La crisi è finita, sta finendo, forse sì, forse no (di Armando Rinaldi, Fondatore Atdal Over40)

La seconda settimana di febbraio ha visto il crollo mondiale delle Borse accompagnato da commenti allarmati degli stessi economisti che negli ultimi anni ci davano una economia in ripresa, una ripresa definita ancora lenta ma, ormai, irreversibile. Previsioni delle quali i politici al potere, soprattutto in Italia, fanno prontamente uso per attribuirne i meriti alle proprie scelte e ridicolizzare i “gufi” che predicano disfattismo. Tra i principali colpevoli del crollo delle Borse (stallo della crescita cinese, crisi economica in Giappone, fragilità del sistema bancario, crisi dell’Europa, rischio di recessione negli USA, ecc.) pare esserci questa volta il Petrolio il cui prezzo al barile è sceso sotto i 30 dollari con un trend al ribasso senza fine.
Per quelle strane “leggi dell’economia” il calo del prezzo di una materia prima strategica, benché si traduca in vantaggi ridicoli sui prezzi al consumo della benzina e dei derivati petroliferi, provoca terremoti nel mondo della finanza globalizzata. Si produce petrolio in eccesso e magari, come si è fatto per le arance e i pomodori mandati al macero per impedire l’aumento dei prezzi al consumo, potremmo trovarci qualche esperto pronto a consigliare di sversare in mare la sovrapproduzione di greggio. Così va il mondo nell’era della globalizzazione e del mercato libero dove la finanza spadroneggia presentando il conto delle proprie speculazioni ai ceti medi e popolari ai quali si chiede persino di condividere le oculate scelte di sacrificio brindando e divertendosi come fossero sulla tolda del Titanic che imbarcava acqua.
Scrive Curzio Maltese (il Venerdì di Repubblica, 12 febbraio 2016) “uno dei gufi più ricchi del pianeta, il Prof. George Soros, sostiene, del tutto in controtendenza, che l’economia mondiale si sta avvitando verso un’altra recessione come quella del 2008 … A voler essere un po’ più a sinistra di Soros, cosa che non è difficile, bisognerebbe aggiungere che viviamo in un mondo dove ogni anno i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non si capisce allora da quali basi di massa dovrebbe ripartire il consumo e quindi il rilancio della produzione”.
Di un umorismo amaro l’Amaca di Michele Serra (la Repubblica, 12 febbraio 2016): “Ma non si era detto, otto anni fa (quando la bolla immobiliare rivelò al mondo che si reggeva sulla compravendita dei debiti pubblici e privati, ovvero su un vuoto travestito da pieno), che la crisi era “di sistema”?
Che il cedimento non era passeggero, ma strutturale ? Che in troppi eravamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità ? Che niente sarebbe stato più come prima ? Si, ce lo ricordiamo benissimo si era detto proprio così. E allora perché mai la Borsa dovrebbe per forza tornare ai livelli degli anni d’oro, i debiti, anche i più incalliti, evaporare, il PIL lievitare, l’economia ripartire al galoppo, la crisi sparire ? Perché questa rinnovata meraviglia su un tonfo che era stato valutato senza risalita ? Ci deve essere un <pensiero magico> che impedisce di prendere atto della paurosa fragilità di un sistema nel quale il lavoro non vale più una cicca, la produzione mondiale di beni ammonta a circa un settimo della ricchezza finanziaria, il risparmio è solo un gruzzolo virtuale in balia di videate ondeggianti che affastellano numerini (mica pane e coperte di lana: numerini). Gli economisti ne capiscono un sacco, ovviamente. Ma non mi sorprenderebbe scoprire che un economista, senza rendere pubblica la notizia, abbia messo patate in cantina, legna in legnaia, riso e farina in dispensa, e qualche banconota sotto il materasso.”
E mentre i media ci inondano con i dati dello share del Festival di Sanremo (italica versione della tolda del Titanic) disoccupazione e precarietà sono sotto gli occhi di tutti (fanno eccezione gli incensatori del Jobs Act), il “decreto appropriatezza” della Ministra Lorenzin assesta un altro colpo al Sistema Sanitario Nazionale sulla strada della sua progressiva abdicazione al sistema privato, il Presidente dell’INPS Tito Boeri non frena la sua marcia verso una revisione del sistema previdenziale che non si ferma più all’idea del taglio delle pensioni che lui definisce d’oro ma si estende ora ad una ristrutturazione (si legga taglieggiamento se non eliminazione) delle pensioni di riversibilità già pesantemente falcidiate dai “riformatori” dell’ultimo ventennio. Il Disegno di Legge “sulla Povertà” nel quale è prevista una revisione delle Pensioni di Reversibilità è già depositato in Parlamento. Obiettivo comune di queste scelte è quello di drenare risorse dalle tasche del ceto medio, quello al quale spetterebbe alimentare la ripresa dei consumi, salvaguardando in misura sempre più ridotta (ma fino a quando ?) i ceti più deboli, gli incapienti ai quali, forse, dopo le politiche di austerità, è rimasta solo la pelle.
Alcuni giornali di destra rivelano l’esistenza di un complotto ai danni dell’attuale Premier, ordito da un trio composto da Mario Monti, Romano Prodi e Enrico Letta, il cui obiettivo sarebbe quello di defenestrare Matteo Renzi (che pare essersi alienato le simpatie della Merkel e dei suoi sodali) per sostituirlo con un governo tecnico a guida proprio di Tito Boeri.
Penso che dopo l’esperienza del Governo Monti la sola idea di un Governo Tecnico provochi l’orticaria a molti connazionali ma, se l’ipotesi fosse realistica, ci troveremmo di fronte al quarto Governo guidato da un Premier che non è mai passato al vaglio degli elettori, esempio unico nel mondo occidentale di come sia possibile interpretare a soggetto il concetto di democrazia. Non suoni questa mia ultima affermazione come un sostegno all’attuale Premier sulle cui scelte in materia di lavoro e di diritti abbiamo più volte espresso giudizi tutt’altro che lusinghieri. Il nocciolo della questione rimane sempre lo stesso: l’affermarsi delle teorie liberiste ha determinato la prevalenza del sistema economico e finanziario su quello politico. Le logiche e gli interessi dei gruppi economici e finanziari sono trasversalmente presenti in tutti i principali Partiti in Italia e nel mondo occidentale e ne condizionano le scelte in ogni campo. Un condizionamento che per molti esponenti della politica istituzionale si è trasformato in una condivisione consapevole e convinta. L’allargamento costante della forbice tra una infima minoranza di esseri umani sempre più ricca e il resto degli abitanti del pianeta Terra sempre più povero testimonia meglio qualsiasi analisi le conseguenze di queste scelte. Onestà intellettuale vorrebbe che chi esercita funzioni di potere indirizzasse le proprie scelte su strade diametralmente opposte. Ma così non è. Le cose si sanno, chi governa è pienamente consapevole, quindi, perseverando nel suo agire, si è reso e si rende indiscutibilmente complice dell’attuale drammatica situazione in cui ci troviamo.

dalla Newsletter
Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte del 15 febbraio 2016

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