Pensioni e spesa pubblica, perché l’articolo del Corriere della sera sbaglia i calcoli

Non è da primo quotidiano nazionale diffondere notizie allarmanti con errori di calcolo macroscopici che alimentano il conflitto intergenerazionale.
Articolo di Michele Carugi Componente del comitato pensionati ALDAI, 27 novembre2017
Link: http://dirigentisenior.it/notizie/pensioni-e-spesa-pubblica-perche-l-articolo-del-corriere-sbaglia-i-calcoli.html
É uscito sul Corriere del 27 Novembre e replicato sul Corriere on line l’articolo “Pensioni, uno squilibrio (italiano) da 88 miliardi” che devo classificare come l’ennesimo articolo confuso in materia di pensioni e loro (in)sostenibilità.
Già il catenaccio è un capolavoro di confusione e contiene un errore grave: “ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di euro” E poi: “La differenza fra quanto lo stato riceve in contributi previdenziali e quanto versa in pensioni viene colmata grazie alle tasse e al deficit pubblico”. Vedremo più avanti che gli 88 miliardi come definiti, sono frutto di un abbaglio; quanto alla confusione, che il CdS non consideri che nella voce “pensioni!” stanno sia quelle previdenziali (contributi versati) che quelle assistenziali (nessun contributo) è stupefacente e il non evidenziarlo con regolarità, perorando piuttosto la causa della separazione netta tra assistenza e previdenza, grave.
La frase, infatti, può fuorviare il lettore, perché mescola in un unico calderone l’assistenza con la previdenza; due cose radicalmente differenti, improntate a necessità sociali diversissime, quasi antitetiche, datosi che spesso l’esigenza di assistenza deriva da carenza di previdenza e metterle insieme e criticare chi afferma che il sistema previdenziale è sostenibile nel lungo termine significa non avere capito come gira il fumo.
Siccome però i dati, se si ha la volontà di analizzarli, non mentono mai, vediamoli:
Dal Bilancio Sociale dell’INPS, nel 2016 l’assistenza è costata complessivamente circa 102 miliardi di €. Tale cifra si ottiene sommando:

• Pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento – 17,4 miliardi €

• Gestione Interventi Assistenziali (GIAS) – 41,3 miliardi €

• Prestazioni temporanee di sussidio al reddito (CIG, Mobilità, Malattia, Maternità)

