Il mobbing cresce ma non si dice (di Simona Ghizzoni)

Pressioni. Ricatti. Minacce. La crisi e i tagli nelle aziende fanno aumentare le malattie psicologiche di origine professionale. La politica però non se ne occupa. E c’è chi accusa: ora,con il Jobs Act, andrà anche peggio.

Di mobbing, parola mutuata una ventina d’anni fa dall’inglese per indicare i diversi tipi di molestie morali e di soprusi esistenti sul lavoro, in Italia non si parla più. La politica, dopo aver promesso per anni una legge apposita, ha rimosso la questione, facendo del nostro uno dei pochi Paesi europei senza una norma sul tema; i medici del lavoro, che all’inizio dello scorso decennio avevano per primi sollevato il problema, sono sempre più invitati a occuparsi d’altro per non penalizzare la propria carriera; e l’Inail non riconosce più come “malattia lavorativa” le patologie psicofisiche determinate da mobbing, dopo una sentenza del Tar del Lazio frutto di un ricorso di Confindustria. Di mobbing non si parla, però lo si pratica: lo stress patologico determinato da vessazioni dei superiori o dall’eccesso di pressioni sul lavoro, dicono i giuslavoristi e gli psichiatri che se ne occupano, non solo non è scomparso ma è in aumento, in tempo di crisi e di flessibilità. E se la legge sul mobbing è stata dimenticata, in compenso è arrivata la norma che concede alle aziende la libertà di demansionare un dipendente, insieme alla possibilità di controllarlo a distanza con le nuove tecnologie. Entrambe le novità hanno avuto un’eco ridotta, dato che il confronto sul Jobs Act si è concentrato sull’articolo 18; ma sia il demansionamento sia il telecontrollo riguarderanno tutti i lavoratori dipendenti, non solo i neoassunti, quindi cambieranno le condizioni di lavoro per milioni di persone.

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La Perequazione delle Pensioni

La sentenza della Consulta che dichiarava illegittimo il provvedimento contenuto nella riforma Fornero che stabiliva il blocco della rivalutazioni delle pensioni superiori a 3 volte la pensione minima, ha scatenato una sequenza infinita di trasmissioni, confronti, dibattiti, articoli sul tema. In alcune trasmissioni sono intervenuti nostri Associati che hanno fatto del loro meglio per difendere i diritti dei pensionati lesi da quel provvedimento, diritti che la Consulta ha correttamente tutelato nel rispetto del dettato Costituzionale.
Come avviene di norma in questi casi la stragrande maggioranza dei conduttori televisivi e degli opinionisti si sono decisamente schierati dalla parte delle presunte ragioni del Governo confezionando trasmissioni nelle quali l’obiettivo prioritario consisteva nell’individuare il nemico del momento, i pensionati egoisti che non erano disposti a rinunciare ai loro privilegi per favorire i giovani precari, disoccupati che non avranno una pensione nella loro vecchiaia. Indipendentemente dal Governo in carica la logica della stragrande maggioranza del sistema mediatico è sempre la stessa: scendere in campo a sostegno del manovratore di turno. E’ stato così quando si sono contrapposti i padri egoisti, non disposti a lavorare qualche anni in più, contro i figli senza futuro, le donne che pretendevano di poter continuare ad andare in pensione prima degli uomini, i lavoratori garantiti con i loro privilegi negati ai giovani precari, i lavoratori pubblici con i loro privilegi rispetto ai dipendenti privati, ecc. Ad una ad una tutte le categorie sono state singolarmente criminalizzate e messe all’indice al fine di indebolirle e poterle colpire con l’approvazione della pubblica opinione.
I risultati sono stati evidenti: meno diritti per tutti, dipendenti pubblici e privati, donne e uomini in età matura, disoccupati e senza reddito, costretti ad attendere anni per poter accedere alla pensione, giovani sempre più precari e senza futuro.
Dobbiamo correggerci, tutte le categorie sono state colpite duramente tranne quelle dei soliti noti: rappresentanti della politica istituzionale, grand commis, boiardi di Stato, evasori fiscali e contributivi, corrotti e corruttori. Toccare questi interessi appare sempre una sfida insuperabile. Molto più facile alimentare la confusione nella pubblica opinione, creare di volta in volta il capro espiatorio contro il quale accanirsi secondo la vecchissima logica del divide et impera.
Atdal Over40 si è come sempre impegnata nel cercare di fare chiarezza e difendere la ragioni dei pensionati, vittime sacrificali del momento. Lo abbiamo fatto oltre che con la presenza in alcune trasmissioni televisive, con articoli e lettere inviate a quotidiani, giornalisti ed opinionisti.
Naturalmente le decisioni assunte dal Governo in tema di perequazione delle pensioni hanno bellamente ignorato il senso e i contenuti della sentenza della Consulta in ennesimo spregio della Costituzione. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che la Costituzione e le regole democratiche vengono considerati fastidiosi ostacoli da abbattere in nome di un decisionismo le cui conseguenze nefaste ricadono sulla pelle di tanti cittadini e di tanti lavoratori.

