La guerra dei ricchi è cominciata (di Bruno Amoroso)

Redditi e rapine

La crisi politica dell’Europa – che ha raggiunto il suo apice, per ora, con il problema dei profughi in fuga dalla guerra e dalla fame, e della lotta al “terrorismo” – è un dramma da tempo annunciato, così come lo è la reazione dei popoli e dell’establishment politico, economico e militare. Il filosofo di Treviri lo aveva previsto: non saranno le teorie o le ideologie a indirizzare le aspirazioni dei popoli, ma il peggioramento delle loro condizioni di vita e di sicurezza. L’establishment lo sa ed è per questo che ha rinunciato a contrastare i movimenti per la pace, le richieste di co-sviluppo tra nord e sud, i programmi di giustizia sociale ed equità giuridica. Per cambiare la testa degli individui è sufficiente togliergli il tappeto sotto i piedi. Facendosi promotore della “pace” e della “democrazia” negli altri paesi, porgendo la mano alla protesta contro i governi e le ineguaglianze da essa stessa promosse, la Triade ha fomentato le rivolte e le guerre civili nei paesi arabi e africani con l’aiuto dei propri regimi fantoccio e del “terrorismo”.

Ha costruito il suo alibi con anni di campagne sulla necessità dei tagli e dei risparmi nei paesi europei, che hanno trasformato l’immagine di quella gioiosa macchina di pace che fu lo Stato del Benessere in una banda di spendaccioni a spese del mercato e del capitalismo. È stato così che nei paesi europei si è scatenato il clamore sulla generosità sconsiderata dello Stato a spese delle imprese e dei capitali, ed è iniziata la caccia predatoria a spese dei pensionati, dei malati e dei più deboli. Anche nella felice Danimarca ci si è messi a contare il numero delle merende dei bambini e dei minuti di assistenza ai vecchi e malati, l’”agenzia delle entrate” si è impegnata nella caccia all’evasione e al lavoro nero dei piccoli commercianti e dei disoccupati dimenticando i grandi evasori.

Questo all’indomani di una “crisi” finanziaria che ha rapinato i risparmi dei lavoratori. Alla crescente disaffezione per questo Stato delle cose si è fatto fronte con la difesa dei “valori” nazionali e della “democazia” rafforzando la presenza del paese sui fronti di Guerra della Nato, costruendo al centro di Copenaghen un nuovo mausoleo ai caduti delle guerre Nato, e con decisioni legislative per la difesa dei “valori” nazionali che impongono la carne di “maiale” nelle colazioni dei bambini negli asili e nelle scuole. Il ritorno del “terrorismo”, con le armi e i soldi dell’Occidente, ha legittimato sia moralmente sia contabilmente i tagli alle politiche di aiuto verso i paesi africani e asiatici. La reazione di sgomento e sorpresa per la recente approvazione parlamentare della legge L87 che autorizza la perquisizione e il sequestro da parte della polizia danese degli “ori e diamanti” che i migranti trascinerebbero con se nelle loro valigie è stata stigmatizzata come ipocrita da parte del governo danese. La tesi ufficiale, ribadita anche a Bruxelles, è che questo è in linea con quanto il governo fa in Danimarca anche verso i propri cittadini. La rapina eretta a sistema, verso i propri e gli altri cittadini, durante la quale i risparmi di una vita non sono distinguibili dal bottino della finanza e delle guerre, quelli mai conteggiati e tassati.

I migranti sono i veri speculatori del nostro tempo

“I migranti sono i veri speculatori cinici del nostro benessere”. Sempre alla “ricerca di come evadere le tasse abbandonano le loro case, mogli e figli per la bramosia del denaro”. Non c’è traccia delle guerre e dei disastri economici – entrambi da noi promossi – in questi giudizi. Non c’è memoria dei milioni di migranti che dall’Europa sono andati in altre parti del mondo per sopravvivere.Dovrebbero restare nel proprio paese a lottare per la “democrazia” e cercare rifugio nei paesi vicini più simili alla loro cultura, sostengono i ben pensanti. Benedetta ignoranza! Questo è quello che fanno da anni laddove è possibile. Questo è stato anche per un decennio il programma dell’Unione Europea con le politiche mediterranee e di cooperazione. Una cooperazione (l’Accordo di Barcellona) che passava attraverso gli Stati e includeva la società civile.

Gli obiettivi erano chiari sin dall’inizio: contrastare i conflitti e le guerre e creare in pochi decenni i milioni di posti di lavoro necessari a prevenire una altrimenti inevitabile migrazione biblica verso l’Europa. Un piano la cui debolezza è consistita nel mancato riconoscimento della sua incompatibità con il progetto di globalizzazione promosso dagli Stati Uniti e dall’Europa che si andava affermando.Le lotte per la democrazia sono così divenute il cavallo di Troia della Triade per riportare la guerra in quei paesi e distruggerne definitivamente le economie. Non a partire dai paesi più poveri – dove poco restava da fare – ma dai paesi più forti come l’Iraq, la Siria, l’Egitto e la Libia. La fuga da quei paesi si è rovesciata sui paesi vicini – Libano, Giordania, Turchia – dove milioni di persone vivono in condizioni inumane nelle tendopoli offerte dalle Nazioni Unite e ormai trasbordano verso l’Europa. Continue reading

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Gli indigeni del Brasile contro il fracking: eroica lotta per proteggere la loro terra (di Francesca Mancuso)

I popoli indigeni brasiliani hanno detto no al fracking nelle loro terra e a dicembre il giudice federale della città di Cruzeiro do Sul, ha dato loro ragione, ordinando la sospensione e la cancellazione di tutte le attività legate al petrolio e al gas a Juruá Valley.

