Liliana Cavani – La donna nella resistenza (1965)

Storie di donne comuni, dunque,  protagoniste della lotta contro i nazisti e i fascisti tra il 1943 e il 1945. Esperienze di vita vissuta, raccolte, a vent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Donne come Germana Boldrini da Bologna, Norma Barbolini da Modena e tante altre, da Roma a Bergamo, hanno raccontato le loro vicissitudini di partigiane, le loro storie, il loro impegno e il loro particolare punto di vista.
Il risultato è un documentario  che diventa Storia e ci offre una visione di come, nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, si percepisse la Resistenza.

 

”Incontrammo gli studenti, che dimostrarono una voglia incredibile di conoscere ciò che la scuola e i libri non gli raccontavano”…”Per noi donne era arrivato il momento di smascherare chi voleva screditare il ruolo femminile, il nostro duro lavoro nella Resistenza e nei campi di sterminio”…”Questo è stato ed è il nostro compito, e lo sarà fino alla fine dei nostri giorni”.
Anna Cherchi, partigiana combattente, deportata politica a Ravensbrück

“Per questa ragione – racconta Liliana Cavani – ho voluto rivolgermi alle donne che dopo la guerra si ritirarono di nuovo all’ombra dei tradizionali lavori domestici, proprio perché in esse l’esperienza ha mantenuto una rozza freschezza.
L’imborghesimento del dopoguerra ha cercato infatti di “ricoprire” la Resistenza come episodio sconveniente, specie nella classe dei “parvenus” del dopo, e i borghesi di prima tentarono di mettere la classica pietra sopra il passato, cercando l’alibi nella definizione di Resistenza come guerra civile, perciò fratricida, e l’alibi morale finiva per provare che la Resistenza era stata in fin dei conti vergognosa e i partigiani e le partigiane restarono per i borghesi “puliti” le persone che si erano “sporcate”, i banditi per così dire tali e quali li avevano definiti i tedeschi e i fascisti…
Sicché si può parlare di “Resistenza al bando”, al bando dalla scuola italiana, al bando dall’opinione pubblica, al bando dalla considerazione degli educatori in genere. E così le nostre donne partigiane si vedono guardate spesso con scherno negli ambienti “sani e tranquilli”, guardate come “fanatiche” amanti dell’ avventura, e l’avventura viene presa quasi per una scappatella di gioventù, e quest’ ignoranza diffusa le ha spesso ammutolite e ferite profondamente”.
Liliana Cavani (in “Orizzonti”, 4 aprile 1965)“Quando ho fatto il documentario “La donna della Resistenza” (1965) intervistando varie partigiane ho scoperto con sorpresa che avevano combattuto (fisicamente) per un mondo dove la donna avesse avuto emancipazione. Erano contadine, operaie, intellettuali (ricordo Ada Gobetti) e ciascuna con le sue parole mi disse che aveva rischiato la vita per una “palingenesi” sociale (ricordo questa frase) che prevedeva il riconoscimento della parità della donna.
Una sopravvissuta a Dachau e un’ altra ad Auschwitz mi dissero che durante la guerra erano persuase che il loro sacrificio avrebbe contribuito a dare uno scossone alla vecchia cultura. E in effetti le donne ottennero nel dopoguerra il diritto al voto (in Svezia lo ottennero 40 anni prima).
Ma la vera rivoluzione culturale che le donne antifasciste speravano di ottenere non avvenne mai neanche col Sessantotto anche se di certo aprì molte teste. Del resto la storia della donna Italiana salvo punte rarissime (spesso a merito dei Radicali) è tra le meno emancipate del mondo occidentale.
La cosa che mi stupisce è che questo accada in un Paese che ha un grande e popolare culto di Maria (vergine), una ragazza di duemila anni fa che con il suo FIAT ha affrontato con coraggio l’ avventura culturale e spirituale più spericolata che si possa immaginare.
Oggi la fonte comunicativa più influente sul costume è quella dei media, specialmente tv e Cinema. Ebbene a mio parere i media oggi propagano (consci o meno) per gran parte il Regresso in atto nel Paese. La famosa frase “la donna sta seduta sulla sua ricchezza” è propalata in tutto il suo significato nei programmi tv e nel Cinema più popolare.
Vale a dire che con la testa la donna non ci fa nulla, non va da nessuna parte, in nessun Consiglio di Amministrazione, in nessuna posizione dove sia necessaria preparazione e intelligenza.
Come può accadere tutto questo in un Paese che in percentuale è il più cristiano d’ Europa, che non ha mai avuto un governo comunista (vale a dire materialista) ma ha avuto una scuola con le ore di religione? Sta di fatto che accade e fra le cause penso alla cultura-maschia del Ventennio che ha pervaso la generazione dei nostri nonni e si è trasmessa ai nostri padri per cui la donna (se non è tua madre tua figlia o sorella) è in primis oggetto di piacere.
Oggetto che si prende o si compra e ci si vanta. E l’ uomo è uomo soprattutto se si fa donne gratis o pagate che sia. E la donna è donna se per cultura e costume considera la seduzione il mezzo più diretto per essere presa in considerazione e per trovare orizzonti di carriera.
Questa cultura-maschia di marca fascista connessa alla tradizione paternalistica plurimillenaria è la cultura corrente. E a causa di queste ragioni così radicate non deve stupirci (e infatti molti italiani non si stupiscono) se chi ha la più alta carica del Governo fa i comodi suoi. “Beato lui!” diceva un intervistato dalla tv. Ma l’ Italia non è un Paese sperduto oltre le valli del Pamir.
Siamo un Paese inserito in un Occidente che dalla rivoluzione francese in poi ha preteso dai suoi rappresentanti o regnanti comportamenti di probità in linea con quello che gli Stati si aspettano dai cittadini. Il rispetto massimo della dignità della donna è tra i requisiti.
Nell’ Occidente dove in media la cultura è laica, il costume è politica. E cultura laica significa pari diritti uomo e donna. Di conseguenza se non è neanche pensabile avere una specie di harem da cittadino, lo è ancora di meno per la più alta carica politica.
Il fatto che il consenso al premier, a quanto pare, sia sempre alto è il sintomo del nostro Regresso con tutte le vecchie porcherie che si porta dietro. È in atto un furto di Progresso. Hanno ragione le donne democratiche che per la prossima manifestazione hanno in mente una maglietta con scritto “Mi riprendo il mio Futuro”. Un Futuro che è stato interrotto.”Articolo di Liliana Cavani del 7 febbraio 2011 Sul quotidiano “LA REPUBBLICA”

549 Visite totali, 1 visite odierne

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *