La vita ideale di un presidente

"La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro.
Io consumo il necessario , ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli.
E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà.
E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi.
L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere".

( José Mujica, Presidente dell’Uruguay )

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Preoccuparsi dei ricchi?

I super ricchi sono in aumento e alcuni redditi hanno raggiunto livelli impressionanti. Quali conseguenze può avere dunque il formarsi di redditi molto elevati e così distanti da quelli della grande maggioranza della popolazione, sul resto della società e sulla sua stessa evoluzione nel corso del tempo?

In questo libro ci chiediamo se occorra preoccuparsi dei ricchi. Nessuno, o quasi, metterebbe in discussione che dei poveri (o, meglio, per i poveri) ci si deve preoccupare, soprattutto durante una crisi, per molti aspetti drammatica, come quella che stiamo vivendo. Al contrario, la semplice manifestazione del dubbio che ci si possa preoccupare dei ricchi rischia di essere accolta con sospetto, di essere vista come il segno di un pregiudizio nei loro confronti, una nuova manifestazione di quel terribile sentimento che è l’invidia, il “peggior vizio dell’umanità” secondo la tagliente espressione di Hannah Arendt.

Eppure, in questo libro ci chiediamo proprio se dei ricchi bisogna preoccuparsi e lo facciamo sulla base di motivazioni che, a noi pare, nulla hanno in comune con l’invidia. Proviamo a spiegarci. La preoccupazione, come si legge nei dizionari, è un pensiero che occupa la mente generando dubbi, timori e inquietudini. Chiedendoci se dobbiamo preoccuparci dei ricchi in fondo ci chiediamo se la nostra mente debba essere occupata dal pensiero che, almeno in qualche senso, le ricchezze possono costituire un problema, naturalmente non per i ricchi ma per la società (ecco il dubbio e anche l’inquietudine).

Questa preoccupazione è largamente indipendente tanto dal fatto che i ricchi, in molti paesi, siano in aumento, quanto dal livello, spesso impressionante, che possono raggiungere i loro redditi. In fondo, come ci ricorda Milanovic [2011] i ricchi sono sempre esistiti. Secondo i suoi calcoli, in verità piuttosto coraggiosi, Marco Licinio Crasso, il generale romano che sconfisse Spartaco e che discendeva da una nobile e ricca famiglia, non sfigurerebbe al cospetto di molti paperoni dei nostri giorni, anche se i più paperoni tra di essi, come Carlos Slim (il messicano considerato oggi l’uomo più ricco del mondo) e come Bill Gates, lo guarderebbero dall’alto in basso.

Preoccuparsi dei ricchi per noi vuol dire, soprattutto, chiedersi se i meccanismi che portano all’arricchimento siano compatibili con quello che, secondo requisiti largamente condivisi, può essere considerato un buon funzionamento dei mercati e delle più complessive istituzioni, e se quei meccanismi siano coerenti con alcuni consolidati valori di giustizia liberale. Vuole anche dire interrogarsi sulle conseguenze che il formarsi di redditi così elevati e così distanti da quelli della grande maggioranza della popolazione, può avere sul resto della società e sulla sua stessa evoluzione nel corso del tempo.

In realtà, queste domande – o, almeno, alcune di esse – ricevono risposta quasi quotidianamente. A ben guardare, però, quasi sempre si tratta non di articolate risposte ma di affermazioni prive di adeguato supporto empirico o di solide basi teoriche.

Rientrano in questa categoria, ad esempio, le tesi secondo cui, grazie a meccanismi raramente verificati con cura, la presenza dei ricchi si risolverebbe in un vantaggio per l’intera società, in particolare attraverso l’innalzamento del reddito di tutti. O anche l’assunto, che è divenuto quasi un assioma, secondo cui ogni reddito, purché guadagnato in un mercato – del quale, però, non si specificano adeguatamente le caratteristiche –, sarebbe meritato, indipendentemente dalla sua altezza; anzi, proprio la sua altezza sarebbe garanzia di abilità fuori dal comune, oltre che di uno straordinario impegno.

Al fondo di tutto c’è, probabilmente, l’idea, all’apparenza solidissima, secondo cui i ricchi non fanno male a nessuno e, quindi, non si vede perché considerarli un problema degno di attenzione. L’espressione forse più chiara di questo punto di vista è quella di Blair il quale, in occasione della campagna elettorale del 2001, ebbe ad affermare: “La giustizia per me consiste nel far crescere i redditi di coloro che non dispongono di un reddito dignitoso. Non rientra tra le mie ambizioni fare in modo che David Beckham guadagni di meno”. Far guadagnare meno Beckham o chiunque altro non è certo un’ambizione da coltivare di per sé. Ma riservare uno scrutinio più severo al meccanismo che permette a Beckham e ad altri di arricchirsi piuttosto smisuratamente è, forse, doveroso, oltre che utile per meglio articolare il proprio concetto di giustizia.

