Meslier: ecco perché siamo servi

Ecco ciò che scriveva a inizio ‘700 nel suo “Testamento” il prete Jean Meslier. Non posso dire di essere d’accordo su tutto ma alcune delle cose che dice erano vere 300 anni fa come oggi.

“La vostra salvezza è nelle vostre mani, la vostra liberazione dipenderebbe solo da voi, se riusciste a mettervi d’accordo; avete tutti i mezzi e le forze necessarie per liberarvi e per rendere schiavi i vostri stessi tiranni. I vostri tiranni, infatti, per quanto potenti e terribili possano essere, non avrebbero alcun potere su di voi senza voi stessi; tutta la loro potenza, tutte le loro ricchezze, tutta la loro forza, viene solo da voi: sono i vostri figli, i vostri congiunti, i vostri alleati, i vostri amici che li servono, sia in guerra sia nei vari incarichi che essi assegnano loro: essi non saprebbero far niente senza di loro e senza di voi.

Essi utilizzano la vostra stessa forza contro voi stessi, per ridurvi tutti quanti in schiavitù […]. Ciò non succederebbe davvero se tutti i popoli, tutte le città e tutte le province si coalizzassero e cospirassero insieme per liberarsi dalla comune schiavitù. I tiranni sarebbero subito schiacciati e annientati. Unitevi dunque uomini, se siete saggi, unitevi tutti se avete coraggio, per liberarvi dalle vostre comuni miserie”.

“Trattenete con le vostre mani tutte queste ricchezze e tutti i beni che producete in abbondanza col sudore del corpo, teneteveli per voi e per i vostri simili, non date niente a questi superbi e inutili fannulloni, che non fanno nulla di utile, e non date niente di tutto ciò a tutti questi monaci e questi ecclesiastici che vivono inutilmente sulla terra, non date niente a questi nobili fieri e orgogliosi che vi disprezzano e vi calpestano […]. Unitevi tutti nella stessa volontà di liberarvi da questo odioso e detestabile giogo del loro tirannico dominio, nonché dalle vane e superstiziose pratiche delle loro false religioni.

E così non vi sia tra di voi religione diversa da quella della saggezza e della moralità, da quella dell’onestà e della decenza, della franchezza e della generosità d’animo; non ci sia religione diversa da quella che consiste nell’abolire completamente la tirannide e il culto superstizioso degli dèi e dei loro idoli, nel mantenere viva la giustizia e l’equità ovunque, nel lavorare in pace e nel vivere tutti in una società ordinata, nel mantenere la libertà e, infine, nell’amarvi l’un l’altro e nel salvaguardare da ogni pericolo la pace e la concordia tra di voi […]”.

Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Meslier

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A un passo dalla fine

Semplicemente demoralizzante: per fortuna, quasi per un processo naturale voluto da un misericordioso disegno divino, il sistema è alla frutta.

Vent’anni, maturità classica in tasca, e in cerca di un lavoro? Commessa a 200 euro al mese, compresi gli straordinari.

È la proposta che si è sentita fare una ragazza di Conegliano Veneto (Treviso), nel cuore del ricco Nordest. Delusa e mortificata, ha detto addio ai suoi sogni di indipendenza economica e ha raccontato tutto al padre, un dirigente d’azienda che ha scritto al Gazzettino per denunciare l’episodio. Sei giorni di lavoro su 7: duecento euro Nei giorni scorsi la ragazza si è presentata in un’agenzia di lavoro interinale in cerca di un impiego.

Superata una prima selezione fra una quindicina di candidate, le viene offerto un posto da commessa in un negozio di abbigliamento intimo della città: lavoro a tempo pieno per sei giorni su sette a 200 euro netti al mese e, in caso di bisogno, disponibilità a fermarsi a anche un po’ di più. Così per i primi tre mesi, poi si vedrà. Insomma uno stipendio da fame, anche per una ragazza pronta ad ad adattarsi pur di non diventare una “bambocciona”. “Fuori legge” A Conegliano la reazione di commercianti, sindacalisti e degli stessi operatori delle società di ricerca e offerta di lavoro è unanime: un contratto del genere è fuori legge, è un “caso estremo” che per fortuna rappresenta l’eccezione e non la norma, ma in tempi di crisi è un campanello d’allarme non va sottovalutato: “Spero che questo caso non sia il sintomo del ritorno ad una pratica in uso nei laboratori tessili negli anni ‘90 – sottolinea il segretario della Filcams Cgil di Treviso, Luigi Tasinato – quando versavano ai dipendenti lo stipendio previsto in contanti e se ne facevano restituire immediatemente una parte”.

