I tagli mai fatti: ogni giorno una società pubblica in più

Articolo di Sergio Rizzo, La Repubblica, 13 luglio 2017.

Lo studio Ires-Cgil: sono quasi 9mila, 5mila nate solo tra il 2000 e il 2014. Gli enti locali assumono beffando le leggi. Record in Val d’Aosta con una partecipata ogni 1.929 cittadini. E una su 5 è inattiva. La pioggia delle società pubbliche, indifferente al clima politico e ai rovesci dell’economia, non si è mai fermata. Una al giorno, ne è nata. Per anni e anni, fino ad allagare Regioni, Province, Comuni. La fotografia scattata dalla Cgil con il suo centro studi Ires in un approfondito studio di 60 pagine, ci consegna oggi un’immagine mostruosa. Uno scenario popolato da 8.893 società partecipate dalle pubbliche finanze e cresciute a un ritmo impressionante: circa 5mila nel solo periodo compreso fra il 2000 e il 2014, fino a raggiungere uno spettacolare rapporto di una ogni 6.821 abitanti. Con i suoi amministratori, i suoi revisori, i suoi dirigenti: spesso soltanto quelli. E punte inarrivabili. Come nel Trentino Alto Adige, dove si sono contate 498 scatole societarie create con i soldi dei contribuenti. Ovvero, una ogni 2.126 residenti. Ma ancor più in Valle D’Aosta, la Regione più piccola d’Italia che detiene il record di società pubbliche in rapporto ai propri residenti. Una per ogni 1.929 valdostani.

La riforma delle autonomie. La Cgil dice che l’inondazione è cominciata negli anni Novanta con la riforma delle autonomie locali. Da lì è partita la febbre che sempre più rapidamente ha contagiato gli enti locali, con la scusa di rendere più efficienti i servizi pubblici vestendoli con un abito privatistico. Ma è dal decennio successivo che il termometro ha preso a salire senza più controllo, complici i vari blocchi delle assunzioni di personale pubblico. E grazie pure ad alcune mosse legislative a dir poco discutibili, come la famosa riforma del titolo V della Costituzione voluta da un centrosinistra all’ inseguimento forsennato della Lega Nord, che ha ampliato a dismisura le prerogative della politica locale alimentandone le tentazioni più inconfessabili. Le poltrone ai trombati Le società pubbliche sono così diventate un comodo strumento per aggirare i divieti a gonfiare gli organici delle amministrazioni, per giunta senza dover fare i concorsi: con il risultato che oggi il numero dei loro dipendenti ha raggiunto 783.974 unità, più degli abitanti di Bologna e Firenze messi insieme. Non soltanto. Soprattutto questo sistema ha consentito di dare una poltrona a politici trombati o in pensione, onorare impegni elettorali, garantire segretaria e auto di servizio agli amici. Qualche anno fa la Corte dei conti ha stimato in 38 mila il numero delle figure apicali in quelle società. Talvolta in proporzione perfino superiore a quello degli stessi dipendenti. Questo spiega perché risultano inattive ben 1.663 delle 8.893 società partecipate. Il 18,7 per cento di scatole vuote. Con vette in Molise (31 per cento), Calabria (38 per cento) e Sicilia, dove si supera il 40 per cento. Persino in Trentino Alto-Adige è inattiva una su dieci. Per non parlare di quante, pur apparendo formalmente attive, non hanno neppure un dipendente. Sono 1.214 di cui, precisa il documento, 1.136 partecipate esclusivamente dagli enti locali, con una concentrazione nelle Regioni a guida leghista, quali Veneto (106) e Lombardia (136), ma anche in quelle considerate tradizionalmente rosse come Toscana (114) ed Emilia Romagna (122). Ce ne sono poi 274 con più amministratori che dipendenti, 234 che nei quattro anni compresi fra il 2011 me il 2014 hanno chiuso i conti in perdita e 1.369 che hanno un fatturato inferiore a 500 milioni. Continue reading

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Arrendersimai@mov

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Ecco come si apre il libro arrendersimai@mov.

il prezioso contributo del nostro caro compagno Flavio Marini

Dalla fiamma tricolore ai sampietrini.

