Occupazione, record in Germania. Ma dietro ai numeri la realtà è un’altra (di Mauro Meggiolaro)

Nonostante i numeri incoraggianti del mercato del lavoro, oggi 13 milioni di tedeschi (uno su sei o il 16,1%) vivono al limite della soglia di povertà (povertà relativa). A dirlo è l’istituto nazionale di statistica. A rischio sono soprattutto le donne, i single e le madri sole, il 69,3% dei disoccupati e l’8,6% dei lavoratori: 3,4 milioni di cittadini che hanno un’occupazione ma fanno fatica ad arrivare a fine mese.

In ottobre il numero degli occupati in Germania ha raggiunto un nuovo record superando quota 43 milioni. E’ la prima volta che succede dalla riunificazione. La disoccupazione è al 6,7%, nella zona euro riesce a fare meglio solo l’Austria (5,1%). Merito della riforma del lavoro di Gerhard Schröder, il cancelliere della Spd che ha governato prima di Angela Merkel. Nel 2003 Schröder, aiutato dall’allora responsabile delle risorse umane della Volkswagen Peter Hartz, lanciò l’Agenda 2010 che ha reso più flessibile il lavoro, razionalizzato la formazione professionale e ridimensionato i sussidi di disoccupazione.

Assumere è diventato più facile, anche grazie ai contratti mini-job: lavoretti da 450 euro al mese che prevedono oneri sociali molto ridotti per il datore di lavoro. Una riforma epocale, a cui si ispira oggiMatteo Renzi con il suo Jobs Act. Del resto anche la Germania alla fine degli anni novanta veniva considerata “il malato d’Europa”, un paese schiacciato dai costi della riunificazione, bloccato dalla burocrazia e da un sistema sociale considerato troppo generoso. Oggi, al contrario, è tra i paesi che sta resistendo meglio alla crisi finanziaria e nel frattempo (dal 2005 se si sta alla famosa copertina dell’Economist) il grande malato è tornato ad essere l’Italia.

Se la riforma del lavoro ha funzionato in Germania perché non provarci, con gli opportuni adattamenti, anche in Italia? Il ragionamento in teoria può essere valido. Se però si fa uno sforzo in più e si cerca di capire meglio i numeri tedeschi si fanno scoperte interessanti.

Come evidenziano i dati dell’istituto tedesco di statistica e dello Iab (l’agenzia governativa per la ricerca sul mercato del lavoro) nel 2013 nella Repubblica Federale si è lavorato per 58,07 miliardi di ore, mentre nel 2000 il monte ore totale era pari a 57,92 miliardi di ore. In sostanza negli ultimi tredici anni la somma delle ore lavorative non è cambiata, solo che gli occupati sono cresciuti dai 39,92 milioni del 2000 ai 42,3 milioni del 2013. 2,38 milioni di posti di lavoro in più a parità di ore lavorate. Cosa significa? Che in molti casi un posto di lavoro a tempo pieno del 2000 si è trasformato in tre mini-job o in due part-time. Ci sono più occupati ma sono occupati per meno ore, meno soldi e con minori garanzie.

Per aumentare la ricchezza di in un paese non basta che un numero maggiore di cittadini abbia un lavoro. E’ anche necessario che il lavoro sia pagato adeguatamente e dia prospettive di crescita professionale e mobilità sociale. In Germania negli ultimi anni questo non si è verificato, o si è verificato solo in parte. Il numero dei lavoratori a tempo determinato è passato dai 6,5 milioni del 2003 agli 8,6 milioni del 2012 (2,1 milioni in più). Secondo quanto riportato dalla Fondazione Hans Böckler, vicina ai sindacati, in Germania il 21,1% dei lavoratori è oggi assunto con un mini-job a 450 euro al mese, mentre il 42% di tutti i nuovi contratti sono a tempo determinato. Nel 1997 questa percentuale era pari al 34%.

Non è un caso che, nonostante i numeri incoraggianti del mercato del lavoro, oggi 13 milioni di tedeschi (uno su sei o il 16,1%) vivano al limite della soglia di povertà (povertà relativa). A dirlo è l’istituto nazionale di statistica. A rischio sono soprattutto le donne, i single e le madri sole, il 69,3% dei disoccupati e l’8,6% dei lavoratori: 3,4 milioni di cittadini che hanno un’occupazione ma fanno fatica ad arrivare a fine mese.