Quello della ragazza di Conegliano Veneto non sembra essere però un caso isolato, almeno a giudicare da quanto i lettori di City scrivono sulla pagina Facebook del giornale. “Si scandalizzano perchè è successo al Nord, ma a Napoli mi è successo di ricevere per un lavoro di call center di 4 ore al g 6 g su 7 ben 100€ al mese… E non credo si parlasse di contratti…”, scrive Rosa Rossella Cimminiello. “100 € di base , più provvigioni ,,,,, oppure 100€ fissi e solo quelli”, racconta Roberto Romanato. “A me hanno chiesto di lavorare in una fabbrica per prova, due settimane, 80 ore: gratis. In Veneto”, dice invece Laura Martina , e David Chiaramonti rincara: “Ho lavorato un mese in un call center a 300 euro per 30 ore settimanali. E un’altra volta mi è stato proposto uno stage da 40 ore settimanali per 380euro mensili”. Di call center parla anche Viviana Campanella: “Paga minima da fame, 6 cent a telefonata. Provvigioni solo dal 10° contratto andato a buon fine, e cazziatoni se non fissavo almeno 3 appuntamenti al giorno”. E Vitalba Anastasi racconta i mille lavori fatti per poter racimolare almeno mille euro al mese, per poi concludere: “Posso dirmi di essermi sbattuta anche per meno di 200 euro mensili!”. Elisa Pagano dice di aver ricevuto “3,16 euro all’ora per un part time verticale, che si è dimostrato poi essere un 7/7 dalle 6 alle 12 ore al giorno con 30 min di pausa”, e conclude ironica: “Ma anche no?”. Meno ironico “Magico Vento”: “Questa è schiavitù”, dice, “e va repressa senza pietà”.

Derivato dal link http://city.corriere.it/2010/07/15/milano/documenti/vuoi-lavorare-commessa-200-euro-mese-20842779496.shtml

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Vale ancora la pena di fare figli?

Posto di seguito un articolo tratto dal Corriere della Sera.

Da questo e altri segnali ho l’impressione che ormai sia iniziato il conto alla rovescia verso il collasso di un sistema che non regge più. Delle due l’una: o un rapido declino della nostra storia occidentale e italiana verso uno stile di vita da sopravvissuti subalterni come gli armeni in Turchia nel corso del ‘900 quando furono depredati e spogliati di tutto; oppure la rivolta contro un sistema i cui leader ho la sensazione abbiano già abbandonato la nave dopo aver arraffato l’arraffabile. La notizia che segue può essere letta anche come una notizia di costume ma ovviamente abbiamo a che fare con qualcosa di inquietante e incombente simile al senso di oppressione che si prova davanti a una minaccia sconosciuta.

Si sono laureati in quattro. I gemelli d’Italia hanno trent’anni: cinque su sei sono precari.

I Giannini, dallo spot del detersivo alla crisi economica. Giorgio, revisore dei conti, è l’unico con il posto fisso BIBBIENA (Arezzo) – Trent’anni dopo. «Che bel gioco del destino. La nascita dei gemellini di Benevento mi fa rivivere quella mia straordinaria maternità», dice mamma Rosanna. Già, perché proprio oggi i suoi sei figli, i gemelli Giannini, due femmine e quattro maschi, compiono trent’anni. Nacquero, dalle 4.17 alle 4.22 dell’11 gennaio del 1980, all’ospedale di Careggi a Firenze, e su di loro si abbatté un’onda mediatica straordinaria: tv, giornali, riviste, persino spot pubblicitari di un detersivo che li resero ancora più famosi. Divennero i «Gemellini tricolori» e gli italiani si identificarono con quella famiglia toscana della vallata del Cansentino, tra Arezzo e la Romagna, semplice e schietta, col babbo Franco impiegato, la mamma Rosanna maestra e con Linda, Roberto, Francesco, Fabrizio, Letizia e Giorgio, i gemellini da coccolare e far crescere sani e forti. «Anche oggi i miei figli sembrano un po’ l’emblema di questa Italia – dice la signora Rosanna -. Non solo perché sono bravi ragazzi che abbiamo fatto studiare (quattro laureati e due diplomati) con tanta fatica, ma perché cinque di loro ancora non hanno un lavoro fisso o rischiano di perderlo. Insomma vivono nella precarietà assoluta».

Linda e Letizia, laureate in Lettere e Filosofia, sono precarie della scuola. Fabrizio, laurea al Dams, è precario part time in un centro commerciale. Roberto, diplomato, è precario in una fabbrica tessile, Francesco è un impiegato in cassa integrazione. Solo Giorgio, laureato in Economia aziendale, ha un posto fisso in una società di revisione dei conti a Firenze. «È stata dura tirare su queste creature e continua ad esserlo – racconta Rosanna -. Perché sa, uno si affanna tutta la vita per cercare di dare una posizione a questi figlioli. Li vede crescere, li segue, si sacrifica e poi si commuove pure quando si diplomano e si laureano. E poi, a trent’anni suonati quando solitamente si ha casa, famiglia un lavoro solido e magari pure qualche figlio, te le ritrovi sempre con un futuro pieno di incertezze. E tutto questo nonostante siano stati ragazzi in gamba, che a me a mio marito hanno dato tante soddisfazione, ma perché così oggi gira il mondo». Mamma Rosanna, 58 anni e babbo Franco, 63, ricordano divertiti quando i loro amici gli dicevano che sarebbero diventati nonni di un esercito di nipoti. «Metterete su tre squadre di calcio ci dicevano e noi sorridevamo e pregavamo il Signore che i ragazzi crescessero in fretta nel modo migliore. Ai nipoti non avevamo tempo di pensarci, c’erano loro a prenderci tutto il tempo libero dopo il lavoro.

