Cos’è l’alienazione

Il termine “alienazione” nasce per la prima volta nell’ambito della filosofia di Hegel e ripreso successivamente dalla sinistra hegeliana fra cui Marx. Che cos’è l’alienazione per Marx ? E’ semplicemente la separazione operata dal capitalismo fra “valore d’uso” e “valore di scambio”.

L’attività lavorativa umana ha sempre avuto come scopo quello di procurare all’uomo stesso i mezzi necessari alla sopravvivenza. La priorità delle necessità da perseguire, come indica la celebre “scala di Manslow”, pone al primo posto i bisogni materiali ossia cibo, casa, indumenti, etc. In generale è chiaro che se le necessità materiali non sono prioritariamente soddisfatte, nemmeno quelle psicofisiche o spirituali possono essere conseguite. E’ difficile che un uomo che ha il grosso problema di garantirsi la sopravvivenza biologica, in quanto manca di cibo, acqua, casa , etc possa pensare di elevarsi culturalmente e psicologicamente leggendo un libro o andando al cinema. Per questo l’uomo, dice Marx, si è sempre fabbricato da se’ gli oggetti che servono a soddisfare i suoi bisogni estraendo dalla natura i materiali necessari a questo fine.

Col capitalismo invece cosa succede? Succede che il valore d’uso degli oggetti, ossia gli oggetti che l’uomo fabbrica o coltiva da se’ con i propri mezzi di produzione, viene sostituito dal valore di scambio. L’individuo non fabbrica più cose che servono a se’ ma oggetti che servono ad altri, in quanto non più proprietario dei mezzi di produzione. Che poi possa procurarsi cibo, casa e indumenti col denaro guadagnato lavorando, non fa differenza, perché resta il fatto fondamentale che non produce più ciò che gli serve. e quindi la sua dimensione di uomo che bada a se stesso e quindi è autosufficiente, viene umiliata. In altri termini la scaletta delle priorità di cui sopra, viene alterata: non si fabbricano più prioritariamente le cose più utili a se stessi, ma bensì quelle più redditizie per chi detiene i mezzi i produzione. L’individuo non è più in grado di fabbricare da se’ gli oggetti di cui necessita, perché non detiene più la proprietà degli strumenti indispensabili a quella fabbricazione. A questo punto l’individuo è doppiamente alienato: dalle sue necessità primarie dal punto di vista materiale e dalla sua propria evoluzione psicologica e intellettuale da un punto di vista spirituale. Oggi accanto al primo aspetto, si evidenzia sempre più anche il secondo: separato dai mezzi di produzione e oppresso dalle necessità materiali che lo schiacciano, il lavoratore è anche separato dalla possibilità di compiere ( non di realizzare ma di compiere ) se stesso, cioè di assecondare la propria “vocazione” ossia la propria crescita interiore. L’individuo, il lavoratore, oggi non può più scegliere se stesso ma è costretto, competendo con altri lavoratori, come vuole il sistema, a farsi scegliere da un entità anonima, invisibile, demiurgica, apparentemente onnipotente nel determinare il destino del singolo, ma soprattutto alienante:il mercato del lavoro capitalistico.

Questo fatto è di una portata epocale, perché il lavoratore che non può realizzarsi materialmente, non può nemmeno compiersi psicologicamente, intellettualmente, spiritualmente: si tratta dell’estremo pericolo, perché un uomo impossibilitato a compiersi, è un uomo alienato da se stesso e quindi dalla propria umanità. Fenomeni come l’evasione nei rifugi della droga, dell’ alcool, della pornografia, dell’abbrutimento morale e intellettuale, della depressione nascono dalla frustrazione e mancanza di senso, prodotti dall’ alienazione. Che, ci si domanda se non sia volutamente indotta, per rendere i lavoratori sempre più poveri, incolti e quindi gestibili e manipolabili a piacimento.

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Il potere del linguaggio

Ciò di cui voglio parlare oggi è il potere della parola, o se si preferisce del linguaggio.
Il linguaggio è uno strumento di manipolazione formidabile di cui il potere politico istituzionale, quindi visibile, e quello occulto, quindi invisibile, si è servito e si serve per indottrinare le masse. Che il linguaggio sia un eccezionale strumento per l’esercizio del potere è risaputo: lo segnalavano già, più di trent’anni fa, don Lorenzo Milani e Pasolini. Del resto basta un veloce sguardo alla storia dell’umanità per rendersene conto: nell’antica Grecia i demagoghi e i sofisti facevano ampio uso del potere della parola a scopi persuasivi nei confronti dei cittadini della polis; durante la Rivoluzione francese la miriade di libelli prodotti contro la monarchia ha esercitato un’ influenza enorme nell’indirizzare le masse in senso rivoluzionario; la demagogia clerical – borghese ha fatto sapiente uso della parola per creare un clima bellico che è sfociato nella Prima guerra mondiale. Tutti gli ISMI contemporanei, come il nazismo, il fascismo, il comunismo, non avrebbero potuto essere se non si fossero serviti della parola e del linguaggio adatto alle circostanze a scopi di propaganda. Oggi come allora le cose non sono cambiate: il potere si serve ancora del linguaggio ma potendo contare stavolta su un alleato eccezionale nella divulgazione di un certo tipo di comunicazione: la televisione.
La televisione e i mass media in generale, consentono, a chi ne detiene il controllo, di esercitare una forza persuasiva senza precedenti nella storia dell’umanità. Per questo si può dire che, per certi aspetti, la televisione è la più grande rivoluzione mai verificatasi nella storia, perché con la televisione non è più il pensiero a fondare il tipo di linguaggio ma è il linguaggio, cioè le parole – slogan della televisione stessa, a fondare il pensiero. Tramite la televisione e i mass media il potere cerca di rendere “digeribili” e quindi accettabili una serie di concetti che fino a pochi anni fa ripugnavano le coscienze.