Sono nato a Milano nel dopoguerra e cresciuto in un quartiere di poveracci: le case popolari della zona San Siro, lo stesso quartiere dove poco distante viveva Pinelli, tra piazzale Brescia e Piazzale Segesta, sulla linea del tram che porta allo stadio; venendo dal centro, prima delle case e delle villette da supersciuri (supersignori n.d.r.) che sorgono intorno all’ ippodromo.
Il papà era nato in via Scaldasole, e la mamma lì vicino, in Corso San Gottardo, nelle case di ringhiera che adesso fanno la felicità di ricchi e radical chic, ma che una volta avevano il cesso in comune sul ballatoio e di privacy neanche parlarne.
I miei, il viaggio di nozze l’ hanno fatto sul tram, credo il 38, che li avrebbe portati nella dimora che per tutta la vita non avrebbero mai cambiato.
Non avevano una lira; la mamma mi raccontava che lo stesso pomeriggio del loro matrimonio lo aveva dedicato a un lavoro che doveva assolutamente finire. Il caffelatte costituiva l’alimento principale, non per volontà di dieta ma per quella di sopravvivenza.
Quando sono arrivato io, la situazione era un pochino migliorata, mica tanto; più o meno la stessa del centinaio di famiglie del casermone dove abitavamo.
Erano tempi di ricostruzione, povertà, conflitti sociali, confusione.
L’anticomunismo era diffuso; chiesa e quotidiani agitavano lo spauracchio, che la gente comune raccoglieva e diffondeva. I miei erano nostalgici, votavano M.S.I.; i vicini o erano democristiani o nostalgici anche loro. C’era qualche comunista, ma la cosa veniva quasi sussurrata e si cercava di evitare il discorso.
Le manifestazioni, gli scioperi e in seguito gli scontri di piazza durante il governo Tambroni venivano commentati con paura; giravano leggende disparate; mi si raccontava che i comunisti al potere guardavano le mani delle persone; se queste fossero state prive di calli per il loro sfortunato possessore la sorte sarebbe stata delle peggiori.
Sull’onda di tante argomentazioni, anch’io mi dichiaravo fieramente anticomunista e mi ripromettevo, una volta arrivato alla maggiore età di dare il mio voto alla fiamma tricolore. Neppure facevo mistero della mia fede.
La vita che conducevo, i miei propositi di vita futura e i miei valori (ero molto giovane) costituivano tutte le premesse per fare di me un cretino.
Scuola, poi studio fino alle 8 di sera, la domenica mattina a messa, il pomeriggio all’oratorio o a trovare parenti , ma quasi sempre quelli noiosi, non quelli che mi erano simpatici, sempre ingolfato in camicia, cravatta, pantaloni con la piega, e maglioni troppo larghi che dovevo mettere pur morendo di caldo perché mia mamma soffriva il freddo.
Più avanti, avrei passato i pomeriggi delle mie domeniche, alternate, allo stadio; ero tifoso del Milan.
A completare il tutto, la mia iscrizione all’ Azione Cattolica per un breve periodo.
I miei obiettivi erano chiari, volevo fare l’ingegnere (che a volte confondevo con ragioniere) e sposarmi a vent’anni. Ma sulla mia strada avrei trovato qualcosa che avrebbe sconvolto i miei piani.
Si entrava negli anni ‘60; si respirava aria nuova; i soldi erano pochi, ma grazie a sacrifici (dei miei) entravo al liceo (il Vittorio Veneto); professori severi e disciplina pure; studenti incravattati per la maggior parte figli di papà e un po’ stronzetti.
Intanto arrivavano i primi fermenti da oltremanica e oltreoceano; cambiavano mode e musiche; Londra, le minigonne, Mary Quant, i Beatles, gli Stones; i pantaloni con la piega venivano soppiantati dai jeans e da calzoni di velluto stretti e stivaletti; gli echi della summer of love arrivavano con la musica e i colori; con la musica, cambiavano anche i testi delle canzoni, si parlava di pace, di tempi che cambiano, di amore universale; arrivavano da oltremanica, ma noi le ascoltavamo nelle versioni nostrane; erano recuperabili più facilmente: L’ Equipe 84, I Rokes, i Nomadi (il loro primo pezzo antinucleare: “Un riparo per noi”) , Gian Pieretti, e tanti altri, compreso una Carmen Villani che, prima di diventare attrice di porno soft nonché protagonista dei nostri sogni erotici, interpretò “Mille chitarre contro la guerra”, e poi Gianni Morandi e Mauro Lusini con “C’era un ragazzo che come me…” che divenne un inno di quegli anni (lo crediate o no, una sorta di Stalingrado ante litteram per adolescenti futuri rivoluzionari).
Poi, si favoleggiava di un certo De Andrè, un po’ fuori, che cantava canzoni come La guerra di Piero o Carlo Martello o Via Del Campo; era uno tosto, che parlava di pace, ma anche di ladri e di puttane (alzate gli scudi, politicamente corretti!).
Arrivavano i dischi di Dylan, ascoltati a casa di amici (mica avevo i soldi per un ellepi), i Byrds, Joan Baez, insomma, gli originali.
Ci si rendeva conto che esisteva una guerra, che gli Americani non erano forse gli eroi dei film western che volevano pace e libertà e con le colt risolvevano tutto, che esisteva anche una Cuba e un Che Guevara, che forse tra le cose che ci raccontavano c’erano un po’ di bufale.
Le mie idee stavano cambiando, erano un po’ confuse, da una parte avevo nella testa tutto quello che mi era stato inculcato nella tenera età, dall’altro sentivo che c’era qualcosa che non andava; quelle parole, quelle immagini del Vietnam, le scritte dei provos sui muri, Barbonia City, i capelloni, i beatnik, tutte cose che mi appassionavano, che sentivo non ancora del tutto mie, ma cui volevo avvicinarmi; sentivo che dovevo esserci, che non potevo starne fuori.
Avevo l’età giusta e i tempi erano quelli.
I miei capelli crescevano, e i conseguenti scontri in famiglia: dubbi sulla mia sessualità e corse intorno al tavolo per sfuggire al genitore armato di forbici, ma anche discussioni e pareri sulla nuova musica e sulla giustezza di certe guerre. Stavano cambiando anche le idee dei miei.