Ma lo sa quanti nipoti abbiamo oggi? Uno solo, Tommaso, 8 mesi figlio di Letizia, insegnante precaria, che convive da qualche anno con un bravo ragazzo. Loro hanno avuto tanto coraggio, ma quando manca il lavoro e se ne va all’improvviso non fare figli è complicato. Noi non siamo pessimisti. Ogni giorno diciamo che forse domani questo precariato finirà. Ogni giorno, da tanti anni ormai». Nella casa di Soci, una frazione di Bibbiena, vivono ancora oggi in otto. Con babbo emamma ci sono nonna Vera, 84 anni compiuti ieri, Linda, Letizia, Francesco, Roberto e Fabrizio. I precari appunto. Oggi, nel giorno del compleanno, non festeggeranno. Lo faranno quando tutti saranno sistemati. «Nessuno di noi è un bamboccione – dice Linda -. Quando c’è un incarico cerchiamo di renderci indipendenti e non pesare sulla famiglia. Babbo e mamma e i nonni sono stati fantastici, ci hanno coccolato e tirato su con amore e sacrifici. Eppure mia sorella Letizia, l’unica ad avere un bambino, non riesce ancora a farsi un casa con il marito e il piccolo. Sta un po’ con noi e un po’ con i suoceri. Abbiamo studiato una vita, sette anni tra laurea e specializzazione, mai un anno fuori corso. Oggi siamo tutti dottori in precariato». I primi anni dei gemellini sono un romanzo pedagogico. «Quando se ne addormentava uno se ne svegliava un altro – racconta Rosanna -: Linda guariva dall’influenza, Roberto si ammalava. E poi c’erano il morbillo, la scarlattina, la quarta malattia». Quando germi e virus davano un po’ di tregua ecco le birbanterie. Nulla di grave, per carità.

Ma provate a immaginare sei bambini alla scoperta del mondo. La prima birichinata a un anno. Babbo e mamma avevano appena ristrutturato la camera grande e prima di mettere i sei lettini avevano isolato le pareti con polistirolo per rendere la stanza più calda. «Misi a letto i piccoli dopo la pappa – racconta mamma Rosanna -. Quando poco dopo entrai in camera, li trovai tutti svegli. Con le manine avevano staccato il polistirolo e stavano muovendosi dentro uno sciame bianco. Mi misi le mani dei capelli. E mi rimboccai le maniche. Come sempre». Rosanna e Franco hanno ancora voglia di combattere. Non salgono in cattedra. Però qualche consiglio ai genitori di Benevento lo danno volentieri. «Cercate aiuto dai parenti, dagli amici e magari anche dai servizi sociali. Ci saranno tempi duri, a volte avrete la sensazione di essere sopraffatti dalla fatica a dalla depressione, dovrete rinunciare a molto. Però, allevare questi figli, vivere in una famiglia così numerosa, è un’esperienza unica. Anche oggi, con l’amarezza di un lavoro che non c’è o si rischia di perdere. La famiglia è anche un rifugio dell’anima. Ti rigenera sempre».

Marco Gasperetti
Corriere della Sera, 11 gennaio 2010

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Brenda: è morto un trans? No, è morto un povero.

Il caso Marrazzo potrebbe costituire la trama di un romanzo di F.S. Fitzgerald: un uomo ricco, potente, di successo, un uomo con cui la vita è stata estremamente generosa insospettabilmente si rivela fragile, debole. Egli infatti frequenta da anni un trans conducendo una inimmaginabile seconda vita. Sarebbe interessante sapere il perchè di questa scandalosa frequentazione.

Forse, come per Lapo Elkann, la necessità di trovare un confidente comprensivo deborda verso una vicenda sessuale dai contorni inquietanti in cui la necessità di scavarsi una nicchia di autenticità nella selva dei doveri da assolvere diventa una necessità insopprimibile. Forse questa nicchia gli era necessaria per poter reggere la parte dell’uomo affidabile, integerrimo, "perbene" così come gli ha richiesto, e anzi ha preteso, la sua classe di appartenenza: da una parte la necessità di soddisfare la sua immagine pubblica, dall’altra la necessità di concedersi delle pause di autenticità, sia pure con un trans, dal momento che la sua, a questo punto menzognera biografia costruita per il pubblico borghese artefice del suo successo, non gli avrebbe mai consentito una confessione pubblica delle sue debolezze.

Ma la verità è emersa e subito per Marrazzo, assieme alla condanna sociale, è scattata la corsa per metterlo al riparo dal cannibalismo di classe: la moglie dichiara di amarlo ancora, i benedettini gli mettono a dipsosizione un convento in cui ritirarsi, gli avvocati si mobilitano per proteggerlo, il mondo della politica segue un basso profilo nel valutare l’intera faccenda. Possiamo immaginare che la carriera politica di Marrazzo si concluda qui, ma possiamo immaginare anche che la sua vita continuerà all’insegna del benessere materiale e riscaldata dal calore degli affetti di familiari, amici, conoscenti, colleghi. Tutto chiaro e risolto quindi ?