Valga un esempio per tutti: la vicenda della guerra in Irak. Durante le fasi più cruente di quel conflitto il potere di manipolazione del pensiero, tramite l’utilizzo di un certo tipo di linguaggio, è emerso con tutta evidenza allo scopo di rendere la guerra moralmente accettabile al pubblico: un bombardamento aereo che devasta le popolazioni civili nel linguaggio della televisione e dei giornali diventa così un “azione difensiva preventiva”; un conflitto a fuoco diventa “situazione di ingaggio”; gli attacchi diffusi a stati sovrani diventano “fondazione del nuovo ordine mondiale”. Si tratta di meschini eufemismi di cui il potere, grazie allo strumento dei mass media, si serve per anestetizzare il pensiero, in un certo senso narcotizzarlo con l’obiettivo di rendere accettabili alle coscienze situazioni aberranti. Ora, come ho già accennato nel mio post precedente, la stessa cosa si sta verificando nel mondo del lavoro: lo stesso mondo del lavoro diventa “mercato del lavoro”, lo stato sociale diventa “welfare”, i partiti politici diventano “club” ( vedi Forza Italia ).

Dunque sembrerebbe che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole: il potere oggi si serve del linguaggio mass mediatico per manipolare il pensiero, e quindi le menti, oggi come duecento o tremila anni fa. E invece oggi siamo di fronte a un evento inedito, perché, mentre l’uso della parola a cura del potere in passato poteva ottenere un’adesione puramente formale da parte di coloro cui il linguaggio era destinato, oggi il potere, tramite i mass media, riesce laddove tutti i regimi precedenti hanno fallito: riesce cioè non solo a ottenere un’adesione formale ma anche un’ adesione sostanziale.
Le classi dominanti del passato potevano influire sulle parole delle masse ma non sui loro pensieri, ottenendone in cambio un’ adesione solo apparente. Durante il fascismo, ad esempio, era indispensabile proclamarsi fascista, ma tuttavia ciò non significava sentirsi intimamente fascista: un comunista o un cattolico restava tale nel suo intimo pur dichiarandosi, a parole, simpatizzante di quel regime.

Il potere odierno invece riesce a manipolare e ad alterare anche il pensiero perché la televisione ha la capacità di mutare antropologicamente l’uomo. La televisione e i mass media odierni sono dei veri e propri persuasori occulti: hanno la capacità di fondare una nuova tavola di valori , hanno il potere di ottenere l’adesione convinta dei popoli, perché sono in grado di omologare e standardizzare gli abiti mentali come nessuno strumento mass mediatico precedente è mai riuscito a fare. Riescono, in altre parole, a mutare la qualità del pensiero e quindi la più intima natura degli individui, la loro essenza costitutiva ed, infine, la loro stessa umanità.

Se i mass media odierni sono la più grande rivoluzione della storia dell’umanità, l’umanità stessa, soprattutto le masse dei lavoratori, devono resistere, se non vogliono subire una mutazione antropologica e quindi la sostituzione dei valori attuali con i valori che il potere vuole vengano acquisiti. Resistere, oggi per i lavoratori, significa vegliare sulle parole che giungono dai mass media e distinguerle. Significa impedire che le parole della televisione eliminino o disinneschino la volontà di riscatto dei lavoratori italiani dalla loro condizione di disagio. Le parole sono circondate da un’ aura semantica che ne amplia il significato letterale: se un lavoratore precario si chiama e quindi si percepisce come “precario”, ossia come un uomo ingiustamente oppresso, allora quella carica rivendicativa resta intatta, se invece si percepisce, come vorrebbero le parole del potere, come “lavoratore flessibile”, ossia come uomo che si deve infinitamente modellare alle esigenze del mercato, quella carica rivendicativa viene disinnescata e resa innocua.

 

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Aldo Nove: “Mi chiamo Roberta,ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…”

La classe operaia va all’ inferno: si potrebbe così riassumere il contenuto del libro di Aldo Nove (ed. Einaudi ).

Una serie di 14 interviste precedute da un breve commento dell’autore: testimonianze che per una volta non passano attraverso il filtro dei leader politici o sindacali ma che ci giungono dalla viva voce dei precari stessi, quelli veri, quelli di cui tutti parlano ma che nessuno ascolta.
Non un libro sulla precarietà ma dalla precarietà.

Il dato emergente in tutti gli intervistati riguarda l’angoscia del futuro, il loro vivere l’aggressività del quotidiano in una sorta di iperrealismo allucinato dove ogni pensiero, ogni facoltà, ogni aspirazione, ogni energia psicofisica vengono fagocitate dalla bruta necessità di doversi adattare a un mercato del lavoro iniquo.

La civiltà dei consumi finalmente getta la maschera e mostra il suo vero volto: dopo aver lusingato per decenni i ceti umili con la promessa di un avvenire di benessere allo scopo di allontanarli dall’orbita socialista ora, che quest’ultima minaccia pare sventata, cadono le ultime ipocrisie e, attraverso il libro di Nove, gettiamo uno sguardo sullo spettacolo di macerie umane che quella civiltà ha prodotto.

La civiltà dei consumi dopo aver sfruttato la natura e il Terzo mondo non ha voluto sottrarsi all’ultima tentazione: quella di trasformare lo stesso uomo occidentale, di cui è figlia, in merce vendibile, acquistabile, contrattabile, manipolabile.

E c’è l’impressione che l’umanità dolente che Nove ci presenta come in una visione dantesca, non sia frutto di un errore di pianificazione o sia solo l’effetto transitorio di un sistema che prima o poi provvederà a correggersi da solo come vuole la teoria della

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