– 35,4 miliardi €

• Pensioni sociali e altre voci assistenziali – 8,3 miliardi €

Le prestazioni puramente previdenziali dell’INPS (cioè le pensioni erogate a fronte di storia contributiva) sono ammontate nel 2016 a circa 206 miliardi di € al lordo delle tasse. Tale cifra rappresenta circa il 12,3% del PIL, ma tale percentuale scende ben sotto l’11% al netto delle imposte, valore perfettamente allineato all’Europa. Questo se si vuole comparare mele con mele (magari comunicandolo anche una buona volta all’Europa, anziché farsi regolarmente bacchettare sulla base di numeri incongruenti con le altre nazioni), con buona pace degli editorialisti del CdS.
I trasferimenti dello Stato all’INPS sono stati nello stesso periodo, circa 107,3 miliardi di €, a compensazione di erogazioni squisitamente assistenziali (Bilancio INPS pag. 22).
Stante così la situazione, dopo avere gettato il sasso nello stagno, Fubini e il CdS dovrebbero formulare qualche proposta: suggerirebbero cioè che la spesa pensionistica diminuisse eliminando la voce che genera il disavanzo ( cioè l’assistenza) oppure che venissero tagliate le pensioni previdenziali, cioè di chi si è pagato i contributi per averle?
Li inviterei a riflettere prima di rispondere, perché ci sono solo risposte sbagliate; nel primo caso perché la Costituzione impone di garantire a tutti la sussistenza (ovviamente a carico della fiscalità dello Stato e di chi sennò?), nel secondo perché non si possono espropriare ex post gli accantonamenti che i cittadini sono stati costretti a fare e anche qui ci sono riferimenti costituzionali.
Sul versante della tenuta dei conti e della sostenibilità, tocca occuparsi del calcolo sbagliato citato nel titolo dell’articolo dove, ricordiamolo, si indica che “ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di €. Gli 88 miliardi sono stati evidentemente calcolati come differenza tra le prestazioni istituzionali dell’INPS (308 miliardi) e i contributi incassati (220 miliardi). Chi ha elaborato grafico surreale di pag. 9 del CdS e del sito non si è accorto che l’INPS stessa spiega (pag. 38 del bilancio INPS) che nei 308 miliardi ne sono compresi 35 per “prestazioni non pensionistiche”. Il che riporta il disavanzo del sistema pensionistico a 53 miliardi di €. Sempre tanti, si dirà. Si, ma l’esborso per prestazioni puramente previdenziali è stato, come detto, di 206 miliardi di €, per cui, depurando i 220,6 miliardi di contributi dai trasferimenti pertinenti alla gestione assistenziale (GIAS) che non dovrebbero discostarsi molto dal valore 2015 di circa 19 miliardi di € (fonte: Itinerari previdenziali – Bilancio del sistema previdenziale, pag. 132), il saldo 2016 tra spesa previdenziale e contributi da lavoro è negativo per circa 5 miliardi di €.
Una cifra che è destinata a ridursi negli anni se l’economia funzionerà, in quanto il sistema contributivo in essere in pieno dal 2011 e l’anagrafe, faranno diminuire la spesa squisitamente previdenziale in rapporto alla contribuzione. Per questi motivi hanno ragione coloro che parlano di sistema previdenziale sostenibile e torto Fubini quando li contesta. La conclusione è che si dovrebbe smetterla di diffondere allarmi per motivi non chiari, tra l’altro con errori macroscopici di calcolo, ma casomai suggerire interventi di razionalizzazione del sistema: analizzare bene le pensioni assistenziali (nell’invalidità potrebbero essere nascosti un po’ di furbetti), scovare gli evasori contributivi, eliminare i privilegi macroscopici e aspettare che le riforme fatte diano tutto il loro effetto finanziario senza farsi prendere continuamente dall’ansia e diffondere dati scorretti.
COMMENTO ATDAL
L’articolo dell’amico Michele è, come sempre, puntuale ed incisivo, suffragato da dati inequivocabili e non si può che condividerlo fatto salvo un commento sulle conclusioni. Noi non riteniamo affatto che il Corriere della Sera commetta degli errori di calcolo o delle sviste. Il CdS è parte consapevole della campagna avviata da mesi da parte di un consistente fronte politico e mediatico sul fronte delle pensioni. L’obiettivo è assolutamente chiaro ed è quello di preparare un nuovo attacco alle pensioni e al ceto medio in generale e il CdS è in prima linea per predisporre l’opinione pubblica ad accettare e digerire altri tagli al welfare. Quindi non si stratta di pressapochismo o stupidità ma di palese complicità da parte di un organo di stampa da sempre schierato dalla parte del potere.

da Newsletter
Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte
Anno XV – Nr. 14 del 10 dicembre 2017

