Siria. Un’aggressione chiamata guerra civile

Intervista a Miguel Fernández Martínez, giornalista cubano e corrispondente dalla Siria dell’Agenzia di Stampa latinoamericana Prensa Latina.

D. L’embargo degli Stati Uniti colpisce il popolo cubano anche nella comunicazione, Internet, radiodiffusione. Qualcosa di simile avviene anche con la Siria?
R. Tutti gli embarghi sono dannosi perché le vittime sono i poveri. Cuba lo sa bene; dopo aver affrontato per più di 50 anni un criminale blocco imposto dagli Stati Uniti, ha avuto finora perdite e danni per più di 833.755 milioni di dollari. Le potenze occidentali nei confronti della Siria, guidate dagli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito non hanno mostrato alcuna pietà. Hanno bloccato le esportazioni, tutti i contratti, hanno congelato i conti bancari. Hanno interrotto i segnali satellitari, in modo che la verità non venga a galla. Infine, hanno attuato una campagna mediatica destinata a destabilizzare, rompere e distruggere l’unità del popolo siriano, e minare la sua resistenza contro l’aggressione terrorista finanziata dall’Occidente.

D. Ci parli del governo di Bashar al-Assad. Come era la vita in Siria prima dell’intervento degli Stati Uniti e dell’Europa?
R. Il presidente Bashar al-Assad è diventato il capro espiatorio dei maggiori circoli di potere internazionali per cercare di ripetere in Siria quello che hanno fatto in Afghanistan, Iraq, Yemen, Libia e altri paesi della regione. Da molto tempo prima della crisi iniziata nel 2011, al-Assad è stato preso di mira da Washington e dalle sue agenzie di intelligence, destinato a diventare una vittima dell’avidità imperiale per non aver ceduto alle disposizioni della Casa Bianca.
Da quando il presidente al-Assad è salito al potere dopo la morte del padre Hafez al-Assad, ha proseguito le politiche pan-arabiste di unità regionale, che hanno dato molto risalto alla Siria nel Movimento dei Paesi Non Allineati. Al-Assad non ha venduto l’economia nazionale al FMI, seguendo l’esempio di suo padre, il più importante sostenitore della causa palestinese per la restituzione dei territori occupati da Israele e del ritorno di milioni di profughi palestinesi al loro luogo di origine. La Siria è sempre stata uno dei peggiori nemici di Israele, che ha condannato per le sue politiche espansionistiche, chiedendo la restituzione delle alture del Golan, occupate illegalmente dall’esercito israeliano dal 1967. A questo, bisogna aggiungere la solida amicizia tra il governo di Damasco e la Repubblica islamica dell’Iran, unite da legami storici di amicizia e cooperazione.
Bashar al-Assad ha promosso la modernizzazione della società siriana, iniziata dal padre negli anni ’70, ha difeso il concetto di Stato laico, imponendo la legge dello Stato su ogni religione e il diritto di coesistenza di una popolazione multietnica. Né ha permesso la privatizzazione del settore petrolifero e delle industrie più importanti del paese. Per tutti questi motivi è stato un obiettivo da distruggere da parte delle amministrazioni neocoloniali degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei.

D. In Siria è in corso una guerra civile?
R. Mi rifiuto di accettare la tesi che qui sia in corso una guerra civile. È falso come il sole che sorge di notte. Quello che succede qui è un aggressione internazionale organizzata dalla NATO. Il Dipartimento di Stato nordamericano e i servizi segreti israeliani sono riusciti a riunire le monarchie del Golfo Arabia Saudita e Qatar, insieme ai governi di Giordania e Turchia, per iniziare l’assedio della Siria. Le strategie per avviare la crisi erano chiare. Hanno cercato di portare in Siria gli effetti sperimentati da altri paesi di quella che è divenuta nota come la primavera araba, un mostro destabilizzante che ha lasciato conseguenze dolorose in ogni paese in cui è stata imposta. Per questo hanno usato diversi metodi. Uno era la manipolazione dei Fratelli Musulmani, che era già stata utilizzata in Egitto, Libia, Tunisia e altri paesi, cercando di dare una caratteristica religiosa alle proteste, oltre ad altre politiche destabilizzanti organizzate dall’ambasciata degli Stati Uniti.
Non è un segreto che durante le presunte manifestazioni popolari nel marzo 2011 quando ebbe inizio il conflitto, l’ex ambasciatore USA a Damasco, Robert Ford, era sempre in viaggio nelle varie province per incontrare i leader dell’opposizione e per finanziare le proteste. In quelle manifestazioni “popolari” c’erano uomini armati che sparavano contro la polizia. Hanno creato il caos e la violenza, perché è stato tutto ben progettato per generare destabilizzazione e far posto ai gruppi jihadisti, organizzati, armati e addestrati dall’Occidente, in attesa alle frontiere della Giordania, a sud; della Turchia, a nord, e dell’Iraq a est. Non è un segreto che l’auto-proclamato Free Syrian Army, composta per lo più da disertori dell’esercito siriano, è stato finanziato da Parigi, e nel suo processo di disintegrazione, la maggior parte dei suoi membri è passata alle bande dei terroristi dello Stato islamico o di al-Nusra, il braccio armato di Al Qaeda in Siria.
Un altro modo utilizzato per attaccare la Siria è stato attraverso il reclutamento di mercenari provenienti da più di sessanta paesi, che vengono istigati da leader religiosi estremisti che chiamano al jihad o guerra santa contro il governo legittimo in Siria. Alla fine, quattro anni dopo l’inizio di questa guerra di rapina, le forze sono state concentrate in due gruppi principali. Da un lato le forze armate siriane, con un esercito di quasi 350.000 uomini, in collaborazione con le unità di milizia conosciuta come Difesa nazionale, e dall’altra gruppi terroristici che continuano a provocare caos e terrore. Continue reading

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Parigi: massacro in pieno centro (ma non quello di cui parlano loro…)*

Quella “notte dimenticata” del 17 ottobre del 1961

«Oggi voglio parlare di un avvenimento che, per una serie di eventi casuali, ho conosciuto in questi giorni a Parigi e mi ha particolarmente impressionato.
Si tratta del massacro di centinaia di Algerini che volevano manifestare pacificamente per il centro di Parigi chiedendo l’indipendenza del loro Paese.