Nelle statistiche sul record degli occupati ci sono anche loro. A ricordarci che il “sogno tedesco” è solo una versione un po’ più elegante dell’incubo europeo e mondiale: quello di un mercato del lavoro sempre più atipico e rigidamente suddiviso tra pochi privilegiati e un numero sempre maggiore di precari marginalizzati.

da Il Fatto Quotidiano del 4 dicembre 2014

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Gallino: “Il Jobs Act? Una pericolosa riforma di destra”

intervista a Luciano Gallino, di Giacomo Russo Spena

Domani, mercoledì 3 dicembre, è il fatidico giorno. Il premier Renzi, l’Europa e i mercati lo auspicano da tempo, meno gli operai, i precari e gli studenti che saranno in piazza ad assediare il Senato. Finito l’iter il Jobs Act sarà legge, per il sociologo Luciano Gallino siamo “alla mercificazione del lavoro, è un provvedimento stantio e pericoloso”.

Scusi professore, lei parla di un progetto vecchio eppure il governo – che del nuovismo ha fatto un cavallo di battaglia – lo sponsorizza proprio per modernizzare il Paese. Dov’è l’imbroglio?

Nel Jobs Act non vi è alcun elemento né innovativo né rivoluzionario, tutto già visto 15-20 anni fa. E’ una creatura del passato che getta le proprie basi nella riforma del mercato anglosassone di stampo blairiano, nell’agenda sul lavoro del 2003 in Germania e, più in generale, nelle ricerche dell’Ocse della metà anni ’90. Inoltre si tratta di una legge delega, un grosso contenitore semivuoto che sarà riempito nei prossimi mesi o chissà quando. Non mi sembra un provvedimento che arginerà la piaga della precarietà né che rilancerà l’occupazione nel Paese.

Una bocciatura netta. E del premier che giudizio esprime, molti iniziano a considerare il renzismo come il compimento del berlusconismo. E’ d’accordo?

Per certi aspetti sì, il Jobs Act potrebbe tranquillamente esser stato scritto da un ministro di un passato governo Berlusconi. Non a caso Maurizio Sacconi è uno dei politici più entusiasti. Renzi continua nel solco di politiche di destra impostate sul taglio ai diritti sul lavoro, sulla compressione salariale e sulla possibilità di un maggiore controllo delle imprese sui dipendenti, vedi l’uso delle telecamere.

In un recente editoriale su Repubblica ha contrapposto alla Leopolda renziana, la piazza della Cgil. Eppure in altre occasioni passate aveva espresso dubbi sull’organizzazione di Susanna Camusso, accusandola di aver “appannato la bandiera del sindacato”. Ha cambiato idea?

Negli ultimi mesi ad esser cambiata è la Cgil. In diversi frangenti non ha contrastato i nefasti provvedimenti avanzati dai governi, come nel caso della riforma pensionistica. Ha accettato supinamente leggi micidiali e lo smantellamento del nostro welfare. Sul Jobs Act è stata incisiva mettendo in piedi una dura resistenza. E le divergenze tra Cgil e Fiom – che invece ha sempre mantenuto la barra dritta – ora sono minori, questo va salutato positivamente.

Le nostre politiche economiche vengono dettate da quell’Europa che sta imponendo soprattutto ai Paesi del Sud Europa dure misure di austerity e privatizzazioni. Che credibilità ha Renzi quando minaccia di sbattere i pugni a Bruxelles?

Dagli anni ’90 i socialisti europei e le differenti branche della socialdemocrazia hanno abdicato e sono stati contagiati dall’ideologia neoliberale abbracciando così l’idea dei mercati da anteporre alla democrazia. Alla finanza che disciplina i governi. In questo quadro, le affermazioni del premier sono vuote, alle invettive non corrispondono i fatti: il Jobs Act e la legge di Stabilità ne sono la palese prova. Persiste l’ortodossa ubbidienza ai diktat dell’Europa, Renzi non è altro che un fedele esecutore della Troika.

Non crede in repentine svolte in Europa e a strade alternative?