No. Come in un romanzo esiste un cono d’ombra in cui nessuno pare abbia voglia di gettare un fascio di luce: qui giace, ormai inerte, la figura del trans Brenda forse suicida, la cui vicenda è stata liquidata in quattro e quattr’otto . La vicenda del trans è infatti, per il pubblico borghese, ossia per il pubblico tout court, assolutamente marginale. E’ infatti la storia, sempre secondo l’interpretazione borghese, di un vizioso depravato che sostanzialmente ha avuto quel che si meritava. Massima protezione per Marrazzo, massima indifferenza per Brenda: a ciascuno il suo come direbbe Leonardo Sciascia. Infatti del trans Brenda, a parte il fatto che sia un trans, non sappiamo niente, nemmeno il vero nome. Non ne conosciamo la storia, non conosciamo i motivi che l’hanno condotto in Italia, non sappiamo niente di niente per il semplice fatto che i mass media ne hanno decretato la morte sociale anticamera, come spesso accade per i suicidi, della morte fisica. Indifferenza beninteso non solo dei mass media ma anche del mondo politico sia di destra che di sinistra. Per la destra e i cattolici il trans Brenda è una aberrazione. Nè uomo, nè donna ma certo amorale. Per la sinistra vale la pena di parlarne solo nell’ambito di una generica battaglia a favore del relativismo sessuale cioè una battaglia ideologica magari in chiave anticattolica portata avanti dai soliti radical intellettualoidi di buona famiglia spocchiosi e supponenti. Insomma di lui come persona non se n’è occupato nessuno. Nemmeno le autorità se ne sono occupate non foss’altro che per proteggerlo da eventuali vendette considerato l’ambiente altolocato ( e quindi pericoloso )in cui è maturato il caso Marrazzo.

Ma il trans Brenda non è vittima solo del cinico perbenismo borghese, nè degli sproloqui intellettualistici di sinistra incapaci di vedere persone in carne e ossa dietro l’ideologia. Brenda è vittima soprattutto della povertà e della solitudine come dimostra il fatto che viveva in un ignobile abituro seminterrato di 28 metri quadri: tutti infatti fanno finta di non sapere che trans o prostitute/i, spesso si diventa per uscire dalla povertà così come, per lo stesso motivo, talvolta si diventa preti o militari nei paesi del secondo o terzo mondo. Gli amici trans della vittima confermano inoltre che il denaro guadagnato è mandato in gran parte in Brasile a favore dei genitori che possiamo supporre anch’essi in stato d’indigenza. Chi va in piazza a protestare contro il razzismo o l’omofobia di cui sono vittima anche i trans o è ingenuo o è in malafede perchè si dovrebbe innanzitutto andare in piazza contro la povertà. Ma certo è molto più semplice liquidare i trans come dei depravati pieni di soldi (idea borghese di destra) oppure come uomini che coraggiosamente hanno osato infrangere i tabù sociali per essere se stessi secondo le analisi dello psicologismo più disumano ( idea borghese di sinistra).

Insomma tutti gli appigli sono buoni per non avere troppi scrupoli di coscienza quando qualcuno di essi muore in circostanze violente. La verità è che la questione sociale del relativismo sessuale nel caso dei trans o della prostituzione femminile o maschile è una pura invenzione dei mass media borghesi. Diventare trans o prostitute non è una scelta di libertà, nè una propensione sessuale, ne una depravazione morale ma è il frutto di un orribile costrizione: Quella di non morire di fame con ogni mezzo necessario.

Se abbiamo il coraggio di chiamare le cose col loro nome, il vero scandalo allora è che l’altro giorno non è morto un trans ma è morto un povero.

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La Classe Operaia alla fame

ROMA – Tre milioni di persone sono sotto la soglia di povertà alimentare in Italia. Secondo una ricerca presentata oggi dal Banco Alimentare e dalla Fondazione per la Sussidiarietà una famiglia di due persone viene considerata ‘alimentarmente’ povera se ha una spesa media mensile in cibi e bevande inferiore a 222,29 euro: una condizione nella quale si trovano 1.050.000 famiglie.

C’è di più: la stragrande maggioranza dei poveri (oltre l’80%) è composta da operai, per lo più disoccupati. La differenza tra famiglie povere e benestanti è in media di 370 euro: le prime spendono per mangiare 155 euro al mese, contro i 525 delle seconde. Le differenze si notano soprattutto per le bevande, gli oli e gli altri grassi, il pesce, i gelati e i dolciumi. "I nostri dati – spiega uno dei due curatori dell’indagine, Giancarlo Rovati, docente di Sociologia all’università Cattolica di Milano – dimostrano che la povertà alimentare in Italia non è un’invenzione dei media, è anzi un fenomeno imponente, un’amara realtà della quale fanno esperienza migliaia di famiglie. Due milioni e 300 mila persone nel nostro Paese ricevono una qualche forma di aiuto alimentare soprattutto da parte di enti privati, ma questo non risolve il problema. Dovrebbe essere piuttosto un punto di partenza per coordinare le politiche pubbliche con quelle private e delle industrie alimentari, che potrebbero distribuire in misura maggiore e più coordinata le eccedenze".

 La disoccupazione prima causa di povertà. La maggiore causa di povertà, e quindi anche di povertà alimentare, come emerge dalla ricerca – condotta su un campione dal milione e mezzo di assistiti dalla Fondazione Banco Alimentare – è la disoccupazione, che incide per il 59%. Ma si diventa poveri anche per problemi di salute/disabilità (30%), morte di un familiare o separazione dal coniuge (15%). Le famiglie più povere sono infatti quelle ‘monogenitore’ (20,8%). Meno istruiti, più poveri. Anche il livello d’istruzione fa la sua parte: il 33,8% degli italiani che fa parte del campione ha la licenza media inferiore, il 23,9% la licenza elementare, solo l’1,4% la laurea. Che però salva meno gli stranieri dalla povertà: infatti è laureato il 6,7% degli stranieri poveri.