Nella scuola c’era lo stesso fermento: si formavano gruppetti beat (ne avrebbe fatto parte anche Massimo Villa che tempo dopo avrebbe suonato il basso negli Stormy Six) che si esibivano poi nell’ aula magna del liceo; si discuteva tra di noi, di filosofia e di politica; c’era già qualcuno che aveva idee più chiare delle mie (troppo facile, genitori comunisti). Sentivamo il bisogno di imparare cose nuove, di capire come girava il mondo (pia illusione, visto che non l’ho capito neanche adesso), di rivedere la storia e il modo di insegnamento. Ma era un gran calderone, un brodo primordiale dove c’era tutto e il contrario di tutto.
Ancora prima di una presa di coscienza netta però di una cosa ero sicuro: non riuscivo più a sopportare le divise, gli eserciti, i discorsi di guerra, ma anche la puzza sotto il naso dei benpensanti che ci guardavano male e giudicavano peggio (insomma , i “politically correct” di allora; per inciso, anche quelli di adesso non li sopporto)
E poi, mi ci sono quasi trovato nelle prime manifestazioni; era l’autunno del ’67, il Che era morto. Corteo a Milano, promosso dai giovani Liberali e Radicali tra gli altri, io e i miei amici della via e dell’ adolescenza che sfilavamo accanto a bandiere rosse, scortati da cordoni di polizia che ci sfilavano di fianco.
Non facevo parte di nessun gruppo; leggevo manifestini, ascoltavo, cercavo di capire;
Intanto, si avvicinava l’anno. I fermenti crescevano, culturali, politici: c’era Ho Chi Min, c’era
questo Mao Tse Tung che aveva fatto la rivoluzione in Cina; dovevo saperne di più, lessi un libro che mi fece innamorare: Edgar Snow: “Stella Rossa sulla Cina”, il Kuomintang, la lotta contro l’invasione giapponese, la nascita del Partito Comunista Cinese, i tentativi di reprimerlo, la Lunga Marcia.
Ero quasi pronto.
Arrivò il maggio: Parigi, la Sorbona occupata, gli operai della Renault, i Katanghesi, le molotov. E Rudi Dutschke in Germania. E poi le olimpiadi a Città del Messico, i saluti a pugno chiuso sul podio, gli studenti massacrati a decine nella Piazza delle Tre Culture dalla polizia a colpi di mitra. E anche l’invasione sovietica della Cecoslovacchia contro la Primavera di Praga, e Jan Palach morto in un rogo.
La contestazione era cominciata. “Contestazione globale”, così veniva definita dai giornali borghesi. Con lei, i cortei contro l’autoritarismo nelle scuole, contro la scuola di classe, contro la guerra nel Vietnam, di fianco agli operai in lotta, e loro di fianco a noi.
Cominciai a bazzicare l’ex Albergo Commercio, in Piazza Fontana, che era stato occupato ed era diventato un punto di incontro di vari movimenti e personaggi, l’interfacoltà in Statale e il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, che allora era in Piazzale Lugano, neanche tanto lontano da casa.
E poi, il 12 dicembre, la giornata buia, l’esplosione in Piazza Fontana, la caldaia, no, le bombe. Sono stati gli anarchici. Mio padre che torna dal lavoro ed ha in mano “La Notte”, guarda qua, sono stati gli anarchici. Ma va là, non ci credo; telefono agli amici, hai sentito, c’è la manifestazione (il corteo, allora si diceva il corteo), ci vai? Sì, ma coi miei è un casino, non mi lasciano uscire, chissenefrega andiamo, e poi in piazza, incazzati, a gridare che gli anarchici sono innocenti. Come si sa? Si sa, si respira, si conoscono i metodi dello stato e della questura. Poi Valpreda in galera e Pinelli che vola dalla finestra.
C’è bisogno di impegnarsi di più, di starci dentro, trovare una collocazione. Al Vittorio Veneto un gruppo m-l e’ quasi egemone, insieme agli anarchici – situazionisti, e’ l’ Unione dei Comunisti Italiani marxisti leninisti (conosciuta come “Servire il Popolo”); lo frequento, ci milito e con loro sfilo il primo maggio 1969 sotto un enorme faccione di Mao che avrebbe destato le ire e gli allarmi dei giornali borghesi. La disciplina e’ stretta; il dogmatismo e’ bigotto (non a caso il presidente e’ Brandirali che finirà in CL); i militanti si chiamano “Guardie Rosse”.
Io e i miei amici facciamo a gara a chi sfila col distintivo più grosso, che nel frattempo ci siamo procurati nella sede di Italia – Cina in Porta Venezia, sede dell’esecrato ed eretico P.C. D’ I. m-l (linea nera se mi ricordo bene -comunque quelli di Nuova unità).
Pur nei suoi aspetti clericali, questa esperienza si rivela utile: lo studio dei sacri testi, del pensiero e della filosofia maoista attraverso il libretto rosso ma non solo, contribuiscono a dare una prima base teorica alle mie idee. E poi, cosa non da poco, imparo la stesura dei ta tse bao, l’uso ciclostile e degli strumenti di propaganda, che diventeranno consuetudine in seguito.
La militanza m-l si sarebbe protratta fino all’autunno 1969; arrivato in università a Città Studi (facoltà di Chimica) entrai in contatto col movimento studentesco di Architettura, vicini a quello della Statale; mollai poco a poco Servire il Popolo ed entrai nell’ M.S., cominciai a frequentare e conoscere i compagni del movimento in Statale .
Sarebbe seguita da lì a poco la mia prima esperienza full immersion e in direttissima di scontri duri. 12 dicembre 1969 , Via Bergamini, cariche e morte di Saltarelli. Ero in prima fila, non lo dico per fare l’eroe. Eravamo destinati lì, davanti, la polizia di fronte; mi cagavo addosso, giuro, avrei voluto essere da tutt’altra parte, a giocare a scacchi piuttosto che alla pesca sportiva, ma ero lì, non potevo fare altro, dovevo fare finta di niente; tirare fuori i sanpietrini e batterli gli uni contro gli altri finché non ci sono arrivati addosso. Poi il fumo, la faccia che brucia , le lacrime, corrergli addosso agli sbirri e poi indietro, le barricate.
Il resto, e’ storia di tutti.
Ah già, dimenticavo: i miei genitori in seguito avrebbero capito le mie idee: mi aiutarono in varie occasioni e vari modi, pur essendo sempre preoccupati per me: votarono PCI e D.P., e poi vennero ai funerali di Giannino. Spero di avere imparato da loro la generosità e l’elasticità mentale. Sono loro grato.

