Potrebbe attenderci un autunno nero…

Ieri sera nella trasmissione 8 e1/2 di Lilli Gruber erano presenti tra gli altri Massimo Cacciari e Beppe Severgnini, e la mia attenzione si è focalizzata sulle osservazioni che entrambi facevano riguardo l’evoluzione della crisi economica che sta incalzando l’emergenza sanitaria.
Stamane durante la diretta di Radiopopolare per celebrare il 25 aprile, mi è capitato di ascoltare l’intervento di Carlo Smuraglia presidente emerito dell’Anpi nazionale, che ci ha messo in guardia rispetto al malcontento sociale che potrebbe montare nel nostro Paese in autunno, in seguito al dissesto della nostra economia provocato dalla pandemia del Covid19.
Cacciari e Severgnini sollecitavano il nostro governo a far giungere tempestivamente gli aiuti economici promessi a famiglie e imprese che si trovano con l’acqua alla gola, saltando passaggi burocratici e processioni umilianti verso le banche, accreditando sui c/c le cifre annunciate su tv e giornali.
Il prezzo da pagare, se ciò non avverrà subito sarà quello che ha paventato
Smuraglia: una crisi economica nera che metterà in ginocchio imprese grandi e piccole, commercianti e artigiani, lavoratori autonomi e precari, e a quel punto davanti a una situazione paragonabile al primo dopoguerra, con milioni di disoccupati, alla media e piccola borghesia già impoveritesi negli ultimi vent’anni, potrebbe venire la tentazione di invocare l’ uomo forte…

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Dal libro “La lotta antifascista nel corsichese” di Giorgio Villani

Titolo: “In città il nemico risponde con la caccia all’uomo.” Sabato 12 agosto 1944 il Corriere della sera pubblica una notizia che riguarda il corsichese.

“Due camice nere, della Resega, aggredite e uccise. La sera di mercoledì due camice nere del presidio di Rosate, in seguito a segnalazioni, diedero l’alt, sulla strada poco fuori del paese, a tre individui sospetti, che procedevano velocemente in bicicletta. I tre ciclisti estraevano subito le rivoltelle facendo fuoco sulle due camice nere. Una di queste, Luigi Devoti, rimaneva morto sul colpo, mentre il compagno, camicia nera Enrico Portaluppi, pur essendo ferito, faceva fuoco ferendo gravemente due dei ciclisti.
Il Portaluppi moriva poco dopo all’ospedale, così pure uno degli aggressori. Alla sera veniva rinvenuto, in un bosco vicino al luogo dove si è svolto il conflitto a fuoco, il corpo di un altro degli aggressori. I due ciclisti morti nella sparatoria non sono ancora stati identificati essendo entrambi sprovvisti di documenti “:

