Dovete morire prima. Adesso non è più una battuta (di Sergio Cararo)

Il progetto di riduzione del capitale umano in eccedenza (ossia le persone in carne ed ossa) ha fatto un altro passo in avanti. Prima l’innalzamento dell’età pensionabile e adesso la riduzione drastica degli standard sanitari, non possono che produrre quell’abbassamento dell’aspettativa di vita che tante preoccupazioni suscita tra i tecnocrati del Fmi, dell’Ocse e dell’Unione Europea. Qualcosa lo avevamo intuito negli anni scorsi leggendo tra le righe documenti e ragionamenti che provenivano da quegli ambienti. Ma adesso quella che sembrava “fiction” sta diventando realtà.

Il governo, attraverso il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha calato le sue carte (o meglio i suoi tagli) sulle prestazione sanitarie. Le prestazioni che saranno soggette a restrizioni salgono da 180 a 208 e riguardano tra l’altro odontoiatria, radiologia, prestazioni di laboratorio e non solo. Clicca QUI per vedere l’elenco completo.

Il Ministero ha presentato ieri ai sindacati dei medici una lunga lista di prestazioni sotto la lente con annesso il parere del Consiglio Superiore di Sanità. Queste prestazioni, se ritenute non necessarie, saranno a pagamento da parte degli utenti, e se ritenute “inappropriate” prevederanno sanzioni contro i medici che le hanno prescritte.
I medici non ci stanno e criticano sia le sanzioni ( previste dal Dl Enti locali) sia la limitazione della libertà di agire in scienza e coscienza. Entro venerdì verranno avanzate le contro proposte medici, mentre per l’approvazione definitiva si dovrà attendere la conferenza Stato-Regioni.
“Entro venerdì faremo le nostre osservazioni – ha detto Massimo Cozza, segretario della Fp Cgil Medici –. Nel provvedimento ci sono alcuni piccoli cambiamenti e sono state sollevate criticità sul fatto che le prestazioni sono un po’ vecchie perché sono state riferite al 1996. In ogni caso il Ministro ha annunciato che entro l’anno si rifaranno i Lea e che si tenteranno di omogeneizzare le misure per l’applicazione del decreto nelle regioni”.C’è poi il nodo sanzioni sui cui i medici sono contrari. “Questa era una riunione tecnica – ha detto Cozza – ma abbiamo ribadito la nostra contrarietà al meccanismo delle sanzioni ai medici perché si rischia di rompere il rapporto con il cittadino, il Ministro Lorenzin ci ha detto che le sanzioni sono previste dalla legge. Ma in ogni caso, il fatto che il medico debba giustificare la prestazione rischia di non portare ad un risultato di qualità sulla salute. No al medico computer”. Continue reading

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Fanno paura (di Nicola Melloni)

Gli spettri, si sa, fanno paura. Soprattutto quando cominciano ad aggirarsi per l’Europa, da Sud a Nord, dall’Atlantico al Mediterraneo passando per la Manica. Spettri, forse ombre rosse che erano dati per morti e sepolti. Ma si sa, gli spettri per loro natura non muoiono mai. Doveva essere tutto finito quasi trent’anni fa. L’URSS spariva, Reagan e Thatcher trionfavano, la sinistra abbandonava la via del riscatto sociale per vendere l’anima (e non solo) alla Terza Via che tanto assomigliava alla Prima: mercato, capitalismo, affari e potere. Dotti accademici confermavano: era finita la storia; le elezioni si vincono al centro (anche se la destra si faceva sempre più radicale); i mercati funzionano; la globalizzazione porta prosperità in tutto il mondo; l’egemonia americana mette fine alle guerre.