da Newsletter Atdal Over 40 Centro – Nord 29 maggio 2015

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Il peggior difetto di chi si crede furbo…è pensare che gli altri siano stupidi

E alla fine è arrivato qualcuno che ha castigato il furbo Renzi: lui che è il gran maestro dell’ aria fritta, del gioco delle tre carte, del rivoltare la frittata, per usare espressioni popolari, lui democristiano dell’ ultima ora, è stato messo nel sacco da una democristiana della prima ora, Rosy Bindi, decana di mille battaglie, politica di lungo corso e scaltra quanto basta per fotterlo.

Infatti è inutile che le geremiadi del Pd protestino, perché i componenti la commisione Antimafia hanno saputo all’ultimo momento, cioè al momento della lettura della lista degli impresentabili, che il primo della lista appunto era De Luca, sindaco di Salerno.

Se la notizia fosse trapelata prima, i servitorelli di Renzi nella commisione Antimafia avrebbero provveduto ad avvertire il capo, che avrebbe bloccato l’operazione. Ora che la bomba è scoppiata, tutti i “duri e puri” della politica italiana M5S, Sel, Lega, Fratelli d’ Italia farebbero bene a prendere le parti di Rosy Bindi, a non lasciarla da sola nell’ impari lotta con il dittatorello, fautore del partito della nazione…del malaffare!

 

 

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L’ aggressione fascista …

L’aggressione fascista contro l’umanità si esprime attraverso l’eliminazione della sovranità nazionale, grazie a un tipo di tirannia capitalistica conosciuta come globalizzazione, che di per sé è semplicemente un altro termine per impero. È questo che volete per il vostro Paese? (Daniel Estulin, 2009)

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Autonomia scolastica e mercificazione (di Simone Lanza)

Il testo completo con i riferimenti bibliografici su
https://globildung.wordpress.com/2015/05/07/autonomia-scolastica-e-mercificazione/

Nico Hirtt – che l’autore di questo articolo ha intervistato – è un insegnante, sindacalista, marxista, ricercatore, speaker ai Word Social Forum, docente in fisica e matematica in Belgio, membro fondatore del APED (Appello per una scuola democratica), editore del trimestrale della rivista Ecole democratique e autore di diversi libri sulla mercificazione e privatizzazione della scuola.

Da oltre 30 anni dietro le riforme della scuola si nascondono in tutto il globo tendenze simili con tre scopi: creare un mercato mondiale dell’istruzione, mercificare l’istruzione e far emergere i mercati delle tecnologie informatiche. Nico Hirtt ha già descritto brevemente la creazione del mercato mondiale dell’istruzione, ma la scuola al servizio del mercato è aspetto da distinguere dalle privatizzazioni: è il motivo per cui oggi non si parla più di democrazia ed equità di accesso all’istruzione ma si parla di efficienza dei sistemi di istruzione.

