Il FMI: dovete morire prima anche di fame se necessario, di Stefano Porcari

La vita media è diventata troppo lunga, la crescente longevità rende i sistemi pensionistici sempre più costosi e questo produce un impatto negativo sui conti pubblici. L’analisi è del Fondo Monetario Internazionale(Fmi), ed è contenuta nel Global Financial Stability Report che verrà presentato integralmente la prossima settimana a Washington.

In particolare colpisce “l’allarme longevità” del Fmi. Non è la prima volta che torna su questo tasto e non è certo un bel segnale. Secondo il Fmi l’impatto dell’allungamento delle aspettative di vita sull’ economia e i conti pubblici degli Stati è profondo e occorre provi rimedio. “Se nel 2050 la vita media si allungasse di tre anni in più rispetto alle attese attuali (in linea con la media del passato, peraltro sottostimata) sarebbero necessarie risorse extra pari all’1-2% annuo del Pil” scrive il rapporto del Fmi.

Per le economie avanzate, questo significa per il prossimi 40 anni un costo totale aggiuntivo pari al 50% del PIL del 2010 (per le economie emergenti, invece, la stima è pari al 25% del PIL 2010). Dunque, il problema della longevità – che dovrebbe essere un indicatore positivo di una società sviluppata – secondo il Fondo Monetario deve essere maggiormente preso in considerazione dai Governi, che devono “adeguare” i loro sistemi di Welfare alzando l’età pensionabile e abbassando la consistenza delle pensioni pubbliche.

I suggerimenti del Fmi ovviamente spingono nella direzione della finanziarizzazione della previdenza e dei sistemi pensionistici, ma non solo. Tra questi c’è aumento dell’età pensionabile, preferibilmente collegandola con meccanismi automatici all’aumento delle aspettative di vita.; l’aumento dei contributi pensionistici, o riduzione dei benefit; lo stimolo a prodotti finanziari (fondi pensione, assicurazioni) che tengano a loro volta conto dell’aumento delle aspettative di vita; un buon bilanciamento del rischio determinato dall’aumento delle aspettative di vita fra settore pubblico e privato, ma questo rischio, sui mercati finanziari, va trasferito dai fondi pensione a soggetti che sono più attrezzati per gestire, appunto, i rischi finanziari cioè gli squali dei fondi di investimento.

Come si vede, il Fmi avanza un mix di soluzioni che parte dalla necessità di riformare i sistemi di Welfare e arriva a quella di promuovere il mercato finanziario che gira intorno ai trattamenti pensionistici. Per ora. Ma in una fase di profonda instabilità finanziaria – che quindi non dà garanzia di rendimenti e profitti adeguati – magari qualcuno sta pensando a “ridurre le aspettative generali di vita” e ridurre la jattura della longevità. Si dice che la crisi e la guerra servano al sistema capitalista per ridurre le capacità produttive in eccesso. Anche quando si presenta un “eccesso” di capitale umano.

da www.contropiano.org
12 aprile 2014

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L’unità segreta che provoca gli incidenti in piazza

Un gruppo segreto che agisce dietro le linee dei cortei. Uomini che si mettono nelle ultime file dei manifestanti e tirano pietre, biglie di ferro con la fionda, molotov (ma anche altro) verso la polizia. I poliziotti in divisa, in tenuta antisommossa, non sanno che quei “giovani“ antagonisti sono loro colleghi.
Oggi si mettono la kefia o la sciarpa per coprirsi la faccia, ieri usavano il mefisto. Oggi si vestono di nero, ieri si mascheravano con l’eskimo.
Sono loro che hanno ucciso Giorgiama Masi, sono loro che hanno provocato gli incidenti durante il G8 a Genova, nel luglio 2001, sono loro che ieri a Roma hanno dato il via alla guerriglia.
Questo non significa che non esistano le reti internazionali di gruppi violenti organizzati, di “autonomi“ o no global, significa piuttosto che serve qualcuno che inneschi la miccia, per poi spegnere l’incendio con la forza. Non sempre entrano in azione. Soltanto quando il Ministero degli Interni ritiene che vi siano le congiunture che lo richiedano.
Non hanno alcuna connotazione politica: possono apparire di estrema destra o di estrema sinistra. Loro sono addestrati all’intossicazione della piazza, alla guerriglia urbana e accettano di far parte di questa unità molto particolare perché sono convinti di rendere un servizio di difesa alla democrazia.
In linea di massima sono persone molto preparate e in buona fede e non c’entrano nulla con le vicende come quelle genovesi della scuola Diaz o della caserma di Bolzaneto. La strategia della tensione, per quel che riguarda le manifestazioni di piazza, è stata possibile anche grazie all’esistenza di questo gruppo di agenti che si infiltrava.
Da quanto sono riuscito a ricostruire, l’ispiratore di questa metodologia fu Francesco Cossiga: quando fu uccisa Giorgiana Masi, 18 anni, era lui il ministro degli interni. E qualcuno diede l’ordine di sparare quel colpo di pistola durante la manifestazione del Partito radicale a favore dell’aborto.
Questi uomini ombra usati per i lavori sporchi in ottemperanza alla “ragion di Stato“, non comparivano e non compaiono in nessun elenco ufficiale, in un nessuna delle “burocrazie ministeriali“, anche se hanno le dotazioi d’ordinanza.
Spesso venivano e vengono mandati anche all’estero a supportare le missioni di pace. Nessuno sapeva e sa della looro presenza nel teatro di operazione, però c’erano, aizzavano, sparavano, colpivano e sparivano.
Il punto è questo: hanno capito. E non è escluso che il prossimo ordine lo eseguiranno nei confronti di chi gli lo ha dato.

