La scomparsa del prof. Luciano Gallino

Lo scorso 8 novembre se ne è andato il Prof. Luciano Gallino, sociologo, economista, docente all’Università di Torino, autore di una serie infinita di saggi tra i quali vale la pena di ricordare “L’impresa irresponsabile” e “Il colpo di Stato di Banche e Governi”. Una mente lucidissima, caparbiamente impegnata nel contrasto alle teorie neo ed ultraliberiste con analisi puntuali e proposte alternative nel nome del rispetto dell’essere umano da anni calpestato dalle priorità del profitto. In rare occasioni abbiamo avuto la possibilità di vederlo in qualche trasmissione televisiva, su RaiNews24 o sulla RaiTre, chiamato ad interpretare una voce fuori dal coro delle decine di economisti e tuttologi omologati a proni agli interessi della finanza e dei politicanti al suo servizio. Sono state comparizioni rarissime utili solo a fornire alla Rai una foglia di fico che servisse a far credere, ai creduloni, l’esistenza di una informazione pubblica non schierata. Ho avuto il piacere e l’onore di essere suo correlatore in un paio di convegni di qualche anno fa ed ho appreso della sua scomparsa con lo stesso dolore che avrei provato per un parente stretto.
Pochi giorni prima di lasciarci è stato pubblicato il suo ultimo lavoro dal titolo “Il denaro, il debito e la doppia crisi” edito da Einaudi.
In occasione dell’uscita di questo libro riprendiamo poche righe di una sua anticipazione dal titolo
“Cari nipoti vi racconto la nostra crisi:
Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma anche la vostra.
Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea. A ogni sconfitta corrisponde ovviamente la vittoria di qualcun altro. In realtà noi siamo stati battuti due volte. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità.
L’idea di uguaglianza, anzitutto politica, si è affermata con la rivoluzione francese. Essa dice che ogni cittadino gode di diritti inalienabili, indipendenti dal suo censo o posizione sociale, e ogni governo ha il dovere di adoperarsi per fare in modo che essi siano realmente esigibili da ciascuno. La marcia di tale idea è stata per oltre due secoli faticosa e incerta, ma nell’insieme ha avuto esiti straordinari. La facoltà di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento, la formazione di sindacati liberi, la graduale estensione del voto sino a includere tutti i cittadini, la tassazione progressiva, l’ingresso del diritto nei luoghi di lavoro, l’istruzione libera e gratuita per tutti sino all’università, la realizzazione dello stato sociale, i limiti posti alle attività speculative della finanza: è una lunga storia, quella che vede il principio di uguaglianza diventare vita quotidiana per l’intera popolazione.
Due periodi furono specialmente favorevoli a tale marcia: gli anni trenta sotto la presidenza Roosevelt, negli Stati Uniti, che videro un grande rafforzamento dei sindacati e una severa regolazione della finanza, e i primi trent’anni dopo la seconda guerra mondiale, in quasi tutti gli stati europei, Italia compresa. Poi, sul finire degli anni settanta, la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l’attacco dell’idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza. Si tratta della classe dei personaggi superpotenti e super-ricchi che controllano la finanza, la politica,, i media, che dopo i moti di piazza anti Wall Street di anni recenti si usa stimare nell’1 per cento, un dato che le statistiche sulla distribuzione della ricchezza confermano.
Essa iniziò quindi un feroce quanto sistematico attacco a qualsiasi cosa avesse attinenza con l’uguaglianza, previa una preparazione che risaliva addirittura agli anni Quaranta (…).
Quando parlo di pensiero critico, che costituisce la perdita numero due, mi riferisco ad una corrente di pensiero che oltre al soggiacente ordine sociale mette in discussione le rappresentazioni della società diffuse dal sistema politico, dai principali attori economici, dalla cultura dominante nelle sue varie espressioni, dai media all’accademia. La tesi da cui tale corrente è (o era) animata è che le rappresentazioni della società predominanti in un paese distorcono la realtà al fine di legittimare l’ordine esistente a favore delle élite o classi che formano tra l’1 e il 10 per cento della popolazione. E’ una tesi che ha una lunga storia. E’ stata formulata tra i primi da Machiavelli; ha toccato un vertice di spessore e complessità con Marx e poi con la teoria critica della società, elaborata dalla scuola di Francoforte tra gli anni Venti e Cinquanta; si è prolungata in Italia con Gramsci e in Francia con Bourdieu e Foucault, sin quasi ai giorni nostri. La suddetta tesi trova una clamorosa conferma nella società contemporanea, a cominciare dalla nostra. La rappresentazione di quest’ultima che vi propongono i giornali, la tv, i discorsi dei politici, le scienze economiche, la stessa scuola, l’università, sono soltanto contraffazioni della realtà, elaborate ad uso e consumo delle classi dominanti. E’ la funzione che svolgono quotidianamente le dottrine neoliberali. E guai se uno osa contraddirle. Il richiamo alle distorsioni che l’enorme aumento della disuguaglianza ha prodotto in campo sociale, politico, morale, civile, intellettuale viene confutato dall’idea che l’arricchimento dei ricchi solleva tutte le barche – laddove un minimo di riguardo all’evidenza empirica mostra che nel migliore dei casi, ha scritto un economista americano, esso solleva soltanto gli yacht. Al posto del pensiero critico ci ritroviamo, come si è detto, con l’egemonia dell’ideologia neoliberale, la sua vincitrice. E’ un’ideologia strettamente connessa all’irresistibile ascesa della stupidità al potere. E’ l’impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo l’economia mondiale, poi hanno imposto alla UE politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause – cioè la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere giunta a un punto di non ritorno. Resta pur vero che senza l’apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sottocchio. Pensate a quanto è successo nell’autunno 2014. All’epoca i disoccupati sono oltre 3 milioni. I giovani senza lavoro sfiorano il 45 per cento. La base produttiva ha perso un quarto del suo potenziale, Il PIL ha perso 10-11 punti rispetto all’ultimo anno prima della crisi, E che fa il governo ? Si sbraccia allo scopo di introdurre nella legislazione sul lavoro nuove norme che facilitino il licenziamento, riprendendo idee e rapporti dell’Ocse di almeno vent’anni prima. Come non concludere che siamo di fronte a casi conclamati di stupidità”.

dalla Newsletter Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte del 15 novembre 2015

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