Infatti. Un giorno ci siamo svegliati da questo rincoglionimento collettivo. Le banche crollavano. La guerra generava il mostro del terrorismo. I poveri del mondo cercano una vita migliore altrove. E la cosiddetta sinistra non ha nulla da offrire, ormai indistinguibile dalla destra. Speravano forse che tutto rimanesse uguale, che si potesse continuare con la stessa litania degli ultimi decenni. Ed invece prima hanno visto arrivare Syriza che si opponeva all’austerity europea e vinceva le elezioni greche. L’hanno assediata, l’hanno sconfitta. Poi è arrivata la Spagna, e Podemos. Ed ora arriva Corbyn che ha mandato in soffitta definitivamente il New Labour, il simbolo di quella ritirata, il simbolo di vent’anni di pseudo-sinistra-travestita-da-destra-per-far-vincere-la-sinistra-favorendo-il-capitale-contro-il-lavoro.

Un bello smacco per l’establishment. Tutti a gridare al bolscevico, a Corbyn che non può vincere le elezioni. Ma non poteva neanche divenire segretario del Labour, secondo le stesse cassandre. E Syriza non poteva vincere. E Podemos non poteva conquistare Madrid e Barcellona. Ed invece…. Forse Corbyn ha capito che per vincere bisogna avere qualcosa da proporre. Forse ha capito che la sinistra ha perso quando per vincere ha deciso di fare la destra. E che, appunto, vincere non serve a nulla, se poi non si cambia. Gli scozzesi avevano ormai già rotto gli indugi: meglio soli che non rappresentati. Ed anche in Inghilterra il Labour prendeva sempre meno voti tra operai, poveri, giovani. Corbyn, e tutti coloro che in massa lo hanno votato, hanno capito che il New Labour era ormai arrivato alla frutta, incapace di rappresentare una alternativa credibile, incapace di offrire risposte alla crisi che ci attanaglia.

Né Corbyn né Syriza né Podemos sono estremisti. Dicono cose di buon senso. Che l’austerity non funziona. Che i ricchi paghino la loro quota. Che le ferrovie privatizzate con lo Stato che paga per gli investimenti e le compagnie private che fanno profitti da monopolisti sono senza senso. Nelle loro proposte non c’è nulla di radicale se non, forse, il buon senso. Quello che fa paura all’establishment non è la loro proposta politica, ma l’idea stessa che possa nascere una alternativa al pensiero unico. Che la politica risponda di nuovo al popolo e non ai mercati. Una vera rivoluzione in effetti.

da TUTTI I COLORI DEL ROSSO
News Letter del 24 settembre 2015

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Il massacro dei curdi e il silenzio dell’Europa

“Reparti militari turchi nei giorni scorsi sono entrati nel nord dell’Iraq per un’operazione contro i guerriglieri del Partito dei lavoratori curdi (Pkk). Un intervento di terra, una “incursione di breve durata” l’ha definita il governo di Ankara, per “cancellare” una volta per tutte i “ribelli”. Ci lasciano credere che la decisione di intervenire Erdogan l’abbia presa in seguito all’agguato di Igdir, compiuto martedì scorso da un commando del Pkk e costato la vita a 13 agenti della polizia locale. Ma la verità è che da diversi mesi l’esercito turco ha avviato un assedio contro l’unica forza che si è mostrata capace di arginare realmente l’avanzata dell’Isis.
E l’Europa resta in silenzio, chiusa in un guscio di ipocrisia e opportunismo. I moti di “resistenza popolare” del marzo scorso, quando diversi Stati membri inclusa l’Italia diedero il via libera all’invio di armi ai peshmerga, si sono spenti. Anche il governo tace, né una parola dal ministro Gentiloni, mentre l’aviazione turca continua a colpire ribelli e civili, indiscriminatamente. Non è una banale vergogna, bensì il doppio volto dell’Occidente, pronto a strapparsi le vesti di fronte il corpo esanime del piccolo Aylan, ma attento a tacere quando in gioco ci sono i propri interessi, o quelli dei propri alleati.