Siamo nel 1961, in piena guerra d’Algeria e la risposta della Francia colonialista è terribile: centinaia di morti, molti scomparsi, corpi gettati dai flics nella Senna… E poi il silenzio, l’oblio e la rimozione.

Quella “notte dimenticata” del 17 ottobre…
Si tratta della più grande mattanza consumatasi nella Francia metropolitana dal 1945 in poi. Io non lo sapevo prima di 5 giorni fa. Non sono l’unico, grazie anche ai miei colocataries J. e C., mi hanno detto che in Francia pochi sanno cosa è accaduto quel giorno. Per provare a scrivere e presentare un po’ di questa vicenda sto leggendo un libro “La Battaile de Paris” di Jean Luc Einaudi, presentatomi come il migliore libro di ricostruzione storica, ho visto il film “Nuit noir” di Alain Tasma (France, 2004) ed ho letto vari articoli online. Ho cercato di vedere se il libro è disponibile in qualche biblioteca italiana ma credo di no (Trento e Vicenza non sembra), forse non l’hanno neanche tradotto; del film invece ho trovato in italiano una breve recensione, ma non so se è stato doppiato o è reperibile in Italia.

Una breve sintesi dei fatti: in Francia nel ’61 la crisi della guerra d’Algeria scuoteva il governo di De Gaulle, nello stesso periodo avvenivano massacri e torture sistematiche in Algeria mentre si avviavano i primi contatti per la negoziazione tra la Francia e FLN dell’indipendenza algerina.

A Parigi ci sono stati diversi attentati contro poliziotti che organizzavano rafles (termine per indicare brutali retate in stile di quelle contro gli ebrei durante il regime di Vichy) selvagge contro i nordafricani, maltrattati e che subivano un pesante razzismo.
Nello stesso tempo si è attivata un’organizzazione di estrema destra armata, l’OAS (Organisation Armée Sècrete) apertamente ostile ad ogni forma di negoziato sull’Algeria, che è arrivata a fare un attentato a De Gaulle, un tentato colpo di stato e diversi omicidi. Questa formazione nazionalista (l’Algeria fa parte della Francia, è Francia all’epoca) è apertamente razzista e conta su un forte appoggio tra le forze armate e quelle di polizia.

In questo clima estremamente teso alcuni flics, certi dell’impunità, compiono sequestri e uccisioni di Algerini. Nei mesi di settembre e ottobre 1961 i casi di cadaveri massacrati sconosciuti ritrovati nella Senna o nei boschi vicino Parigi aumenta in maniera esponenziale.

La situazione è esplosiva e il prefetto di Parigi, tal Maurice Papon, prefetto di Lille e collaboratore dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, ordina il 5 ottobre il coprifuoco per tutti gli Algerini. E’ solo l’ultimo di atti razzisti e criminali contro la popolazione Algerina.

L’ Fln, profondamente radicato nel territorio, (un’organizzazione militare che esigeva il pagamento di contributi da tutti gli Algerini in Francia) per dimostrare la propria forza e il proprio seguito in un momento cruciale dei negoziati lancia una manifestazione di tutti gli Algerini (tutti nel senso che chi non andava era considerato un disertore, sebbene la gran parte fosse d’accordo con loro) in centro a Parigi contro il coprifuoco. Una manifestazione imponente e pacifica per mostrare la tenacia della lotta per l’indipendenza e contro il colonialismo Francese.

Per il governo Francese la manifestazione era un atto di guerra di un gruppo terroristico sul suolo della capitale della Francia metropolitana. Viene data carta bianca al prefetto Papon per reprimere la manifestazione che deve essere impedita.

Quella sera oltre 15.000 Algerini vengono arrestati in rastrellamenti su tutta Parigi e portati in centri di detenzione che diventano macellerie. Laddove si forma un abbozzo di corteo la polizia apre il fuoco su manifestanti disarmati e spacca teste con i suoi manici di piccone lunghi oltre 1 metro. I morti sono immediatamente moltissimi. In centro a Parigi vicino a Ponte Saint Michel, nel quartiere dove vivono centinaia di Algerini si forma un corteo che viene attaccato dai flics.

La scena, descritta da testimoni, è raccappriciante: sotto le finestre della Prefettura di Parigi, gli Algerini vengono massacrati, decine di corpi di morti o moribondi vengono lanciati nella Senna dal Ponte, i rimanenti vengono portati nella corte della Prefettura e picchiati ancora e ancora (alcuni dicono di 50 morti solo in quel luogo). Nei centri di concentramento le botte vanno avanti per oltre 2 giorni senza la presenza di occhi indiscreti, poi ci sono le espulsioni di massa in Algeria.
Decine e decine di Algerini “sono scomparsi”, cadaveri riaffiorano a decine dalla Senna nei giorni successivi.

La polizia comunica alla stampa di essere stata attaccata da persone armate e che si è difesa causando 2 morti (poi diventati 3) e diversi feriti. La stampa salvo rarissime eccezzioni (la rivista di Sartre e Testimonianza Cristiana) ci crede, su quella giornata cade il silenzio e l’oblio.
Che, sebbene l’attuale sindaco di Parigi abbia apposto una piccola targa sul ponte S. Michel, sembra durare ancora oggi. La cifra di morti ufficiale è ancora quella di 3 (gli storici realisti la collocano tra 200 e 300), nessuno è stato condannato per i fatti.