Siamo lontani dal contrastare le politiche imposte da Bruxelles. La sinistra italiana come espressione di massa di fatto non esiste più. Sono rimaste delle schegge, anche interessanti, ma politicamente ininfluenti soprattutto di fronte a quel che dovrebbe essere il domani di una sinistra in grado di rappresentare una valida opzione e un’opposizione solida in Parlamento. In Europa Podemos e Syriza rappresentano segnali importanti, iniziano ad avere una valenza di massa. In generale, le recenti elezioni hanno confermato quasi ovunque governi di destra o, ad essere gentili, di centrodestra. Ciò significa che la maggioranza degli elettori dell’eurozona preferisce lo status quo, purtroppo. La Germania ha rivotato in massa la cancelliera Angela Merkel e il ministro Wolfgang Schäuble malgrado le politiche restrittive e del rigore.

Per l’Italia auspica la nascita di un forte soggetto a sinistra del renzismo?

Detesto le sfere di cristallo, il futuro non è prevedibile. Bisogna costruirlo. E di certo nel Paese esistono milioni di persone mosse da ideali e sensibilità di sinistra alla ricerca di una nuova modalità di aggregazione. Le varie schegge esistenti dovrebbero riformularsi, diventare un’unica forza per poter così rappresentare una reale alternativa. Ma c’è molta strada da percorrere, molta.

Lei ha firmato insieme agli economisti Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini un appello che propone la nascita di una moneta parallela all’euro per uscire dalla trappola della liquidità e del debito. In che consiste?

Qui non si tratta di uscire dall’euro ma di avere in Italia dei titoli pubblici con la possibilità di poterli spendere e scambiare come se fossero una moneta. Nel manifesto si parla esplicitamente della fuoriuscita dall’euro come atto con conseguenze disastrose per la nostra economia. Penso alla fuga dei capitali, alla possibile svalutazione della nuova moneta e alle complicazioni burocratiche. Ci sono milioni di contratti con soggetti esteri denominati in euro, che dovrebbero essere ritoccati e modificati. Un’assurdità. Nell’euro ci siamo, consci che ci sono gravissimi problemi che andrebbero analizzati e discussi mentre Bruxelles e in primis la Germania lo vietano in maniera categorica. La nostra proposta è un modo per ovviare a livello nazionale alle rigidità dell’euro e far circolare contante a chi ne ha meno, compresi lavoratori e medie e piccole imprese.

Un modo di riottenere la sovranità perduta?

Certamente. Il trasferimento di poteri da Roma a Bruxelles forse è andato oltre anche a quel che era previsto a Maastricht. Viviamo in un’Europa delle diseguaglianze che necessita di alcuni urgenti interventi, al momento non sembra ci siano le condizioni: la Commissione non vuole modificare la propria linea economica con Junker sostenuto convintamente dalla Germania. L’euro sarà destinato a propagare guai ancora per molto tempo e l’emissione in Italia di Certificati di Credito Fiscale (CCF) potrebbe mitigare i disastri della moneta unica, così pensata.

Pablo Iglesias, leader di Podemos, parla esplicitamente di una Spagna “colonia della Germania”. Il discorso può valere per l’Italia?

Il termine colonia è un po’ forte. Però di fatto le politiche che stanno strangolando i Paesi con tagli alla spesa pubblica, con l’ossessione dell’avanzo primario – quindi tartassare sempre maggiormente i cittadini e nello stesso momento diminuire servizi – sono procedimenti suicidi e insensati. E molte di queste imposizioni sono volute dalla Germania, dietro alla durezza del governo tedesco ci sono le banche tedesche che si erano esposte con l’acquisto di titoli internazionali. La Germania ha pensato di salvare le proprie banche. Forse non siamo una colonia, di certo soggetti ad una forma di imposizione esterna. Come noi anche gli altri Paesi dell’Europa del Sud e la Francia.

Anche la Francia?

Di meno, è sempre la seconda economia dell’eurozona ed ha legami storici con la Germania dai tempi di Mitterrand. Ma ha subito forte pressioni ed è stato costretta a tagliare salari, pensioni e sanità. Lo stesso governo tedesco ha introdotto nel proprio Paese le misure d’austerity, a partire dall’agenda 2010 del 2003, arrivando alla creazione del settore dei lavoratori poveri più ampio d’Europa: 15 milioni di persone che guadagnano meno di 6 euro l’ora oppure occupati 15 ore alla settimana per 450 euro al mese. 15 milioni è circa un quarto della forza lavoro tedesca…

da Micromega                    2 dicembre 2014

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Finalmente elezioni a risultato immediato: hanno votato in 36 (di Alessandro Robecchi)