I poveri sono operai… L’81,6%o degli assistiti dal Banco Alimentare è costituito da operai; solo il 6,9% da impiegati, l’8% da lavoratori autonomi, il 3,4% da altre tipologie. "Si tratta soprattutto di occupati in modo stabile o occasionale, con bassa retribuzione, i cosiddetti working poor", spiega Rovati. Solo il 31,7% ha una casa in proprietà, e il 57,4% vive in affitto. Ma c’è anche un 7,9% che vive nei dormitori e un 3% che dorme dove capita. I sogni? Andare dal dentista! Le famiglie con la spesa ridotta all’osso per il cibo hanno difficoltà soprattutto a pagare le bollette (25,7%), e le spese condominiali (20,8%). E hanno dei sogni nel cassetto che alle famiglie abbienti potrebbero apparire modesti: il 40,6%, se avesse 1000 euro al mese in più rispetto alle normali entrate, li impiegherebbe per l’acquisto "di alimentari di qualità", e una percentuale equivalente "per cure mediche-dentistiche". Soltanto un modesto 19,8% li spenderebbe per un viaggio, un 6,9% per cure termali e un 4% in beni di lusso (orologio, gioielli, arredamento). "Vorrei un abito nuovo". C’è poi un 58,4% che ha scelto la voce ‘altro’: "All’interno di questa categoria – dice Rovati – ci sono soprattutto il pagamento dei debiti contratti per un matrimonio o per dei funerali, ma anche risposte tipo ‘per comprare più libri a mia figlia’. E qualcuno vorrebbe dei vestiti ‘nuovi’, visto che di solito li ha di seconda mano, per via delle donazioni. Infatti non è difficile trovare qualcosa per vestirsi, anche per i più poveri. Il problema, soprattutto per chi ha dei figli che vanno a scuola, è l’esigenza di renderli presentabili senza perdere completamente la faccia con vicini o conoscenti. I minori che vivono in famiglie povere subiscono più di un’umiliazione, oltre a quella materiale anche quella simbolica: non riuscire ad essere simile agli altri". In casa non mancano frigo e cellulare. Quando si guarda però ai beni durevoli posseduti dalle famiglie povere, il frigorifero (90,1%) è quasi raggiunto dal telefono cellulare (83,2%), mentre scarseggiano elettrodomestici quasi ‘voluttuari’ come lo stereo (33,7%), il videoregistratore (20,8%), la macchina per caffé espresso (11,9%) e la tv digitale o il decoder della tv digitale (7,9%). "Certo anche le famiglie più povere non mancano di beni tecnologici. Molti, risulta dai nostri colloqui, si sono indebitati, oppure li hanno presi al discount o li hanno avuto in dono dalla parrocchia o dal centro di assistenza", dice il professor Rovati. Mai ristorante, dolci e pizza. Cosa mangiano e cosa non mangiano le famiglie povere in Italia? I grandi assenti dalla loro tavola sono dolci e pizza, anche perché non si va a mangiare fuori. Le famiglie "alimentarmente povere" spendono in media 6,53 euro al mese per pasti fuori casa, contro gli 80 delle famiglie "non alimentarmente povere" (rielaborazione dei ricercatori da dati Istat, ndr). Decisive le differenze nella spesa per gelati e dolciumi (11,93 euro contro 44,89), carni e salumi (35 contro 100 euro), frutta (14,44 contro 41,44), pesce (10,26 contro 39,76). Ma anche sul pane e i cereali le famiglie benestanti spendono oltre il doppio di quelle povere (62,86 contro 28,85).

(La Repubblica 8 ottobre 2009)

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La nuova classe dirigente avanza

La lega, si sa, è sempre stata contraria all’odioso nepotismo di "Roma Ladrona" ed assolutamente estranea al clientelismo tipico della cara e vecchia Dc (e diciamo pure di ogni partito politico esistente). Il partito del Carroccio, anche questo è risaputo, ha sempre fatto della coerenza la sua più gran virtù e, difatti, Calderoli si è subito precipitato a far la pace con la Chiesa; ribadendo le sue radici cristiane (il fatto che si fosse sposato con un paganissimo "rito celtico" è un trascurabile dettaglio). Umberto Bossi, da sempre un convinto anti-meridionalista, si è sposato invece una siciliana e, sempre lo stesso Senatùr, promotore dell’inferiorità culturale dei terroni, ha visto il figliolo Renzo bocciato per ben tre volte all’esame di maturità.

Il monumento alla coerenza della predica, però, i bravi Leghisti lo hanno eretto solo qualche giorno fa; nominando proprio il piccolo e neo-diplomato Renzo Bossi membro di un "osservatorio" dell’Expo di Milano (che i più maliziosi considerano creato ad hoc per far guadagnare qualche soldino a "Bossino"). Non solo: il Senatùr ha pensato proprio a tutto e, per sistemare al meglio il suo ram(pollo), ha fatto in modo che, l’altro campione leghista di ottime prediche e pessimi razzolamenti Francesco Speroni, nominasse suo portaborse in Europa indovinate chi? Ma è semplice: Renzo Bossi. Lo stipendio mensile di questo diplomato che è già "Team Manager" della Nazionale Padana sarà di "soli" 12.000 euro.

