Comunicato dei compagni curdi su massacro di Parigi

La KCK, piattaforma politica che riunisce le organizzazioni curde compreso il PKK, ha diramato un comunicato sull’attacco terroristico negli uffici della rivista Charlie Hebdo a Parigi. Di seguito il testo della dichiarazione.

ALLA STAMPA E ALL’OPINIONE PUBBLICA
Noi condanniamo con forza l’attacco e il massacro condotto da criminali fascisti contro la rivista settimanale satirica e offriamo le nostre più profonde condoglianze alle famiglie ed ai parenti delle vittime ,alla stampa francese e al popolo francese.

I criminali fascisti, che da lungo assediano tutti i popoli del Medio Oriente in particolare i curdi, hanno questa volta condotto un massacro a Parigi nel cuore dell’Europa. Questo attacco è finalizzato ad intimidire la consapevole opinione pubblica d’Europa.

Quelli che hanno compiuto il massacro di Charlie Hebdo sono gli assassini che hanno sulle loro mani il sangue dei curdi, degli yezidi, degli arabi, degli assiri, dei turcomanni, dei siriaci e di molti altri gruppi etnici e religiosi .

Questa mentalità fascista nemica dei popoli e delle culture è cresciuta nel letamaio delle forze egemoniche ed è diventata una spina nel fianco di tutta l’umanità.

I curdi e il movimento di liberazione curdo stanno effettuando la più determinata e valorosa lotta contro queste forze in Medio Oriente, in particolare a Shengal (Sinjar) e a Kobani.

Chiediamo a tutti i popoli europei e a tutta l’umanità insieme ai curdi e ad i popoli del Medio Oriente di intensificare la lotta congiunta contro questi criminali fascisti nemici dell’umanità.

La CO-PRESIDENZA DEL KCK

fonte Rete Kurdistan Italia 8 Gennaio 2015

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Atene, Kobane e Tunisi di Francesco Piobbichi

Al di là dell’esito che avranno le prossime elezioni in Grecia, è chiaro che queste segnano un passaggio storico molto significativo per quanto riguarda la politica in Europa. Per la prima volta, si apre la possibilità di andare al Governo per una formazione che si pone in netta contrarietà alle ricette liberiste. La grande coalizione liberista dell’austerity che governa l’Europa, rischia la sua prima vera sconfitta, non per opera della destra populista ma per una forza che proviene dalla sinistra radicale e che si presenta con un programma incompatibile con la linea della Merkel. A questo va aggiunto che forze aderenti alla sinistra europea sono prime nei sondaggi anche in Irlanda e in Spagna. Dopo decenni di egemonia liberista in Europa si apre una nuova fase nella quale avremo modo di verificare le nostre proposte.

In questa fase, oltre che sostenere Syriza e la sua lotta in una nuova forma di internazionalismo solidale, abbiamo tutti quanti un compito importante: non solo rompere le ricette liberiste nazione per nazione, ma descrivere un orizzonte possibile al di fuori di queste, su un piano intercontinentale. Così come la vicenda greca ci mostra come sia possibile sul piano nazionale riaprire il dibattito sul recupero della sovranità e della democrazia, oggi svuotata dall’autoritarismo liberista, sul piano politico ci indica un terreno sul quale riflettere una volta per tutte: come la rivolta sociale di piazza alla Troika e le pratiche di mutualismo solidale, siano servite per far crescere sul piano politico generale, un movimento politico dotato di un programma credibile. La Sinistra Europea propone nel suo programma le stesse ricette di Syriza: una conferenza continentale sul debito, un new deal continentale basato sullo stop alle privatizzazioni ed ai licenziamenti, il rilancio degli investimenti pubblici e del welfare, un ruolo differente della BCE che funzionerebbe come polmone finanziario per le politiche pubbliche e la riduzione delle spese militari. Noi non sappiamo di preciso come andranno a finire le elezioni in Grecia e che effetto avranno in Europa, ma prendiamo atto che sul piano politico generale si sta affermando una dialettica tra il basso e l’alto e che la lotta popolare contro i ricchi e gli speculatori è un’alternativa concreta alla guerra tra poveri.

