Un magistrato con le palle denuncia la truffa del debito dell’euro e dei trattati europei

Ci è pervenuto in questi giorni l’articolo di un magistrato della Procura di Pescara che illustra la truffa del Debito Pubblico generata dall’Eurosistema e dai trattati europei che hanno istituito il S.E.B.C.
Ovviamente , in un articolo di poche righe non poteva illustrare tutto il quadro della problematica giuridica ma in maniera semplice e con grande capacità di sintesi ha rotto il muro di silenzio e l’alone di cecità che aleggia nella magistratura, sopratutto Costituzionale, sull’incostituzionalità dei Trattati Europei che lo stesso Auriti ed il dott.Tarquini denunciarono decenni prima della loro ratifica. Che cosa è, realmente, questo Debito Pubblico? Supponiamo lo Stato debba costruire un ospedale. Senza ospedali, si muore. Il Governo di uno Stato dell’Eurozona, se vuole denaro, per pagarsi l’ospedale, deve chiederlo in prestito alle banche private. Per chi avesse curiosità lo stabilisce l’articolo 21 dello Statuto del Sistema Europeo Banche Centrali. Per ottenere quel prestito deve emettere “cambiali”: si chiamano Titoli di Debito Pubblico, o Buoni Pluriennali del Tesoro. Alla scadenza, lo Stato restituirà capitale ed interessi: nessuno presta “per senza niente”.(…)

Dopo il Proc. generale di Corte d’Appello de L’Aquila, il dott. Bruno Tarquini, che all’apertura degli anni giudiziari del 1995 e 1997 denunciò la truffa dell’emissione monetaria a debito ( si badi bene che eravamo ancora con le lire ) e del Tasso Ufficiale di Sconto come madre di tutte le usure, un altro magistrato di nuova generazione si pone gli stessi interrogativi sull’inestinguibile debito pubblico e ne individua giuridicamente le cause proprio nel sistema di emissione monetaria e nei trattati di funzionamento dell’Eurosistema.

Di seguito riportiamo alcuni passaggi salienti dell’articolo del dott. Gennaro Varone, il quale si è reso disponibile ad esporre dettagliatamente la problematica in convegni e seminari pubblici.

" DEBITO PUBBLICO (?)

Supponiamo il Governo, quindi, emetta cambiali per 50 milioni di euro. Una Banca Privata offre 49 milioni e si aggiudica i Bpt. Il Governo ha ottenuto 49 milioni di euro; dovrà restituirne 50 alla scadenza; dunque, pagherà un milione di euro di interessi.

Il Governo con quei 49 milioni di euro costruisce il suo ospedale, anzi il nostro ospedale. E quel denaro dovrebbe diventare reddito del costruttore; e reddito dei suoi dipendenti, che lo utilizzeranno presso commercianti; i quali, a loro volta, faranno altri investimenti. Dunque, lo Stato, ora, ha un debito di 50 milioni di euro; ma questo debito è diventato un investimento; la ricchezza reale è aumentata: dove c’erano terra e sassi, c’è una struttura che eroga benessere; i 49 milioni pagati al costruttore hanno alimentato una potente spinta all’economia e un corrispondente aumento di ricchezza reale nel paese, dalla nostra laboriosità e capacità produttiva.

IL PAREGGIO DI BILANCIO

E veniamo alle tasse. È mai possibile che lo Stato recuperi, in tasse, tutti i 49 milioni di euro che ha speso? Se lo facesse, andrebbe in pareggio perfetto: "Ho speso 49 milioni di euro, mi riprendo 49 milioni di euro, sono in pari”. Ma se lo Stato se li riprendesse tutti, a noi cittadini, di quei 49 milioni di euro, che cosa resterebbe? Nulla. Eppure, per il pareggio di bilancio, è questo che lo Stato deve fare. Sembra assurdo?

Eppure è proprio questo che, per restare nella moneta unica lo Stato, deve fare: in base all’articolo 104 del trattato di Maastricht e in base al Regolamento del Consiglio d’Europa 1466 del 1997.

Ed è questa la causa della crisi economica. Questa.Se lo Stato ci dà un reddito e, poi ce lo toglie tutto, a noi che rimane? Nulla. Siamo tutti poveri. E se ci rimane nulla, ciò significa che non possiamo comprare nulla con quei 49 milioni di euro.

Lo chiamano anche Patto di stabilità. Si: perché, dal momento che dovrebbe riprenderseli, lo Stato dice: "Sai che c’è? Non ti pago! Ma le tasse, quelle le voglio …". Tuttavia, le imprese che hanno lavorato e non vengono pagate, falliscono, licenziano, riducono i salari … Tutto questo, ci ricorda qualcosa? Questa è la principale causa della crisi che attanaglia l’Eurozona, ormai da molti anni: il pareggio di bilancio.