Ma non scandalizzatevi, signori: non prendetevala se voi, poveri plurilaureati 30enni, dovete vivere con 1000 euro al mese e, questa "trota" (così lo definisce affettuosamente il papà) guadagnerà 12 volte di più. Del resto, chi parla di plateale ed intollerabile caso di nepotismo, non conosce il fulgido curriculum del preparatissimo Renzo Bossi. Lo riassiumiamo di seguito per buona pace dei lettori. -Bocciato tre volte all’esame di stato -Team manager della Nazionale Padana -Inventore e promotore di "Rimbalza il clandestino" Insomma: 12.000 euro netti mensili strameritati!

By Angelo Stelitano dal blog: http://www.angelostelitano.blogspot.com/

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Che fare di noi stessi?

Cari compagni molte indicazioni lasciano intuire che per almeno una o due generazioni l’umanità italiota, sempre ammesso che non si autodistrugga prima, ha deciso di vivere secondo le regole ciniche e spietate del neocapitalismo. Molti di noi sperano sperando che la disperazione degli italiani ridotti in miseria in un prossimo futuro possa indurli alla ribellione.
L’assioma su cui si regge questa speranza da disperati tuttavia è quanto mai pericolosa. Siete così sicuri compagni che di fronte al baratro della miseria gli italiani solleveranno la testa ? Io non ne sono affatto sicuro. Per mettere in discussione un sistema bisogna avere delle chiavi interpretative alternative a quelle che fornisce il sistema stesso.
Così, ad esempio, per mettere in discussione un sistema capitalista occorre avere nel proprio bagaglio culturale degli strumenti critici di tipo marxista o cattolico o di sintesi fra i due. Se mancano è perfino inconcepibile qualsiasi tipo di critica. E del resto nei paesi del terzo mondo non accade già ? E’ almeno un trentennio che le masse oppresse del terzo mondo non si sollevano. In India come in Congo come nel Bangladesh i poveri muoiono di fame sui marciapiedi senza il minimo moto di ribellione.
Ci sono, è vero, dei sollevamenti di tanto in tanto ma sono causati da conflitti religiosi o etnici non certo dalla volontà di preparare una rivoluzione sociale. Allora non è affatto detto che di fronte allo spettro dell’indigenza gli italiani si ribellino: del resto lo abbiamo visto anche negli ultimi mesi. Nonostante le ondate di nuovi poveri e il drammatico impoverimento generale nessuno si è mosso e nessuno si è mosso perchè è andato perso il patrimonio di strumenti di lettura alternativi agli strumenti offerti dal capitale.
L’idea che "lo stato delle cose" sia inalterabile perchè "questo è il corso della storia" prende sempre più piede e in nome di questa pseudo logica razionale perfino gli istinti di sopravvivenza o il bisogno etico di giustizia cadono lentamente nell’oblio.
E’ Il concetto di "normalità" che sta mutando per assumere i tratti del darwinismo sociale di cui si fa forte la destra capitalista: meritano di sopravvivere solo i più forti nel destreggiarsi nella competizione per accaparrarsi le ultime briciole di un pianeta in via di esaurimento.
La parola d’ordine ormai è "adattamento" di cui il termine "flessibilità" è solo un aspetto e nemmeno il più tragico. In questo clima da "rompete le righe" qual’è il nostro ruolo ? Confesso tutta la mia impotenza e la mia frustrazione dicendo che non riesco a immaginarlo nemmeno io.

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Laureati, colti e disperati

Riporto un illuminante articolo di Federico Pace per Repubblica.it. Sembra una risposta ad hoc per la ragazza laureata e precaria che ha commentato il post precedente di Fedele. Per il resto superfluo qualsiasi commento.

 

Iperqualificati, con qualche sogno in testa e sempre meno pagati. Destinati a emigrare, pur di evitare la disfatta. I laureati mostrano sul loro volto i segni delle sempre più acute contraddizioni di un intero paese dove il merito e le qualifiche non vanno quasi mai di pari passo con le opportunità e i compensi.

Sul loro volto sono sempre più evidenti i segni del disagio provato di fronte a quella porta, quasi sempre socchiusa, che dovrebbe portarli al lavoro e alla maturità. Quando una ragazza o un ragazzo con in tasca la laurea cerca un posto, pare di vedere un gigante che prova ad entrare attraverso la piccola porticina di una minuscola casa di lillipuziani. Loro sono tanti mentre sembrano sempre più inadeguati i posti di lavoro che il sistema economico e il mondo delle aziende italiane mette a disposizione. Addetti per i call center o cassieri di negozio che siano. Con il paradosso, che a questo punto pare quasi logico, che sono proprio i più preparati, quelli che prendono i voti più alti di tutti a ritrovarsi con il più basso tasso di occupazione. Tanto che a un anno dalla laurea, trovano lavoro solo quattro su dieci di quelli che hanno preso 110 e lode.