I due ciclisti “ignoti“ erano Mario Idiomi e Giuseppe De Vecchi.
I fatti, in realtà, si sono svolti così: il 10 agosto, verso mezzogiorno, Idiomi, De Vecchi e Carri, tre partigiani che operavano prevalentemente a sud di Corsico, dopo aver effettuato un lancio di volantini nell’immediata periferia milanese, stavano rientrando ad Assago in bicicletta, quando, nei pressi dell’osteria “Del Moro” di Noviglio si sono scontrati con una pattuglia della Resega che era stata precedentemente allertata da un guardia pesca, tale Radice.
Dal gruppo dei tre si è da poco allontanato un altro partigiano, Antonio Milanesi.
All’intimazione dell’alt, De Vecchi, Idiomi e Carri, accelerano per cercare di allontanarsi dai fascisti.
Un tentativo che si rivela inutile in quanto pochi secondi dopo echeggiano due colpi di rivoltella: De Vecchi cade sulla strada in una pozza di sangue, mentre Idiomi viene ferito in modo grave.
A questo punto Carri estrae a sua volta la rivoltella ed esplode due, tre, quattro colpi, raggiungendo i due fascisti Luigi Devoti e Enrico Portaluppi, mentre il terzo, il guardia pesca Radice, dopo una breve esitazione indietreggia e si dà alla fuga.
Dopo aver constatato che il compagno De Vecchi è ormai morto, Carri cerca di portare soccorso a Idiomi che si è nel frattempo rifugiato in un campo di granoturco.
Ma il ritorno in forze dei fascisti è imminente, bisogna lasciare immediatamente il luogo della sparatoria, non esiste alternativa.
Infatti, dopo meno di trenta minuti i fascisti tornano in massa e iniziano una vasta battuta in tutta la zona. Raggomitolato e sanguinante viene trovato Mario Idiomi. Trascinato sino al motomezzo dei brigatisti, il partigiano è successivamente trasportato sino alle porte di Rosate dove, nonostante sia gravemente ferito, viene fatto scendere e, spinto con le canne dei mitra sulla schiena, è costretto a sfilare per la via principale del comune: “Tutti, evidenzia il capitano fascista, devono vedere che abbiamo arrestato un’altra canaglia rossa”.
Giunto in caserma in condizioni pietose, Idiomi viene sottoposto a nuovi maltrattamenti, un interrogatorio farsa e atroci torture.
Qualche minuto prima di assassinarlo, lo stesso fascista che aveva mostrato tanta viltà fuggendo dal luogo del confitto a fuoco, chiede al partigiano che cosa desideri prima dell’esecuzione: “Una sigaretta“ risponde il giovane partigiano con il filo di voce che gli rimane.
Radice estrae la sigaretta dal pacchetto, l’accende con calma, aspira alcune boccate in modo provocatorio, invita Idiomi ad aprire la bocca, gesto che il partigiano compie con un estremo atto di fiducia mentre il fascista gli spinge in bocca la sigaretta dalla parte del fuoco, sino a spegnerla contro il suo palato.
Nessun grido: anche quest’ultima brutalità, Mario Idiomi la subisce con la fermezza e il coraggio che lo aveva contraddistinto nei lunghi mesi di lotta contro il fascismo. Pochi minuti dopo quest’ultima crudeltà giunge l’ordine della fucilazione. Il valoroso partigiano percorre il tratto di strada sino al muro del cimitero, cercando di tenere il busto e la testa il più eretti possibile.
Mentre a Rosate Idiomi cade sotto il fuoco dei fascisti, il corpo di Giuseppe De Vecchi è gettato, da un gruppo di brigatisti, nelle acque del Naviglio Grande, in prossimità di Gaggiano. Dopo alcune ore, trascinato dalla corrente, giunge a Corsico dove, dei passanti, lo traggono a riva adagiandolo sul marciapiede. Subito si radunano intorno al corpo numerosi cittadini che cercano di riconoscere l’uomo assassinato. Tentativi che vengono però disattesi dall’intervento di alcuni brigatisti che, per evitarne l’identificazione, decidono di rigettare il corpo dello sventurato nelle acque del canale artificiale.
Ma ormai la notizia di un uomo assassinato e gettato nelle acque del Naviglio Grande ha attraversato l’intera cittadina; così, alla periferia nord di Corsico, in prossimità della cooperativa la Bocca, un numero assai più consistente di cittadini, trae nuovamente a riva il corpo del partigiano costringendo i brigatisti a trasferirlo al cimitero.
Durante il tragitto, un membro del gruppo antifascista di Corsico, sfidando il pericolo di un possibile arresto, si avvicina e solleva la coperta che ricopre la salma, riconoscendo il compagno di tante azioni Giuseppe De Vecchi.
Una lapide, ricorda oggi ad Assago, il sacrificio dei due giovani patrioti Idiomi e De Vecchi, che diedero la vita per garantire un’Italia migliore.

n.b. l’episodio della sigaretta fu raccontato al capo della 113a Brigata Garibaldi bis di Corsico Carlo Manelli da un cittadino di Rosate che lavorava all’interno del comando fascista. La 113a fu costituita ai primi di Settembre del 1944.

Il 25 aprile 2015 in occasione del 70° della Liberazione è stato inaugurato nei pressi del cimitero di Assago il monumento a Idiomi e De Vecchi, voluto fortemente dall’ Anpi di Assago e grazie a una petizione popolare all’ Amministrazione comunale, che ha raccolto la firma di centocinque cittadini residenti.
La lapide originale che ricorda il sacrificio dei due partigiani caduti è stata inserita nel basamento di granito del monumento stesso e una copia della lapide è stata posta all’interno del porticato del Centro civico; il sindaco di allora Graziano Musella di sua iniziativa ha voluto intitolare a Idiomi e De Vecchi questo luogo. (n.d.r.)

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