Siamo sicuri però che sul piano continentale sia semplicemente l’Europa il luogo in cui collocare le nostre proposte? Penso che uno dei problemi maggiori che la sinistra in Europa ha avuto – e ancora dimostra di avere – sia il suo carattere euro centrista. Un elemento questo che è bene scrollarsi di dosso quanto prima. In questi anni di lavoro sul tema dei migranti, da Nardò a Lampedusa, ho avuto modo di indagare e riflettere sulle cause delle migrazioni e sulla loro composizione sociale. Su un elemento in particolare mi pare fondamentale riflettere insieme: il tasso di disoccupazione dei paesi della sponda sud del mediterraneo rispetto al fattore anagrafico. Un aspetto questo che ci annuncia che nei prossimi anni una enorme fetta della popolazione giovanile si ritroverà disoccupata nel proprio paese di origine.

Questo dato di disoccupazione strutturale crescente, aggravato dalle migrazioni provocate da guerre permanenti, è all’origine di uno dei fenomeni migratori più grandi che l’umanità abbia mai conosciuto dal dopoguerra ad oggi. L’Europa liberista dopo aver saccheggiato interi continenti, si appresta ora ad affrontare questo fenomeno epocale semplicemente offrendo ai paesi della sponda sud del mediterraneo strumenti tecnici e militari per bloccarlo, fregandosene delle stragi che questo fenomeno sta provocando. Ad oggi non esiste uno spazio pubblico sufficiente per aggredire politicamente una discussione in questo senso e di questa portata; mi auguro però che il prossimo forum sociale di Tunisi possa diventarlo.

Nonostante questa assenza, occorre avere il coraggio di provare a porre la questione politica, cercando di definire un pensiero sul Mediterraneo in grado di aggredire non semplicemente il ruolo svolto dalla BCE in Europa, ma anche il ruolo svolto in questo spazio geopolitico dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, e più in generale, il perverso rapporto che in questi anni si è sviluppato tra processi liberisti e cooperazione economica/militare che spesso sono all’origine dei fattori destabilizzanti per quest’area geopolitica. Le premesse per elaborare una programma comune della sinistra antiliberista, attuabile sia dai governi nazionali che in uno spazio intercontinentale tra la sponda nord e quella del sud del Mediterraneo esistono tutte, come esiste una soggettività sociale che sarebbe sensibile a queste proposte composta da milioni di disoccupati.

Così come in Europa stiamo lavorando contro il liberismo e il populismo, altrettanto dovremo fare allora nello spazio mediterraneo, cercando di costruire un’alternativa sociale e politica a liberismo e fondamentalismo. In questi mesi il popolo curdo ci ha insegnato non solo come si combatte ma anche come si può pensare in grande, mentre negli scorsi anni quello greco ci ha dimostrato nelle piazze che cosa sia la dignità e la resistenza contro l’occupazione liberista. Atene e Kobane non sono collegate dal mare, ma alla fine sono più vicine di quanto pensiamo.

da TUTTI I COLORI DEL ROSSO News Letter del 6 gennaio 2015

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2015: pane al pane e vino al vino, di Giulietto Chiesa

Una previsione facile facile: il 2015 sarà sicuramente peggiore del 2014. In compenso sarà migliore del 2016. Abbiamo finito l’anno sotto il segno del patto di stabilità. Che è quello che precede la stabilità definitiva, il rigor mortis, l’immobilità che accompagna la dipartita. Il Paese è allo sfacelo: industriale, tecnologico, organizzativo, morale. Il Jobs act è espressione misteriosa nei suoi dettagli esecutivi, ma chiarissima nel suo significato finale, nel “vettore di uscita”: licenziamenti sempre più facili, introduzione per legge del diritto dei padroni di licenziare i dipendenti. E, cosa ancora più strategicamente importante: eliminazione di fatto della contrattazione collettiva. Così ogni lavoratore è solo contro chi gli dovrebbe dare lavoro. Cioè impossibilitato a difendersi. In questo modo un’altra fetta importante del reddito nazionale sarà trasferita dai più poveri ai più ricchi. Ovvio che “crescere”, in questa prospettiva, sarà impossibile, poiché la massa di denaro che viene sottratta ai più poveri equivarrà a ridurre la massa di denaro destinata ai consumi (essendo evidente che i più ricchi non potranno, neanche se volessero, spendere il troppo che hanno a disposizione).