Con la triste constatazione che nel 2006 un laureato guadagna al mese, in termini reali, meno di quanto percepiva cinque anni fa il fratello maggiore. Fenomeni conosciuti si dirà, ma il fatto è che quest’anno le cose sono andate ancora peggio. Tanto che per trovare un impiego non è neppure sufficiente aspettare un anno. I dati del triste record dicono che dopo la fatidica laurea, a un anno dal giorno della discussione della tesi, dai festeggiamenti e dai sorrisi e dalle congratulazioni, trova lavoro solo il 45 per cento dei laureati “triennali” (erano il 52 per cento l’anno scorso) e il 52,4 per cento dei laureati pre-riforma, ovvero il dato più basso dal 1999. I dati sono quelli della nona indagine sulla “Condizione Occupazionale dei laureati italiani” presentata a Bologna da AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario a cui aderiscono 49 università italiane. Ed è forse utile sapere che il convegno prevede per la mattina di sabato (3 marzo) anche una tavola rotonda che dibatterà su questi temi e a cui parteciperanno anche Fabio Mussi, il ministro dell’Università, e Cesare Damiano, il ministro del Lavoro, insieme ad Andrea Cammelli, il direttore di Almalaurea, e il presidente Crui Guido Trombetti. Secondo l’indagine, l’instabilità che caratterizzava già molti degli impieghi degli anni scorsi si è fatta ancora più acuta. Sia per i laureati “triennali” che per quegli ultimi che stanno uscendo dal percorso previsto dal vecchio ordinamento. Solo un giovane su tre che ha conseguito una laurea breve – e ha trovato un impiego – è riuscito a siglare un contratto a tempo indeterminato. L’anno scorso l’impresa era riuscita al 40 per cento di loro. Stessa storia per i giovani che hanno ultimato il percorso di laurea del “vecchio ordinamento”, la quota di chi è riuscito ad avere un contratto stabile è scesa al 38,4 per cento. Il lavoro atipico dal 2001 a oggi è cresciuto di ben dieci punti percentuali. C’è poi lo stipendio. Quel sostegno che dovrebbe permettere alle nuove generazioni di prendere iniziative e decisioni, di mettere su famiglia, di provare a superare la sindrome di Peter Pan.

Quel sostegno, è sempre più esile. I giovani laureati del post-riforma si ritrovano in tasca a fine mese solo 969 euro. Meno di quanto non fosse l’anno scorso (vedi tabella). Prendono qualcosa in più i laureati pre-riforma che a fine mese arrivano fino a 1.042 euro. Poco più dell’anno scorso ma, al netto del costo della vita, ancora meno di quanto un neolaureato guadagnava cinque anni fa. Senza dire che l’Italia vanta il minor numero di laureati che lavora a cinque anni dalla laurea (l’86,4 per cento contro una media europea pari all’89 per cento).

Scorrendo i dati dell’indagine di AlmaLaurea si ricava la triste conferma che nel cuore delle nuove generazioni, anche lì dove è opportuno che l’Italia sia più moderna e vicina all’Europa, covano e crescono le stesse antiche contraddizioni e disparità che gravano da tempo infinito sul corpo del malato Italia. Le donne sono meno favorite rispetto agli uomini, hanno un tasso di occupazione più basso, sono più precarie e guadagnano meno dei loro colleghi uomini. A un anno dalla laurea lavora il 49,2 per cento delle laureate pre-riforma contro il 57,1 per cento degli uomini. E il gap salariale nel tempo non fa che crescere, tanto che a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano un terzo meno di quanto non prendono gli uomini. Quanto alla precarietà a un anno dalla laurea il 52 per cento delle donne ha un contratto atipico contro il 41,5 per cento degli uomini. E la disparità è ancora più acuta per le laureate “triennali”, visto che solo il 34 per cento delle donne ha un impiego stabile contro il 48 per cento dei loro colleghi uomini. Stesso discorso per le disparità territoriali. Nel 2006 sei laureati del Nord su dieci trova lavoro dopo un anno mentre per le regioni del Sud le cifre si fermano al 40 per cento. Ovvero le stesse quote nel lontano 1999. Senza dire che a cinque anni dalla laurea, i giovani del Mezzogiorno prendono 1.167 euro al mese mentre i ragazzi del Nord arrivano a 1.355 euro al mese.

Non c’è da stupirsi se allora molti di loro non si sentono valorizzati per quello che valgono e, seppure a malincuore, decidono di muoversi oltre confine per trovare migliori occasioni. All’estero, lì dove sembrano trovare rifugio e compenso. I laureati italiani che lavorano fuori dai confini nazionali, a cinque anni dalla laurea, arrivano a guadagnare quasi 2 mila euro, ovvero il 50 per cento in più di quanto non accada alla media complessiva dei laureati. Se non si mette mano a questo problema, se non si trova un articolato piano per valorizzare i talenti che escono dalle nostre facoltà, poco si potrà fare per dare slancio al nostro paese. “Seppure rimangono innegabili le miglior opportunità occupazionali e di retribuzioni di un laureato rispetto a quelle di un diplomato – conclude Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea – la ripresa economica del Paese ancora non coinvolge i giovani usciti dalle università che continuano a crescere una generazione di laureati invisibile e poco rappresentata. Il loro infatti non è solo un problema occupazionale, ma anche di esclusione dalla rappresentanza e dalla classe dirigente. Chi ha dai 25 ai 39 anni rappresenta il 30% della popolazione, ma è rappresentato da meno del 10% dei parlamentari.”

