Dal libro “La lotta antifascista nel corsichese” di Giorgio Villani

Titolo: “In città il nemico risponde con la caccia all’uomo.” Sabato 12 agosto 1944 il Corriere della sera pubblica una notizia che riguarda il corsichese.

“Due camice nere, della Resega, aggredite e uccise. La sera di mercoledì due camice nere del presidio di Rosate, in seguito a segnalazioni, diedero l’alt, sulla strada poco fuori del paese, a tre individui sospetti, che procedevano velocemente in bicicletta. I tre ciclisti estraevano subito le rivoltelle facendo fuoco sulle due camice nere. Una di queste, Luigi Devoti, rimaneva morto sul colpo, mentre il compagno, camicia nera Enrico Portaluppi, pur essendo ferito, faceva fuoco ferendo gravemente due dei ciclisti.
Il Portaluppi moriva poco dopo all’ospedale, così pure uno degli aggressori. Alla sera veniva rinvenuto, in un bosco vicino al luogo dove si è svolto il conflitto a fuoco, il corpo di un altro degli aggressori. I due ciclisti morti nella sparatoria non sono ancora stati identificati essendo entrambi sprovvisti di documenti “:

I due ciclisti “ignoti“ erano Mario Idiomi e Giuseppe De Vecchi.
I fatti, in realtà, si sono svolti così: il 10 agosto, verso mezzogiorno, Idiomi, De Vecchi e Carri, tre partigiani che operavano prevalentemente a sud di Corsico, dopo aver effettuato un lancio di volantini nell’immediata periferia milanese, stavano rientrando ad Assago in bicicletta, quando, nei pressi dell’osteria “Del Moro” di Noviglio si sono scontrati con una pattuglia della Resega che era stata precedentemente allertata da un guardia pesca, tale Radice.
Dal gruppo dei tre si è da poco allontanato un altro partigiano, Antonio Milanesi.
All’intimazione dell’alt, De Vecchi, Idiomi e Carri, accelerano per cercare di allontanarsi dai fascisti.
Un tentativo che si rivela inutile in quanto pochi secondi dopo echeggiano due colpi di rivoltella: De Vecchi cade sulla strada in una pozza di sangue, mentre Idiomi viene ferito in modo grave.
A questo punto Carri estrae a sua volta la rivoltella ed esplode due, tre, quattro colpi, raggiungendo i due fascisti Luigi Devoti e Enrico Portaluppi, mentre il terzo, il guardia pesca Radice, dopo una breve esitazione indietreggia e si dà alla fuga.
Dopo aver constatato che il compagno De Vecchi è ormai morto, Carri cerca di portare soccorso a Idiomi che si è nel frattempo rifugiato in un campo di granoturco.
Ma il ritorno in forze dei fascisti è imminente, bisogna lasciare immediatamente il luogo della sparatoria, non esiste alternativa.
Infatti, dopo meno di trenta minuti i fascisti tornano in massa e iniziano una vasta battuta in tutta la zona. Raggomitolato e sanguinante viene trovato Mario Idiomi. Trascinato sino al motomezzo dei brigatisti, il partigiano è successivamente trasportato sino alle porte di Rosate dove, nonostante sia gravemente ferito, viene fatto scendere e, spinto con le canne dei mitra sulla schiena, è costretto a sfilare per la via principale del comune: “Tutti, evidenzia il capitano fascista, devono vedere che abbiamo arrestato un’altra canaglia rossa”.
Giunto in caserma in condizioni pietose, Idiomi viene sottoposto a nuovi maltrattamenti, un interrogatorio farsa e atroci torture.
Qualche minuto prima di assassinarlo, lo stesso fascista che aveva mostrato tanta viltà fuggendo dal luogo del confitto a fuoco, chiede al partigiano che cosa desideri prima dell’esecuzione: “Una sigaretta“ risponde il giovane partigiano con il filo di voce che gli rimane.
Radice estrae la sigaretta dal pacchetto, l’accende con calma, aspira alcune boccate in modo provocatorio, invita Idiomi ad aprire la bocca, gesto che il partigiano compie con un estremo atto di fiducia mentre il fascista gli spinge in bocca la sigaretta dalla parte del fuoco, sino a spegnerla contro il suo palato.
Nessun grido: anche quest’ultima brutalità, Mario Idiomi la subisce con la fermezza e il coraggio che lo aveva contraddistinto nei lunghi mesi di lotta contro il fascismo. Pochi minuti dopo quest’ultima crudeltà giunge l’ordine della fucilazione. Il valoroso partigiano percorre il tratto di strada sino al muro del cimitero, cercando di tenere il busto e la testa il più eretti possibile.
Mentre a Rosate Idiomi cade sotto il fuoco dei fascisti, il corpo di Giuseppe De Vecchi è gettato, da un gruppo di brigatisti, nelle acque del Naviglio Grande, in prossimità di Gaggiano. Dopo alcune ore, trascinato dalla corrente, giunge a Corsico dove, dei passanti, lo traggono a riva adagiandolo sul marciapiede. Subito si radunano intorno al corpo numerosi cittadini che cercano di riconoscere l’uomo assassinato. Tentativi che vengono però disattesi dall’intervento di alcuni brigatisti che, per evitarne l’identificazione, decidono di rigettare il corpo dello sventurato nelle acque del canale artificiale.
Ma ormai la notizia di un uomo assassinato e gettato nelle acque del Naviglio Grande ha attraversato l’intera cittadina; così, alla periferia nord di Corsico, in prossimità della cooperativa la Bocca, un numero assai più consistente di cittadini, trae nuovamente a riva il corpo del partigiano costringendo i brigatisti a trasferirlo al cimitero.
Durante il tragitto, un membro del gruppo antifascista di Corsico, sfidando il pericolo di un possibile arresto, si avvicina e solleva la coperta che ricopre la salma, riconoscendo il compagno di tante azioni Giuseppe De Vecchi.
Una lapide, ricorda oggi ad Assago, il sacrificio dei due giovani patrioti Idiomi e De Vecchi, che diedero la vita per garantire un’Italia migliore.