È il tasto “pausa” sulla crescita economica; è la camicia di forza imposta alla capacità produttiva dei paesi aderenti. È il motivo della crisi (inutile illudersi: così dalla crisi non si esce); è lo strumento con il quale la crisi è stata deliberatamente prodotta.

TASSE E INDEBITAMENTO

Torniamo alle tasse. Supponiamo che lo Stato voglia tassare (per andare in pari) al 100%: in questo modo, si riprende tutti i 49 milioni di euro. È (quasi) in pari. "Ce lo chiede l’Europa"… E noi? Be’, noi, avendo restituito tutti i 49 milioni, per vivere abbiamo una sola possibilità: chiedere noi denaro in prestito alle Banche (mutui, finanziamenti). Cioè dobbiamo indebitarci noi.

Se non si indebita lo Stato, con il debito pubblico , dobbiamo indebitarci, singolarmente, noi. Si chiama debito privato.

Bene, la possiamo mettere come vogliamo; ma, nel sistema attuale, il denaro è sempre un debito

Non sarà sfuggito al lettore attento che, se pure lo Stato dovesse tassare al 100% e riprendersi, dunque, tutti i 49 milioni di euro, gli mancherebbe, pur sempre, un milione di euro da restituire. Da dove lo prende?

Se riflettiamo che il milione mancante è … denaro, sappiamo, ormai, che, per produrre quel milione mancante, le cose sono due: o si indebita lo Stato, “creando” un milione nuovo di euro, con l’emissione di Titoli del Debito Pubblico; o … ci indebitiamo noi, chiedendolo in prestito alle banche. Per la semplice ragione che nessuno può guadagnare il denaro che … non c’è, il debito può soltanto … aumentare.

Uno Stato che ha abdicato al potere di spesa; uno Stato che, per pagare gli interessi, deve indebitarsi sempre di più e, dunque, spendere sempre meno, come potrà costruire tutte le scuole di cui ha bisogno, tutti gli ospedali di cui necessita? Come potrà venire incontro ai bisogni dei propri cittadini? Come potrà la Repubblica rimuovere gli ostacoli alla piena eguaglianza, così come prescritto dall’articolo 3 comma 2 della nostra Costituzione, se abbiamo stabilito che sarà la Banca Centrale Europea a decidere quanto denaro potrà essere messo in circolazione?

Davvero il patto di stabilità dei prezzi è più importante della tutela della nostra dignità di uomini e donne lavoratori e lavoratrici, della nostra salute, della nostra istruzione, di tutto ciò che ci serve per una esistenza libera e dignitosa? " ( Dott. Gennaro Varone – sost. proc. della Repubblica )

FONTE: Press News                                           4 settembre 2014

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Cinque anarchici del Sud

26.09.1970 – E’ sera. Cinque giovani, Gianni Aricò, Angelo Casile e Franco Scordo di Reggio Calabria, Luigi Lo Celso di Cosenza ed Annalise Borth, la giovanissima moglie tedesca di Aricò, si dirigono a Roma a bordo di una Mini Minor carica di documenti comprovanti che il deragliamento del treno di Gioia Tauro (22 luglio 1970) era stato causato da una bomba messa ad arte dai neofascisti in accordo con la ‘ndrangheta. Questi documenti mostravano un evidente collegamento tra la rivolta di Reggio Calabria scoppiata al grido "boia chi molla", lanciato dal missino Ciccio Franco il giorno 14 luglio 1970 e l’attentato di Gioia Tauro, ed inoltre mettevano in luce la catena di comando che da Reggio Calabria conduceva fino alla Roma del disegno golpista del principe Junio Valerio B
orghese che sarebbe scattato l’8 dicembre 1970. Ma a 58 Km da Roma, nel tratto che attraversa la provincia di Frosinone, la macchina tampona un camion e i ragazzi trovano la morte. Come risulterà dalle indagini della polizia, l’incidente è causato dall’improvvisa manovra di un camion che taglia la strada alla Mini Minor dei ragazzi in corsia di sorpasso, manovra che nella sua dinamica non riesce a trovare alcuna logica spiegazione. Il camion è guidato da due dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese, il fascista al centro di tutte le trame nere di quegli anni. Nonostante le evidenti stranezze e incongruenze subito rilevate dalla Stradale e la drammaticità di un incidente che vede morire sul colpo ben quattro persone ("Muki" Borth morirà in un ospedale romano dopo venti giorni di coma profondo), le indagini sono archiviate come "tragica fatalità". Prima di partire Gianni Aricò aveva detto alla madre: "Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia".

http://www.uonna.it/cinque-anarchici-morti-1970.htm

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Italia, alla ricerca della sinistra che non c’è. Tra Renzi e Grillo (di Giacomo Russo Spena)