Flavio Marini

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La vendetta trasversale del cialtrone di Firenze

“Mala tempora currunt” per la nostra democrazia: abbiamo notizia che ai seggi elettorali in giro per l’ Italia si sono potute presentare liste con simboli fascisti, che hanno pure raccolto il 5, l’ 8, perfino il 10 % dei voti locali.

La nostra Costituzione lo vieta espressamente: la XII disposizione finale della Costituzione Italiana vieta la riorganizzazione del partito fascista. Inserita tra le disposizioni finali della Costituzione, non ha natura transitoria (la sua efficacia cioè non è solo temporanea, a differenza di altre norme previste sotto lo stesso titolo). Per questo motivo è più corretto parlare di XII disposizione finale.

Inoltre la legge 20 giugno 1952, n. 645 (cosiddetta legge Scelba) in materia di apologia del fascismo, sanziona «chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità» di riorganizzazione del disciolto partito fascista, e «chiunque pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche».

Infine la legge 25 giugno 1993, n. 205 (legge Mancino) sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. La legge punisce anche l’utilizzo di simbologie legate a suddetti movimenti politici. [fonte Wikipedia]

Credo che queste cose non accadano a caso…
Il 4 dicembre dell’ anno scorso in occasione del referendum sulla riforma costituzionale, Renzi ha preso la più grande tranvata che la nostra storia repubblicana ricordi e chi si è messo di traverso per impedirgli quello scippo alla democrazia?
In primis l’Anpi e la Cgil, oltre l’ Arci più milioni di giovani senza futuro.
Ed ecco la bella pensata: punire gli antifascisti e l’ Anpi, dando spazio alle canaglie fasciste nelle recenti elezioni amministrative e punire i giovani reintroducendo dalla finestra i voucher usciti dalla porta per evitare il Referendum promosso dalla Cgil e quindi un’ altra mazzata!

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“Hier tragst du mit” – A questo contribuisci anche tu !

GERMANIA NAZISTA 1940: Sul manifesto, dopo lo slogan segue la frase “una persona affetta da malattia ereditaria costa allo Stato 50.000 RM fino al raggiungimento del 60esimo anno di età”
Articolo ripreso dal blog Il Pedante, 28 marzo 2017 – Link: http://ilpedante.org/post/hier-traegst-du-mit
Su questo blog si è spesso documentato come la comunicazione politica dei nostri tempi radichi le sue retoriche nell’odio sociale. Chi sta (ancora) un po’ meglio vive sulle spalle di chi sta peggio. In una «economia sociale di mercato fortemente competitiva» il vantaggio dell’uno è la rovina dell’altro. E anche il debole è un nemico: nell’eterna rincorsa di un equilibrio economico che non torna mai, i suoi bisogni non sono sostenibili né giustificati dal contributo produttivo che apporta. Sicché è colpevole: sia perché non coglie le opportunità di un sistema che premia chi si impegna, sia perché intralcia quel sistema rivendicando diritti che non merita.
Un sistema radicato nell’odio produce odio. Molti amici si sono indignati nel leggere i contenuti della pagina Facebook «Vecchi di merda» dove si insultano gli anziani che percepiscono una pensione maturata con il metodo retributivo. Alla notizia (vera) di un centro anziani il cui personale percuoteva i degenti, gli amministratori della pagina commentavano che «picchiare un retributivo non è reato».
Non sappiamo quanto siano veri o fake gli autori di questa iniziativa, ma il punto è un altro: che ciò che scrivono è perfettamente in linea con il sentire politico dominante e con chi se ne fa latore nell’accademia e sui giornali. Ingiurie a parte, le rivendicazioni di VdM sviluppano il senso economico di tanti titoli degli ultimi anni.
Da tempo ci ripetono che i vecchi rubano il futuro ai giovani. Che «hanno fatto il debito pubblico». E che se i figli vogliono stare meglio i padri devono stare peggio. Senza scomodare la psicopatologia edipica, sono tutti corollari del teorema della scarsità: «Scannatevi, perché non ce n’è per tutti». O di quello del potere: se i poveri si accapigliano nelle fogne, è meno probabile che azzannino le caviglie dei ricchi. Se l’invidia sociale è vecchia quanto la società, la prevalenza del giovane sul vecchio, cioè del forte sul debole, va ancora più indietro: al mondo delle bestie da cui ci siamo evoluti. Sicché sarebbe uno spreco non fare di questo patrimonio ancestrale uno strumento di dominio politico e di controllo del malcontento popolare:
In queste retoriche cova spesso la fregola di mandare al macero la democrazia e di sopprimere i diritti degli avversari e dei diversi (pardon, dei competitors) escludendoli dalle decisioni comuni. Così accadeva all’indomani del voto inglese sull’uscita dall’Unione, con un rito rabbioso e «paidocratico» celebrato a stampa unita. In un precedente articolo dedicato a quella vicenda osservammo che:
In questa dialettica, anziani e giovani non sono altro che dramatis personae per indicare il vecchio e il nuovo, e quest’ultimo non è altro che l’agenda governativa in corso. Agli anziani tutti metaforici di questa mitografia si attribuisce la «paura del cambiamento» e l’attaccamento «antistorico» alle certezze del passato, «dall’alto delle loro pensioni, dei loro ricordi di gioventù e dai cuscini di un divano al di fuori del mondo e del futuro» (Federica Bianchi, L’Espresso). […] il vecchiume a cui si allude è […] il retaggio di sicurezze lavorative, sociali e patrimoniali che hanno effettivamente caratterizzato le gioventù degli elettori più stagionati e il periodo economicamente più florido del nostro continente. Non contenti di averle ampiamente smantellate nei fatti, i governi […] puntano oggi a squalificarle anche nell’immaginario associandole ai volti bavosi e sdentati degli orchi e delle streghe che, come nelle fiabe, divorano i bimbi rubando loro il futuro.
Con l’ovvio epilogo: La vicenda, già in sé squallida, potrebbe chiudersi qui […] Se non fosse che la fantasiosa crociata contro il voto degli anziani si è subito trasformata in un attacco reale al diritto di voto degli anziani, e quindi al suffragio universale, aprendo scorci inquietanti sugli umori antidemocratici che covano tra chi è nell’establishment.
La gerontofobia è sdoganata, è normale come il caffè dopo i pasti.