n.b. l’episodio della sigaretta fu raccontato al capo della 113a Brigata Garibaldi bis di Corsico Carlo Manelli da un cittadino di Rosate che lavorava all’interno del comando fascista. La 113a fu costituita ai primi di Settembre del 1944.

Il 25 aprile 2015 in occasione del 70° della Liberazione è stato inaugurato nei pressi del cimitero di Assago il monumento a Idiomi e De Vecchi, voluto fortemente dall’ Anpi di Assago e grazie a una petizione popolare all’ Amministrazione comunale, che ha raccolto la firma di centocinque cittadini residenti.
La lapide originale che ricorda il sacrificio dei due partigiani caduti è stata inserita nel basamento di granito del monumento stesso e una copia della lapide è stata posta all’interno del porticato del Centro civico; il sindaco di allora Graziano Musella di sua iniziativa ha voluto intitolare a Idiomi e De Vecchi questo luogo. (n.d.r.)

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Fidel si congratula con Tsipras

Il leader storico della rivoluzione cubana scrive a Tsipras e si congratula per la vittoria del “No” al referendum

Quella che segue è la traduzione della lettera che Fidel Castro ha scritto a Alexis Tsipras

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Eccellentissimo Signor Alexis Tsipras, primo ministro della Grecia:

Mi congratulo con calore per la sua brillante vittoria politica, i cui particolari ho seguito dal canale TeleSur.

La Grecia è di famiglia tra i cubani. Ci insegnò la Filosofia, l’Arte e le Scienze delle antichità quando studiavamo a scuola e, con esse, la più complessa di tutte le attività umane: l’arte e la scienza della politica.

Il suo paese, soprattutto il suo coraggio nella congiuntura attuale, risveglia l’ammirazione tra i popoli latinoamericani e caraibici di questo emisfero, nel vedere come la Grecia, di fronte all’aggressione esterna, difende la sua identità e la sua cultura. Tanto meno dimenticano che un anno dopo l’attacco di Hitler alla Polonia, Mussolini ordinò alle sue truppe di invadere la Grecia, e questo valoroso paese si oppone all’aggressione e fece retrocedere gli invasori, reazione che obbligò lo spiegamento di unità blindate tedesche in direzione Grecia, sviandole dall’obiettivo iniziale.

Cuba conosce il valore e la capacità combattiva delle truppe russe, che unite alle forze del su o potente alleato, la Repubblica Popolare Cinese, e altre nazioni del Medio Oriente e dell’Asia, cercheranno sempre di evitare la guerra, ma mai permetteranno una qualsiasi aggressione militare senza una risposta contundente e devastatrice.

Nell’attuale situazione politica del pianeta, mentre la pace e la sopravvivenza della nostre specie pendono da un filo, ogni decisione, più che mai, deve essere attentamente elaborata e applicata, di modo che nessuno possa dubitare dell’onestà e della serietà con cu imolti dei dirigenti più responsabili e seri lottano oggi per combattere contro le calamità che minacciano il mondo.

Auguriamo a lei, stimatissimo compañero Alexis Tsipras, il migliore dei successi.

Fraternamente, Fidel Castro Ruz       07 luglio 2015

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Fonte: Granma [a cura di Marina Zenobio]

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Nicolas Maduro scrive al popolo degli USA

Venezuela. Mentre continuano le violente proteste dell’opposizione, la deputata destituita Maria Corina Machado vola in Brasile per chiedere sanzioni contro il governo del suo paese.