Marco Gregoretti
17 aprile 2014

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La paralisi deflattiva della BCE guida Italia, Francia e Spagna nelle trappole del debito

L’austerity voluta dalla BCE e accettata dall’Italia ridotta a un cane da pagliaio amplificato dai giornali di regime ci sta facendo entrare in deflazione.
Da Wikipedia: “La deflazione deriva dalla debolezza della domanda di beni e servizi, cioè un freno nella spesa di consumatori e aziende, i quali poi attendono ulteriori cali dei prezzi, creando una spirale negativa. Le imprese, non riuscendo a vendere a determinati prezzi parte dei beni e servizi, cercano di collocarli a prezzi inferiori”. E per farlo abbassano i costi del lavoro. Imprese in crisi, lavoratori più poveri.

Da The Telegraph del 2 aprile 2014
La paralisi deflattiva della BCE guida Italia, Francia e Spagna nelle trappole del debito. Francoforte potrebbe in qualsiasi momento rimettere in carreggiata l’euro, mostrando una ferma volontà di reagire alla situazione attuale, ma ha scelto di non farlo.
E la Banca Centrale Europea gliel’ha consentito. Negli ultimi cinque mesi, la deflazione è avanzata a un tasso annuo pari a -1.5% nell’Eurozona, in conseguenza delle tasse imposte dalle misure di austerity.
In base ai miei calcoli approssimativi (annualizzati), partendo dai dati mensili di Eurostat, da settembre i prezzi sono calati al ritmo del 6.5% in Grecia, del 5.6% in Italia, del 4.7% in Spagna, del 4% in Portogallo, del 3% in Slovenia e quasi del 2% in Olanda.
Il rialzo dell’euro rispetto a dollaro, yen, yuan e alle valute di Brasile, Turchia e paesi asiatici in via di sviluppo, è in parte responsabile di questa deflazione importata. Il trade-weighted index di Eurolandia è salito del 6% in un anno.
Ma questa non può essere una scusante: si tratta di una conseguenza diretta della politica monetaria della BCE. Francoforte potrebbe in qualsiasi momento rimettere in carreggiata l’euro, mostrando una ferma volontà di reagire alla situazione attuale. Ha scelto di non farlo, nella speranza che qualche parola di pace pronunciata senza convinzione possa in qualche modo invertire la tendenza globale.
È arduo stabilire quale sia il punto in cui la deflazione si inserisce nel sistema. Dalla metà del 2012, i prezzi alla produzione si sono notevolmente ridotti e la tendenza si è velocizzata a febbraio, raggiungendo una percentuale pari a -1.7%: il declino più vertiginoso dalla crisi Lehman. Ma questa volta non si tratta della diretta conseguenza di un crac finanziario: il fenomeno è cronico, e più insidioso.

 

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Nicolas Maduro scrive al popolo degli USA

Venezuela. Mentre continuano le violente proteste dell’opposizione, la deputata destituita Maria Corina Machado vola in Brasile per chiedere sanzioni contro il governo del suo paese.