Oggi è l’anniversario, sono stato a una conferenza all’università di Saint Denis, dove in aula semideserta ho potuto ascoltare le testimonianze di Jean-Luc Einaudi (storico), Olivier Le Cour Grandmaison (Politologo) e due testimoni dei fatti. Per questo parto con una traduzione della quarta di copertina del testo di Einaudi.

«Parigi, martedi’ 17 ottobre 1961. Dopo l’appello dell’ FLN (Fronte di Liberazione Nazionale Algerino) gli Algerini della regione Parigina cercano di manifestare la sera contro il coprifuoco. Durante la notte, sotto una pioggia battente, è un massacro.
Secondo la versione ufficiale, resa pubblica l’indomani, gli scontri hanno causato 2 morti tra i manifestanti e 2 poliziotti feriti da arma da fuoco. La tesi è chiara: gli Algerini erano armati e la polizia ha agito per legittima difesa. I giorni seguenti saranno usati dai poteri pubblici per far ostacolare tutte le inchieste, con il tacito accordo dell’opinione pubblica. Il massacro sarà cosi’respinto dalla coscienza collettiva.
Jean-Luc Einaudi ha pazientemente ricostruito la successione degli avvenimenti, dopo aver consultato dei documento d’archivio inediti, i registri dei cimiteri parigini, la stampa dell’epoca, i testi ufficilai ed aver ascoltato più di un centinaio di testimoni diretti o indiretti. Racconta, ora per ora, caso per caso, come la polizia parigina abbia fucilato, annegato, massacrato a colpi di bastone Algerini disarmati. (…)»

[Tratto e tradotto da “La Bataille de Paris” di Jean-Luc Einaudi, éditions du Seuil, 1991]

Ecco alcuni passaggi tradotti da wikipedia france:

«Il massacro del 17 ottobre 1961 indica la repressione compiuta picchiando una manifestazione pacifica in favore dell’indipendenza dell’Algeria a Parigi. Secondo le stime, tra 320 e 325 magrebini sono morti sotto i colpi della polizia francese, allora comandata dal prefetto Maurice Papon. Decine di manifestanti sono state gettate nella Senna, tanti altri sono morti nei centri di detenzione nei quali sono stati rinchiusi per 4 giorni. Negato dalle più alte autorità dellè epoca, il massacro non ha iniziato ad essere oggetto di ricerche che a partire da metà degli anni ’70. e’ diventato conosciuto quando Murice Papon ha perso un processo di diffamazione contro uno storico (Einaudi ndd) nel 1999»

* Fonte: AQUIESTOY

da SOLLEVAZIONE 15 novembre 2015

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La scomparsa del prof. Luciano Gallino