Questa mercificazione si realizza non solo nelle scuole private ma soprattutto nelle scuole pubbliche del globo. Quando si guardano i documenti degli anni 90 pubblicati dalla Commissione Europea e da tutti quegli uffici che ne fanno capo, si può riscontrare come gli obiettivi di insegnamento siano esclusivamente al servizio della competizione delle imprese: siamo al servizio della competitività e della formazione del capitale umano.

Secondo Hirtt: “In molti paesi europei la revisione dei programmi di insegnamento ha comportato che i contenuti che non sono strettamente collegati con una utilità diretta al mercato del lavoro, siano stati a poco a poco scartati a beneficio di obiettivi di insegnamento centrati sulle capacità richieste dal mercato del lavoro; viene scartato cioè tutto ciò che non ha ricadute positive sullo sviluppo delle competenze reclamate dai datori di lavoro e dal mercato del lavoro. Viene scartato tutto ciò che non ha a che vedere con la flessibilità e che non sia spendibile come competenza sul mercato del lavoro.”

La crisi finanziaria degli stati degli ultimi anni non solo aiuta la privatizzazione, ma incoraggia anche il processo della mercificazione nel senso richiesto dalle imprese. Gli stati hanno sempre meno soldi perché sono coinvolti in una lotta globale tra di loro per la defiscalizzazione e devono attirare investimenti. Dal momento che gli stati dispongono di meno soldi ci sono due conseguenze. La prima è che il minor finanziamento dell’insegnamento pubblico rende più attraente l’insegnamento privato perché i genitori che hanno soldi iniziano a vedere che la scuola pubblica ha sempre meno risorse e iniziano a rivolgersi al privato.

C’è però un altro aspetto, spiega Hirtt: “Il deficit dei mezzi finanziari degli stati spinge i responsabili politici – e in primo luogo quelli che ascoltano le consegne degli uffici politici della OMC e altri organismi internazionali come la Banca Mondiale – a rendere gli investimenti il più possibile proficui e fruttuosi, che ai loro occhi significa concentrasi su missioni prioritarie. Nel contesto di crisi economica, le missioni prioritarie sono quelle che permettono di mettere le scuole al servizio della competizione economica. E’ per questo che la parola efficienza nella scuola è divenuta parola corrente, anzi moneta corrente: l’efficienza è una parola che non manca mai nei discorsi sulla scuola; oggi non si parla più di democrazia ed equità dell’accesso al sapere ma si parla di efficienza.”

Per misurare l’efficienza (con risorse economiche sempre più scarse) si è messa a disposizione tutta una batteria di strumenti; così si misurano le competenze acquisite a livello internazionale con i test PISA e a livello locale (Italia) con gli INVALSI per vedere di rendere efficaci anche sistemi che hanno pochi soldi. Anche per questo (oltre che per le privatizzazioni) l’autonomia scolastica è strategicamente importante.

Secondo Hirtt: “L’autonomia scolastica, dal momento che partecipa ai processi di deregolamentazione e decentralizzazione della scuola e del sistema di istruzione, ne condivide due obiettivi: il primo è che delegando al potere locale, o a un livello inferiore, si rende più facile la gestione dell’austerità, la gestione di una politica di riduzione dei mezzi economici. Ma poi c’è un altro obiettivo che forse è più legato al mercato del lavoro: è sempre più difficile prevedere quelle che saranno le qualifiche, i saperi, le competenze che saranno necessari tra 10 anni o 20 anni sul mercato del lavoro, perché siamo in un mercato del lavoro molto più imprevedibile di quello di 20 o 30 anni fa. E quindi questa imprevedibilità comporta una flessibilità, anche dei ‘prodotti’ che escono dal mercato educativo, cioè dei lavoratori.”