 

Tratto da www.repubblica.it/lavoro a cura di Federico Pace (2 marzo 2007)

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La Chiesa: medico cura te stesso

Buongiorno,

qualche settimana fa il neosindaco di Roma Alemanno ha emesso un provvedimento contro i clochard che rovistano nella monnezza per tutelare il decoro della città. Prontamente il sindaco di Como ha replicato in modo ancora più disumano, e non era facile, il provvedimento stabilendo multe da 50 a 500 euro per i clochard sorpresi a chiedere l’elemosina.

Allora io faccio alcune considerazioni. In primo luogo tale provvedimento di chiara matrice aziendalista è peggiore della legge anti vagabondaggio del ventennio fascista. Infatti se durante il fascismo era vietato vagabondare è altrettanto vero che furono instituite mense e ricoveri di stato per i senza fissa dimora. In secondo luogo le leggi anti clochard sono estremamente limitative della libertà personale dei cittadini: infatti io voglio essere libero di regalare a chi voglio i miei soldi, a cominciare dai clochard. Ora è evidente che queste leggi così disumane non hanno lo scopo nè di tutelare un supposto decoro, perchè in tal caso bisognerebbe dare risposte di carattere sociale e non punitivo, nè a rimpolpare le esangue casse comunali dissanguate da consulenze d’oro e sprechi vari per il semplice motivo per la maggior parte dei clochard non potranno pagare la multa, nemmeno se viene sequestrata loro la questua ( a proposito: sarebbe interessante sapere come saranno impiegati questi soldi ).

Allora qual’è il vero motivo di questi provvedimenti ? Il vero motivo è che i comuni di cui sopra in realtà non considerano il vagabondaggio un problema di sicurezza o di decoro. Se così fosse, infatti, non ci sarebbero che due alternative: o prendersi cura seriamente dei clochard anche considerando che molti di loro soffrono di chiari disturbi mentali o , provocatoriamente, sterminarli fisicamente. Il vero motivo è un motivo cinicamente e disumanamente strumentale: si vuole fideizzare il voto dei buoni borghesucci conservatori amanti dell'”ordine” e della “disciplina” e mostrare i muscoli per ottenere il consenso di chi ha bisogno di sentirsi protetto ( non si capisce bene da cosa o da chi ) contro le orde dei barbari che assumono anche il volto dei clochard. Fare della propaganda politica col pretesto della “sicurezza” sulla pelle di poveri disgraziati è vomitevole.

E passiamo alla Chiesa. Diciamocelo francamente: la Chiesa non serve più a niente. La Chiesa ha il compito storico di parlare di trascendenza e tutelare i più indifesi. Ridiciamocelo francamente: ha fallito in entrambe le missioni. Di fronte alla decisione del sindaco di Como la Caritas ha espresso la sua “perplessità”. Invece di indignarsi vivacemente e denunciare il progressivo cinismo e spietatezza tipici del capitalismo la Caritas persegue una strategia di bassissimo profilo ( praticamente raso terra ) parlando genericamente e vilmente di “perplessità”. Il motivo ? Anche qui è abbastanza semplice: la Caritas evidentemente non vuole indignarsi troppo per non alienarsi il favore dei soliti buoni e gretti borghesucci con dichiarazioni troppo di sinistra. La Chiesa inoltre è sempre solerte e sollecita nel reprimere immediatamente qualsiasi esperimento da parte di cattolici avanzati ( vedi teologia della liberazione ) volti a favore dei poveri ma in compenso è lentissima, e anzi immobile, nel denunciare le storture del capitalismo. Sul fronte della comunicazione della fede nella trascendenza risulta da una recente indagine condotta da Massimo Cacciari che solo 20% dei cattolici crede nell’eternità e, fra questi, solo il 4% crede nella resurrezione della carne. In pratica il 96% dei supposti cattolici non lo sono affatto. Aggiungiamoci che i seminari sono vuoti, che non esiste più un partito dichiaratamente cattolico, che le encicliche papali, vescovili e cardinalizie non le legge più nessuno e avremo la misura del fallimento totale della Chiesa. La Chiesa sopravvive solo perchè, per ora, il capitale ha ancora bisogno di lei per assestarsi definitivamente. Dopo ciò, vale a dire molto presto, non saprà più cosa farsene della gerarchia vaticana la quale verrà ridotta, nella coscienza delle masse, come sta già avvenendo, in un entità poco più che folkloristica.

E restiamo sempre in attesa, molto probabilmente vana, che qualche gerarca o teologo vaticano si decida a dire qualcosa di chiaro sul dramma del precariato: non lo faranno perchè condannare il lavoro precario significa condannare il sistema che l’ha prodotto, cioè mettersi contro i potenti. La Chiesa poteva scegliere le masse popolari per svolgere le sue missioni o scegliere l’alleanza coi potenti per sopravvivere rallentando il più possibile l’estinzione. Ha scelto quest’ultima soluzione ed è in rapido declino.

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