Un libro di Alessandro Gilioli – “La diaspora, dov’è oggi la sinistra italiana” (Imprimatur editore) – analizza lo stato dell’arte sottolineando gli errori commessi in passato e soffermandosi sull’oggi dove l’elettorato di sinistra è diviso tra Pd, M5S, Lista Tsipras e astensionismo. Sarà mai possibile riunire le forze e far nascere un nuovo soggetto tra il renzismo imperante e il grillismo?
Un’anomalia italiana, rispetto all’Europa. Non la sola, per carità, ma tant’è. Siamo un Paese senza sinistra. Introvabile, almeno come imponente forza organizzativa e presenza istituzionale. Un vuoto. Un profondo vuoto. Per molti tale parola è ormai priva di significato nel 2014, non si disperano per la sua scomparsa sposando la campagna postideologica: destra/sinistra, categorie superate.

In un’era (in realtà, più ideologica che mai) in cui democrazia e politica hanno ceduto il primato alla Borsa e al mercato, a una speculazione che è diventata gioco pericoloso in grado di rovinare un’intera società. In un’era in cui subiamo – quel che il sociologo Luciano Gallino definisce – “una trentennale guerra di classe”. Dall’alto verso il basso. Una disoccupazione? al 12,3 per cento, quella giovanile al 44, sei milioni di poveri e soprattutto una forbice sociale che si amplia nel tempo con (dati Censis) i 10 uomini più ricchi d’Italia che dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500mila famiglie operaie messe insieme. Di ieri la notizia della buona uscita di Montezemolo: 27milioni di euro!

Allora nella battaglia dal basso verso l’alto, forse è il caso di rispolverare anche il concetto di sinistra, la quale non è altro che il perseguimento dell’eguaglianza. Così scriveva Norberto Bobbio in un suo fortunato pamphlet pubblicato negli ultimi anni della propria vita (Destra e Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica): "La ragione fondamentale per cui in alcune epoche della mia vita ho avuto qualche interesse per la politica o, con altre parole, ho sentito, se non il dovere, parola troppo ambiziosa, l’esigenza di occuparmi di politica e qualche volta, se pure più raramente, di svolgere attività politica, è sempre stato il disagio di fronte allo spettacolo delle enormi disuguaglianze, tanto sproporzionate quanto ingiustificate, tra ricchi e poveri, tra chi sta alto e chi sta in basso nella scala sociale, tra chi possiede potere, vale a dire capacità di determinare il comportamento altrui, sia nella sfera economica sia in quella politica e ideologica, e chi non ne ha".

Della sinistra italiana, e del dramma della sua scomparsa, se ne occupa il giornalista Alessandro Gilioli ne “La diaspora, dov’è oggi la sinistra italiana” (editore Imprimatur), un attento affresco dello stato dell’arte di oggi nel quale si analizza il passato – come siamo arrivati a questo punto? – e si ragiona sul futuro.

Il testo inizia con un’istantanea: la piazza del No B Day del 5 maggio 2009. La manifestazione unitaria organizzata dal Popolo Viola – attraverso la Rete – per sconfiggere il Caimano: “C’era Berlusconi che a Palazzo Chigi faceva quello che voleva, dal lodo Alfano allo show de L’Aquila. E fuori il deserto: una sinistra politica inesistente, nessuna opposizione da parte del Pd, un senso di frustrazione diffuso. Per milioni di persone non c’erano quasi più punti di riferimento. Così ci siamo fatti avanti noi, intercettando il bisogno diffuso del Paese che nei partiti nessuno aveva capito”, racconta nel libro Massimo Malerba, uno dei promotori. La gestione della piazza rimane alla cosiddetta società civile, i partiti della sinistra radicale accettano di essere presenti con un ruolo marginale e secondario. Così il M5S. Il Pd non aderisce.

Per l’ex senatore democratico Vincenzo Vita, quella scelta rappresenta un bivio: “L’indifferenza verso qualsiasi soggetto al di fuori dei vecchi schemi, un atteggiamento che ci ha portato a sottovalutare il fenomeno Grillo, fino alla sciagurata scelta di non sostenere Rodotà alle elezioni per il Presidente della Repubblica”. Vita è solo uno dei tanti intervistati da Gilioli, le parole dei Civati, Scalfarotto, Nicodemo, Lombardi, Crimi, Fratoianni (e altri) ricompongono il puzzle e aiutano a ricostruire il filo cronologico. Gli eventi si susseguono. Alla fine del 2011 il Cavaliere è agonizzante tra guai giudiziari, la cacciata di Gianfranco Fini, pressioni internazionali e l’esplosione dello spread. Il centrosinistra – che ha ottenuto nuova linfa dai “sindaci arancioni” Pisapia e De Magistris e dalla vittoria referendaria su acqua e nucleare – si ricompatta con l’ormai sbiadita foto di Vasto (sembra essere passato un secolo!) con protagonisti Pierluigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Il M5S, nei sondaggi, a cifre ancora piuttosto basse.