Ecco la risposta di Facebook a un lettore che segnalava la pagina Vecchi di Merda come contenuto che incita all’odio:

E in effetti gli standard della comunità Facebook non includono la discriminante dell’età. Che sarà mai, in fondo. Non sono mica donne, ebrei, migranti, maomettani o transomosessuali. Sono solo vecchi. E quella è solo un’opinione, anzi un’opinione in voga. A conferma che la lotta all’hate speech non serve a proteggere le persone ma le idee di chi lo condanna. Personalmente amo intrattenermi con gli anziani e amo anche le loro debolezze (qui una bella poesia di Claudio Baglioni), sicché non mi costa fatica considerarli una ricchezza. Ma se mi turo il naso potrei persino ringraziare i ragazzi (?) di VdM, perché in poche battute hanno denudato la ferocia di chi pensa e scrive le stesse cose ammantandole di sproloqui contabili e appiccicandosi l’etichetta di moderato. Di chi semina odio in giacca e cravatta nella certezza che saranno altri a raccoglierlo, ma soprattutto a subirlo.
***

Ma fingiamo che ci si creda davvero.
Incominciano col dire che il match contributivo-retributivo è una dialettica per criceti. Un sistema di assistenza pubblica deve assistere i cittadini secondo i bisogni di ognuno. Una volta fissato lo standard, gli strumenti sottostanti sono dettati dal fine. Se si accettano le premesse tecniche come finali ci si lascia condurre come le cavie nel labirinto di un laboratorio, fino all’esito stabilito da chi ha imposto quelle premesse. I cervelli adulti ragionano sul sistema, non nel sistema. È vero che le pensioni di anzianità assorbono una buona parte della spesa dello Stato (circa un quarto). Ma prima di chiederci che cosa si potrebbe fare con quei soldi dovremmo chiederci che cosa ci si stia facendo. I pensionati sono la categoria con più bisogni e più tempo libero.
Le loro pensioni le spendono in farmaci e cure mediche, case di riposo (che di solito costano più della pensione, quindi devono dare fondo anche ai risparmi), circoli ricreativi, ristoranti e balere, teatri e alberghi (anche in inverno, anche quando non si va in ferie e i gestori dovrebbero altrimenti chiudere), viaggi, capricci e regali ai nipoti, oltre il resto. A chi danno questi soldi? Ad altri vecchi bavosi? No. A chi lavora, cioè ai giovani: animatori, infermieri, medici, psicologi, fisioterapisti, farmaceutici, camerieri, ristoratori, accompagnatori, commercianti, imprenditori, ecc. La spesa pensionistica è, se non l’unico, il principale pilastro su cui ancora insiste lo stimolo pubblico della domanda privata.
Ora facciamo contenti i paidocrati: riduciamo tutte le pensioni. Sì, certo, tra i suddetti lavoratori molti finirebbero licenziati o in rovina per mancanza di clienti, però vuoi mettere? Si liberebbero «risorse» per i giovani. Come? Ad esempio con la riduzione dei contributi assistenziali versati da chi avrà ancora un lavoro. Ma sarà vero? Non ne ha mai parlato nessuno e non è mai successo.
Tanto che la riforma Fornero, quella fatta per salvare i conti pubblici e rendere sostenibile il sistema, prevedeva di aumentare l’aliquota delle partite IVA fino al 33%. Senza dire che con l’ulteriore aumento della disoccupazione calerebbe il gettito rendendo ancora più remota l’eventualità di una riduzione fiscale.
È tutta da piangere, insomma. Comunque la si metta, un sistema pensionistico e una spesa pubblica che non possono – cioè non vogliono – fare deficit quando occorre sono un carnaio dove tanti polli si contendono poco becchime e dove, non potendo vincere, ci si impegna affinché perda anche il vicino.
È la pena di un’economia ridotta al soldo e non alle cose e ai bisogni, dove per non infliggere qualche zerovirgola di inflazione ai patrimoni di chi non ha proprio bisogno di pensione, è lecita la miseria e la sofferenza di chi ci vive, fossero anche i propri genitori. È la subciviltà del «quanto ci costa», la stessa ritratta nell’immagine che apre la nostra pedanteria: «Anche tu porti il fardello! Un malato alla nascita costa in media 50.000 marchi fino ai 60 anni di età». Era la Germania del 1940.

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La svolta renziana: affamare gli anziani con teorie selettive e anti-umane (di Peppino Caldarola)

Il Pd ha in mano la proposta più indecente per far uscire l’Italia dalla crisi: tassare i più vecchi e avvicinarli alla morte con una progressione negli stenti.
E poi dice che uno si butta a sinistra (cit. Totò). Dopo aver letto l’intervista alla Stampa dell’ ex sottosegretario Nannicini, che fa coppia con l’altro economista di governo, Taddei, messo ai vertici del Pd da Civati e diventato in 24 ore renziano, non ci resta che piangere. E qui le citazioni sono finite perché ti vengono davvero le lacrime al pensiero che quello che probabilmente è ancora il partito più forte dell’area di centro-sinistra ha in mano la proposta più indecente per far uscire l’Italia dalla crisi: tassare gli anziani.

DA NANNICINI UNA CULTURA SELETTIVA ORRIBILE. Dice il prode Nannicini che gli anziani dovrebbero dare di più al fisco di quelli più giovani. Non si capisce se è prevista una progressività per cui un ottantenne non autonomo dovrebbe pagare più tasse di un quarantenne forte e sicuro di sé. La seconda idea (chiamiamola così) dell’economista bocconiano (ma a chi danno la cattedra in quella famosa università?) prevede che anche per i salari si adotti lo stesso criterio. Siamo l’unico Paese, dice Nannicini, in cui i salari salgono con l’età mentre in tutto il mondo avviene il contrario. Non so se ha davvero studiato la comparazione mondiale dell’evoluzione salariale, ma so che quello che dice Nannicini esprime una cultura selettiva orribile.