La Turchia è infatti il solo membro che la Nato vanta in Medio Oriente, una posizione strategica (ad est confinacon l’Armenia, l’Azerbaigian e l’Iran, a sud-est con l’Iraq e a sud con la Siria), che gli Usa non possono cedere e che l’Ue sente il dovere di custodire. Non importa se sul tavolo dello scambio ad essere sacrificati siano i diritti fondamentali di un popolo che, legittimamente, da decenni rivendica la propria indipendenza e autonomia.
Ecco perché il silenzio dell’Ue, anche di fronte alle intenzioni di Erdogan di voler cambiare la Costituzione per attribuirsi maggiori poteri, anche di fronte a una città, Cizre, oggi allo stremo: in blackout da più di una settimana, senza rifornimenti d’acqua e di cibo. E intanto l’Isis avanza, conquista, minaccia il nostro Paese, ma soprattutto la sopravvivenza della democrazia.
Non può essere un caso che il peggioramento delle relazioni tra le autorità turche e la minoranza curda si sia verificato dopo le elezioni dello scorso giugno, in cui il partito del presidente turco Erdogan ha perso per la prima volta in 13 anni la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento e in cui ad aver guadagnato spazio siano stati, sempre per la prima volta, alcuni deputati dell’HDP, il Partito Democratico dei Popoli, esplicitamente filo-curdo. Questo è il primo fronte di Ankara, quello interno. Poi ce ne sono altri due: il premier turco vuole eliminare definitivamente il regime di Assad (già in passato minacciò l’attuazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede la difesa comune nel caso di attacco contro uno dei Paesi membri della Nato), e al contempo prevenire la nascita del Rojava (il nascente Stato curdo) nel nord-est, la cui leadership è schierata al fianco del Pkk.

Infine c’è un terzo fattore, economico e determinante: il petrolio. Secondo alcuni il greggio prodotto dal Califfato starebbe arrivando in Turchia a prezzi stracciati. Non male in un momento in cui l’economia turca passa i suoi giorni peggiori, con la Lira a picco, i conti pubblici in bilico e il rischio di una maxi-bolla immobiliare. Il M5S ha presentato diversi atti parlamentari che chiedono il riconoscimento dello Stato curdo. Già ad agosto di un anno fa con una risoluzione a prima firma Carlo Sibilia e un’altra a prima firma Emanuele Scagliusi eravamo stati chiari: ai curdi non servivano fucili né kalashnikov, ma elmetti e diritti per uno stato indipendente. Invece qualcuno in Europa e nel nostro governo ha ben pensato di trattarli come carne da macello, giocando a fare gli imperatori del mondo, sulla scia degli errori commessi in Afghanistan, Iraq e Libia. Il popolo curdo è un popolo di resistenza, che merita il nostro supporto e che l’Ue ha abbandonato in forza dei propri interessi strategici. Non piangetevi addosso, cari signori, perché non saranno le lacrime versate sulla foto del piccolo Aylan a salvare le vostre coscienze”.

M5s Camera

www.beppegrillo.it            21 settembre 2015

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Da Cantù un nuovo Antifascismo (di Pierluigi Tavecchio e Fabrizio Baggi)

