La Resistenza di ieri, la Resistenza di oggi

“alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,

ma nessuno o pochi si domandano:

se avessi fatto  anch’io il mio dovere

se avessi cercato  di far valere la mia volontà

sarebbe successo ciò che è successo?”

Antonio Gramsci

Quest’anno ad Assago, durante la manifestazione organizzata dal Comune per il 25 aprile davanti al monumento dedicato ai nostri partigiani, c’è stato anche il mio intervento in qualità di presidente dell’ Anpi di Assago.

Per dire quel che andavo pensando da tempo: ” Non è questa l’ Italia per cui hanno combattuto e sono morti i Partigiani: gli spazi di democrazia si stanno restringendo in Italia, in Europa e in tutto il mondo.

Basti pensare al TTIP, quello sciagurato Trattato transatlantico di partnerariato per il commercio e gli investimenti, condotto in gran segreto tra Unione europea e Stati uniti d’America e che sarà una corda al collo per tutti i popoli.

Basti pensare nel nostro paese alla Riforma costituzionale del Senato e alla legge elettorale dell’italicum, che consegneranno il Parlamento al Premier di turno e che ne disporrà a suo piacimento; allo scippo del Referendum sull’ acqua pubblica, votato dal 54% degli aventi diritto al voto e vinto a larghissima maggioranza dai cittadini, che la vogliono affidata a mani pubbliche e che è stato disatteso nella legge appena approvata; basti pensare al recente Referendum sulle trivellazioni in mare, per cui il Presidente del consiglio ha invitato ad andare appunto al mare, quale mare se poi sarà inquinato?

E poi le trivellazioni nei territori, in Basilicata, dove gli effetti si vedono da anni con l’ aumento delle malattie e le morti per tumore e che ci saranno anche qua, sul nostro territorio a causa di una concessione già data alla società Appenine Energy per estrarre gas nel comune di Zibido S. Giacomo, concessione che si estende fino ad Assago.

E ho taciuto del Ponte sullo stretto di Messina e del Muos sempre in Sicilia, del Tav in val di Susa e della variante di valico tra Liguria e Piemonte, delle opere inutili già realizzate come la Brebemi e la Tangenziale est esterna e della progettata Tangenziale ovest esterna, con un’ulteriore scempio e consumo di territorio.

No! Non era questa l’Italia che sognavano i Partigiani!

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Il mare nero, di Maria Teresa de Carolis

Il 17 aprile sarà, forse, una bella giornata, sole splendente, fioriture che risvegliano il buon umore e invitano a respirare all’aria aperta. Aprile è il mese in cui la natura abbraccia con delicatezza il quotidiano e sarà, speriamo, una giornata di coscienza.  Il 17 aprile si vota per il referendum sulle trivellazioni nei mari italiani. Il testo del quesito referendario  è:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)‘, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale‘?”

Per entrare nel dettaglio, con questo referendum si chiede ai cittadini italiani di cancellare la norma che permette alle società petrolifere di cercare ed estrarre petrolio e gas entro le 12 miglia dalle coste senza limiti di tempo. La soglia limite delle 12 miglia è stata introdotta nel 2010 dal cosiddetto “Decreto Prestigiacomo”, che fu approvato subito dopo l’esplosione nel Golfo del Messico della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, a salvaguardia del mare e delle coste.

Le società impegnate nelle trivellazioni dei fondali marini, infatti, nonostante non possano più richiedere nuove concessioni, usufruiscono di permessi senza scadenza certa. Ne nasce un utilizzo sine die, che genera sfruttamento a tempo indeterminato. Nel caso in cui si raggiunga il quorum e gli italiani esprimano un parere positivo all’abrogazione, entro i prossimi anni  le concessioni andranno a scadere. Legambiente, come tante altre associazioni, si è fatta promotrice del SI, chiara ed esplicativa la mappa pubblicata di recente di tutte le concessioni che riguardano i nostri mari:

«Nel nostro mare, entro le 12 miglia, ci sono ad oggi 35 concessioni di estrazione di idrocarburi (coltivazione). Tre di queste sono inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (è quella di Ombrina Mare, al largo delle coste abruzzesi), cinque erano non produttive nel 2015. Le altre 26 concessioni, che sono produttive, sono distribuite tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi».