Lo scorso 8 novembre se ne è andato il Prof. Luciano Gallino, sociologo, economista, docente all’Università di Torino, autore di una serie infinita di saggi tra i quali vale la pena di ricordare “L’impresa irresponsabile” e “Il colpo di Stato di Banche e Governi”. Una mente lucidissima, caparbiamente impegnata nel contrasto alle teorie neo ed ultraliberiste con analisi puntuali e proposte alternative nel nome del rispetto dell’essere umano da anni calpestato dalle priorità del profitto. In rare occasioni abbiamo avuto la possibilità di vederlo in qualche trasmissione televisiva, su RaiNews24 o sulla RaiTre, chiamato ad interpretare una voce fuori dal coro delle decine di economisti e tuttologi omologati a proni agli interessi della finanza e dei politicanti al suo servizio. Sono state comparizioni rarissime utili solo a fornire alla Rai una foglia di fico che servisse a far credere, ai creduloni, l’esistenza di una informazione pubblica non schierata. Ho avuto il piacere e l’onore di essere suo correlatore in un paio di convegni di qualche anno fa ed ho appreso della sua scomparsa con lo stesso dolore che avrei provato per un parente stretto.
Pochi giorni prima di lasciarci è stato pubblicato il suo ultimo lavoro dal titolo “Il denaro, il debito e la doppia crisi” edito da Einaudi.
In occasione dell’uscita di questo libro riprendiamo poche righe di una sua anticipazione dal titolo
“Cari nipoti vi racconto la nostra crisi:
Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma anche la vostra.
Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea. A ogni sconfitta corrisponde ovviamente la vittoria di qualcun altro. In realtà noi siamo stati battuti due volte. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità.
L’idea di uguaglianza, anzitutto politica, si è affermata con la rivoluzione francese. Essa dice che ogni cittadino gode di diritti inalienabili, indipendenti dal suo censo o posizione sociale, e ogni governo ha il dovere di adoperarsi per fare in modo che essi siano realmente esigibili da ciascuno. La marcia di tale idea è stata per oltre due secoli faticosa e incerta, ma nell’insieme ha avuto esiti straordinari. La facoltà di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento, la formazione di sindacati liberi, la graduale estensione del voto sino a includere tutti i cittadini, la tassazione progressiva, l’ingresso del diritto nei luoghi di lavoro, l’istruzione libera e gratuita per tutti sino all’università, la realizzazione dello stato sociale, i limiti posti alle attività speculative della finanza: è una lunga storia, quella che vede il principio di uguaglianza diventare vita quotidiana per l’intera popolazione.
Due periodi furono specialmente favorevoli a tale marcia: gli anni trenta sotto la presidenza Roosevelt, negli Stati Uniti, che videro un grande rafforzamento dei sindacati e una severa regolazione della finanza, e i primi trent’anni dopo la seconda guerra mondiale, in quasi tutti gli stati europei, Italia compresa. Poi, sul finire degli anni settanta, la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l’attacco dell’idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza. Si tratta della classe dei personaggi superpotenti e super-ricchi che controllano la finanza, la politica,, i media, che dopo i moti di piazza anti Wall Street di anni recenti si usa stimare nell’1 per cento, un dato che le statistiche sulla distribuzione della ricchezza confermano.
Essa iniziò quindi un feroce quanto sistematico attacco a qualsiasi cosa avesse attinenza con l’uguaglianza, previa una preparazione che risaliva addirittura agli anni Quaranta (…).
Quando parlo di pensiero critico, che costituisce la perdita numero due, mi riferisco ad una corrente di pensiero che oltre al soggiacente ordine sociale mette in discussione le rappresentazioni della società diffuse dal sistema politico, dai principali attori economici, dalla cultura dominante nelle sue varie espressioni, dai media all’accademia. La tesi da cui tale corrente è (o era) animata è che le rappresentazioni della società predominanti in un paese distorcono la realtà al fine di legittimare l’ordine esistente a favore delle élite o classi che formano tra l’1 e il 10 per cento della popolazione. E’ una tesi che ha una lunga storia. E’ stata formulata tra i primi da Machiavelli; ha toccato un vertice di spessore e complessità con Marx e poi con la teoria critica della società, elaborata dalla scuola di Francoforte tra gli anni Venti e Cinquanta; si è prolungata in Italia con Gramsci e in Francia con Bourdieu e Foucault, sin quasi ai giorni nostri. La suddetta tesi trova una clamorosa conferma nella società contemporanea, a cominciare dalla nostra. La rappresentazione di quest’ultima che vi propongono i giornali, la tv, i discorsi dei politici, le scienze economiche, la stessa scuola, l’università, sono soltanto contraffazioni della realtà, elaborate ad uso e consumo delle classi dominanti. E’ la funzione che svolgono quotidianamente le dottrine neoliberali. E guai se uno osa contraddirle. Il richiamo alle distorsioni che l’enorme aumento della disuguaglianza ha prodotto in campo sociale, politico, morale, civile, intellettuale viene confutato dall’idea che l’arricchimento dei ricchi solleva tutte le barche – laddove un minimo di riguardo all’evidenza empirica mostra che nel migliore dei casi, ha scritto un economista americano, esso solleva soltanto gli yacht. Al posto del pensiero critico ci ritroviamo, come si è detto, con l’egemonia dell’ideologia neoliberale, la sua vincitrice. E’ un’ideologia strettamente connessa all’irresistibile ascesa della stupidità al potere. E’ l’impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo l’economia mondiale, poi hanno imposto alla UE politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause – cioè la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere giunta a un punto di non ritorno. Resta pur vero che senza l’apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sottocchio. Pensate a quanto è successo nell’autunno 2014. All’epoca i disoccupati sono oltre 3 milioni. I giovani senza lavoro sfiorano il 45 per cento. La base produttiva ha perso un quarto del suo potenziale, Il PIL ha perso 10-11 punti rispetto all’ultimo anno prima della crisi, E che fa il governo ? Si sbraccia allo scopo di introdurre nella legislazione sul lavoro nuove norme che facilitino il licenziamento, riprendendo idee e rapporti dell’Ocse di almeno vent’anni prima. Come non concludere che siamo di fronte a casi conclamati di stupidità”.

dalla Newsletter Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte del 15 novembre 2015

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Più italiani all’estero che immigrati in Italia. Una fuga di risorse umane che ipoteca il paese

Negli ultimi dieci anni, più o meno un milione e mezzo di cittadini italiani sono emigrati all’estero. Si è passati infatti dai 3.106.251 iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) del 2006 ai 4.636.647 del 2015, registrando una crescita del +49,3%.

Emblematico di questo boom di partenze sono i luoghi di origine. Non si parte più o non solo dalle città impoverite del Meridione ma anche dalle più prospere (o ex tali) città del nord. C’è quindi un cambiamento della composizione sociale della emigrazione italiana che va compreso a fondo, sia per le sue ripercussioni sul paese sia sulle politiche europee di spoliazione delle risorse dei paesi più deboli (Grecia, Spagna, Portogallo e Italia soprattutto) che sui paesi in cui viene concentrato il capitale umano più qualificato reso disponibile dalla disoccupazione e dalla mancanza di prospettive nei paesi più deboli. Non è un mistero che siano Germania e Gran Bretagna a fare da padroni in questo processo di concentrazione delle migliori risorse umane disponibili nell’Unione Europea e nel suo cortile di casa (vedi la politica tedesca sui profughi siriani).

Ad accentuare questa fuga di capitale umano dall’Italia – scarsamente rimpiazzata dall’arrivo di immigrati dai paesi del sud del mondo – è stata indubbiamente la crisi e poi la recessione che ha portato ad una disoccupazione di massa, alla chiusura di fabbriche e alle ridottissime possibilità di lavoro vero messe a disposizione dei giovani laureati e diplomati.

Lo scorso anno, ad esempio, da gennaio a dicembre 2014, hanno trasferito la loro residenza all’estero per espatrio 101.297 cittadini italiani, in prevalenza uomini (56,0%), celibi (59,1%), tra i 18-34 anni (35,8%), partiti dal Nord Italia (con ogni probabilità dalla Lombardia) per trasferirsi, soprattutto in Europa (probabilmente in Germania o Regno Unito). Ad esaminare questi dati – e a fornire un quadro desolante ma significativo sul rapporto tra emigrazione e sviluppo – è il Rapporto Migrantes 2015, curato dalla Cei. Si tratta di dati reali che rendono risibili, ridicole e amene le sparate demagogiche di Salvini ma che inchiodano al muro anche la demagogia di Renzi sul paese che va bene.