Lì, l’infausta scelta di non recarsi immediatamente al voto per un nuovo esecutivo di cambiamento capace di contrastare l’attacco speculativo con misure espansive e rispolverando teorie keynesiane. Si sceglie l’innamoramento per il loden del tecnico Mario Monti. Con la regia determinante di Giorgio Napolitano, l’uomo delle larghe intese e colui che di fatto commissaria il Pd. “Dopo la caduta del governo Berlusconi avremmo potuto e dovuto fare scelte diverse. E in ogni caso Monti avremmo dovuto farlo cadere noi parecchio prima, nella primavera 2012, per andare a elezioni in Autunno”, chiosa ora l’ex viceministro all’Economia Stefano Fassina. Il Pd – abbracciando il montismo – vota l’invotabile: dalla riforma Fornero a tutte le politiche di austerity. Intanto Vasto è un lontano ricordo. Rimane in piedi l’asse Bersani-Vendola-Nencini (socialista, ora renziano) che in campagna elettorale non ha il coraggio di rompere coi tecnici: “Anche col 51 per cento in Parlamento, sono per un dialogo con Scelta Civica” le parole dell’allora segretario Pd. Una campagna elettorale tanto sobria quanto perdente.

Intanto la sinistra radicale scompare – divisa tra la strategia perdente di Sel di spostare a sinistra l’asse del centrosinistra e il tentativo di Rifondazione, Pdci, Verdi e Idv di affidarsi al magistrato Antonio Ingroia – e Grillo fa il boom. Scrive Gilioli: “Basterebbe studiarsela un po’, la storia e l’evoluzione del Movimento 5 Stelle, dai tempi dei meet-up e del primo V-day fino all’ingresso di Grillo nella sezione Pd di Arzachena, dalla fondazione al teatro Smeraldo fino alla Woodstock di Cesena un anno dopo. Anni in cui i partiti della sedicente sinistra (nomenclatura del Pd in testa, ma anche Bertinotti non scherzava) avevano talmente tradito il proprio mandato di rappresentanza della sinistra da svuotare di ogni significato – per moltissime persone, specie le più giovani – la parola stessa: sinistra”. I politici del Pd (e cespugli) sono percepiti come parte integrante di un establishment privatistico. In Italia la sinistra non è capace di canalizzare una protesta contro l’austerità, che le sarebbe stato naturale interpretare avendo negli anni sbagliato una serie di posizioni e strategie. È considerata responsabile del problema, non alternativa al problema. Il M5s raccoglie i frutti del malcontento politico e beneficia degli effetti della crisi rappresentando una forza antisistema e antibipolarismo. I proprietari del marchio, i diarchi Casaleggio & Grillo, non hanno peccato di coerenza: dalle prime comparizioni elettorali equiparano – in era di fervore anti berlusconismo – Pd e Pdl,
denunciando gli elementi comuni tra i due soggetti. Attaccano la Casta con tutti i suoi costi e i privilegi, la partitocrazia in toto e un sistema di potere clientelare, delle lobby, corrotto e corruttibile. Un catalizzatore per gli scontenti e gli incazzati piegati dalla crisi economica e istituzionale: i voti sono piovuti da destra come da sinistra, come testimoniano alcuni sondaggi.

Il Napolitano bis e il governo di Enrico Letta aprono la strada alle larghe intese, al prosieguo delle politica del rigore. La crisi economica e sociale nel Paese peggiora. La ripresa resta un’utopia. Il Pd bersaniano si sgretola a vantaggio dell’uomo della Leopolda: quel Matteo Renzi, il rottamatore, che trionferà alle elezioni Europee di primavera.

Arriviamo all’oggi. Con una sinistra ormai frammentata tra chi vota Pd, chi M5S, chi Lista Tsipras, chi preferisce astenersi non sentendosi più rappresentato. L’autore si chiede: sarà possibile ricompattare mai un voto a sinistra? “Voglio un Nuovo Centro Sinistra. Chiedo matrimoni egualitari, stop agli F 35, stop al consumo di suolo, reddito minimo, progressività fiscale, conflitto d’interessi, ius soli, legalizzazione delle droghe leggere” afferma Pippo Civati, ottima testa e poco coraggio, il quale ribadisce come la sua battaglia sia interna al Pd: “Non voglio fare un partitino della sinistra radicale incazzato che va dal 5 al 10 per cento, io voglio fare la sinistra che governa”. Peccato che poi il Pd renziano vada in tutt’altra direzione, tanto da far affermare a qualche notista che il premier sta attuando quelle politiche tanto annunciate – ma mai attuate – da Berlusconi: compressione di diritti, privatizzazioni, precarietà espansiva, attacco a scuola, beni comuni, Costituzione etc… Arduo, veramente arduo, ritenere quello di Renzi un esecutivo di sinistra.

