Arrendersimai@mov

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Ecco come si apre il libro arrendersimai@mov.

il prezioso contributo del nostro caro compagno Flavio Marini

Dalla fiamma tricolore ai sampietrini.

Sono nato a Milano nel dopoguerra e cresciuto in un quartiere di poveracci: le case popolari della zona San Siro, lo stesso quartiere dove poco distante viveva Pinelli, tra piazzale Brescia e Piazzale Segesta, sulla linea del tram che porta allo stadio; venendo dal centro, prima delle case e delle villette da supersciuri (supersignori n.d.r.) che sorgono intorno all’ ippodromo.
Il papà era nato in via Scaldasole, e la mamma lì vicino, in Corso San Gottardo, nelle case di ringhiera che adesso fanno la felicità di ricchi e radical chic, ma che una volta avevano il cesso in comune sul ballatoio e di privacy neanche parlarne.
I miei, il viaggio di nozze l’ hanno fatto sul tram, credo il 38, che li avrebbe portati nella dimora che per tutta la vita non avrebbero mai cambiato.
Non avevano una lira; la mamma mi raccontava che lo stesso pomeriggio del loro matrimonio lo aveva dedicato a un lavoro che doveva assolutamente finire. Il caffelatte costituiva l’alimento principale, non per volontà di dieta ma per quella di sopravvivenza.
Quando sono arrivato io, la situazione era un pochino migliorata, mica tanto; più o meno la stessa del centinaio di famiglie del casermone dove abitavamo.
Erano tempi di ricostruzione, povertà, conflitti sociali, confusione.
L’anticomunismo era diffuso; chiesa e quotidiani agitavano lo spauracchio, che la gente comune raccoglieva e diffondeva. I miei erano nostalgici, votavano M.S.I.; i vicini o erano democristiani o nostalgici anche loro. C’era qualche comunista, ma la cosa veniva quasi sussurrata e si cercava di evitare il discorso.
Le manifestazioni, gli scioperi e in seguito gli scontri di piazza durante il governo Tambroni venivano commentati con paura; giravano leggende disparate; mi si raccontava che i comunisti al potere guardavano le mani delle persone; se queste fossero state prive di calli per il loro sfortunato possessore la sorte sarebbe stata delle peggiori.
Sull’onda di tante argomentazioni, anch’io mi dichiaravo fieramente anticomunista e mi ripromettevo, una volta arrivato alla maggiore età di dare il mio voto alla fiamma tricolore. Neppure facevo mistero della mia fede.
La vita che conducevo, i miei propositi di vita futura e i miei valori (ero molto giovane) costituivano tutte le premesse per fare di me un cretino.
Scuola, poi studio fino alle 8 di sera, la domenica mattina a messa, il pomeriggio all’oratorio o a trovare parenti , ma quasi sempre quelli noiosi, non quelli che mi erano simpatici, sempre ingolfato in camicia, cravatta, pantaloni con la piega, e maglioni troppo larghi che dovevo mettere pur morendo di caldo perché mia mamma soffriva il freddo.
Più avanti, avrei passato i pomeriggi delle mie domeniche, alternate, allo stadio; ero tifoso del Milan.
A completare il tutto, la mia iscrizione all’ Azione Cattolica per un breve periodo.
I miei obiettivi erano chiari, volevo fare l’ingegnere (che a volte confondevo con ragioniere) e sposarmi a vent’anni. Ma sulla mia strada avrei trovato qualcosa che avrebbe sconvolto i miei piani.
Si entrava negli anni ‘60; si respirava aria nuova; i soldi erano pochi, ma grazie a sacrifici (dei miei) entravo al liceo (il Vittorio Veneto); professori severi e disciplina pure; studenti incravattati per la maggior parte figli di papà e un po’ stronzetti.