Che equivale a tagliare il ramo su cui si è seduti. Ma aspettarsi da questi signori una visione strategica è come sperare nella Befana. Tutti potrebbero capirlo, ma il fatto è che la gente comune non ha letto Aristotele, e quindi non sa che è impossibile che chi è troppo ricco “segua i dettami della ragione”. Chi è ricco vuole sempre essere “più ricco”. Solo i poveri pensano che si accontenterebbero se fossero ricchi: appunto perché non sono ricchi! I dati lo dimostrano. Nell’ultimo decennio il 10% del reddito nazionale è stato prelevato dalle tasche dei più poveri per andare ai più ricchi. E non basta perché ne vogliono ancora di più. Una specie di bulimia invincibile. Renzi è il loro uomo. L’hanno portato al potere con il consenso del 40% degli italiani. Non è vero per niente, ma questo lo pensano tutti. In primo luogo i giornalisti e i commentatori. In realtà Renzi l’ha scelto meno del 20% degli italiani. Ma, in virtù della legge elettorale, il suo potere è praticamente assoluto.

Ecco perché il 2015 sarà peggiore del 2014: perché gli italiani non hanno letto Aristotele (“La Politica”), laddove dice che “le Costituzioni rette sono quelle che hanno di mira il bene comune”. A parte l’espressione comica dell’”avere di mira” che fa venire in mente un cecchino, che sta sparando sul “bene comune”, è chiaro cosa Aristotele intendeva dire: tenetevi una Costituzione Retta, se già ce l’avete, altrimenti vi verrà data una Costituzione Storta, che è quella che ha di mira l’estensione della ricchezza e del potere dei più ricchi. E’ proprio quello che è accaduto: avevamo un Costituzione Retta, e ce la siamo fatta scippare. Non c’è già più, sostituita da una Costituzione Storta. Dove la gente non ha più non solo un reddito accettabile, ma nemmeno gli strumenti per difendersi. La gente, le masse, sono state trasformate in individui isolati, in monadi sole, che si specchiano nello schermo di un computer, o di un televisore. Epicuro, l’inventore dell’idea di monade, è morto da tempo e non c’è nessuno che spieghi alle genti che, se vogliono liberarsi, dovranno aprire una finestra e guardare fuori da se stessi. Sembra – stando a uno studio di Tullio De Mauro – che un discreto 40% di italiani (che sanno tutti leggere e scrivere) non sia più in grado di capire bene quello che legge e, soprattutto, quello che vede in tv. Così tu credi di comunicare, ma nessuno ti capisce. Altro che finestre da aprire!

Che fare nel 2015? Cambiare il vocabolario odierno e tornare a quello di prima. Quello con cui fu scritta la Costituzione Retta del 1948. Per esempio, con quel vocabolario si potevano dire cose semplici e comprensibili. Come questa: i nani proprietari universali, cioè i banchieri, ci stanno portando in guerra. La gente ancora capisce cosa significa guerra. Banchiere è cosa nota. Nano è un po’ più difficile da capire, essendo una metafora. Ma s’intende qui “nano intellettuale”, cioè persona che capisce poco quello che fa e dice lui stesso.