Sul versante opposto si collocano quanti considerano, sempre e sistematicamente, i redditi elevati un attentato alla giustizia oltre che una minaccia all’economia, mostrando, talvolta, di essere pervasi proprio da quel sentimento di invidia ricordato in precedenza.

Il nostro discorso si svilupperà cercando di tenersi a debita distanza da questi opposti pregiudizi e prenderà le mosse, nel capitolo primo, con il tentativo di colmare una lacuna: la mancanza di un criterio di definizione e individuazione dei ricchi. Si è molto dibattuto su come tracciare la soglia della povertà e si è formato un vasto consenso sui criteri per misurare i poveri. Nulla di simile esiste per i ricchi, forse per effetto della convinzione che di essi non ci si deve preoccupare. Peraltro, la nostra lingua non permette di distinguere chi ha un ingente patrimonio da chi guadagna molto, anche grazie soltanto al proprio lavoro. Si è, in entrambi i casi, ricchi, ma si tratta di “ricchezze” ben diverse. Il nostro interesse è rivolto ai ricchi di reddito, non di patrimonio. Inoltre, per i motivi di cui diremo, ci concentreremo soprattutto su chi è ricco grazie al proprio lavoro – che, naturalmente, deve avere caratteristiche particolari per permettere redditi così elevati. Sempre nel capitolo primo, dopo avere proposto il nostro criterio per individuare i ricchi (che distingueremo dai benestanti e dai super-ricchi) forniremo una stima di quanti sono i ricchi in Italia, esamineremo la loro prevalente attività economica e confronteremo la situazione dell’Italia con quella di altri paesi avanzati.

Il secondo capitolo affronterà principalmente la questione di come si possano ottenere, grazie al proprio lavoro, redditi elevatissimi, tali da poter considerare chi li percepisce non soltanto ricco ma perfino super-ricco. In particolare, ci chiederemo se quei redditi, anche quando si formano nei mercati, siano davvero l’esito del successo conseguito in una vera gara concorrenziale oppure il frutto di altri vantaggi che rimandano, in un modo o nell’altro, al potere. Per rispondere, sottoporremo ad analisi critica le più solide spiegazioni teoriche del formarsi di redditi molto elevati nei mercati, preciseremo cosa debba intendersi per mercati concorrenziali e enunceremo alcune condizioni di compatibilità tra i mercati concorrenziali così intesi e i super-redditi. I risultati a cui giungeremo getteranno più di qualche ombra sul diffuso convincimento che i super-redditi, se si formano nei mercati, hanno sempre, alla loro base, il successo conseguito in una competizione che, peraltro, si presume molto dura.

Nel terzo capitolo, ci occuperemo della compatibilità tra i super-redditi da lavoro, così come essi si formano in prevalenza nella realtà contemporanea, e alcuni consolidati principi di giustizia liberale. In particolare, dopo avere precisato in cosa consiste il criterio meritocratico formale e quello sostanziale, ci chiederemo se i super-redditi siano, ed eventualmente in
che senso, da considerare meritocratici. Mostreremo, inoltre, anche alcuni problemi che possono sorgere quando si adotta il merito come unico metro di valutazione.

Il capitolo quarto è, invece, dedicato ad analizzare sia le possibili conseguenze economiche e sociali dei super-redditi, sia i problemi che possono conseguire a interventi diretti a contenerli o a prevenirli. Esamineremo, in particolare, la possibilità che altri segmenti della società migliorino il proprio reddito e il proprio benessere grazie ai redditi dei più ricchi (è il presunto effetto di trickle-down), le conseguenze sulla libertà di eventuali misure di contrasto dei redditi più elevati e gli effetti che questi super-redditi (e il loro eventuale contenimento) possono avere sulla crescita economica.

Nelle conclusioni, infine, sintetizzeremo i principali risultati raggiunti e spiegheremo perché occorre preoccuparsi (almeno selettivamente) dei super-redditi, abbandonando l’idea che i redditi che si formano nel mercato, quale che sia la loro altezza, sono certamente meritati e porteranno benefici all’intera società. Per far fronte a queste preoccupazioni sono necessari interventi accurati e innovativi, liberi da ogni intento punitivo, e non diretti soltanto a redistribuire il reddito. Il loro scopo ultimo dovrebbe essere quello di assicurare che, diversamente, da quanto accade oggi, alla base dei super-redditi vi siano sempre processi rispettosi, almeno, della “buona” concorrenza e del merito.