La crescita della fuga di capitale umano dall’Italia, in valore assoluto, è di tutte le classi di età. In particolare dei 101mila cittadini italiani emigrati all’estero nel 2014, 62.797 sono giovani in età lavorativa avendo tra i 18 e i 49 anni; i minori sono 20.145 e di questi il 12,8% ha meno di 10 anni. Ci sono poi i pensionati che hanno verificato come quelle che sono pensioni da fame in Italia consentono magari esistenze più dignitose in paesi con il costo della vita è più basso. Nel 2014 sono emigrate 7.205 persone sopra i 65 anni, di cui 685 hanno più di 85 anni.

Ovviamente è stata la Germania, con 14.270 trasferiti, la meta preferita di questa fuga di capitale umano. A seguire il Regno Unito (13.425) – primo paese lo scorso anno – seguita dalla Svizzera (11.092) e dalla Francia (9.020).

Anche per il 2015, si conferma che la recente mobilità italiana è soprattutto dalle regioni settentrionali. La Lombardia, con 18.425 partenze, è, infatti, per il secondo anno consecutivo, la prima regione seguita da una importante novità ovvero il balzo in avanti della Sicilia che dalla quarta posizione del 2014 arriva, nel 2015, alla seconda. Sono ben 110 le province da cui sono partiti gli italiani nel corso del 2014. Milano, con 6.386 persone, guida la classifica e ha superato, rispetto allo scorso anno, Roma (5.974 partenze). Gli aumenti più consistenti tra le prime 10 province per numero di partenze si sono registrati a Udine (86,1%) e Varese (46,2%).

Ma quale tipo di capitale umano sta svuotando il nostro paese da risorse indispensabili per il suo sviluppo? Ci sono sicuramente migliaia di giovani e meno giovani competenti nelle nicchie di eccellenza del made in Italy (la ristorazione o le rifiniture edilizie per esempio), ma la migrazione di capitale umano qualificato è cresciuta in modo inquietante, incentivata sia dalla destrutturazione del sistema di istruzione pubblico a livello di scuola e università, sia da operazioni come quelle di Hartz in Germania concepite proprio per rastrellare capitale umano qualificato dagli altri paesi europei.

Il fenomeno dell’emigrazione per ragioni lavorative, tra i laureati, è tendenzialmente in crescita negli ultimi anni. L’ultimo rapporto AlmaLaurea conferma infatti un quadro occupazionale tuttora difficoltoso in Italia, pur rilevando, con esclusivo riferimento ai laureati ad un anno dal titolo, qualche timido segnale di ripresa: il tasso di disoccupazione figura infatti in leggera contrazione e le retribuzioni risultano in lieve aumento. In particolare, le differenze più consistenti tra i laureati impiegati all’estero e quelli occupati in Italia riguardano le prospettive di guadagno (7,4 in media contro 6,2 su una scala 1-10) e di carriera (7,4 contro 6,3), la flessibilità dell’orario di lavoro (7,7 contro 6,9) e il prestigio che si riceve dal lavoro (7,6 contro 6,8).

La rilevazione effettuata ad hoc da Alma Laurea mette in evidenza che la gran parte (82%) degli intervistati ha trovato occupazione in Europa e un ulteriore 10% è invece oltreoceano, nel continente americano (sia nel nord che nel sud); marginali le quote di chi si trova in altre aree.

Il Regno Unito (16,5%), la Francia (14,5%), la Germania (12%) e la Svizzera (12%) risultano essere i paesi europei più attrattivi per motivi di lavoro. I laureati di secondo livello dichiarano di essersi trasferiti all’estero principalmente per mancanza di opportunità di lavoro in Italia (38%) e, in subordine, per aver ricevuto un’offerta interessante (in termini di retribuzione, prospettive di carriera e competenze tecniche o trasversali meglio valorizzate) da un’azienda o un ente estero (24%).

Che il fenomeno della fuga di capitale umano sia tutt’altro che momentaneo, emerge poi dalle risposte di chi è andato a lavorare all’estero. La prospettiva di rientro in Italia, nel medio termine (cinque anni), risulta infatti assai modesta: il 42% dichiara che è molto improbabile a causa della grande incertezza rispetto al mercato del lavoro italiano. All’opposto, solo 1 su 9 è decisamente ottimista, ritenendo il rientro molto probabile; i restanti si dividono tra chi lo ritiene poco probabile (28%) e chi non è in grado di sbilanciarsi (18,5%).

Il processo di spoliazione del nostro paese di capitale umano qualificato, diventa ancora più pesante nel caso di coloro che dopo la laurea hanno fatto un dottorato di ricerca. I dottori di ricerca che lavorano all’estero ad un anno dal titolo sono infatti prevalentemente, uomini, più giovani e provengono da contesti familiari più favoriti. Decidono di trasferirsi all’estero soprattutto i dottori di ricerca in Scienze di base (18%) e Ingegneria (11%); per le altre macroaree i valori sono inferiori al 9%, addirittura si riducono al 6% nell’area in Scienze economico-giuridico-sociali.

Il ramo di attività economica in istruzione e ricerca, coerentemente con gli studi dottorali compiuti, è il prevalente; resta pur sempre vero che all’estero è assorbito da tale settore il 55% dei dottori, 12 punti percentuali in più rispetto a quanto osservato in Italia. Ciò è vero in particolare per i dottori di ricerca di Scienze di base e di Ingegneria. Ad un anno dal dottorato il 52% dei dottori risulta occupato all’estero come ricercatore o docente universitario, senza particolari differenze per macroarea, contro il solo 21% rilevato in Italia.

Ma se un paese lascia andare le sue risorse umane più qualificate (e uno o più paesi forti le rastrellano sistematicamente nei paesi europei periferici), quale sarà la sua possibilità di sviluppo? L’Unione Europea si conferma così come lo schermo delle opportunità che nasconde la realtà di una crescente disuguaglianza, una ipoteca che nei prossimi anni peserà ancora di più di quanto fatto nei ventitre anni passati dall’introduzione del Trattato di Maastricht, in pratica l’inizio dell’apocalisse sociale e politica del nostro paese e dei paesi Pigs.

da Contropiano.org 13 novembre 2013

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Luciano Gallino, intellettuale di fabbrica (di Marco Revelli)

Addio. Formatosi in quella Camelot moderna che fu l’Ivrea di Olivetti, è stato un padre della sociologia. Le sue analisi hanno anticipato la grande crisi, il degrado dei tempi l’ha costretto a un impegno da militante.