Un «appello alla pace» sulle pagine del New York Times fir­mato Nico­las Maduro. In que­sto modo, il pre­si­dente del Vene­zuela si è rivolto «al popolo sta­tu­ni­tense» per con­te­stare «la nar­ra­zione» for­nita dal governo Usa in merito alle pro­te­ste dell’opposizione, che durano dal 12 feb­braio (37 morti). I mani­fe­stanti — ha scritto Maduro — ven­gono defi­niti «paci­fici», men­tre hanno come unico obbiet­tivo «quello di far cadere con mezzi anti­co­sti­tu­zio­nali un governo eletto democraticamente».
Da qui, l’appello al popolo sta­tu­ni­tense affin­ché inviti il Con­gresso del suo paese ad «aste­nersi» da adot­tare san­zioni con­tro il Vene­zuela che «col­pi­reb­bero i set­tori più poveri». Roberta Jacob­son, sot­to­se­gre­ta­ria di Stato Usa per l’Emisfero occi­den­tale, la set­ti­mana scorsa ha annun­ciato l’arrivo di un pac­chetto di san­zioni, sol­le­ci­tate in que­sti giorni dal sena­tore repub­bli­cano della Flo­rida, Marco Rubio. Una linea fer­ma­mente respinta, invece, dagli atti­vi­sti dell’Osservatorio per la chiu­sura della Scuola delle Ame­ri­che, tri­ste­mente famosa per aver adde­strato i dit­ta­tori lati­noa­me­ri­cani del secolo scorso.
I gover­nanti nor­da­me­ri­cani — ha detto ancora Maduro — stanno dalla parte «di quell’1% che vuole ripor­tare il nostro paese all’epoca in cui il 99% era escluso dalla vita poli­tica e solo le élite, com­prese quelle delle imprese sta­tu­ni­tensi, bene­fi­cia­vano del petro­lio vene­zue­lano». Prima, «le tasse che paga Pdvsa e quelle dei cit­ta­dini anda­vano a van­tag­gio della bor­ghe­sia paras­si­ta­ria, oggi ogni boli­var otte­nuto dalle impo­ste viene desti­nato al benes­sere di tutta la società e al raf­for­za­mento di un’economia socia­li­sta che pro­tegge il lavoratore».
All’opposto, le parole di Jorge Roig, pre­si­dente di Fede­ca­ma­ras (la Con­fin­du­stria vene­zue­lana), che ha tuo­nato con­tro «gli attac­chi alla pro­prietà pri­vata»: con­tro gli espro­pri di grandi imprese e lati­fondi «che non ven­gono inden­niz­zati»; con­tro la legge per «il prezzo giu­sto», che cerca di tam­po­nare le spe­cu­la­zioni; e con­tro la tes­sera bio­me­trica isti­tuita per con­trol­lare l’accaparramento di pro­dotti for­niti a basso costo dal governo e riven­duti a caro prezzo di con­trab­bando. E con­tro la nuova legge sulle case, che impone ai pro­prie­tari di ven­dere agli affit­tuari che risie­dano nell’alloggio da almeno vent’anni. «Ogni dol­laro che usiamo per impor­tare, potrebbe essere uti­liz­zato per pro­durre una quan­tità di cibo 4 volte mag­giore», ha detto Roig, evi­den­ziando suo mal­grado il succo dei pro­blemi eco­no­mici: la buli­mia di dol­lari delle grandi imprese, che inta­scano dol­lari a tasso age­vo­lato dal governo, ma non li inve­stono nella pro­du­zione locale.
L’11 aprile del 2002, Fede­ca­ma­ras mise un pro­prio uomo, Pedro Car­mona Estanga, a capo del governo gol­pi­sta che disar­cionò bre­ve­mente l’allora pre­si­dente Hugo Cha­vez (poi ripor­tato in sella a furor di popolo), e sospese tutte le garan­zie costi­tu­zio­nali. In gioco, allora c’erano le nuove leggi con­tro il lati­fondo e la pesca indu­striale a stra­scico. Oggi, la par­tita si rin­nova, com­pli­cata dall’inevitabile logo­ra­mento del sistema di governo boli­va­riano, che con­ti­nua comun­que a scom­met­tere sul «socia­li­smo uma­ni­sta» e sulla giu­sti­zia sociale.
Oriz­zonti lon­tani da quelli dello scrit­tore peru­viano Mario Var­gas Llosa: che andrà a Cara­cas per soste­nere la depu­tata di estrema destra Maria Corina Machado (desti­tuita), ieri in Bra­sile a chie­dere di san­zio­nare il Venezuela.

Geraldina Colotti, 2.4.2014

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