La minaccia neofascista in Italia, oggi, non può essere ridotta semplicemente alla crescente visibilità di gruppi come Forza nuova.Siamo di fronte purtroppo ad una situazione molto più pericolosa nella quale la propaganda dell’estrema destra si intreccia con idee e comportamenti di una parte crescente della società: di questi tempi possiamo parlare di ‘fascismo diffuso’ perchè i miti della razza superiore, il nazionalismo armato, la pretesa superiorità  del cattolicesimo sulle altre religioni , il maschilismo violento e il familismo non sono soltanto caratteristiche dei gruppi dell’ estrema destra ma si distribuiscono e si frantumano anche nel linguaggio della cosiddetta gente comune.La diffusione delle idee neofasciste trova un valido alleato in quelle operazioni politiche che si basano sulla rimozione della memoria civile e sullo stravolgimento del significato delle parole:I ‘ nuovi indifferenti’ che parlano della Resistenza al nazifascismo come di una guerra civile, cancellano le differenze fra I fascisti alleati di Hitler e i Partigiani che  volevano pace, giustizia e democrazia ;  chi oggi per catturare l’attenzione degli elettori nauseati dalla politica, dice che destra e sinistra sono uguali, tenta di far dimenticare le differenze fra chi sta dalla parte dei grandi gruppi finanziari e chi difende I diritti dei lavoratori, tra chi vuole una selvaggia competizione sociale e chi vuole invece giustizia sociale e solidarietà.Chi afferma che la politica sia ‘sporca’ vuole allontanare i cittadini dalla partecipazione diretta, li vuole rendere passivi e ridurre nella attesa fiduciosa che arrivi ‘l’uomo della Provvidenza’, il leader in grado di risolvere ogni cosa.Chi parla di spazzare via il passato, di rottamare il vecchio, e usa le parole nuovo e vecchio come se fossero sinonimo di male e bene, oltre a scimmiottare in modo ridicolo certe smanie distruttive degli intellettuali futuristi che sostennero il fascismo, compie un’operazione di mercato davvero disonesta, trattando I cittadini italiani come incapaci di intendere e di volere e quindi sempre pronti ad accodarsi all’ ultima novità, anche se questa vuol dire autoritarismo, fine della democrazia.L’accanimento contro gruppi o persone che vengono additate come inferiori , in qualche modo spregevoli e quindi da escludere secondo un ragionamento semplicemente razzista, sembrano diffondersi nel nostro paese con un intreccio perverso fra settori ultra conservatori del mondo cattolico e nuove destre: gli attacchi contro leggi che disciplinano il divorzio o l’interruzione di gravidanza, la feroce contrapposizione all’estensione di alcuni diritti ( ad es.: unioni civili) rivelano una concezione della famiglia e delle relazioni fra le persone non molto diversa da quella imposta durante il ventennio fascista. Continue reading

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La folle miopia dell’ Unione europea (di Unione Sindacale di Base)

Da qualche tempo avevamo deciso di non commentare le quasi quotidiane tragedie che avvengono nel Mediterraneo evitando di accodarci alla compassione penosa della stampa mainstream e alle dichiarazioni al vento del politico di turno, sia esso dichiaratamente xenofobo o fintamente buonista, ma quello che esce fuori in questi ultimi giorni, all’insegna della massima ipocrisia cui fanno da contraltare gli imbelli appelli del Presidente della Commissione Europea, merita l’apertura di un’ampia discussione che deve essere portata a fondo tra le lavoratrici e i lavoratori, perché le cause che stanno producendo questa enorme migrazione di massa hanno a che fare anche con noi.

Politici e mass media, italiani ed europei, stanno scoprendo solo ora che ci troviamo di fronte al più grande processo migratorio dalla fine della seconda guerra mondiale ma fanno ancora finta di non averne individuato le cause, come se non fosse evidente a tutti che esse sono prodotte sia dalle politiche di rapina e di spoliazione che il mondo capitalista ha condotto contro i paesi del cosiddetto terzo mondo sia dalle guerre che i paesi occidentali, e non solo, hanno provocato negli stessi.

Ad essi infatti si sono aggiunte quelle nuove potenze regionali, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, che per loro interessi di egemonia, hanno ancora di più destabilizzato il Medio Oriente nel tentativo di abbattere il governo siriano e di spartirsi la Siria, insieme ad altri obiettivi che non sempre vengono messi in evidenza, come gli attacchi ai curdi da parte della Turchia che vuole impadronirsi del Kurdistan iracheno, ricco di petrolio, o la guerra nello Yemen condotta dall’Arabia Saudita.

Del resto come opporsi a queste mire, quando da 25 anni a questa parte gli USA insieme a Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia e Germania hanno incendiato l’Iraq, la Jugoslavia, la Serbia, l’Afghanistan, la Libia, la Somalia, l’Ucraina e per ultima la Siria, senza contare tutte le altre guerre che hanno colpito l’Africa, spesso fatte passare per conflitti tribali o etnici o religiosi?

Lo schema è palese: si sponsorizzano gruppi di opposizione, li si riempe di soldi e strumenti militari e tecnologici, si incoraggia l’afflusso di combattenti stranieri mascherati da portatori di democrazia, salvo scoprire poi che gli oppositori nel migliore dei casi non sono in grado di assicurare il governo del paese, Libia docet, e nel peggiore lamentarsi dell’affermarsi dell’ISIS, da loro stessi ampiamente foraggiato di armi e finanziamenti.