Non si capisce se è prevista una progressività per cui un ottantenne non autonomo dovrebbe pagare più tasse di un quarantenne forte e sicuro di sé.

Non vale la pena argomentare su quel che serve ai più anziani per campare e quindi sull’obbligo civile di tutelarli invece che avvicinarli alla morte con una progressione negli stenti. Quello che colpisce nelle teorie del Nannicini è la cultura profonda. Il conflitto generazionale diventa l’asse del processo dei riformatori renziani. Altri si attardano sul conflitto di classe, altri ancora ragionano sull’alto della piramide contro il basso della piramide, il meglio delle teste pensanti dell’economia mondiale si interroga sulle diseguaglianze e le mette in rapporto al modello del turbo-capitalismo finanziario. In Italia no. Il bocconiano Nannicini, che nasce a sinistra con un papà di sinistra, decide che il conflitto supremo, essendo quello fra giovani e vecchi, deve vedere questi ultimi puniti nel procedere dell’età.

GLI ANZIANI PIÙ POVERI COME CITTADINI DI SERIE B. In Toscana, oltre al Conducator d’eccellenza, è nato il Carlo Marx dei ricchi. Perché immaginate se un vecchio ricco ha il problema della progressione fiscale. Ce l’avrà il vecchio povero o buon borghese, che poco alla volta dovrà, a mano a mano che cresceranno le esigenze di cura, scoprire che le tasse gli toglieranno parte di quel che ha guadagnato. Capite il concetto? «Quel che ha guadagnato».

LE TEORIE ANTI-UMANE DEI RENZIANI. Nannicini ha iniziato l’intervista alla Stampa dicendo che i suoi ispiratori sono Gramsci e Veltroni. Ho letto Gramsci e se fossi un parente querelerei Nannicini, lo potrebbe fare l’istituto che porta il suo nome se non fosse diventato renziano. Conosco Walter e mi dispiaccio quando vedo il suo nome accostato a questo darwinismo sociale francamente disgustoso. Il Lingotto di Renzi darà vita a teorie selettive e anti-umane che fanno sperare che lui e i renziani non tornino mai più al governo. Invecchierai anche tu Nannicini con i tuoi coetanei che ti inseguiranno …

da LETTERA 43                                              9 marzo 2017

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Morto il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, autore del libro Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi e occidentali da parte degli Usa (di Marcello D’Addabbo)

In Germania il caso Ulfkotte è ormai esploso in tutta la sua enormità. Nei talk show risuonano le parole del corrispondente esteri del più prestigioso quotidiano tedesco, “Frankfurter Allgemeine Zeitung” «per diciassette anni sono stato pagato dalla CIA, io e altri centinaia abbiamo lavorato per favorire la Casa Bianca». Questo è l’inquietante quadro descritto nel libro che Udo Ulfkotte ha da poco pubblicato in patria dal titolo eloquente: Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi, e occidentali in genere, attraverso una fitta rete di corruzione e di pressioni esercitate da parte degli americani mediante apparati di intelligence, ambasciate Usa, fondazioni, lobby e istituzioni atlantiste (sono citate tra le tante il Fondo Marshall, l’Atlantic Bridge e l’Istituto Aspen). Il fine di tale incessante attivismo operato nelle retrovie dei mass media, secondo le rivelazioni dell’autore, è quello di costruire una interpretazione degli accadimenti internazionali sempre unilaterale e compiacente verso Washington. Si racconta di programmi specifici per i giornalisti, disposti dalle ambasciate statunitensi in Germania e in Italia, nei quali è previsto un compenso che arriverebbe alla cifra di ventimila euro per scrivere articoli filostatunitensi. Ma non si tratta solo di dazioni in denaro, c’è l’altro mezzo di pressione, quello che solletica di più il narcisismo da cui i giornalisti sono maggiormente affetti, ovvero le gratifiche in campo professionale: premi, collaborazioni, incarichi, convegni nei mitologici e prestigiosi campus universitari americani, viaggi pagati, riconoscimenti pubblici di ogni genere, insomma una tentazione irresistibile. Il volto seducente del potere, cemento a presa rapida per costruire la casa sicura della narrazione mediatica ufficiale con l’aiuto di un esercito di professionisti mercenari dell’informazione a completa disposizione. «Prima di tutto» racconta «è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono altro che premi alla fedeltà propagandistica dell’autore che li pubblica, non molto differentemente dal premio “eroe del lavoro” nella ex Germania Est comunista». Ulfkotte ricorda esperienze personali, come quella, decisamente ridicola, dell’improvviso conferimento della cittadinanza onoraria dello stato americano dell’Oklahoma, in assenza di alcun legame apparente tra il suo lavoro e quel territorio. Poi, sullo sfondo di questa realtà patinata di favori e grandi alberghi, si muovono i servizi segreti e le pressioni quando serve non mancano: «Spesso vengono a trovarti in redazione, vogliono che scrivi un pezzo» rivela nel libro. In occasione della crisi libica del 2011, racconta di quando fu imbeccato da individui dei servizi tedeschi per annunciare sul suo giornale, quasi fosse un dato assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche pronte per essere usate contro il popolo inerme, ovviamente senza avere alcun riscontro da fonti verificate. Se invece si trasgredisce la linea filoatlantica le conseguenze sono altrettanto note, ovvero la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, fino alle minacce dirette e alle persecuzioni (lui stesso sostiene di aver subito sei perquisizioni nella sua abitazione con l’accusa di aver rivelato segreti di stato). Continue reading

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Rinascere con il Reddito di Cittadinanza (di MoVimento 5 Stelle)

Dati e indicatori economici di diversi istituti internazionali fotografano da tempo la stessa situazione: l’economia italiana è al palo, in fondo a tutte le principali classifiche. Se guardiamo, ad esempio, agli ultimi rapporti del Fmi e del World Economic Forum di Davos emerge l’eccezionalità della crisi del nostro Paese. Il Fmi certifica che la crescita italiana è 5 volte più lenta di quella mondiale: il Pil cresce 10 volte più lentamente di quello cinese, 2 volte più lentamente rispetto a quello francese, tedesco e britannico e più di 3 volte rispetto a quello spagnolo. Ci sono poi le classifiche del World Economic Forum, che ci vedono nel complesso al 27esimo posto su 30 Paesi avanzati.