Questa regione è nota per essere la più importante roccaforte degli ultimi popoli indigeni isolati della Terra.

Il fracking o fratturazione idraulica consiste nell’iniettare acqua a pressione sottoterra mescolata a sabbia e sostanze chimiche non biodegradabili per liberare il gas intrappolato nella roccia.

Nel 2009, il governo brasiliano decise di mettere all’asta le aree da destinare al fracking, senza considerare i grandi rischi che queste attività avrebbero rappresentato sia per l’ambiente che per le comunità rurali.

La decisione del governo brasiliano fu presa senza consultare la società civile, la comunità scientifica o settori produttivi. Nel 2013, l’Agenzia nazionale per il petrolio (ANP) cedette delle aree esplorative sulle principali falde acquifere, tra Serra Geral, Guarani, Bauru, São Francisco.

Ciò innescò una vasta mobilitazione di scienziati, geologi, idrologi, ingegneri, biologi e dirigenti pubblici. Gli indigeni della valle di Javari allora chiesero a 350.org di aiutarli a difendersi contro la minaccia dello sfruttamento di petrolio e gas nei loro territori, dando vita alla campagna Não Fracking Brasil portata avanti anche da Coesus.

Dal 2013, si sono susseguiti incontri con i leader indigeni, politici e dirigenti regionali, conferenze, audizioni pubbliche e interviste su radio e televisione per spiegare i rischi del fracking . Negli stati di Amazonas, Paraná e Acri, dove si trova Juruá Valley, la campagna è sostenuta anche dal Consiglio Indigeno Missionario.

L’azione di maggior successo ha avuto luogo lo scorso ottobre, quando gli attivisti e leader indigeni riuscirono ad interrompere l’ultima asta dei blocchi esplorativi delle terre indigene di Acre e Paraná, organizzata dall’ANP. I leader indigeni in quell’occasione motivarono la loro posizione contro il fracking di fronte ai rappresentanti delle maggiori compagnie petrolifere e alla stampa internazionale.
Ma la vera vittoria arrivò il 16 dicembre quando il giudice federale nella città di Cruzeiro do Sul, decise di fermare tutte le attività di esplorazione di petrolio e gas.

L’azione degli indigeni non si fermerà qui. Nel 2016 le popolazioni sperano di espandere la campagna anti-fracking, sostenuti da 350.org. Diverse azioni si svolgeranno durante l’anno in tutti gli stati del Brasile, come parte di uno sforzo mondiale per fermare i progetti legati ai combustibili fossili più pericolosi e supportare le soluzioni più ambiziose a favore del clima.

Mai stanchi di difendere le loro terre dalla minaccia fossile.

da GreenMe                                     12 Febbraio 2016

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La crisi è finita, sta finendo, forse sì, forse no (di Armando Rinaldi, Fondatore Atdal Over40)

La seconda settimana di febbraio ha visto il crollo mondiale delle Borse accompagnato da commenti allarmati degli stessi economisti che negli ultimi anni ci davano una economia in ripresa, una ripresa definita ancora lenta ma, ormai, irreversibile. Previsioni delle quali i politici al potere, soprattutto in Italia, fanno prontamente uso per attribuirne i meriti alle proprie scelte e ridicolizzare i “gufi” che predicano disfattismo. Tra i principali colpevoli del crollo delle Borse (stallo della crescita cinese, crisi economica in Giappone, fragilità del sistema bancario, crisi dell’Europa, rischio di recessione negli USA, ecc.) pare esserci questa volta il Petrolio il cui prezzo al barile è sceso sotto i 30 dollari con un trend al ribasso senza fine.
Per quelle strane “leggi dell’economia” il calo del prezzo di una materia prima strategica, benché si traduca in vantaggi ridicoli sui prezzi al consumo della benzina e dei derivati petroliferi, provoca terremoti nel mondo della finanza globalizzata. Si produce petrolio in eccesso e magari, come si è fatto per le arance e i pomodori mandati al macero per impedire l’aumento dei prezzi al consumo, potremmo trovarci qualche esperto pronto a consigliare di sversare in mare la sovrapproduzione di greggio. Così va il mondo nell’era della globalizzazione e del mercato libero dove la finanza spadroneggia presentando il conto delle proprie speculazioni ai ceti medi e popolari ai quali si chiede persino di condividere le oculate scelte di sacrificio brindando e divertendosi come fossero sulla tolda del Titanic che imbarcava acqua.
Scrive Curzio Maltese (il Venerdì di Repubblica, 12 febbraio 2016) “uno dei gufi più ricchi del pianeta, il Prof. George Soros, sostiene, del tutto in controtendenza, che l’economia mondiale si sta avvitando verso un’altra recessione come quella del 2008 … A voler essere un po’ più a sinistra di Soros, cosa che non è difficile, bisognerebbe aggiungere che viviamo in un mondo dove ogni anno i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non si capisce allora da quali basi di massa dovrebbe ripartire il consumo e quindi il rilancio della produzione”. Continue reading

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