La flessibilità è al centro delle riflessioni di chi prende decisioni sull’istruzione. Abbiamo visto come Hirtt segnali proprio nella potente lobby padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT), che ha fatto pressioni sulla Commissione Europea sull’insegnamento, l’origine delle linee di politica europea dell’istruzione. Uno dei modi di assicurarsi la flessibilità è di sostituire – Hirtt riprende proprio le parole di un rapporto della Banca Mondiale – “sostituire la pesante grande nave da carico dell’apparato statale dell’istruzione nazionale con una flotta di tanti piccoli vascelli in mutua concorrenza”. Scuole autonome che, proprio perché sono in concorrenza tra di loro, avranno la tendenza spontanea ad adattarsi più facilmente e più velocemente alle attese del contesto economico.

Rese autonome e povere, staccate dai pesanti apparati burocratici, le scuole del nuovo millennio sono pronte per essere messe nel mercato mondiale. Faranno la pubblicità a qualsiasi azienda pur di avere come elemosina qualche computerino. Le aziende hanno così, come già negli Stati Uniti da parecchi anni, le porte spalancate perché, per qualche soldo, le scuole hanno molto da offrire: cervello fresco di bambino da bombardare con pubblicità. Schor (Nati per comprare, salviamo i nostri figli dalla pubblicità, Milano: Apogeo, 2005) ha descritto l’invasione delle pubblicità nelle scuole degli USA, ma in casa nostra Laffi (La congiura contro i giovani, crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Milano: Feltrinelli, 2014) ha ragione di preoccuparsi, quando, uscito da un convegno di Kids Marketing, ha scoperto che la scuola è il più ambito obiettivo degli specialisti di marketing.

TUTTI I COLORI DEL ROSSO
News Letter del 10 maggio 2015

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Il tentativo di delegittimazione di Varoufakis (di Alfonso Gianni)

Non c’è una trattativa più sbilanciata di quella in corso fra paesi dell’Eurozona e la Grecia attorno al tema del debito sovrano di quest’ultima. Il paese ellenico è solo e ne ha contro 18. Per motivi diversi, certamente. Ma tutti hanno interesse – anche se questo è dettato da miopia politica, oltre che da cattiva scienza economica – che la soluzione proposta dalla Grecia non passi. La Germania vedrebbe intaccata la sua supremazia sul resto della Ue e gli elettori tedeschi potrebbero farla pagare persino alla potentissima Merkel.

La Francia, che fa la voce grossa con gli altri, mentre per sé chiede e ottiene tolleranza nello sforamento dei vincoli di Maastricht, vedrebbe messo a nudo il proprio gioco. Spagna, Portogallo e anche Italia si troverebbero in difficoltà a spiegare ai propri cittadini le virtù delle politiche di austerità e le destre al potere nei primi due paesi rischierebbero grosso nelle prossime elezioni. Gli altri new-entry dell’est europeo vedrebbero messa in discussione la loro fedeltà da parvenu ai dettami del neoliberismo.

Sull’altro versante il nuovo governo greco è supportato solo da un forte sostegno interno da parte del proprio popolo e da una solidarietà internazionale che sta crescendo, anche se, per la verità, non con l’impetuosità che sarebbe necessaria.

Eppure questa sproporzione delle forze in campo non appare sufficiente alle élite europee per piegare il nuovo governo greco alle proprie volontà, come erano riuscite a fare con i precedenti. Per cui ricorrono ad ogni mezzo, non ultima la denigrazione di chi dirige la delegazione greca al tavolo del confronto.

Da qui nasce la campagna sempre più martellante contro Yanis Varoufakis, definito persino “dilettante” e “perditempo”. Non è la prima volta che nella storia, in una trattativa internazionale, una parte ricorre alla delegittimazione personale dei suoi antagonisti. Persino a Brest Litovsk successe nei confronti di Trotsky, il quale allora non aveva alcun contrasto con Lenin.

Varoufakis è certamente scomodo. A differenza degli altri ministri non è un politico puro né un burocrate. E’ un economista di chiara fama mondiale che da sempre contrasta il pensiero mainstream, con crescenti successi di pubblico e di critica. Basti pensare alla recente intervista rilasciata da James Galbraith a Repubblica. Non solo, ma l’uomo ha un fisico importante, un modo di fare che attira la simpatia dei non addetti ai lavori, diciamo pure del largo pubblico. Il suo sguardo buca il video e se lo infilate in una di quelle orribili fotografie d’ordinanza spicca subito in mezzo al grigiore maschile degli altri rappresentati di governo. Non pare vero perciò a questi ultimi di creargli la cattiva fama del negoziatore incapace.