“Deluso dalla sinistra, voto M5S” è un altro mantra che si sente ripetutamente. E qui entra la solita diatriba sulla natura del MoVimento. Molte posizioni di sinistra, talune di destra (l’ultima sparata sull’Ebola e i migranti, neanche un Salvini qualunque). In realtà lo stesso Grillo specifica che “il M5S non è né di destra né di sinistra” quindi annoverarlo come forza di sinistra è palesemente un errore. Giochiamo a rovesciare il cannocchiale. Come fa Gilioli: “Nell’Italia di oggi la domanda non è se il M5S sia o no di sinistra, ma semmai una parte degli elettori di sinistra – specie quelli giovani – continua a pensare di ottenere una rappresentanza elettorale vicina ai suoi ideali o ai suoi interessi quando vota M5S. Finché a questa domanda alcuni milioni di elettori di sinistra risponderanno di sì, anche questo pezzo di diaspora non si rimarginerà”.

Infine, nell’analisi, la Lista Tsipras che alle recenti Europee ha superato di un soffio lo sbarramento, reggendo all’onda d’urto del renzismo. “Un miracolo” per uno dei garanti Marco Revelli. Dopo tante sconfitte, essere riusciti a spedire tre parlamentari a Bruxelles è considerato un successo, date anche le enormi difficoltà del percorso, l’indifferenza dei media e la scarsissima disponibilità economica. L’inizio di un qualcosa? Subito dopo riemergono i limiti – già visti – della sinistra classica, eclatante il dietrofront di Barbara Spinelli sul seggio a Bruxelles. Nel libro si riportano le parole dello scrittore Christian Raimo: “Lo psicodramma Spinelli e l’esperienza della Lista L’Altra Europa con Tsipras sono finiti nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. La mail da Parigi di Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina”.

Nello stesso momento – e siamo al capitolo “domani” – Gilioli parla di una nuova generazione, del campo dell’associazionismo, dei movimenti, a partire dalla creazione di un nuovo rapporto fiduciario tra cittadini e partiti (opponendosi all’atteggiamento “società civile versus partiti”). Nuove pratiche e radicamento sociale. Prende in prestito le parole dei Wu Ming “puoi cercare di mediare il conflitto, puoi anche combatterlo: ma se sei di sinistra di certo non puoi negarlo. La sinistra senza consapevolezza del conflitto diventa il manuale delle giovani marmotte”.

Duecentottantatre pagine per analizzare e capire l’anomalia italiana. Un’indagine approfondita intrecciata da testimonianze e opinioni, il libro di Gilioli è uno strumento per riflettere e pensare. Infine, traspaiono le sue simpatie per personaggi come Stefano Rodotà e Maurizio Landini, il cui ultimo virgolettato è un percorso politico, a tappe: “Primo, la costruzione di un progetto, di una visione generale di cambiamento, di un disegno verso cui tendere. Secondo, la partecipazione democratica. Terzo, la coerenza dei comportamenti: non è pensabile che le persone di sinistra si identifichino in un partito se vedono che i suoi apparati non fanno ciò che dicono”. Cambiamento, partecipazione, coerenza. Poi ci sarebbe lo spazio politico, quasi un’autostrada, tra il renzismo imperante e l’opposizione populista di Grillo…

da Micromega                                                     12 settembre 2014

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Caso De Mauro: un’inchiesta da far tremare il Paese, di Aaron Pettinari

A 44 anni di distanza dalla sua morte riproponiamo il ricordo di Mauro De Mauro, cronista de L’Ora sequestrato da Cosa nostra il 16 settembre 1970.

“Ho per le mani uno scoop da far tremare l’Italia”. Mauro De Mauro, giornalista del quotidiano L’Ora di Palermo, non aveva dubbi quando con queste parole, in quella calda estate del 1970,  si era rivolto a qualche collega di lavoro. Lo ricordano bene anche la moglie Elda Barbieri, la figlia Franca, ed è scritto nel diario dell’altra figlia, Junia. Una notizia talmente sensazionale da potergli aprire le porte della “laurea in giornalismo”.