Il testo pubblicato costituisce l’introduzione al volume di Elena Granaglia, Maurizio Franzini e Michele Raitano, "Dobbiamo preoccuparci dei ricchi?", il Mulino Editore

da sbilanciamoci.info                                     21/06/2014
          

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Wikileaks: ecco il trattato segreto per la liberalizzazione selvaggia della finanza, di Marco Schiaffino

L’organizzazione di Assange pubblica la bozza del trattato TISA, un accordo “riservato” tra 50 paesi che potrebbe cancellare il potere d’intervento dei governi e lasciare mano libera alle corporation. Anche su previdenza, evasione e finanza tossica

Un accordo segreto a livello internazionale che punta a smantellare il ruolo dei governi nella finanza e aprire la strada a politiche ultra-liberiste. È questo il contenuto delle nuove rivelazioni di Wikileaks, l’organizzazione creata da Julian Assange già responsabile nel 2010 del “leak” riguardante i documenti riservati dell’esercito Usa sulle guerre in Iraq e Afghanistan. Il testo (parziale e provvisorio) dell’accordo è stato pubblicato giovedì sul sito dell’organizzazione di Assange e da alcuni giornali con cui collabora (in Italia l’Espresso). La trattativa per il TISA, sigla che identifica il Trade in Services Agreement (Accordo di Commercio dei Servizi) coinvolgerebbe 50 Paesi: Australia, Canada, Cile, Taiwan, Colombia, Costa Rica, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Peru, Sud Korea, Svizzera, Turchia, Stati Uniti e Unione Europea. Tagliati fuori, invece, i cosiddetti BRICS: Brasile, Russia, India e Cina.

Secondo Jane Kelsey, professoressa della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Auckland e autrice di un memorandum che Wikileaks pubblica a corredo della bozza, il TISA sarebbe in grado di determinare le politiche economiche dei maggiori Paesi a capitalismo avanzato evitando qualsiasi discussione in merito nei parlamenti degli Stati interessati. Già, perché le trattative a cui fa riferimento la bozza vengono definite “riservate” e lo stesso trattato è indicato come “classificato”. Di più: secondo quanto riportato in calce al documento, il TISA dovrebbe rimanere segreto per 5 anni anche dopo il raggiungimento dell’accordo tra i Paesi aderenti.

Il trattato ha contenuti simili al GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio) e al GATS (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi), finiti al centro delle proteste a Seattle nel 1999 e al G8 di Genova del 2001. A differenza di questi, però, il TISA non è stato discusso in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che prevede la pubblicità degli atti e una discussione più “trasparente”. Qualcosa di simile a quello che dovrebbe accadere per il futuro Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), in agenda di Stati Uniti ed Europa nei prossimi mesi. Rispetto a questo, il TISA si muove su una sorta di “binario parallelo” (e segreto) che ne estende l’applicazione a un maggior numero di Paesi.

Il contenuto del testo pubblicato da Wikileaks riporta le proposte dei partecipanti alla trattativa, principalmente USA e UE, su tutti i punti che dovrebbero i temi oggetto del trattato. Nonostante divergano per qualche sfumatura, l’obiettivo dell’accordo è chiaro: eliminare tutte le leggi nazionali che sono considerate come “ostacoli” al commercio dei servizi in ambito finanziario. Un copione che ricalca i trattati approvati nel 2000 e che, secondo molti economisti e governi, hanno rappresentato la causa principale della recente crisi finanziaria globale.

L’analisi di Jane Kelsey mette in luce, in particolare, la volontà dei proponenti di eliminare alcune delle norme che sono state introdotte (o suggerite) in seguito alla crisi del 2008. Per esempio i limiti alle dimensioni degli istituti finanziari, imposti in alcuni Paesi per evitare il ripetersi di operazioni di salvataggio obbligate nei confronti di quei soggetti “troppo grandi per fallire”. Le proposte presentate nella bozza si occupano però anche di altre questioni, come la privatizzazione della previdenza e delle assicurazioni, l’eliminazione degli obblighi di divulgazione delle operazioni offshore nei paradisi fiscali, il divieto di imporre un sistema di autorizzazione per nuovi strumenti finanziari (come i derivati) o di regolamentare l’attività dei consulenti finanziari.

Gli accordi di questo tipo utilizzano un sistema sanzionatorio che segue canali “paralleli” alla giustizia ordinaria. Se un’azienda ritiene che lo Stato estero in cui opera vìola in qualche modo il trattato, può fare ricorso a un tribunale speciale che agisce come organo arbitrale, nel quale non sono previste udienze pubbliche. Lo Stato condannato a questo punto ha due scelte: cancellare la legge in questione o risarcire l’azienda. Un sistema che già in passato ha giocato brutti scherzi alle amministrazioni di diversi Paesi. Nel 2011, per esempio, l’Australia si è vista chiedere un risarcimento miliardario da parte di Philip Morris. Il motivo? Il governo australiano aveva obbligato i produttori di tabacco a vendere le sigarette in pacchetti senza logo per ridurne il consumo.

da il Fatto Quotidiano                                            20 giugno 2014

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