Intanto arrivavano i primi fermenti da oltremanica e oltreoceano; cambiavano mode e musiche; Londra, le minigonne, Mary Quant, i Beatles, gli Stones; i pantaloni con la piega venivano soppiantati dai jeans e da calzoni di velluto stretti e stivaletti; gli echi della summer of love arrivavano con la musica e i colori; con la musica, cambiavano anche i testi delle canzoni, si parlava di pace, di tempi che cambiano, di amore universale; arrivavano da oltremanica, ma noi le ascoltavamo nelle versioni nostrane; erano recuperabili più facilmente: L’ Equipe 84, I Rokes, i Nomadi (il loro primo pezzo antinucleare: “Un riparo per noi”) , Gian Pieretti, e tanti altri, compreso una Carmen Villani che, prima di diventare attrice di porno soft nonché protagonista dei nostri sogni erotici, interpretò “Mille chitarre contro la guerra”, e poi Gianni Morandi e Mauro Lusini con “C’era un ragazzo che come me…” che divenne un inno di quegli anni (lo crediate o no, una sorta di Stalingrado ante litteram per adolescenti futuri rivoluzionari).
Poi, si favoleggiava di un certo De Andrè, un po’ fuori, che cantava canzoni come La guerra di Piero o Carlo Martello o Via Del Campo; era uno tosto, che parlava di pace, ma anche di ladri e di puttane (alzate gli scudi, politicamente corretti!).
Arrivavano i dischi di Dylan, ascoltati a casa di amici (mica avevo i soldi per un ellepi), i Byrds, Joan Baez, insomma, gli originali.
Ci si rendeva conto che esisteva una guerra, che gli Americani non erano forse gli eroi dei film western che volevano pace e libertà e con le colt risolvevano tutto, che esisteva anche una Cuba e un Che Guevara, che forse tra le cose che ci raccontavano c’erano un po’ di bufale.
Le mie idee stavano cambiando, erano un po’ confuse, da una parte avevo nella testa tutto quello che mi era stato inculcato nella tenera età, dall’altro sentivo che c’era qualcosa che non andava; quelle parole, quelle immagini del Vietnam, le scritte dei provos sui muri, Barbonia City, i capelloni, i beatnik, tutte cose che mi appassionavano, che sentivo non ancora del tutto mie, ma cui volevo avvicinarmi; sentivo che dovevo esserci, che non potevo starne fuori.
Avevo l’età giusta e i tempi erano quelli.
I miei capelli crescevano, e i conseguenti scontri in famiglia: dubbi sulla mia sessualità e corse intorno al tavolo per sfuggire al genitore armato di forbici, ma anche discussioni e pareri sulla nuova musica e sulla giustezza di certe guerre. Stavano cambiando anche le idee dei miei.
Nella scuola c’era lo stesso fermento: si formavano gruppetti beat (ne avrebbe fatto parte anche Massimo Villa che tempo dopo avrebbe suonato il basso negli Stormy Six) che si esibivano poi nell’ aula magna del liceo; si discuteva tra di noi, di filosofia e di politica; c’era già qualcuno che aveva idee più chiare delle mie (troppo facile, genitori comunisti). Sentivamo il bisogno di imparare cose nuove, di capire come girava il mondo (pia illusione, visto che non l’ho capito neanche adesso), di rivedere la storia e il modo di insegnamento. Ma era un gran calderone, un brodo primordiale dove c’era tutto e il contrario di tutto.
Ancora prima di una presa di coscienza netta però di una cosa ero sicuro: non riuscivo più a sopportare le divise, gli eserciti, i discorsi di guerra, ma anche la puzza sotto il naso dei benpensanti che ci guardavano male e giudicavano peggio (insomma , i “politically correct” di allora; per inciso, anche quelli di adesso non li sopporto)
E poi, mi ci sono quasi trovato nelle prime manifestazioni; era l’autunno del ’67, il Che era morto. Corteo a Milano, promosso dai giovani Liberali e Radicali tra gli altri, io e i miei amici della via e dell’ adolescenza che sfilavamo accanto a bandiere rosse, scortati da cordoni di polizia che ci sfilavano di fianco.
Non facevo parte di nessun gruppo; leggevo manifestini, ascoltavo, cercavo di capire;
Intanto, si avvicinava l’anno. I fermenti crescevano, culturali, politici: c’era Ho Chi Min, c’era
questo Mao Tse Tung che aveva fatto la rivoluzione in Cina; dovevo saperne di più, lessi un libro che mi fece innamorare: Edgar Snow: “Stella Rossa sulla Cina”, il Kuomintang, la lotta contro l’invasione giapponese, la nascita del Partito Comunista Cinese, i tentativi di reprimerlo, la Lunga Marcia.
Ero quasi pronto.
Arrivò il maggio: Parigi, la Sorbona occupata, gli operai della Renault, i Katanghesi, le molotov. E Rudi Dutschke in Germania. E poi le olimpiadi a Città del Messico, i saluti a pugno chiuso sul podio, gli studenti massacrati a decine nella Piazza delle Tre Culture dalla polizia a colpi di mitra. E anche l’invasione sovietica della Cecoslovacchia contro la Primavera di Praga, e Jan Palach morto in un rogo.