14 Visite totali, 1 visite odierne

Quello che Elsa Fornero non dice

Articolo di Luigi Metassi, ex-esodato
Link: https://www.ilvolodellafenice.net/blog/fornero-non-dice/2017/
Da giorni l’attenzione dei media nei confronti del regista Ciro Formisano si è come fossilizzata sull’opportunità o meno di far coincidere la presenza della Prof. Elsa Fornero con quella di alcuni esodati alla proiezione del film L’Esodo. Si è parlato di posture irrigidite, di espressioni tese, di lacrime. In sostanza, la raffigurazione di una sorta di processo pubblico che rimanda la mente a tristi contesti storici.
Ero presente all’evento. Ho visto posture irrigidite, volti tesi e lacrime da entrambe le parti e per opposte ragioni, ma non ho visto processi. La serata riproponeva una rivisitazione di quel drammatico dicembre del 2011, quando le decisioni di taluni infierirono, forse per sempre, nella vita di molti altri. Il fattore emotivo era ampiamente scontato ma non ci sono stati processi, anche perché l’accesso alla sala era ad invito, proprio per evitare derive in tal senso.
Ho visto piuttosto una Fornero dialetticamente padrona del confronto e abilmente determinata a mantenerlo incentrato sugli aspetti emotivi pur ribadendo, a sei anni di distanza, la propria ferma convinzione di aver agito eticamente nell’unica maniera possibile additando, per contro, alle responsabilità di chi, nei successivi sei anni, le è succeduto lasciando ancora ora nell’indigenza 6.000 famiglie.
Sarebbe alimentare una risibile questione di lana caprina obiettare alla sua affermazione, secondo la quale ne salvaguardò più il governo Monti in due anni che non i due governi che gli succedettero nei quattro che seguirono. Dai dati di consuntivo se ne ricava solo una parziale, ininfluente conferma. È infatti vero che il governo Monti approvò tre salvaguardie per 130.000 posizioni, ma è altrettanto vero che, a consuntivo, le domande complessivamente accolte furono poco più di 89.000 mentre le restanti cinque salvaguardie ne accolsero circa 55.000. Piuttosto, quello che conta e che, in questo preciso frangente, deve scuotere le coscienze è che, dopo sei anni e otto provvedimenti parziali, restano circa 6.000 esodati, con relative famiglie, privati del lavoro e del loro diritto alla pensione costituzionalmente quesito (v. sentenza costituzionale 822/1988) ben sei anni or sono.
In particolare, non può dirsi consentita una modificazione legislativa che, intervenendo o in una fase avanzata del rapporto di lavoro oppure quando già sia subentrato lo stato di quiescenza, peggiorasse, senza una inderogabile esigenza, in misura notevole ed in maniera definitiva, un trattamento pensionistico in precedenza spettante, con la conseguente irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività lavorativa.
Un governo, a partire dalle le forze che lo sostengono, che lascia nell’indigenza 6.000 famiglie per distribuire in mille rivoli, Carnevale compreso, (ndr: il fondo di salvaguardia per gli esodati è stato chiuso e i fondi ancora disponibili dirottati su altri capitoli di spesa trai quali un finanziamento al Carnevale di Viareggio) i fondi delle salvaguardie non può appellarsi ad una inderogabile esigenza, così come invece richiama la sentenza, e non ha alcuna attenuante per il suo operato.
Se andiamo invece a leggere, per esempio, quanto affermava la stessa Prof. Fornero in materia previdenziale già nel 2003, notiamo facilmente come la naturale evoluzione delle sue argomentazioni avrebbe condotto ai provvedimenti poi adottati otto anni dopo dal suo governo col decreto “Salva Italia”. Non solo questo relega le sue attuali espressioni emotive in una personalissima sfera che, con gli indirizzi politici e le relative scelte e conseguenze, nulla ha di che spartire ma, nel contempo, apre la porta ad importanti interrogativi sulla realtà emergenziale del momento e sull’affermazione che tutto fu compiuto nel breve spazio di 19 giorni.
La stesura della legge sicuramente avvenne in quell’arco di tempo e avrà rubato anche molte ore di sonno ad alcuni “tecnici” ma le linee guida avevano un’origine lontana, tanto nella cultura delle persone reclutate quanto nella stessa genesi dei provvedimenti adottati. Quanto meno, dovremmo andare indietro all’agosto dello stesso anno, quando la BCE recapitò la famosa lettera all’allora premier Berlusconi pochi mesi prima dello scioglimento del suo governo.