Luciano Gallino ha scritto fino all’ultimo, fino a pochi giorni fa, quando le forze sono venute meno.

Perché sentiva l’importanza — forse anche l’angoscia — di ciò che aveva da dire. E cioè che il mondo non è «come ce lo raccontano». Che il meccanismo che le oligarchie finanziarie e politiche dominanti stanno costruendo e difendendo con ogni mezzo — quello che in un suo celebre libro ha definito il Finanz-capitalismo — è una follia, «insostenibile» dal punto di vista economico e da quello sociale. Che l’Europa stessa — l’Unione Europea, con la sua architettura arrogantemente imposta — è segnata da un’insostenibilità strutturale. E che il dovere di chi sa e vede — e lui sapeva e vedeva, per il culto dei dati e dell’analisi dei fatti e dei numeri che l’ha sempre caratterizzato -, è di dirlo. A tutti, ma in particolare ai giovani. A quelli che di quella rovina pagheranno il prezzo più amaro.

Non per niente il suo ultimo volume (Il denaro, il debito e la doppia crisi) è dedicato «ai nostri nipoti». E reca come exergo una frase di Rosa Luxemburg: «Dire ciò che è rimane l’atto più rivoluzionario».

Eppure Gallino non era stato, nella sua lunga vita di studio e di impegno, un rivoluzionario. E neppure quello che gramscianamente si potrebbe definire un «intellettuale organico».

La sua formazione primaria era avvenuta in quella Camelot moderna che era l’Ivrea di Adriano Olivetti, all’insegna di un «umanesimo industriale» che ovunque avrebbe costituito un ossimoro tranne che lì, dove in una finestra temporale eccezionale dovuta agli enormi vantaggi competitivi di quel prodotto e di quel modello produttivo, fu possibile sperimentare una sorta di «fordismo smart», intelligente e comunitario, in cui si provò a coniugare industria e cultura, produzione e arte, con l’obiettivo, neppur tanto utopico, di suturare la frattura tra persona e lavoro. E in cui poteva capitare che il capo del personale fosse il Paolo Volponi che poi scriverà “Le mosche del capitale”, e che alla pubblicità lavorasse uno come Franco Fortini, mentre a pensare la «città dell’uomo» c’erano uomini come Gallino, appunto, e Pizzorno, Rozzi, Novara… il fior fiore di una sociologia critica e di una psicologia del lavoro dal volto umano.

Intellettuale di fabbrica, dunque. E poi grande sociologo, uno dei «padri» della nostra sociologia, a cui si deve, fra l’altro, il fondamentale Dizionario di sociologia Utet. Straordinario studioso della società italiana, nella sua parabola dall’esplosione industrialista fino al declino attuale. E infine intellettuale impegnato — potremmo dire «intellettuale militante» — quando il degrado dei tempi l’ha costretto a un ruolo più diretto, e più esposto.

Gallino in realtà, negli ultimi decenni, ci ha camminato costantemente accanto, anzi davanti, anticipando di volta in volta, con i suoi libri, quello che poi avremmo dovuto constatare. È lui che ci ha ricordato, alla fine degli anni ’90, quando ancora frizzavano nell’aria le bollicine della Milano da bere, il dramma della disoccupazione con “Se tre milioni vi sembran pochi”, segnalandolo come la vera emergenza nazionale; e poco dopo, nel 2003 — cinque anni prima dell’esplodere della crisi! — ci ha aperto gli occhi sulla dissoluzione del nostro tessuto produttivo, con “La scomparsa dell’Italia industriale”, quando ancora si celebravano le magnifiche sorti e progressive della new economy e del «piccolo è bello».

È toccato ancora a lui, con un libro folgorante, ammonirci che Il lavoro non è una merce, per il semplice fatto che non è separabile dal corpo e dalla vita degli uomini e delle donne che lavorano, proprio mentre tra gli ex- cultori delle teorie marxiane dell’alienazione si faceva a gara per mettere a punto quelle riforme del mercato del lavoro che poi sarebbero sboccate nell’orrore del Jobs act, vero e proprio trionfo della mercificazione del lavoro.

Poi, la grande trilogia – “Con i soldi degli altri”, “Finanzcapitalismo”, “Il colpo di Stato di banche e governi” – , in cui Gallino ci ha spiegato, praticamente in tempo reale, con la sua argomentazione razionale e lineare, le ragioni e le dimensioni della crisi attuale: la doppia voragine della crisi economica e della crisi ecologica che affondano entrambi le radici nella smisurata dilatazione della ricchezza finanziaria da parte di banche e di privati, al di fuori di ogni limite o controllo, senza riguardo per le condizioni del lavoro, anzi «a prescindere» dal lavoro: produzione di denaro per mezzo di denaro, incuranti del paradosso che l’esigenza di crescita illimitata dei consumi da parte di questo capitalismo predatorio urta contro la riduzione del potere d’acquisto delle masse lavoratrici, mentre la spogliazione del pianeta da parte di una massa di capitale alla perenne ricerca d’impiego distrugge l’ambiente e le condizioni stesse della sopravvivenza.

E intanto, nelle stanze del potere, si mettono a punto «terapie» che sono veleno per le società malate, cancellando anche la traccia di quelle ricette che permisero l’uscita dalla Grande crisi del ’29.

È per questo che l’ultimo Gallino, quello del suo libro più recente, aggiunge ai caratteri più noti della crisi, anche un altro aspetto, persino più profondo, e «finale».