Come meravigliarsi poi se queste gloriose imprese provocano centinaia di migliaia di profughi? E che dire dell’ipocrita distinzione che si vuole fare tra immigrati economici e profughi di guerra? Ora si plaude alla decisione tedesca di sospendere il trattato di Dublino, che impone agli immigrati di rimanere nel paese di primo approdo, quando tutte le organizzazioni, indipendenti dai governi e dai loro finanziamenti, che si occupano dei fenomeni migratori, da anni denunciano l’irragionevolezza di questa normativa.

La miopia dell’Europa Unita, che in questi anni ha badato unicamente ad impoverire i popoli del sud con la sua austerità, Grecia Portogallo Italia Cipro, ha impedito che sul problema immigrazione si adottasse una politica capace di impedire il crearsi di continue emergenze in un’area che è la seconda più ricca del pianeta e, non secondo per importanza sociale, il sorgere e ampliarsi di fenomeno razzisti che pescano nel profondo malessere che le stesse politiche dell’UE provocano nei settori più deboli delle nostre società.

Non saranno i nuovi muri o il filo spinato alle frontiere che fermeranno le masse di disperati che si accalcano ai nostri confini, cosa che quest’Europa è ben lungi dal voler comprendere, stretta nei dogmi pseudo economici del pareggio dei bilanci. Anche rispetto a questo dramma sociale e umano, come sul versante economico e politico, questa Unione Europea non trova soluzioni ma opera in modo da acuire i problemi esistenti: una Unione Europea che non è più riformabile!

Non servono ipocrisia e retorica: ciò che serve è invece ripartire dai bisogni, dalle contraddizioni sociali, dalle esigenze e dalla vita reale della gente in carne ed ossa che vive in Europa, ma anche di quella che ci arriva spinta dalla guerra e dalla fame. Serve ripartire dalla smilitarizzazione e dall’apertura delle frontiere.

da ROSSOblog  15/09/2015

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Tutto quello che dovresi sapere su corruzione e grandi opere (di Alberto Vannucci)

Una delle maggiori aggressioni al nostro presente e al nostro futuro sono le Grandi opere. Per difendersi bisogna combattere, per combattere bisogna conoscere. Ecco un utile strumento di conoscenza, un’intelligente arma di difesa della salute, della bellezza, della funzionalità, dell’equità, delle risorse, per noi e per i posteri. Continue reading

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Milano: l’Expo e le bufale di Renzi (di Vittorio Agnoletto)

Di bufale ormai siamo stati abituati a sentirne innumerevoli ogni giorno, ma nel comizio finale alla Festa dell’Unità il presidente del Consiglio ha superato ogni limite. Ci vuole una bella faccia tosta a indicare Expo come un’esperienza virtuosa da imitare, al punto di indicare, come avvenuto qualche giorno fa, Giuseppe Sala, l’ad di società Expo, come un ottimo futuro sindaco di Milano. Proviamo a vedere come realmente stanno le cose:

1. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è lo slogan con il quale Milano si è aggiudicata l’Expo. Ora nessuno è tanto ingenuo da credere che un evento, anche di sei mesi, possa risolvere il problema della fame nel mondo; ma in tutti questi mesi dal grande circo di Expo non è uscita nemmeno una proposta per cercare di modificare quelle regole economiche, commerciali e finanziarie, che condannano 800 milioni di persone a soffrire la fame (e la sete) in un mondo dove c’è cibo in eccesso. Nulla di nulla.

2. La settimana prima di Pasqua Sala dichiarò che per andare in pareggio sarebbe stato necessario vendere 24 milioni di biglietti a 22 euro. Come il Fatto evidenzia quotidianamente, siamo decisamente lontani da tali obiettivi. A pagare il deficit saranno i cittadini milanesi e lombardi attraverso il taglio dei servizi municipali e se invece il disavanzo verrà – come si sussurra – ripianato attraverso l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti questo significherà solo che il debito sarà stato suddiviso tra tutti gli italiani.