L’evidenza di una forte volontà controriformatrice contenuta in quella lettera, che nessun partito contestò, tanto che il “Salva Italia” divenne legge per approvazione bulgara, ci porta però a guardare più lontano ancora, al 1995, alla cosiddetta “riforma” Dini” e all’introduzione del regime contributivo per i lavoratori con meno di 18 anni di contribuzione. Senza contare la “riforma” Amato del 1992 che, pur non agendo sul regime di calcolo, elevò di ben 5 anni l’età per la pensione di vecchiaia e di altrettanto aumentò la contribuzione minima, pur considerando un transitorio di 7 anni per l’applicazione delle nuove regole. Nel contempo, la stessa legge aumentò da 5 a 10 gli anni di riferimento per il calcolo della retribuzione media.
Nel corso di questi ultimi 25 anni si percepisce un continuum controriformatore, a partire dall’incremento dei requisiti pensionistici, passando il “Salva Italia” e gli esodati , per finire all’APE, alle pensioni anticipate e alle salvaguardie mancate.
Tutto questo porta a ritenere fallace e fuorviante imputare ad errori umani un quarto di secolo di ripetute controriforme, tutte omologhe in quanto ad orientamento. Quanto avvenuto è stato scientemente preparato nel tempo, a prescindere dalle forzature strumentalmente esercitate nel momento clou da uno spread telecomandato; uno spread usato come mero strumento delle intenzioni di poteri estranei allo Stato di creare un sentore di terrore e di ineluttabilità nei cittadini, tali da indurli ad accettare quale male minore le decisioni più drastiche. Si disse che l’alternativa era la Troika, come in Grecia. Nonostante le “riforme lacrime e sangue” e la conseguente austerità, a sei anni di distanza nulla è cambiato; tanto meno è migliorato il debito pubblico che, a dispetto delle cosiddette riforme e delle elemosine propagandistiche, continua a lievitare.
Se tutto questo non è servito a portarci fuori dal contesto dei PIGS o anche solo a farcene intravvedere la possibilità, allora a cosa serve? A cosa deve servire se per la prossima primavera già si prospetta nuovamente l’incombere della Troika sui nostri conti?
Considerato il contesto venticinquennale in cui si è evoluto l’attacco alla previdenza pubblica, alla quale si è accompagnato un analogo regresso dell’intero stato sociale, viene difficile pensare agli esodati quale fine ultimo delle controriforme che si sono succedute. Verosimilmente, si deve pensare che l’obiettivo finale sia la previdenza pubblica in quanto tale. A dimostrarlo non sono solo gli esodati con il loro lungo Calvario ma sono principalmente le drastiche riduzioni dei sostegni al reddito operate e le forme di pensionamento anticipato attuate. In particolare si pensi all’APE: prima cancellano il regime di anzianità e contemporaneamente elevano quello di vecchiaia; successivamente consentono di ritornare, più o meno, ai vecchi requisiti a patto però di accollarsi un mutuo al fine di percepire quel reddito differito (perché questo è la pensione retributiva) che, a proprie spese, i lavoratori avevano accantonato versando i contributi. Uno sfregio al diritto costituzionale che ha del perverso, come perverso appare costringere le donne ad inseguire per anni le aspettative di vita o a pagare col 30% e oltre del loro salario differito il dovuto riconoscimento per i molteplici ruoli sostenuti, di lavoratrice, di moglie, di madre e, non di rado, di tutrice, badante e infermiera tutto fare.
Se realmente si fosse voluto aggredire il debito pubblico, si sarebbe dato un vigoroso impulso alla lotta all’evasione fiscale e a quella (accertata) contributiva che, da sole, valgono più di 100 miliardi. Si sarebbe dato corso alla separazione dell’assistenza dalla previdenza per far rientrare la spesa pensionistica nei parametri UE, si sarebbe restituita dignità ai lavoratori migliorando e non demolendo l’art. 18 del loro Statuto. Si sarebbe provveduto a tutelare le giovani generazioni con una seria politica dell’impiego anziché distruggere le loro aspettative previdenziali con un sistema contrattuale allucinante, con la decontribuzione spacciata per riduzione del cuneo fiscale e con i vaucher al posto del salario e delle dovute contribuzioni previdenziali e assistenziali.

da Newsletter
Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte
Anno XV – Nr. 14 del 10 dicembre 2017

9 Visite totali, 1 visite odierne