La contestazione era cominciata. “Contestazione globale”, così veniva definita dai giornali borghesi. Con lei, i cortei contro l’autoritarismo nelle scuole, contro la scuola di classe, contro la guerra nel Vietnam, di fianco agli operai in lotta, e loro di fianco a noi.
Cominciai a bazzicare l’ex Albergo Commercio, in Piazza Fontana, che era stato occupato ed era diventato un punto di incontro di vari movimenti e personaggi, l’interfacoltà in Statale e il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, che allora era in Piazzale Lugano, neanche tanto lontano da casa.
E poi, il 12 dicembre, la giornata buia, l’esplosione in Piazza Fontana, la caldaia, no, le bombe. Sono stati gli anarchici. Mio padre che torna dal lavoro ed ha in mano “La Notte”, guarda qua, sono stati gli anarchici. Ma va là, non ci credo; telefono agli amici, hai sentito, c’è la manifestazione (il corteo, allora si diceva il corteo), ci vai? Sì, ma coi miei è un casino, non mi lasciano uscire, chissenefrega andiamo, e poi in piazza, incazzati, a gridare che gli anarchici sono innocenti. Come si sa? Si sa, si respira, si conoscono i metodi dello stato e della questura. Poi Valpreda in galera e Pinelli che vola dalla finestra.
C’è bisogno di impegnarsi di più, di starci dentro, trovare una collocazione. Al Vittorio Veneto un gruppo m-l e’ quasi egemone, insieme agli anarchici – situazionisti, e’ l’ Unione dei Comunisti Italiani marxisti leninisti (conosciuta come “Servire il Popolo”); lo frequento, ci milito e con loro sfilo il primo maggio 1969 sotto un enorme faccione di Mao che avrebbe destato le ire e gli allarmi dei giornali borghesi. La disciplina e’ stretta; il dogmatismo e’ bigotto (non a caso il presidente e’ Brandirali che finirà in CL); i militanti si chiamano “Guardie Rosse”.
Io e i miei amici facciamo a gara a chi sfila col distintivo più grosso, che nel frattempo ci siamo procurati nella sede di Italia – Cina in Porta Venezia, sede dell’esecrato ed eretico P.C. D’ I. m-l (linea nera se mi ricordo bene -comunque quelli di Nuova unità).
Pur nei suoi aspetti clericali, questa esperienza si rivela utile: lo studio dei sacri testi, del pensiero e della filosofia maoista attraverso il libretto rosso ma non solo, contribuiscono a dare una prima base teorica alle mie idee. E poi, cosa non da poco, imparo la stesura dei ta tse bao, l’uso ciclostile e degli strumenti di propaganda, che diventeranno consuetudine in seguito.
La militanza m-l si sarebbe protratta fino all’autunno 1969; arrivato in università a Città Studi (facoltà di Chimica) entrai in contatto col movimento studentesco di Architettura, vicini a quello della Statale; mollai poco a poco Servire il Popolo ed entrai nell’ M.S., cominciai a frequentare e conoscere i compagni del movimento in Statale .
Sarebbe seguita da lì a poco la mia prima esperienza full immersion e in direttissima di scontri duri. 12 dicembre 1969 , Via Bergamini, cariche e morte di Saltarelli. Ero in prima fila, non lo dico per fare l’eroe. Eravamo destinati lì, davanti, la polizia di fronte; mi cagavo addosso, giuro, avrei voluto essere da tutt’altra parte, a giocare a scacchi piuttosto che alla pesca sportiva, ma ero lì, non potevo fare altro, dovevo fare finta di niente; tirare fuori i sanpietrini e batterli gli uni contro gli altri finché non ci sono arrivati addosso. Poi il fumo, la faccia che brucia , le lacrime, corrergli addosso agli sbirri e poi indietro, le barricate.
Il resto, e’ storia di tutti.
Ah già, dimenticavo: i miei genitori in seguito avrebbero capito le mie idee: mi aiutarono in varie occasioni e vari modi, pur essendo sempre preoccupati per me: votarono PCI e D.P., e poi vennero ai funerali di Giannino. Spero di avere imparato da loro la generosità e l’elasticità mentale. Sono loro grato.

Flavio Marini

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