Greenpeace ha pubblicato uno studio sull’inquinamento provocato dalle trivelle nel mar Adriatico: “Trivelle fuorilegge”. Le piattaforme off-shore presenti nel mar Adriatico sono circa 100, installate a partire dagli anni ’70 ed estraggono circa il 50% del gas che viene estratto su tutto il territorio nazionale; complessivamente il gas estratto in Italia copre circa il 10% del fabbisogno annuo.

L’estrazione offshore dei combustibili fossili ha molti impatti negativi sull’ambiente marino, si mescolano grandi quantità di sedimenti, c’è un forte traffico navale, ultima ma non meno importante la produzione di materiale di risulta. Per esempio, durante le trivellazioni vengono usati dei fanghi di perforazione per l’asportazione dei detriti dai fondi dei pozzi.

Questi fanghi contengono fino a 1000 diversi additivi, per la maggior parte chimici  e naturalmente dannosi.

Lo scopo del referendum non è soltanto legale e quindi di carattere restrittivo per concessioni che hanno permesso ad aziende come Eni, Edison, Adriatica idrocarburi, Ionica Gas, di sfruttare il mare, senza termini di concessioni, provocando gravissime conseguenze.  Addentrarsi nello specifico significa considerare la fauna e la flora dei mari interessati, soprattutto gli animali che subiscono in silenzio i soprusi umani.  Analisi accurate hanno appurato, dai mitili prelevati presso le piattaforme, che sono presenti importanti inquinanti: mercurio, esaclorobenzene e esaclorobutadiene. Di questi tre elementi, abitualmente viene misurato soltanto il livello di mercurio; l’86% del totale dei campioni analizzati nel triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio, stabilito dagli SQA.  Sanciamo allora che l’intento primario di questo referendum è la salute del mare e dei suoi abitanti; a cascata ne deriva la salute degli abitanti terrestri.

E mentre Obama decide di interrompere le trivellazioni presso la Calotta polare artica, l’Eni col suo gigante Goliat, progetto in cooperazione con l’azienda statale norvegese Statoil, comincia a estrarre dal Mare di Barents. Progetto dispendioso e probabilmente fallimentare, ma ormai avviato e difficile da fermare. Si considera il proprio ambito, ma bisogna necessariamente soffermarsi sulla capacità di grandi Aziende di manipolare e distruggere risorse preziose. Nel 1993 Giulietto Chiesa scrisse un articolo sui mari russi, “bombe”  di scorie nucleari. Anche lì le norme internazionali erano vincolanti, eppure dal 1959 in poi la zona dei mari del nord è stata teatro di disastri ambientali senza ritegno.

Facile fare la connessione, non tra nucleare ed estrazione di idrocarburi, ma tra sfruttamento incosciente e senza misura delle risorse terrestri.

L’Italia “petrolizzata” è un mostro contro il quale la fisica Maria Rita Dorsogna si batte ormai da anni. Riuscì nel 2010 a mobilitare la popolazione abruzzese contro il colosso ENI che voleva trasformare i vigneti di Ortona in “un campo di petrolio con annessa raffineria” (sic).

La mobilitazione popolare ha il ruolo di voce che si leva al di sopra di questi giganti meschini e senza scrupoli, che non hanno testa né cuore, ma solo tasche.

Tornando al nostro mare, le tecniche per l’estrazione, che le piattaforme utilizzano, sono accompagnate da metodi di prospezione, i cosiddetti airgun. E la dottoressa Dorsogna spiega molto scrupolosamente in cosa consiste la tecnica dell’airgun:

“L’airgun è una tecnica di ispezione dei fondali marini, per capire cosa contiene il sottosuolo. Praticamente ci sono degli spari fortissimi e continui, ogni 5 o dieci minuti, di aria compressa che mandano onde riflesse da cui estrarre dati sulla composizione del sottosuolo. Spesso possono causare lesioni ai pesci, e soprattutto la perdita dell’udito. Questo è molto grave perché molte specie ittiche dipendono dal senso dell’udito per orientarsi, per accoppiarsi e per trovare cibo. Già in provincia di Foggia ci sono stati degli spiaggiamenti che potrebbero essere dovuti a queste tecniche pericolose”.