Nel dettaglio, siamo 29esimi per quanto riguarda il comportamento etico delle aziende, 28esimi per grado di corruzione, 28esimi per indipendenza del sistema giudiziario, 29 esimi per quanto riguarda i favoritismi dei funzionari pubblici, 30esimi e ultimi per fiducia pubblica nei confronti dei politici. Peraltro lo studio del World Economic Forum afferma che gli alti livelli di povertà e disuguaglianza non sono compensati da un sistema di protezione sociale né generoso né efficiente e che persistono elevati differenziali di salario (come certificato di recente anche dal rapporto Oxfam sulla diseguaglianza). A chiudere il cerchio un altissimo rapporto debito/Pil che, senza una ripresa della crescita, condanna alla miseria le generazioni future.

Per far fronte a questo disastro è urgente e necessario un progetto economico del tutto diverso da quello messo in atto dagli ultimi Governi. Il M5S lo ha definito in questi anni: al centro del progetto c’è il reddito di cittadinanza definito in un nostro disegno di legge a prima firma Catalfo. Non si tratta di assistenzialismo ma di una misura di sostegno attivo al reddito e al reinserimento lavorativo, come dimostra il finanziamento dei centri per l’impiego (il nostro reddito costa 17 miliardi, dei quali 2,1 sono dedicati a potenziare i centri). Un argine immediato contro la povertà che avrebbe il merito anche di rinvigorire la domanda interna e i profitti delle imprese. Ne gioverebbero infine l’occupazione e il gettito fiscale.

Questo dal lato dei disoccupati e dei nuclei familiari a basso reddito.

Ma le nostre idee si estendono naturalmente alle piccole e medie imprese, fulcro del tessuto produttivo nazionale. Innanzitutto l’abolizione totale dell’Irap sulle microimprese; poi l’abolizione (vera, e non presunta) di Equitalia, per rifondare il fisco su un rapporto di collaborazione tra agenzia delle entrate e contribuenti; importantissime anche la semplificazione burocratica, l’estensione dell’aliquota agevolata al 5 e al 15%, l’eliminazione di circa 8mila euro di contributi a carico delle start up innovative e il sostegno all’economia 4.0 (ad esempio il settore delle stampanti 3D).

Più in generale, però, il problema dell’economia italiana è la cronica insufficienza degli investimenti pubblici nelle piccole infrastrutture e nei settori strategici, in seguito all’ondata di privatizzazioni che hanno sottratto al controllo pubblico aziende storiche e di successo. È quindi fondamentale tornare a investire, rifiutando la prospettiva illusoria di un’economia rinchiusa nel turismo e nella cultura, settori importantissimi ma non sufficienti a garantire occupazione di alta qualità e sviluppo. La necessità di aumentare stabilmente la spesa per investimenti produttivi deve influenzare anche i nostri rapporti con le istituzioni europee. Senza sovranità economica e fiscale aumentare gli investimenti è impossibile. Ecco perché il Fiscal Compact, cappio che la classe dirigente della Seconda Repubblica ha legato al collo dell’economia italiana, va abolito. Ma è insensato anche fossilizzarci su una moneta ampiamente sopravvalutata rispetto ai fondamentali della nostra economia. Una moneta che è stata costruita su misura per la Germania e che impedisce alle nostre imprese di esportare prodotti di qualità. Non ci può essere tutela del Made in Italy senza sovranità monetaria.

La ricetta delle élite, al contrario, è sempre la stessa: tagli ai servizi pubblici fondamentali, privatizzazioni a tappeto (ora è il turno dei servizi locali) e trattati commerciali iperliberisti. Dopo decenni di crescita lenta e una lunga recessione che nei prossimi mesi potrebbe ripresentarsi, è ovvio che l’Italia sia in fondo a tutte le classifiche. O si volta pagina o si nega, nei fatti, quella Costituzione che uno straordinario referendum popolare ha rimesso al centro dell’agenda politica.

da Il Blog delle Stelle                                22 gennaio 2017

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Tito Boeri sa come ridurre i costi previdenziali: accorciare la vita ai pensionati

Quella che segue è una lettera aperta inviata da Salvatore Rotondo al Presidente INPS dopo che lo stesso ha rilasciato alcune agghiaccianti dichiarazioni.

27.12.2016 – Esimio Presidente, scorrendo il suo vasto curriculum il sottoscritto, un modesto pensionato, non può avere dubbi sul fatto che Lei sia dotato di particolare cultura e intelligenza. Una recente circostanza tuttavia mi ha convinto che al tempo stesso Lei non possieda neppure un briciolo di umanità. Nulla di cui sorprendersi. Può capitare. Né è eccezionale il fatto che in un sol colpo sia riuscito a ferire 16 milioni di persone. C’è chi ha fatto di peggio.
Un esempio storico calzante? Ha presente la frase del generale Philip Sheridan “Gli unici indiani buoni che abbia mai visto erano morti”? Lo stesso Sheridan in un’altra circostanza si era rallegrato di aver eliminato il capo Cheyenne, Pentola Nera, definendolo “un vecchio logoro e inutile che non valeva nulla”.
Quando ho letto su un paio di blog che Lei, nel corso di una conferenza del Consiglio e dell’Ordine Nazionale degli Attuari aveva in qualche modo augurato vita breve ai pensionati non potevo crederci. L’ho giudicata una delle solite fastidiose, spesso vigliacche bufale che circolano in rete. Poi ho deciso di fare una verifica. Continue reading