Ma De Mauro era anche una figura schiva, solitaria, e a nessuno ha parlato di quell’inchiesta che stava portando avanti con tanta tenacia. Sono circa le nove di sera del 16 settembre 1970. Mauro De Mauro rientra a casa alla guida della sua BMW e si ferma al numero 58 di Viale delle Magnolie in uno di quei tanti quartieri della nuova Palermo.  Uno sguardo verso l’ingresso di casa dove vede la figlia Franca in compagnia del fidanzato. I due giovani decidono di lasciare spalancato il portoncino del palazzo e si dirigono verso l’ascensore. Una volta che il padre avrà parcheggiato la macchina saliranno sopra tutti insieme per la cena. L’ascensore arriva, ma Mauro De Mauro non si vede. Improvvisamente si sente una voce, con forte accento siciliano: “amuninne” (andiamo). Pochi attimi dopo la BMW è già lontana e in Viale delle Magnolie c’è solo il silenzio. Quando la figlia incuriosita si dirige in strada è già troppo tardi: l’auto del padre è scomparsa e non ha lasciato nessuna traccia.
Passano le ore e il giornalista non rientra in casa. L’ansia cresce e durante la notte partono le prime telefonate. La prima alla redazione del giornale, poi agli amici giornalisti, agli ospedali, al pronto soccorso.
Scattano le indagini. La Polizia ritroverà parcheggiata la BMW in pieno centro. Ma di De Mauro non vi è traccia.
Cosa è accaduto a De Mauro in quella notte? Chi lo ha portato via? Chi lo ha fatto eliminare? E soprattutto quale scoop stava preparando? Domande che dopo 43 anni restano in parte senza risposta. Il processo di primo grado che ha visto come unico imputato Salvatore Riina (poi assolto) non è riuscito a dirimere le ombre.
Lo scorso aprile si è riaperto il processo in Corte d’Appello con la decisione di riaprire l’istruttoria dibattimentale dopo la richiesta del pg Luigi Patronaggio di chiamare a deporre il pentito Francesco Di Carlo.
Quest’ultimo, in un libro intervista scritto col giornalista Enrico Bellavia, ha partlato di alcune confidenze fattegli dal “Capo dei Capi” che prima del delitto accompagnò a un summit. Nel corso della riunione, gli disse poi Riina, si sarebbe deciso l’omicidio del giornalista. Un elemento importante che può riscrivere l’esito del processo nella parte della responsabilità che il capomafia corleonese ha avuto nella vicenda.
Tuttavia le dichiarazioni di Di Carlo, a differenza di quanto scritto nelle motivazioni della sentenza di primo grado, indica nel Golpe Borghese il movente della morte del giornalista.
Il collaboratore di giustizia ai giudici ha raccontato di avere accompagnato Riina nell’abitazione del capomafia Giuseppe Giacomo Gambino per un summit tra boss qualche settimana prima del rapimento di De Mauro. Sia Riina sia il mafioso Stefano Bontande gli avrebbero raccontato che proprio nel corso di quella riunione, alla quale lui non avrebbe partecipato, sarebbe stato deliberato il delitto. Il pentito ha anche specificato che Cosa nostra avrebbe stabilito l’eliminazione del giornalista perché da Roma si era saputo che De Mauro era a conoscenza del progetto di golpe del principe Junio Valerio Borghese, piano, poi fallito, a cui collaborava la mafia. Di Carlo ha anche precisato che in Cosa nostra non si parlava mai espressamente di omicidi.
“Dicevamo: – ha spiegato – risolviamo il problema, andiamo a parlarci e si capiva cosa intendevamo”. Di Carlo ha poi smentito l’esistenza di un collegamento tra il delitto dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei e il sequestro De Mauro, ma ha precisato che "all’attentato costato la vita a Mattei ci avevano pensato i catanesi”.
Un elemento di raccordo, quest’ultimo, che rafforza la considerazione dei giudici che nelle 2200 pagine di motivazione della sentenza, depositata nell’agosto 2012, hanno messo nero su bianco anche quanto accaduto a Bescapè, il 27 ottobre 1962. Di fatto viene considerata provata la matrice dolosa dell’ “incidente aereo” in quanto vi fu un’esplosione di una piccola carica di esplosivo piazzata all’interno del velivolo.
E secondo i giudici era proprio sulla morte di Mattei che De Mauro stava indagando prima di scomparire. “La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè” scrivono i giudici.
I giudici spiegano anche il motivo per cui l’unico imputato a processo, Totò Riina, è stato assolto. All’epoca colui che venne poi definito come il “Capo dei Capi”, infatti, non era ancora al comando di Cosa Nostra.
Al tempo stesso la sentenza diventa importante in quanto viene messo nero su bianco il torbido contesto in cui il cronista del quotidiano "L’Ora" pagò il suo scoop sulla morte del presidente dell’Eni, simulata da incidente aereo nei pressi di Pavia il 27 ottobre 1962. Nella lettura dei giudici si indica come mandante dell’omicidio Graziano Verzotto, ex dirigente dell’Eni, all’epoca segretario regionale della DC, morto il 12 giugno 2010, prima dell’ultima deposizione in aula, a Palermo.
Questi, secondo la Corte, ha un ruolo centrale sia nell’assassinio di Mattei che nel sequestro e nell’omicidio di De Mauro.
“Se Guarrasi è colpevole (dell’omicidio De Mauro n.d.r.), Verzotto lo è due volte di più” scrivono i giudici.
Per la Corte di Palermo, l’interesse dell’ex Dc per il lavoro di De Mauro era "duplice". In primis perché “si riprometteva di strumentalizzarlo in chiave anti-Cefis”, in quanto nell’estate del ’70 ambiva alla sua successione come presidente dell’Eni. Poi perché aiutando De Mauro si garantiva “un osservatorio privilegiato per orientare la sua inchiesta e indirizzarla con opportuni suggerimenti, secondo la propria convenienza”. Questo “fino al momento in cui si è reso conto che il cronista, pur fidandosi ancora di lui, era troppo prossimo a scoprire la verità: e a quel punto doveva essere eliminato”.