Rivolgendosi ai nipoti, accennando alla storia che vorrebbe «provare a raccontarvi», parla di una sconfitta, personale e collettiva. Una sconfitta – così scrive – «politica, sociale, morale». E aggiunge, poco oltre, che la misura di quella sconfitta sta nella scomparsa di due «idee» – e relative «pratiche» – che «ritenevamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico».

Con un’ultima parola, in più. Imprevista: «Stupidità». La denuncia della «vittoria della stupidità» – scrive proprio così – delle attuali classi dominanti.

Credo che sia questo scenario di estrema inquietudine scientifica e umana, il fattore nuovo che ha spinto Luciano Gallino a quella forma di militanza intellettuale (e anche politica) che ha segnato i suoi ultimi anni.

Lo ricordiamo come il più autorevole dei «garanti» della lista L’Altra Europa con Tsipras, presente agli appuntamenti più importanti, sempre rigoroso e insieme intransigente, darci lezione di fermezza e combattività. E ancora a luglio, e poi a settembre, continuammo a discutere – e lui a scrivere un testo – per un seminario, da tenere in autunno, o in inverno, sull’Europa e le sue contraddizioni, per dare battaglia. E non arrendersi a un esistente insostenibile…

L’addio a Torino

Sarà allestita martedì 10 novembre dalle 11 alle 19.30 nell’aula magna dell’Università di Torino la camera ardente di Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia scomparso domenica scorsa a 88 anni. La cerimonia di commiato si terrà, sempre all’Università, mercoledì 11 novembre alle 10 dopodiché il feretro sarà trasferito al Cimitero monumentale per la cremazione.

da il Manifesto 10 novembre 2015

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Trivellazioni: stop per quelle in mare. E quelle a terra?

Negli ultimi mesi si è assistito a un ampio fronte di protesta contro le trivellazioni per la ricerca di petrolio in mare, protesta più che legittima – direi sacrosanta- per la delicatezza degli ecosistemi marini e che – fortunatamente – ha trovato ampia eco sui media e sulla stampa.

Anche numerose regioni si sono dichiarate contrarie e addirittura è stato proposto un referendum per abrogare la ricerca di idrocarburi in mare; per il presidente dei Medici per l’Ambiente della Sardegna tuttavia “l’iniziativa referendaria è debole, perché non mira ad abrogare le norme contenute nel decreto Destinazione Italia che trasferiscono in capo allo Stato le competenze sulle trivellazioni a terra relative allo sfruttamento delle risorse geotermiche. Inoltre, non si contestano le norme sulle trivellazioni contenute nell’ultima Finanziaria” .

L’articolo 38 del decreto Sblocca Italia apre infatti la strada anche alla ricerca di idrocarburi con “trivelle onshore” (in terra) e viene scritto che: “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili. I relativi decreti autorizzativi comprendono pertanto la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dell’opera e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi…”
Ma la ricerca di idrocarburi a terra non è certo meno scellerata di quella in mare: comporterebbe innanzitutto un notevolissimo consumo di suolo che passerebbe – come risulta da un recente documento di Isde – dagli oltre 43mila chilometri quadrati attuali a quasi 80mila chilometri quadrati.

Ma a parte il consumo di territorio qualcuno può forse ancora illudersi che l’impatto delle trivellazioni a terra sia scevro da rischi? Un recente libro “L’impatto ambientale del petrolio in mare e in terra” chiarisce ogni dubbio. Il libro, di carattere divulgativo ma assolutamente scientifico, è opera di esperti che si sono assunti il compito di condensare le indagini e conclusioni di tecnici e studiosi di gran parte dl mondo, nonché le loro esperienze personali: si tratta di Massimo V. Civita, Ordinario di Idrogeologia Applicata presso il Politecnico di Torino ed Albina Colella, Ordinario di Geologia presso l’Università della Basilicata. L’elenco dei potenziali danni comprende danni non stimabili né riparabili quali quello all’ambiente terra nel suo complesso, alla perdita di vite umane, alla salute di chi risiede in prossimità dei pozzi, dei centri di trattamento, dei siti di stoccaggio, ma anche danni alla quantità e qualità delle risorse idriche superficiali e profonde destinate al consumo umano, all’agricoltura, nonché danni al turismo.

Proprio la professoressa Colella nella relazione sulla “Qualità delle acque in un territorio sede di estrazioni petrolifere”, tenuta lo scorso 24 settembre all’Istituto Superiore di Sanità nel corso del Convegno in memoria di Lorenzo Tomatis, ha illustrato dati inequivocabili sulla presenza di idrocarburi in acque, sedimenti, pesci d’acqua dolce e alimenti in aree di estrazioni petrolifere in Basilicata. Appare davvero singolare a questo proposito l’opposizione della Regione Basilicata alle trivellazioni a mare, quando a terra, ad esempio, il numero delle aziende agricole nella Val D’Agri ( interessata dalle estrazioni petrolifere) è passato dalle 4.408 del 2000 alle 1795 nel 2010, e la superficie agricola utilizzata nello stesso arco di tempo è calata di oltre il 16%.

Nell’ottobre scorso, sempre in risposta al Decreto “Sblocca Italia” un gruppo di ricercatori e scienziati di levatura internazionale, che fa capo al Prof. Vincenzo Balzani di Bologna, ha scritto in una lettera aperta al Governo . In questa lettera si afferma fra l’altro che “La fine dell’era dei combustibili fossili è inevitabile, e ridurne l’uso è urgente per limitare l’inquinamento dell’ambiente e per contenere gli impatti dei cambiamenti climatici… E’ necessario promuovere, mediante scelte politiche appropriate, l’uso di fonti energetiche alternative che siano, per quanto possibile, abbondanti, inesauribili, distribuite su tutto il pianeta, non pericolose per l’uomo e per l’ambiente, capaci di colmare le disuguaglianze e di favorire la pace (…). Le energie rinnovabili non sono più una fonte marginale di energia, come molti vorrebbero far credere: oggi producono il 22% dell’energia elettrica su scala mondiale e il 40% in Italia, dove il fotovoltaico da solo genera energia pari a quella prodotta da due centrali nucleari”.