L’air gun è quindi  un metodo ispettivo che genera onde riflesse catturate da un ricevitore, idrofono, che trasmette, a sua volta, al misuratore di bordo e che registra le caratteristiche dell’onda e il tempo peso che l’onda impiega per attraversare tutti gli strati di crosta terrestre tornando in superficie. All’onda elastica primaria, si sommano ovviamente, le onde secondarie causate dall’effetto bolla. L’aria emessa forma una bolla che si dirige verso la superficie, crescendo di volume sino a scoppiare e generando un forte rumore che raggiunge picchi tra i 230 e 260 db (il rumore del mare nei fondali è tra i 70 e i 100db). Il senso più importante degli abitanti marini è proprio l’udito e i forti rumori dell’airgun possono generare sordità, stress e gravi danni alla riproduzione delle specie. In particolare gli effetti osservati dopo l’esposizione ad airgun, sono:

Irregolarità nella migrazione e nella formazione di branchi; perdita del senso dell’orientamento e della capacità di tornare “a casa”; incapacita’ di riconoscere i suoni tipici dell’accoppiamento; irregolarità nel mangiare; abbandono di habitat  – perdita fra il 40 e l’80% della popolazione in un raggio di 30 km dalle sorgenti sismiche; perdita e/o danni all’udito; stress generale, valori alterati di ormoni; affaticamento, perdita di controllo e movimento muscolare.

Con questo quadro si evince che i danni sono enormi, incalcolabili considerato che le ispezioni che riguardano i fondali durano del tempo, prima di arrivare ad estrarre idrocarburi, a volte mesi. Il danno causato dai rumori antropici è qualcosa che si somma all’inquinamento ambientale, si somma allo sfruttamento e si somma all’abuso economico che ne deriva. La dottoressa Rossella Baldacconi, PhD in Scienze Ambientali, ribadisce che il voto positivo all’abrogazione dell’art. 6 “è soprattutto per lanciare un forte e chiaro messaggio contro la politica energetica italiana radicata ancora sullo sfruttamento sfrenato dei combustibili fossili che oltre a produrre impatti gravissimi sull’ambiente e sulla salute, contribuisce in modo rilevante al surriscaldamento globale e alle disastrose modificazioni climatiche ormai sotto gli occhi di tutti”.

La Dottoressa Baldacconi descrive anche la condizione del Golfo di Taranto, già da tempo individuato da diverse compagnie petrolifere per essere sottoposto alla fase di prospezione tramite airgun. Si prevedrebbe, come è facile immaginare, un traffico notevole di petroliere, residui tossici, danni alla fauna, e il meraviglioso Golfo diventerebbe una “fabbrica nera”.

Cetacei, tartarughe e pesci sono le vittime silenziose, ma come al solito, si parla di occupazione, di posti di lavoro che verrebbero a mancare con l’affermazione del Si. Il comitato Ottimisti e Razionali con a capo Gianfranco Borghini, è un comitato costituitosi proprio per sostenere il NO. I motivi sono economici innanzitutto, contestano infatti il costo dell’operazione referendaria, non ultimo il problema dei posti di lavoro.

E proprio in virtù degli intenti di Borghini, storico attivista dei diritti dei lavoratori, la schiera dei NO si fa scudo con l’argomento “occupazione”, ma la crisi del settore petrolifero è mondiale con gravi ricadute sulle aziende dell’indotto e dei posti di lavoro, che sono già penalizzati da diversi anni anche in Italia, con tagli e contratti a breve termine. La questione in gioco riguarda dunque i diritti, di tutte le specie, sia dei lavoratori sia della popolazione, assai più numerosa, degli abitanti marini, che non possono parlare né opporsi, ma sono destinati a soccombere.

L’alternativa esiste, Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, sottolinea che in Italia la grande risorsa non è nei fondali marini, ma nei territori, sfruttando i biogas e il biometano prodotto da discariche e scarti agricoli. Gli impianti in Italia che producono elettricità con impianti a biogas, a oggi, garantiscono il 7% dei consumi. Percentuale che può lievitare se si utilizza il potenziale del biometano. “Il problema è che questi interventi sono bloccati proprio dalle scelte del Governo” (sic).

La  coscienza di questi “mostri”, di queste aziende che deflagrano il pianeta, è annebbiata dal profitto, l’ambiente subisce la Cecità, per utilizzare la metafora di Saramago, di umani allo sbaraglio. Chi non ha voce deve essere difeso e la responsabilità di proteggere la natura è un dovere e non una scelta, votare SI è la direzione per ricominciare e, forse, nella speranza di cambiare il disastro incombente, convertire in vortice virtuoso, lo sfruttamento di una terra sofferente oltre ogni limite.

dalla Newsletter Oipa del 31 marzo 2016

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