Tutto secondo copione
De Mauro stava scrivendo tutto nella ricerca che gli era stata commissionata dal regista Francesco Rosi, per ricostruire gli ultimi giorni di vita del presidente dell’Eni in Sicilia. Sarebbe anche riuscito a scoprire i nomi delle persone che erano al corrente dell’orario di partenza del volo di rientro di Mattei, all’epoca tenuto segretissimo per ragioni di sicurezza.
A De Mauro però mancavano comunque dei passaggi. “Ancora si fidava del presidente dell’Ente Minerario, – si legge nelle motivazioni – mancavano solo alcuni tasselli, alcune conferme; e le chiedeva proprio a Verzotto”.
Secondo la Corte quest’ultimo “non avrebbe potuto reggere ancora per molto il gioco sottile che lui stesso aveva innescato, cercando di orientare l’indagine di De Mauro nella direzione a sé più conveniente, a cominciare dall’individuazione dei probabili mandanti del complotto. E l’impossibilità di fornire al giornalista i chiarimenti o le conferme che questi gli chiedeva non avrebbe certo mancato di rendere sospetto il suo comportamento”.
Il
lavoro di De Mauro per Rosi era quasi terminato, “nella sceneggiatura approntata, dovevano essere contenuti gli elementi salienti che riteneva di avere scoperto a conforto dell’ipotesi dell’attentato. Bisognava agire dunque al più presto, prima che quegli elementi venissero portati a conoscenza di Rosi e divenissero di pubblico dominio”.
Il giorno della propria scomparsa il giornalista de "L’Ora" aveva con sé una busta gialla, o arancione. Al suo interno, molto probabilmente, vi era il copione per il regista. Con questa il collega Nino Sofia lo aveva visto passeggiare, ma poco dopo, una volta salito in redazione, la busta non c’era già più. Che fine aveva fatto? De Mauro l’aveva consegnata a qualcuno? Secondo i giudici il cronista de “L’Ora” l’avrebbe data allo stesso Verzotto.
Il 14 settembre, nei locali dell’Ems, il giornalista e l’ex senatore avrebbero proprio concordato la consegna del “copione”, ormai concluso, in quanto proprio Verzotto si sarebbe offerto di dare una mano per la sistemazione finale, prestandosi a fare da "corriere" portandolo a Roma. Del resto lo stesso Verzotto aveva dato luogo ad un  "lapsus linguae" durante un’udienza nel quale aveva sostenuto di non aver parlato con De Mauro il 14 settembre in quanto in quella data si trovava a Peschiera del Garda, dove invece si recò due giorni dopo, il 16 settembre. In quel preciso momento, rilevano i giudici, “Verzotto si confonde, equivoca sulla data, identificandola con il giorno della scomparsa di De Mauro”, perché effettivamente “fu allora che Verzotto incontrò De Mauro per l’ultima volta”, circostanza che ha sempre negato.

Uno scoop da far tremare l’Italia
Secondo i giudici di Palermo la rivelazione di un attentato a Mattei, progettato con la complicità di apparati italiani (e forse con il supporto della Cia), avrebbe avuto “effetti devastanti per i precari equilibri politici generali, in un paese attanagliato da fermenti eversivi e tentato da svolte autoritarie”. E’ per questo motivo che vengono allertati gli alleati mafiosi di Verzotto e dei cugini Salvo: ovvero i boss Stefano Bontade e Giuseppe Di Cristina sancendo di fatto la delibera alla morte del giornalista. Erano in tanti, infatti, all’interno di Cosa Nostra, che non volevano far conoscere i retroscena del delitto Mattei, ovvero quello che il collaboratore di giustizia “Masino” Buscetta aveva definito come “il primo delitto della Commissione”.
A quel punto, "quando i sequestratori hanno ormai la certezza che il materiale raccolto su Mattei si trova in mani sicure", De Mauro viene rapito con tutta la sua auto, “per avere qualche ora di vantaggio sugli inquirenti, simulando un allontanamento spontaneo con amici", ma anche perché De Mauro forse aveva portato con sé altro materiale, o magari la copia del dossier consegnato, e “non si poteva correre il rischio di lasciare le carte del dossier Mattei nell’auto”.