Questi vogliono fare la guerra perché sanno che il loro castello di carte si sta rompendo. E pensano che con la guerra, che tutto distrugge, noi non ci accorgeremo di niente. Cosa pensate a proposito del prezzo del petrolio? Che scenda perché lo dicono le leggi del mercato? Niente affatto. Non ci sono leggi di mercato in questo casino che affonda. Scende perché Washington vuole abbattere la Russia e l’Iran e poi andare all’assalto di Pechino. E’ una dichiarazione di guerra “di carta”, dove brucerà molta carta (i nostri risparmi), prima di trasformarsi in una guerra vera, con armi del tutto nuove che noi non conosciamo nemmeno. Loro pensano di salvarsi, perché sanno che saranno le genti, cioè noi, che ci romperemo per primi l’osso del collo. Il che è vero, verissimo. Ecco perché ci serve, urgentemente, il vecchio vocabolario dove le parole erano italiane e chiare. Dove se dicevi “fuori” voleva dire fuori. Ecco io propongo che il 2015 dica: “fuori l’Italia dalla Nato e fuori la Nato dall’Europa”.

Cominciamo da qui. In guerra ci vadano loro. Noi non abbiamo nemici e abbiamo ancora qualche pezzo di una Costituzione Retta da difendere, per esempio l’articolo 11. Spendiamo 70 milioni di euro al giorno (ho scritto “al giorno”) per tenere in piedi una Difesa che non serve a nulla. Cioè che serve a “loro”. In caso di guerra non reggerebbe dieci minuti. Quei denari potremmo usarli per sviluppare l’agricoltura, e l’industria, e la scuola e moltiplicare i posti di lavoro. Magari non ci riusciamo, perché siamo monadi un po’ istupidite, ma non è che siamo – collettivamente intesi – peggio dei nani di cui sopra. In ogni caso, se aprissimo qualche finestra, almeno il giro sulla giostra attorno al sole sarebbe più bello, avrebbe un senso per noi e i nostri figli. Sarebbe un buon anno, invece che “il loro anno”.

da TUTTI I COLORI DEL ROSSO News Letter del 6 gennaio 2015

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Cuba e il potere di menzogna dei nostri media, di Raul Mordenti (riduzione e adattamento redazionale)

La stampa più servile e menzognera del mondo, quella italiana, ha nascosto da sempre la verità sul criminale “bloqueo” statunitense di Cuba. Di questo terribile potere di menzogna abbiamo avuto una riprova clamorosa in occasione dell’avvio (si tratta solo di un avvio) di un processo di pace fra gli Stati Uniti e Cuba. Ora quella stessa stampa cerca di presentare l’ammissione della sconfitta da parte di Obama come se fosse una sconfitta della rivoluzione cubana. Che cosa è successo in realtà? E cosa ne ha detto la grande stampa italiana?

È successo che gli Stati Uniti, dopo oltre mezzo secolo, hanno semplicemente riconosciuto la loro sconfitta, come hanno dovuto fare anni fa in Vietnam. Obama ha dichiarato testualmente: “Decenni di isolamento di Cuba da parte degli Usa non sono riusciti a realizzare il nostro obiettivo: oggi, come nel 1961, Cuba è governata dai Castro e dal Partito comunista.” Il che non significa, ovviamente, che Obama sia diventato un rivoluzionario cubano; significa solo (e non è poco) che egli si impegna a combattere la rivoluzione con metodi meno infami del bloqueo, del terrorismo e dell’ingerenza negli affari interni di Cuba.

In realtà Obama nasconde, e non può non nascondere, che cosa effettivamente hanno fatto dal 1959 ad oggi gli Stati Uniti per “realizzare il loro obiettivo”: il furto da parte degli uomini del dittatore Batista di tutte le riserve auree della Banca di Cuba (mai restituite e depositate nelle banche USA), una invasione armata alla Baia dei Porci (aprile 1961) respinta dal popolo cubano in armi, decine e decine di attentati alla vita di Fidel Castro, una continua serie di atti terroristici a Cuba e di bombe sugli aerei cubani, foraggiata e organizzata direttamente dalla CIA (che ha ucciso 3.478 persone e – fra gli altri – il nostro concittadino Di Celmo) e perfino numerosi episodi di criminale guerra batteriologica e biologica (come nel 1981 l’epidemia di dengue emorragica, che provocò 300.000 casi, 158 morti fra cui 106 bambini), per non dire della continua “guerra mediatica” (radio e Tv della mafia cubano-americana puntate sull’isola) e dei massicci foraggiamenti a spie e controrivoluzionari di ogni tipo e in ogni parte del mondo, Italia compresa.