3. Certo noi cittadini milanesi abbiamo potuto accedere ad una grande “fiera”, assistere a qualche spettacolo anche di valore, visitare in città ogni tipo di mostra, ma a quale prezzo per la collettività? Se lo Stato aveva un paio di miliardi da investire sarebbe stato molto più utile puntare su investimenti produttivi visto il dramma della disoccupazione. Tanto più che delle decine di migliaia di posti di lavoro annunciati a Milano non c’è traccia. Intanto aspettiamo che qualcuno delle centinaia di volontari che ha lavorato gratuitamente ci racconti come grazie a ciò sia riuscito a trovare un lavoro.

4. In sei mesi abbiamo assistito, esponendoci agli sberleffi dei media di tutto il mondo, all’arresto di alcuni tra i massimi collaboratori di Sala, alle gare d’appalto bloccate dai magistrati, alle cupole politico-affaristiche svelate dalle inchieste ecc. Per non parlare dei padiglioni di casa nostra non conclusi nemmeno in tempo per l’inaugurazione ufficiale o del raddoppio dei costi del Padiglione Italia.

5. Piccolo ma significativo particolare: nel tentativo disperato di riempire sito e parcheggi sono perfino arrivati ad offrire biglietti scontati a chi si sarebbe recato ad Expo con la propria auto, fregandosene altamente sia di anni di  impegno contro l’inquinamento urbano da auto, sia del danno che così sarebbe stato arrecato all’azienda municipale dei trasporti pubblici. Non poco per chi aspira a fare il sindaco!

In questa situazione portare Expo come esempio e proporre Sala come sindaco è una follia. Come si può affidare la gestione di una metropoli complessa come Milano a chi nasconde i conti, a chi non si è mai accorto (ammesso che sia così) delle truffe dei suoi principali collaboratori, a chi non termina la commessa ricevuta nei tempi previsti?

Ma Sala è ben introdotto nei salotti che contano a Milano e a Roma, gli amici di Renzi all’Expo hanno avuto un ottimo trattamento e grande visibilità, sa muoversi in modo compatibile all’insieme del mondo politico; che c’è da lamentarsi? E infatti alla candidatura di Sala aveva pensato anche una parte significativa della destra; d’altra parte è stato direttore generale del Comune di Milano con la Moratti e in seguito è stato confermato alla società Expo dall’attuale giunta di centrosinistra. Con la candidatura Sala siamo di fronte alle prove generali del Partito della Nazione che non è altro che l’ennesima versione del patto del Nazareno che questa volta non ha per protagonisti diretti solo Renzi e Berlusconi ma l’insieme di quei poteri soprattutto finanziari e immobiliari che hanno in Milano il loro punto di forza.

Ma la partita non è chiusa, e non solo perché la magistratura milanese deve ancora dire l’ultima parola su Expo, ma anche perché, soprattutto in un periodo di crisi, le priorità dei cittadini milanesi (e non solo) dovrebbero essere altre: lavoro, casa, assistenza sanitaria e servizi funzionanti… sempre che ve ne sia la consapevolezza.

da ROSSOblog   10/09/2015

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Diciamo la nostra sui nuovi posti di lavoro creati grazie al Jobs act

A partire dal mese di marzo, con l’entrata in vigore del Jobs Act, non passa mese senza che il pacioso Ministro del Lavoro Giuliano Poletti si lanci in esaltanti dichiarazioni sulla crescita del numero dei nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato all’interno di una più ampia crescita dell’occupazione.