Lo scabroso capitolo dei depistaggi
Se il “caso De Mauro” sembra davvero essere senza fine la causa è da ricercare nei continui insabbiamenti e depistaggi che hanno caratterizzato le indagini. Sono tanti i pezzi mancanti del puzzle di questa storia che assume sempre più i colori del “giallo”.
Nel dispositivo che ha chiuso il processo contro Riina i giudici avevano evidenziato alcune posizioni di testimoni apparsi falsi tanto che la Corte ha tramesso gli atti al Pubblico Ministero perché proceda per falsa testimonianza nei confronti dell’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, dei giornalisti Pietro Zullino (morto nel gennaio scorso) e Paolo Pietroni e dell’avvocato Giuseppe Lupis. Tutti avrebbero avuto un ruolo depistante nelle indagini e questo verrà approfondito in un nuovo dibattimento. Nel corso degli anni le difficoltà per ricostruire la verità si sono manifestate a più livelli. Basti pensare alle indagini iniziali, che si erano concentrate verso direzioni differenti per poi infrangersi muro del silenzio. Per non parlare poi della singolare “assenza di notizie” negli archivi dei servizi e degli apparati investigativi. A queste si aggiungono le pagine strappate dai quaderni di De Mauro, la scomparsa degli appunti e del nastro con l’ultimo discorso di Mattei a Gagliano, che secondo le testimonianze dei familiari il giornalista “ascoltava e riascoltava in continuazione”. Addirittura la sentenza pone l’attenzione sulla scomparsa del materiale all’interno di uno dei raccoglitori conservati in un armadio a casa De Mauro, il cui titolo era “Petrolio”. Un nome che riporta al romanzo a cui stava lavorando Pier Paolo Pasolini prima di morire. Strane coincidenze che aprono a nuovi scenari d’indagine. E con il processo bis ai “depistatori” si cercherà di capire chi e perché ha ostacolato “la ricerca della verità”. E forse si scoprirà che il “delitto De Mauro” non si è trattato di un semplice omicidio ma di un “delitto di Stato”.

da ANTIMAFIA Duemila                                         16 settembre 2013

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La truffa del debito pubblico, di Paolo Ferrero

Come finanziare gli speculatori con i soldi dei cittadini facendoli anche sentire in colpa

Il libro spiega in modo semplice e chiaro come il debito pubblico italiano non abbia nulla a che vedere con la spesa pubblica, e men che meno con la spesa sociale. Come il debito pubblico italiano sia gonfiato artificialmente a causa degli interessi da usura volutamente pagati dallo Stato agli speculatori. Il debito pubblico, infatti, è aumentato repentinamente a partire dal 1991, quando il ministro del Tesoro Andreatta decise, con l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi, di rendere autonoma la Banca d’Italia, obbligando così lo Stato a finanziare il proprio debito pubblico attraverso i mercati finanziari. A partire da quella data gli interessi pagati dallo Stato sono schizzati alle stelle e con essi il debito, che dal 60% è passato al 120% in pochi anni. L’esplosione del debito pubblico è diventata l’argomento per giustificare politiche di tagli e rigore. Così, dal 1992 la spesa pubblica è stata continuamente tagliata producendo un risultato straordinario: da quell’anno lo Stato registra un avanzo primario, cioè la spesa è regolarmente minore delle entrate, fatte salve le spese per interessi. In questo modo lo Stato è diventato in questi trent’anni una gigantesca idrovora che prende i soldi dalle tasche dei cittadini e li sposta nelle tasche degli speculatori e della rendita finanziaria. Il tutto è giustificato da un enorme debito pubblico che nulla ha che vedere con la spesa, perché è tutto integralmente dovuto agli interessi da usura che lo Stato paga agli speculatori. Il libro chiarisce i termini di questa gigantesca truffa e avanza proposte su come uscirne.

Autore

Paolo Ferrero è nato a Pomaretto (To) nel 1960. Operaio e poi cassaintegrato Fiat, valdese, obiettore di coscienza, è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Evangelica Valdese. Ha ricoperto ruoli di direzione politica in Cgil e Democrazia proletaria.

da Derive Approdi
17 settembre 2014

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