Ma la vera aggressione statunitense è la “guerra economica” cioè l’embargo, che i cubani chiamano bloqueo.
Di cosa si tratta? Poiché la stampa padronale non ne ha mai parlato per cinquant’anni, e continua a non parlarne adesso, ci sembra giusto ripetere qui alcuni dati. Con una serie di leggi sempre più ostili e aggressive, iniziate il 3 febbraio 1962 (presidenza Kennedy) e culminate nella Legge Helms-Burton del 1996 (presidenza Clinton), gli Stati Uniti non solo hanno impedito qualsiasi rapporto economico e commerciale fra Cuba e gli USA e le imprese statunitense ma – comportandosi da veri padroni del mondo quali si sentono e sono – hanno proibito anche alle imprese di qualsiasi altro paese del mondo di commerciare con Cuba; chi osa disobbedire subisce la punizione di non poter avere più rapporti con gli USA. Insomma se una nave attracca in un porto cubano nessuna nave di quell’armatore potrà più attraccare in un porto statunitense, idem per gli aerei e le compagnie aeree; così anche l’aspirina, essendo la Bayer partecipata dal capitale USA, non può essere venduta a Cuba, e tale proibizione è particolarmente criminale nel caso dei medicinali, anche quelli salvavita o per i bambini. Questo vale anche per l’uso del dollaro come moneta delle transazioni internazionali, per il petrolio (di cui Cuba è povera), per il software, per i rapporti scientifici e culturali, per i macchinari e i pezzi di ricambio, e così via. In questo modo Cuba è costretta – nel migliore dei casi – a far fare alle merci che importa o che esporta un giro lunghissimo per il mondo, con un aggravio di spesa di circa il 30%, mentre il totale del danno arrecato all’economia della piccola isola è stato calcolato pari a 120.000 milioni di dollari.

Si noti che il bloqueo rappresenta una violazione flagrante non solo del diritto internazionale ma anche della sovranità degli Stati che subiscono i diktat statunitensi; e infatti l’ONU ha condannato decine di volte il bloqueo, l’ultima volta nel 2013 con ben 188 voti a favore e solo 2 contrari (USA e Israele). Perfino tre staterelli servi degli USA (Palau, Isole Marshall e Micronesia) che le volte precedenti avevano votato con i loro padroni, questa volta si sono astenuti; forse si sono vergognati. L’intento di questo crimine internazionale chiamato bloqueo è stato più volte chiarito dagli stessi governanti USA. Così si legge in un documento del Dipartimento di Stato (a firma di L.D. Mallory): “la maggioranza dei cubani appoggia Castro (…) non esiste un’opposizione politica effettiva (…) l’unico mezzo prevedibile per alienare l’appoggio interno è attraverso il malcontento e la sfiducia basati sull’insoddisfazione e sulle difficoltà economiche (…) Si deve utilizzare subito qualunque mezzo concepibile per debilitare la vita economica di Cuba (…) La linea di azione che avrebbe maggiore impatto è quella di negare denaro e forniture a Cuba per diminuire i salari reali e monetari al fine di provocare fame e disperazione e l’abbattimento del Governo”. Criminali, ma almeno sinceri.

Noi non possiamo non domandarci: cosa sarebbe diventata l’economia socialista cubana senza la colossale taglia del bloqueo? Senza l’incremento artificiale del 30% su ogni transazione? Potendo disporre per lo sviluppo del paese e il benessere della popolazione dei 120.000 milioni di dollari sottratti dal bloqueo? Gli USA non possono tollerare che il socialismo significhi agli occhi delle masse (specie latinoamericane) un esempio praticabile di prosperità e giustizia. Affinché le masse continuino ad obbedire al capitale il socialismo deve essere presentato loro come sinonimo di fame e miseria, ma poiché queste non sono affatto le conseguenze del socialismo cubano, ecco che fame e miseria debbono essere provocate artificialmente, dall’esterno, con ogni mezzo. Avete mai letto sulla nostra libera stampa queste informazioni sul bloqueo?