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Il caso dei voucher e del reddito minimo

Blog de L’Espresso, articolo di Alessandro Giglioli, 22/12/2016

A volte, spingi spingi, una battaglia civile di minoranza diventa mainstream.
Qui ci si è occupati per la prima volta di voucher più di nove mesi fa, non solo su questo blog ma anche sull’Espresso cartaceo: e grazie a Fabrizio Gatti e Francesca Sironi ma soprattutto all’allora direttore Luigi Vicinanza che mi diede retta, quando in riunione spiegai la portata del fenomeno e suggerii che ce ne dovevamo ampiamente occupare, anche se non ne parlava nessuno. Adesso, per fortuna, invece ne parlano tutti. Compreso il responsabile economico del Pd Filippo Taddei, che nell’aprile scorso difendeva senza se e senza ma i buoni lavoro («stanno svolgendo il proprio compito primario, cioè far emergere lavoro nero, quindi la legge non va cambiata, basta introdurre la tracciabilità per evitare gli abusi») mentre ora, sull’Unità, preferisce farne la storia per ricordare che essi furono introdotti 9 anni fa, quindi estesi dal centrodestra, poi allargati dal governo Monti, quindi ulteriormente ampliati da quello Letta, mentre con Renzi ci si è limitati ad alzare un po’ il tetto per il loro utilizzo (da 5.000 a 7.000 euro l’anno), garantendone tuttavia la tracciabilità telematica per evitare gli abusi illegali. In altri termini, Taddei scarica le responsabilità sui governi precedenti, il che è un’implicita (ma neanche troppo) presa di distanza. Il responsabile economico del Pd ha le sue ragioni, in termini di cronistoria: è vero che i voucher sono nati in tempi lontani ed è vero che la loro più robusta estensione è avvenuta con i governi Monti e Letta. Tuttavia, va aggiunto, in entrambi i casi con la piena approvazione del Pd. Quanto al governo Renzi, questo ha dato – per così dire – la botta finale: alzare il tetto dei voucher del 40 per cento, date le precedenti liberalizzazioni, ha infatti portato al boom degli ultimi due anni, in cui si è passati da meno di 70 a più di 120 milioni di voucher, con un aumento del 32 per cento solo nel 2016. Soprattutto, il combinato tra le estensioni precedenti e l’aumento del tetto ha finito per modificarne la natura: nato per regolarizzare le piccole collaborazioni occasionali, il voucher si è trasformato in un “sostituto di assunzione”. Vale a dire: in caso di bisogno di collaboratori-manodopera, invece di assumere personale molte aziende hanno fatto ricorso ai voucher, creando così una nuova classe di lavoratori iper precari, senza alcun diritto alla malattia, alle ferie, alla maternità (e neanche parliamo di Tfr e tredicesima). È quindi molto inesatto dire (come fanno alcuni) che “i voucher non c’entrano con il Jobs Act”, dato che l’innalzamento del tetto del 40 per cento è avvenuto proprio con quella legge. La quale, per inciso, secondo Renzi è una di quelle «di cui dobbiamo essere orgogliosi» (tre giorni fa, all’assemblea nazionale Pd). A Filippo Taddei e al Pd faccio quindi presente che la questione delle responsabilità (è più colpa di Monti, Letta o Renzi?) è certamente interessante nel gioco della contrapposizione politica, ma non è utile ad affrontare in modo limpido il problema sociale, adesso. Semplicemente, a Taddei e al Pd chiedo: si è favorevoli o contrari a una forma di lavoro iper precaria che non prevede diritto alle ferie, alla malattia, alla maternità, etc etc? E si è favorevoli a questo in assenza di un reddito minimo garantito che contempli anche le cose di cui sopra (maternità, ferie, malattia etc)? Se si è favorevoli a queste forme di lavoro senza continuità di reddito e senza diritti di base, lo si dica apertamente – e nel caso è solo ipocrisia sostenere che è tutta colpa dei predecessori. Se invece si è contrari, si cambi verso e si mettano i lavoratori a voucher in condizione di godere di strumenti sociali che consentano loro un minimo di continuità di reddito, di diritto a malattia, maternità, ferie etc.
A proposito. Ieri Berlusconi, alla solita presentazione del libro di Bruno vespa, ha aperto – un po’ a sorpresa – al reddito minimo, nella versione “di cittadinanza” proposta dal M5S. Può essere una boutade, certo, ma è vero tuttavia che ormai il reddito minimo viene ipotizzato non più solo da economisti di scuola keynesiana, ma anche da diversi di estrazione liberale, che lo vedono come unico strumento per salvare il meccanismo di consumo-produzione, insomma il motore del capitalismo. Senza reddito, infatti, crollano i consumi e il sistema va in testacoda. Se quella di Forza Italia fosse una svolta vera, questo significherebbe che in Parlamento ci sono i numeri per approvare qualche forma che dia continuità di reddito e di diritti nell’era del lavoro molecolare e del precariato acrobatico: essendo il M5S e Sinistra Italiana (ma anche qualcuno nel Pd) firmatari di proposte in questo senso. D’altro canto, tutte le geremiadi sul costo del reddito minimo hanno perso un po’ di autorevolezza, ultimamente: dato che una cifra maggiore è stata trovata in cinque minuti, da entrambe le Camere, per salvare una banca, giusto ieri.
E ormai si è capito – quasi tutti hanno capito – che il costo del reddito minimo è comunque inferiore al costo (economico, ma anche in termini di pace sociale) della scelta opposta, cioè dell’assenza di un reddito minimo. Già, è proprio come si diceva all’inizio: a volte, spingi spingi, una battaglia civile di minoranza diventa mainstream.

dalla Newsletter Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte
Anno XV – Nr. 01 del 12 gennaio 2017

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