Forse è questo che intende Matteo Renzi quando dice che sogna un Paese dove la sera stessa delle elezioni si possa sapere chi ha vinto e chi ha perso. Giusto. Bello. Basterebbe che votassero in trentasei: poche schede da contare, percentuali presto fatte, seggi assegnati e seccatura archiviata. Rito antico e democratico, novecentesco, polveroso, retorico, che noia, che vecchiume. Perché poi, di tutte le spiegazioni, le sottili analisi, le elaborate elucubrazioni di questi giorni sul clamoroso astensionismo (soprattutto in Emilia) se ne dimentica una che non è un dettaglio: il valore del voto degli italiani è piuttosto in ribasso. La riforma delle provincie, di cui si parla da quando Matteo faceva il boy scout, si è tradotta in una semplice abrogazione del voto. Cioè, le province sono ancora lì, con i loro presidenti e i loro consiglieri, ma nominati (anche in seguito a vergognosi accordi tra partiti) e non più eletti. Al Senato peggio mi sento: anche lì resteranno gli scranni, il mirabile palazzo, i senatori che potranno legiferare persino sui temi etici (in soldoni: la vita e la morte), ma non ce li manderà l’elettore italiano. Saranno nominati anche loro, su base regionale. Ecco.

Assistiamo dunque allo spettacolo d’arte varia di gente – commentatori politici, corsivisti, esponenti di questa o quella corrente – che si rammarica per l’astensionismo dopo aver applaudito sonoramente due riforme che toglievano il diritto di voto agli italiani per istituzioni fondamentali. Si aggiunga che senatori e consiglieri provinciali verranno nominati proprio dalle regioni (e dai sindaci), dunque avremo, per dire, un Senato nominato da consigli regionali eletti da un’esigua minoranza di cittadini.

Siccome la cultura politica da queste parti somiglia a quella calcistica, il giovane Premier ha fatto notare che l’importate è la vittoria. Al novantesimo, con gol di mano, in fuorigioco, con due avversari a terra, ma che importa, conta vincere. E dunque l’astensione è diventata un problema “secondario”. Sarà. Resta il fatto che l’aria è un po’ cambiata. Qualcuno ricorderà (ok, va bene il paese senza memoria, ma sono passati solo sei mesi!) il garrulo entusiasmo con cui Renzi e il renzismo vennero accolti dal paese. Primarie affollate, urne piene alle Europee, il mitico 41 per cento ripetuto come un mantra ad ogni uscita pubblica dei giannizzeri del re. Un paese ipnotizzato e innamorato, ansioso di vedere la realizzazione delle sorti luminose e progressive che si promettevano ad ogni passo.

Ora, quell’entusiasmo sembra in fase calante. Faremo questo in febbraio, questo in marzo, questo in aprile. Poi passano febbraio, marzo, aprile e tutti gli altri mesi del calendario, e non si vede granché, e soprattutto quel che si vede non piace. Sarebbe questo, tutto il nuovo che si diceva? Mah. Fosse ancora vivo, quell’entusiasmo della prima ora, alle urne ci si sarebbero precipitati, emiliani e calabresi. E invece no. In più, dopo aver discettato per mesi su renziani della prima e della seconda ora, ecco spuntare un nuovo soggetto, che sarebbe l’anti-renziano della seconda ora. Quello diventato più critico, quello che così come ha dato credito ora se lo riprende, o lo congela, che frena gli entusiasmi.

Comunque sia, è vero: settecentomila voti che se ne vanno su un milione e duecentomila potrebbero essere un problema secondario, ma solo se avranno voglia di tornare. Se invece se ne staranno fuori, a guardare, sconsolati e orfani, il problemino potrebbe diventare primario.

Alessandro Robecchi

da Micromega        27 novembre 2014

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Solidarietà, la più fragile e necessaria delle utopie (di Roberto Esposito)

Nel nuovo saggio Stefano Rodotà illustra il destino di un principio nobile ma debole che ritorna nell’era della disuguaglianza.

Nel Gargantua e Pantagruel Rabelais racconta che, pronunciate nel freddo dell’inverno, alcune parole gelano e non vengono più udite, per poi, quando cambia la stagione, tornare a parlarci. È quanto sembra accadere alla categoria di solidarietà, cui Stefano Rodotà dedica il suo ultimo saggio, edito da Laterza col titolo Solidarietà. Un’utopia necessaria. Dopo essere stata a lungo esiliata dalla sfera del discorso pubblico, essa torna a riaffiorare con rinnovata attualità in una fase in cui il lessico freddo della scienza politica sembra insufficiente a raccontare la nostra vita.
Con la consueta competenza, congiunta a una straordinaria passione civile, Rodotà ne percorre la genealogia, analizzandone la storia complessa, fatta di slanci e ripiegamenti, di arresti ed espansioni.

