Autonomia scolastica e mercificazione (di Simone Lanza)

Il testo completo con i riferimenti bibliografici su
https://globildung.wordpress.com/2015/05/07/autonomia-scolastica-e-mercificazione/

Nico Hirtt – che l’autore di questo articolo ha intervistato – è un insegnante, sindacalista, marxista, ricercatore, speaker ai Word Social Forum, docente in fisica e matematica in Belgio, membro fondatore del APED (Appello per una scuola democratica), editore del trimestrale della rivista Ecole democratique e autore di diversi libri sulla mercificazione e privatizzazione della scuola.

Da oltre 30 anni dietro le riforme della scuola si nascondono in tutto il globo tendenze simili con tre scopi: creare un mercato mondiale dell’istruzione, mercificare l’istruzione e far emergere i mercati delle tecnologie informatiche. Nico Hirtt ha già descritto brevemente la creazione del mercato mondiale dell’istruzione, ma la scuola al servizio del mercato è aspetto da distinguere dalle privatizzazioni: è il motivo per cui oggi non si parla più di democrazia ed equità di accesso all’istruzione ma si parla di efficienza dei sistemi di istruzione.

Questa mercificazione si realizza non solo nelle scuole private ma soprattutto nelle scuole pubbliche del globo. Quando si guardano i documenti degli anni 90 pubblicati dalla Commissione Europea e da tutti quegli uffici che ne fanno capo, si può riscontrare come gli obiettivi di insegnamento siano esclusivamente al servizio della competizione delle imprese: siamo al servizio della competitività e della formazione del capitale umano.

Secondo Hirtt: “In molti paesi europei la revisione dei programmi di insegnamento ha comportato che i contenuti che non sono strettamente collegati con una utilità diretta al mercato del lavoro, siano stati a poco a poco scartati a beneficio di obiettivi di insegnamento centrati sulle capacità richieste dal mercato del lavoro; viene scartato cioè tutto ciò che non ha ricadute positive sullo sviluppo delle competenze reclamate dai datori di lavoro e dal mercato del lavoro. Viene scartato tutto ciò che non ha a che vedere con la flessibilità e che non sia spendibile come competenza sul mercato del lavoro.”

La crisi finanziaria degli stati degli ultimi anni non solo aiuta la privatizzazione, ma incoraggia anche il processo della mercificazione nel senso richiesto dalle imprese. Gli stati hanno sempre meno soldi perché sono coinvolti in una lotta globale tra di loro per la defiscalizzazione e devono attirare investimenti. Dal momento che gli stati dispongono di meno soldi ci sono due conseguenze. La prima è che il minor finanziamento dell’insegnamento pubblico rende più attraente l’insegnamento privato perché i genitori che hanno soldi iniziano a vedere che la scuola pubblica ha sempre meno risorse e iniziano a rivolgersi al privato.

C’è però un altro aspetto, spiega Hirtt: “Il deficit dei mezzi finanziari degli stati spinge i responsabili politici – e in primo luogo quelli che ascoltano le consegne degli uffici politici della OMC e altri organismi internazionali come la Banca Mondiale – a rendere gli investimenti il più possibile proficui e fruttuosi, che ai loro occhi significa concentrasi su missioni prioritarie. Nel contesto di crisi economica, le missioni prioritarie sono quelle che permettono di mettere le scuole al servizio della competizione economica. E’ per questo che la parola efficienza nella scuola è divenuta parola corrente, anzi moneta corrente: l’efficienza è una parola che non manca mai nei discorsi sulla scuola; oggi non si parla più di democrazia ed equità dell’accesso al sapere ma si parla di efficienza.”

Per misurare l’efficienza (con risorse economiche sempre più scarse) si è messa a disposizione tutta una batteria di strumenti; così si misurano le competenze acquisite a livello internazionale con i test PISA e a livello locale (Italia) con gli INVALSI per vedere di rendere efficaci anche sistemi che hanno pochi soldi. Anche per questo (oltre che per le privatizzazioni) l’autonomia scolastica è strategicamente importante.

Secondo Hirtt: “L’autonomia scolastica, dal momento che partecipa ai processi di deregolamentazione e decentralizzazione della scuola e del sistema di istruzione, ne condivide due obiettivi: il primo è che delegando al potere locale, o a un livello inferiore, si rende più facile la gestione dell’austerità, la gestione di una politica di riduzione dei mezzi economici. Ma poi c’è un altro obiettivo che forse è più legato al mercato del lavoro: è sempre più difficile prevedere quelle che saranno le qualifiche, i saperi, le competenze che saranno necessari tra 10 anni o 20 anni sul mercato del lavoro, perché siamo in un mercato del lavoro molto più imprevedibile di quello di 20 o 30 anni fa. E quindi questa imprevedibilità comporta una flessibilità, anche dei ‘prodotti’ che escono dal mercato educativo, cioè dei lavoratori.”

La flessibilità è al centro delle riflessioni di chi prende decisioni sull’istruzione. Abbiamo visto come Hirtt segnali proprio nella potente lobby padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT), che ha fatto pressioni sulla Commissione Europea sull’insegnamento, l’origine delle linee di politica europea dell’istruzione. Uno dei modi di assicurarsi la flessibilità è di sostituire – Hirtt riprende proprio le parole di un rapporto della Banca Mondiale – “sostituire la pesante grande nave da carico dell’apparato statale dell’istruzione nazionale con una flotta di tanti piccoli vascelli in mutua concorrenza”. Scuole autonome che, proprio perché sono in concorrenza tra di loro, avranno la tendenza spontanea ad adattarsi più facilmente e più velocemente alle attese del contesto economico.

Rese autonome e povere, staccate dai pesanti apparati burocratici, le scuole del nuovo millennio sono pronte per essere messe nel mercato mondiale. Faranno la pubblicità a qualsiasi azienda pur di avere come elemosina qualche computerino. Le aziende hanno così, come già negli Stati Uniti da parecchi anni, le porte spalancate perché, per qualche soldo, le scuole hanno molto da offrire: cervello fresco di bambino da bombardare con pubblicità. Schor (Nati per comprare, salviamo i nostri figli dalla pubblicità, Milano: Apogeo, 2005) ha descritto l’invasione delle pubblicità nelle scuole degli USA, ma in casa nostra Laffi (La congiura contro i giovani, crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Milano: Feltrinelli, 2014) ha ragione di preoccuparsi, quando, uscito da un convegno di Kids Marketing, ha scoperto che la scuola è il più ambito obiettivo degli specialisti di marketing.

TUTTI I COLORI DEL ROSSO
News Letter del 10 maggio 2015

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