Perché il parere autorevole di scienziati e ricercatori scevri da conflitti di interesse, ma anche quello di medici che hanno a cuore la tutela della salute pubblica, non vengono mai tenuti nella dovuta considerazione? Perché nel sempre più ampio panorama di coloro che capiscono l’importanza della difesa dell’ambiente, gli obiettivi che si vanno a perseguire sono purtroppo troppo spesso parziali o distorti? Credo che solo documentandosi su fonti di indubbio valore come il libro che ho citato, non delegando a terzi la gestione dei problemi più spinosi e tornando a ragionare il più possibile in modo autonomo e critico, le varie comunità possano mettere a fuoco i giusti obiettivi e le strategie per difendersi.
E nel caso specifico auspico che al più presto si attivi una vasta e condivisa azione di protesta anche contro le trivellazioni a terra.

Articolo di Patrizia Gentilini
(da Il Fatto Quotidiano del 28 settembre 2015)

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Expo, primo bilancio (senza retorica) di Gianni Barbacetto e Marco Maroni

Alla fin della fiera l’obiettivo è stato raggiunto, alla faccia di gufi e disfattisti: Expo chiude i battenti con oltre 20 milioni di ingressi. Un trionfo, almeno per il commissario Sala, che ha la strada spianata per Palazzo Marino, per il governo Renzi e la sua retorica dell’Italia che funziona, e per il gigantesco apparato mediatico mobilitato fin dall’inizio, a suon di milioni, in una delle più straordinarie operazioni di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica che si ricordino. Restano però in sospeso due domande: i numeri testimoniano un successo? E, soprattutto, alla fine chi paga?
Il successo di un grande “camouflage”
Se al di là della fanfara celebrativa si guardano i fatti, l’Expo universale di Milano ha registrato ingressi contenuti, chiude con un disastroso buco di bilancio, non ha rilanciato l’economia e lascia dietro di sé uno strascico di problemi irrisolti.
Quello milanese è stato il peggior Expo degli ultimi 50 anni. Tolti i quasi 14 mila addetti che ogni giorno si sono avvicendati nel sito, su cui i comunicati di Expo sorvolano, e la ridicola mistificazione per cui si considerano le code da sfinimento un indice di successo e non di disorganizzazione, l’esposizione milanese chiude con 18 milioni di visitatori. È la stessa cifra registrata dall’Expo di Hannover 2000, ricordato come “il flop del millennio”. Per fare peggio di così bisogna andare all’Expo di Seattle del 1962, con 9 milioni di visite. Ma il problema non è quello del flusso di visitatori. È che per evitare un flop colossale, il management dell’Expo ha spinto sui numeri dei tornelli a scapito del conto economico, che già partiva appesantito da malaffare, clientelismi, inefficienze.
La festa coi soldi degli altri. Continue reading

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La Germania blocca il TTIP, ora tocca all’Italia

Il TTIP è un accordo commerciale tra USA e UE di cui si sa poco o nulla. Non solo a causa dell’informazione italiana (al 73° posto nel mondo) che evita di sollevare il dibattito sul tema, ma anche perchè i documenti relativi all’accordo sono tenuti segreti. La negoziazione dei termini del trattato è avvenuta tra un gruppo di burocrati. Gli stati membri UE non sono entrati nel processo negoziale e ora vengono interpellati solo per la ratifica.

Senza passare dall’approvazione del popolo, basterà la firma di capi di governo non eletti da nessuno (è il caso dell’Italia e del Portogallo), che degli interessi nazionali se ne fregano.
In Germania qualche settimana fa duecentomila cittadini informati sono scesi in piazza dire no al TTIP con una manifestazione imponente che ha invaso la città di Berlino con centinaia di iniziative tra flashmob, presidi, seminari ed eventi pubblici.

Non sono passati inosservati perchè subito dopo Norbert Lammert, presidente del Bundestag (il Parlamento federale della Germania), ha detto: “Escludo categoricamente che il Bundestag ratifichi un contratto commerciale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti non avendo mai partecipato ai negoziati e non avendo nemmeno potuto prendere in considerazione opzioni alternative”. Insieme al ministro dell’Economia Sigmar Gabriel, Lammert ritiene che ”l’accesso finora limitato alle informazioni da parte statunitense sia inaccettabile, sia per il governo che per il Parlamento”.
Le istituzioni italiane non parlano. Laura Boldrini a giugno aveva incontrato Cecilia Malmstrom, commissaria UE che si occupa del TTIP. All’epoca la Boldrini aveva parlato di un’intesa a rendere più trasparente il trattato e a non “trattare al ribasso su salute e ambiente”. Parole vuote. Dopo mesi il trattato non è più trasparente e non vi è alcuna garanzia per salute e ambiente: Boldrini batti un colpo!

Le istituzione italiane e il governo vogliono ratificare il TTIP e fare gli interessi delle lobby e delle multinazionali americane. Non muoveranno un dito per tutelare gli interessi dell’Italia. Non possiamo fidarci di loro.
Il popolo deve difendersi.
I cittadini italiani devono potere esprimere il loro volere sul TTIP che porterà nelle loro tavole pollo al cloro e altre aberrazioni alimentari e darà la mazzata finale alle PMI nostrane e il M5S si sta organizzando per fare in modo che questo avvenga il prima possibile. Il Parlamento dovrà prenderne atto. #NoTTIP.

da Beppe Grillo       30 ottobre 2015

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