In realtà Cuba non ha ceduto di un millimetro nella sua decisione collettiva di costruire il socialismo elaborando un modello cubano, sulla strada aperta da Fidel e dal Che e ora incarnata da Raùl e dalla giovane leadership che lo circonda, tutta nata e formatasi dopo il trionfo della rivoluzione. Se ne facciano tutti una ragione.

da TUTTI I COLORI DEL ROSSO News Letter del 6 gennaio 2015

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Il colpo di Stato della CIA in Ucraina, di Oliver Stone

“Ho intervistato Viktor Yanukovych per quattro ore a Mosca per un nuovo documentario in lingua inglese prodotto da ucraini. E’ stato il legittimo presidente dell’Ucraina fino a quando improvvisamente è stato rimosso il 22 febbraio di quest’anno.
Racconterò i dettagli nel documentario, ma sembra chiaro che i cosiddetti “tiratori” che hanno ucciso 14 uomini della polizia, ne hanno feriti circa 85 e hanno assassinato 45 civili che protestavano, erano provocatori infiltrati dall’estero. Molti testimoni, tra cui Yanukovich e funzionari di polizia, credono che questi individui stranieri siano stati introdotti da gruppi filo-occidentali con lo zampino della CIA.
Ricordate il cambio di regime/colpo di stato del 2002, quando Chavez è stato temporaneamente estromesso, dopo che manifestanti pro- e anti-Chavez erano stati colpiti da misteriosi cecchini nascosti in palazzine di uffici? Assomiglia anche alla tecnica usata all’inizio di quest’anno in Venezuela quando il governo legalmente eletto di Maduro è stato quasi rovesciato con l’uso di violenza mirata contro i manifestanti anti-Maduro.
Basta creare un bel po’ di caos, come ha fatto la CIA in Iran nel ’53, in Cile nel ’73 e in innumerevoli altri colpi di stato e il governo legittimo può essere rovesciato.
E’ la tecnica del soft power americano noto come “Regime Change 101”.
In questo caso il “massacro del Maidan” è stato descritto dai media occidentali come il risultato dell’instabile, brutale governo filorusso di Yanukovich. Bisogna ricordare che Yanukovich il 21 febbraio fece un accordo con i partiti di opposizione e tre ministri degli esteri dell’UE – che volevano sbarazzarsi di lui andando a elezioni anticipate.
Il giorno dopo il patto era già senza più valore, quando gruppi radicali neonazisti armati fino ai denti costrinsero Yanukovych a fuggire dal paese dopo ripetuti tentativi di assassinio. Il giorno successivo è stato varato un nuovo governo filo-occidentale, immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti (come nel golpe contro Chavez 2002). Una storia sporca in tutto e per tutto, ma nel tragico seguito di questo colpo di stato, l’Occidente ha raccontato la versione dominante, quella della “Russia in Crimea”. Mentre la vera versione è “gli USA in Ucraina”.
La verità non va in onda in Occidente. Si tratta di una manipolazione surreale della storia che si sta verificando ancora una volta , come durante la campagna elettorale di Bush pre-Iraq, quella delle armi di distruzione di massa. Ma credo che la verità verrà finalmente fuori in Occidente, mi auguro in tempo per fermare un’ulteriore follia. Per una comprensione più ampia, si veda l’analisi di Pepe Escobar “Un nuovo arco di instabilità in Europa” che indica la crescente instabilità nel 2015, in quanto gli Stati Uniti non possono tollerare l’idea di una qualsiasi entità economica rivale. Si rimanda anche alla decima puntata de “La Storia mai raccontata”, dove discutiamo i danni degli imperi coloniali del passato, che non hanno permesso la nascita di paesi economicamente competitivi.” Oliver Stone

da www.beppegrillo.it 2 gennaio 2015

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