Naturalmente un ottimo economista teorico – come si vede dalla corposa pubblicazione di volumi di qualità che portano la sua firma – non necessariamente deve essere un abile negoziatore. Ma non è questo il caso. Se infatti si analizzano dichiarazioni e comportamenti non si notano differenze di rilievo tra Tsipras e Varoufakis, almeno non più di quante ne emergono tra il grifagno Schauble e Angela Merkel. Un certo gioco delle parti è indispensabile in ogni trattativa.

Ma non è vero che Tsipras abbia mandato a casa Varoufakis e che tra i due si sia aperto un conflitto sul modo e le finalità del difficile negoziato. Tsipras ha elevato di ruolo Euclid Tsakalotos, un altro economista di chiara fama e membro attivo della dirigenza di Syriza. Ma non è un nuovo ingresso, visto che già era al fianco di Varoufakis. Considerazioni non dissimili possono essere fatte per l’altra figura, George Chouliarakis, che certamente è considerato negoziatore esperto avendo già svolto questo ruolo tempi addietro ed è vicino al vice primo ministro Yannis Dragasakis, l’uomo cui Tsipras affidò il compito di spiegare ai banchieri della City di Londra il programma economico di Syriza prima delle elezioni. Insomma la squadra greca si articola e si potenzia, ma la sua direttrice di marcia non muta.

D’altro canto le dichiarazioni e gli atti sul piano interno di Tsipras sono chiari. Vale quanto è stato detto – guarda caso proprio da Varoufakis – “Siamo pronti a compromessi, ma non a comprometterci”. Infatti Tsipras ha parlato in queste ore di un eventuale ricorso a un pronunciamento diretto del popolo greco a fronte di richieste da parte della Ue troppo esose o inaccettabili.

Nello stesso tempo non ha smesso di mostrare fiducia sulla possibilità di trovare un’intesa. In fondo ciò che chiede la Grecia non è la luna. Finora gli impegni sulla restituzione del debito sono state osservati con precisione da parte dei greci. La loro richiesta di anticipare parte della tranche finale dei 7,2 miliardi del programma di aiuti è più che legittima. Come pure la restituzione da parte della Bce di 1,9 miliardi di euro guadagnati sui titoli greci e la richiesta di elevare fino a 15 miliardi la possibilità per la Grecia di emettere titoli a breve che le potrebbero dare un poco di fiato finanziario. Draghi ha detto no e davvero tale diniego fa scandalo dopo che la Bce ha deciso con il famoso Quantitative Easing di inondare di nuova liquidità – almeno 1140 miliardi di euro – le banche dei paesi della Ue, fatta eccezione per la Grecia e per Cipro.

Ma anche nel campo del pensiero dominante si aprono crepe nel muro del rigore antigreco. Basta leggersi il nuovo recentissimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale – di cui riferiva un paio di giorni fa anche la grande stampa nostrana – per trovare esplicitati molti dubbi sul fatto che si possano applicare politiche rigoriste a paesi deboli e in difficoltà, senza trascinarli nella recessione. Come infatti è avvenuto per la Grecia. Analoghe considerazioni le possiamo trovare persino sul Sole 24 Ore, nonché su Repubblica, come in una recente intervista a Lucrezia Reichlin.

La consapevolezza che il default della Grecia non convenga a nessuno e che anzi può generare un contagio tale da fare implodere l’Unione europea si sta facendo strada. Una mobilitazione popolare europea – che stani anche i troppo flemmatici sindacati della Ces – potrebbe dare ben altra consistenza a queste convinzioni ed essere d’aiuto alla Grecia e all’Europa.

da TUTTI I COLORI DEL ROSSO
News Letter del 4 maggio 2015

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