano, poverini, a cosa andavano incontro.
Furono abbindolati dall’idea che si dovesse cambiare in nome della craxiana “governance”.
Detto in italiano:governabilità.
Gli si spiegò, con l’intero apparato propagandistico di destra e di sinistra, con tutti i giornali e le televisioni di Raiset, con tutti i commentatori politici e gli opinionisti (quegli stessi che pontificano ancora oggi, a venti anni di distanza) che bisognava mettere fine al proliferare dei partiti, all’instabilità della politica italiana, alle crisi di governo continue.
E, dunque, cosa bisognava fare? Ma naturalmente imitare l’America e la Gran Bretagna: passare al bipartitismo. Due soli partiti e alternanza del potere. Ora uno, ora l’altro.
Tutto molto semplice. Anche noi – come scrisse Gore Vidal – aquile con due ali, entrambe destre. Ci voleva un governo stabile e forte, che non perdesse troppo tempo con la democrazia e con il parlamento. Qualcuno avrebbe dovuto spiegare a Veltroni, D’Alema, Scalfari ecc. che l’Italia non è l’America e che la capitale d’Italia è Roma non Londra, o Washington.
Ma nessuno lo fece, e gli italiani, in maggioranza, fecero karakiri.
Non si accorsero che il sistema elettorale abbandonava il criterio democratico del “un cittadino= un voto” e si passava a un altro criterio, che “correggeva” il suffragio universale assegnando un enorme potere ai ceti moderati.
Insomma quel referendum sancì – scrive Luciano Canfora – il via libera “a una spedita gestione del potere da parte dei più forti”. Contro i più deboli, s’intende.
Ecco perché, quando sento parlare di referendum, in genere mi viene l’orticaria: perché, salvo eccezioni, i referendum li vince chi ha in mano il sistema della comunicazione e dell’informazione. Salvo l’ultimo, contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua, che colse alla sprovvista i forti e diede la vittoria ai deboli. Ma stiamo attenti che non è sempre così. I miracoli non si ripetono.Chiusa la parentesi.
Adesso, venti anni dopo il suicidio democratico degli italiani, possiamo vedere i risultati della governance.
I partiti si sono moltiplicati come le cavallette, la governabilità di questo paese è stata azzerata. La legalità democratica e la decenza sono state seppellite.
Imprenditori e politici brindano sul ponte del Titanic Italia che affonda.
E il Palazzo discetta sul ritorno al bipartitismo.
(da un articolo di Giulietto Chiesa)

Tutti i Colori del Rosso                                            News Letter del 18 gennaio 2014

159 Visite totali, nessuna visita odierna

Camila Vallejo denuncia la manipolazione internazionale contro il Venezuela

La deputata eletta al Congresso cileno ritiene che sia doveroso difendere il progetto bolivariano avviato nel 1999 dal Comandante Hugo Chávez per garantire la crescita sociale egualitaria in tutti i paesi della regione.

La deputata cilena ed ex leader studentesco, Camila Vallejo, ha rilasciato un’intervista esclusiva a Telesur discutendo delle notizie sul Venezuela e la violenza dei gruppi di opposizione estremisti nella capitale di quel paese e in gli altri luoghi.

«Qui in Cile ogni studente, persona o lavoratore vuole essere informato attraverso i media e ciò che viene mostrato è una guerra civile, come se si stessero violando i diritti umani», ha detto la deputata eletta al Congresso, Camila Vallejo sulla distorsione delle informazioni dei media internazionali.

«C’è un’alleanza tra la destra latino-americana con il governo statunitense e i media mainstream per mostrare ciò che non è», ha detto Vallejo, la quale ritiene che la situazione dovrebbe essere studiata per identificare lo sfondo nascosto di ciascuno dei fattori degli interessi in gioco negli scenari violenti.

«Risulta necessario difendere il processo bolivariano, perché in America Latina ha dimostrato che è possibile che il popolo detenga le risorse naturali facendo crescere l’uguaglianza; è importante difenderlo in questo contesto di destabilizzazione politica che favorisce solo interessi ristretti e gruppi economici».

A proposito del suo ruolo come leader studentesco ha affermato che «ero anche parte di un movimento studentesco che ha sollevato una fiera recriminazione, recuperare il diritto universale che deve garantire lo Stato in quanto gratuito e con una educazione inclusiva».

A sua volta il movimento studentesco cileno contrasta con le richieste dei manifestanti venezuelani: «Sono stati mobilitati perché quello che considerano è la mancanza di sicurezza che suona in contraddizione con le azioni del movimento, come vanno nelle piazze in maniera violenta».

«Quello che sta accadendo in Venezuela è permeato da interessi stranieri per giocare su questo movimento a favore del tentativo di colpo di Stato degli Stati Uniti e della destra venezuelana», ha sottolineato il ruolo della comunità internazionale presente in quella nazione, che è stato influenzato con informazioni distorte dai media.

«L’opposizione è legittima e parte necessaria di qualsiasi democrazia, che le persone possano manifestare pacificamente, ma si deve rispettare il processo democratico che deriva da un processo elettorale» ha evidenziato Vallejo, che ha invitato a canalizzare l’eventuale malcontento popolare che sorge in risposta ai reazionari, attraverso i canali appropriati.

La deputata sostiene la necessità del dialogo tra i diversi settori politici del Venezuela e appoggia l’appello del presidente Maduro per «proteggere il processo e chiudendo la strada a qualsiasi tentativo di colpo di Stato».

[Trad. dal catigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

da ALBAINFORMAZIONE
01.03.2014

167 Visite totali, nessuna visita odierna