Teorizzata all’origine della stagione moderna da La Boétie, Locke, Montesquieu come compenso al dispiegamento dell’individualismo, essa è espressa dal principio di fraternità nella triade rivoluzionaria, insieme a quelli di eguaglianza e di libertà. Già da allora, tuttavia, la solidarietà appare più fragile delle altre due nozioni, perché situata in un orizzonte più morale che politico. Segnata dall’esperienza cristiana, piuttosto che alla giustizia, essa è spesso ricondotta a un atteggiamento di carità nei confronti del prossimo. Così nel proclama del 18 brumaio Napoleone la sostituisce con il paradigma di proprietà. Rappresentata dalle rivendicazioni operaie nell’età della rivoluzione industriale, la solidarietà assume un rilievo politico nel primo dopoguerra, con la costituzione di Weimar. Ma è solamente dopo la seconda guerra mondiale, alla creazione del Welfare, che essa viene istituzionalizzata. Nella costituzione italiana in particolare il principio di solidarietà, menzionato nel secondo articolo, acquista consistenza nel rapporto con il doppio criterio del carattere fondante del lavoro e della dignità del lavoratore.

Tuttavia ciò non basta a consolidare stabilmente l’idea, e la pratica, di solidarietà. Rodotà non perde mai di vista il nesso costitutivo tra concetti e storia, il modo in cui la mutazione dei contesti, e anche dei rapporti di potere, modifica la prospettiva dei soggetti individuali e collettivi. La reale forza di un concetto non sta nella sua fissità, ma nella sua capacità di trasformarsi in base al mutamento dell’orizzonte in cui è situato. Collocato nel punto di incrocio, e di tensione, tra i piani dell’etica, del diritto e della politica, il criterio di solidarietà deve continuamente allargare i propri confini per riempire le forme sempre nuove che assume la politica. Se fino agli anni Settanta essa riguarda essenzialmente la sfera dello Stato – definito perciò, con un termine inadeguato e restrittivo, “assistenziale” – già dopo un decennio deve misurarsi con i processi di globalizzazione.

Ma proprio qui sta la difficoltà. È possibile trasferire la solidarietà dall’ambito nazionale a quello globale? Come superare le differenze che la globalizzazione non riduce, ma intensifica? Cosa può significare una solidarietà di tipo cosmopolitico? Come Rodotà ben dimostra con una fitta serie di rimandi ai Trattati e alle Carte costituzionali, in politica i processi di allargamento della cittadinanza non sono mai lineari. Anzi spesso subiscono intoppi e strappi che li mettono radicalmente in questione. A partire dall’Europa, vincolata a politiche di austerità che tendono inevitabilmente a schiacciare i membri più deboli sulla parete di un debito impossibile da scalare.

Quella che oggi è in corso è una vera battaglia che attraversa i confini degli Stati lungo faglie transnazionali. Da un lato coloro che rivendicano una costituzionalizzazione della solidarietà mediante politiche capaci di ridurre lo scarto tra privilegi degli uni e sacrifici degli altri; dall’altro le grandi centrali finanziarie che cercano di neutralizzare lo stesso principio di solidarietà, limitandone gli effetti, riducendone la portata, spoliticizzandone gli strumenti.

Un punto di resistenza a tale riduzione è costituito, per Rodotà, dalla categoria di “persona”, valida per ciascuno e chiunque, al di là della sua specifica condizione. E perciò paradossalmente coincidente con il principio di impersonalità. Il fatto che, ad esempio, nelle donazioni di organi o del seme, il donatario non debba conoscere l’identità del donatore, costituisce il culmine dell’atto di solidarietà. Se a donare è sempre una persona ad un’altra persona, a proteggere quel dono da qualsiasi tipo di interesse personale è la sua modalità anonima ed impersonale. Come ricorda Rodotà, all’origine della nostra storia il mistero di questo eccesso è narrato nella parabola del samaritano: la vera solidarietà non sta nell’amore del prossimo e del conosciuto, ma dello straniero e dello sconosciuto.

da Repubblica                                     24 novembre 2014

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