Al di là della dabbenaggine rilevabile nelle affermazioni di Ministro Poletti e delle sue arrampicate sugli specchi per dimostrare ciò che non è dimostrabile non si deve sottovalutare la pervicacia con la quale il Ministro, mese dopo mese, si prodiga ad incensare i risultati del Jobs Act.
Infatti, ad ogni sua esaltante presa di posizione di norma fa immediatamente seguito il plauso del Premier Renzi e, in cascata, dichiarazioni ed interviste del nugolo di esperti neoliberisti per i quali sono sempre apertissimi tutti i possibili spazi mediatici. Giuslavoristi, ex-sindacalisti, professori che della mistificazione della realtà a sostegno delle proprie tesi precostituite ha fatto una missione. Tra questi ve ne sono alcuni presenti sulla breccia da un paio di decenni sempre pronti a sostenere pseudo riforme che hanno cancellato tanti diritti ai lavoratori e creato più di una generazione di cittadini precari a vita, senza un futuro. Il famoso “pacchetto Treu”, primo tassello all’avvento della flessibilità, risale al 1997 e in quasi 20 anni una serie di interventi in materia di lavoro hanno contribuito al dilagare della precarietà selvaggia. Ogni intervento a danno dei lavoratori ha trovato il sostegno convinto dei personaggi di cui sopra, pronti a fornire dati sull’aumento costante dei posti di lavoro mentre il dato ufficiale della disoccupazione cresceva senza sosta ancor prima che la crisi del 2008 potesse fornire a questi signori qualche alibi alle proprie menzogne. E’ una strategia nota e collaudata, applicata anche in altri settori quali quello dell’economia nel quale “esperti” con identica matrice ideologica hanno deliberatamente sorvolato sulle responsabilità del sistema finanziario all’origine della crisi più devastante che si ricordi per accollarne le colpe al debito pubblico e sostenere, così, gli interventi che stanno devastando il sistema delle tutele sociali.
Ma in questa vicenda del milione di contratti “svaniti” per una svista del Ministro c’è un punto sul quale vale la pena di soffermarci: quello dei nuovi 115 mila contratto a tempo indeterminato che, come sottolinea sul Manifesto Marta Fana, sono contratti stabilmente precari. In precedenti news letter abbiamo presentato testimonianze su come per le imprese sia oggi più conveniente, grazie agli sgravi fiscali del Jobs Act, trasformare i contratti flessibili in contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Si tratta di capire che futuro avranno questi contratti quando tra tre anni gli sgravi non ci saranno più mentre resterà la possibilità per le imprese di licenziare qualsiasi lavoratore. Viene da pensare che, forse, allora il Ministro Poletti e magari anche il Premier Renzi saranno in altre faccende affaccendati e quindi fuori dalla mischia. Nel caso qualche giornalista dovesse chiedere loro conto dei risultati del Jobs Act suggeriamo la scappatoia usata dal Senatore Treu nell’aneddoto che Armando Rinaldi (componente del direttivo Atdal Over 40 Centro–Nord n.d.r.) racconta di seguito.

Eravamo nel 2008 e, a margine di un convegno, ebbi occasione di incontrare il Senatore Tiziano Treu con il quale avevo avuto occasioni di confronto sul tema dei disoccupati maturi quando occupava il ruolo di Presidente della Commissione Lavoro del Senato. Cominciammo quindi a scambiarci alcune opinioni. Non potei fare a meno di ricordargli che a partire dal suo pacchetto di riforme del 1997 era esploso il fenomeno della precarietà selvaggia e che, soprattutto i giovani, ne pagavano le conseguenze. Citai anche il suo sostegno agli interventi sulle pensioni che avevano contribuito a creare una massa di over50 disoccupati a vita per i quali la pensione, unico possibile reddito, si era spostata in avanti di anni. Vidi Treu cominciare ad alterarsi prima di ammettere che gli interventi legislativi in oggetto avevano creato situazioni impreviste e che forse sarebbe stato utile un maggiore approfondimento che non fu possibile a causa dell’emergenza. Provai ad insistere sul fatto che le sviste e gli errori commessi li stavano pagando centinaia di migliaia di cittadini. A questo punto Treu perse la pazienza e, alzando il tono di voce, se ne uscì con una frase di cui ricordo il senso: ”va bene abbiamo commesso degli errori ma adesso io non sono più al Governo e quindi non ho la possibilità di fare più nulla”. Si è quindi girato sui tacchi e se ne è andato.

dalla Newsletter
Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte dell’ 11 SETTEMBRE 2015

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