Un «appello alla pace» sulle pagine del New York Times fir­mato Nico­las Maduro. In que­sto modo, il pre­si­dente del Vene­zuela si è rivolto «al popolo sta­tu­ni­tense» per con­te­stare «la nar­ra­zione» for­nita dal governo Usa in merito alle pro­te­ste dell’opposizione, che durano dal 12 feb­braio (37 morti). I mani­fe­stanti — ha scritto Maduro — ven­gono defi­niti «paci­fici», men­tre hanno come unico obbiet­tivo «quello di far cadere con mezzi anti­co­sti­tu­zio­nali un governo eletto democraticamente».
Da qui, l’appello al popolo sta­tu­ni­tense affin­ché inviti il Con­gresso del suo paese ad «aste­nersi» da adot­tare san­zioni con­tro il Vene­zuela che «col­pi­reb­bero i set­tori più poveri». Roberta Jacob­son, sot­to­se­gre­ta­ria di Stato Usa per l’Emisfero occi­den­tale, la set­ti­mana scorsa ha annun­ciato l’arrivo di un pac­chetto di san­zioni, sol­le­ci­tate in que­sti giorni dal sena­tore repub­bli­cano della Flo­rida, Marco Rubio. Una linea fer­ma­mente respinta, invece, dagli atti­vi­sti dell’Osservatorio per la chiu­sura della Scuola delle Ame­ri­che, tri­ste­mente famosa per aver adde­strato i dit­ta­tori lati­noa­me­ri­cani del secolo scorso.
I gover­nanti nor­da­me­ri­cani — ha detto ancora Maduro — stanno dalla parte «di quell’1% che vuole ripor­tare il nostro paese all’epoca in cui il 99% era escluso dalla vita poli­tica e solo le élite, com­prese quelle delle imprese sta­tu­ni­tensi, bene­fi­cia­vano del petro­lio vene­zue­lano». Prima, «le tasse che paga Pdvsa e quelle dei cit­ta­dini anda­vano a van­tag­gio della bor­ghe­sia paras­si­ta­ria, oggi ogni boli­var otte­nuto dalle impo­ste viene desti­nato al benes­sere di tutta la società e al raf­for­za­mento di un’economia socia­li­sta che pro­tegge il lavoratore».
All’opposto, le parole di Jorge Roig, pre­si­dente di Fede­ca­ma­ras (la Con­fin­du­stria vene­zue­lana), che ha tuo­nato con­tro «gli attac­chi alla pro­prietà pri­vata»: con­tro gli espro­pri di grandi imprese e lati­fondi «che non ven­gono inden­niz­zati»; con­tro la legge per «il prezzo giu­sto», che cerca di tam­po­nare le spe­cu­la­zioni; e con­tro la tes­sera bio­me­trica isti­tuita per con­trol­lare l’accaparramento di pro­dotti for­niti a basso costo dal governo e riven­duti a caro prezzo di con­trab­bando. E con­tro la nuova legge sulle case, che impone ai pro­prie­tari di ven­dere agli affit­tuari che risie­dano nell’alloggio da almeno vent’anni. «Ogni dol­laro che usiamo per impor­tare, potrebbe essere uti­liz­zato per pro­durre una quan­tità di cibo 4 volte mag­giore», ha detto Roig, evi­den­ziando suo mal­grado il succo dei pro­blemi eco­no­mici: la buli­mia di dol­lari delle grandi imprese, che inta­scano dol­lari a tasso age­vo­lato dal governo, ma non li inve­stono nella pro­du­zione locale.
L’11 aprile del 2002, Fede­ca­ma­ras mise un pro­prio uomo, Pedro Car­mona Estanga, a capo del governo gol­pi­sta che disar­cionò bre­ve­mente l’allora pre­si­dente Hugo Cha­vez (poi ripor­tato in sella a furor di popolo), e sospese tutte le garan­zie costi­tu­zio­nali. In gioco, allora c’erano le nuove leggi con­tro il lati­fondo e la pesca indu­striale a stra­scico. Oggi, la par­tita si rin­nova, com­pli­cata dall’inevitabile logo­ra­mento del sistema di governo boli­va­riano, che con­ti­nua comun­que a scom­met­tere sul «socia­li­smo uma­ni­sta» e sulla giu­sti­zia sociale.
Oriz­zonti lon­tani da quelli dello scrit­tore peru­viano Mario Var­gas Llosa: che andrà a Cara­cas per soste­nere la depu­tata di estrema destra Maria Corina Machado (desti­tuita), ieri in Bra­sile a chie­dere di san­zio­nare il Venezuela.

Geraldina Colotti, 2.4.2014

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M5S e Atdal Over40 giovedì 11 aprile, Montecitorio, Roma.

"Troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per lavorare": questo è lo "slogan" dell’associazione ATDAL over 40 che oggi ho incontrato con i membri della Commissione lavoro.
Si tratta di quasi un milione di persone totalmente dimenticate, ognuna con il proprio dramma, persone che si sono sentite private della dignità.
Nonostante le difficoltà scoraggiant, ho trovato in loro una grande forza morale e volontà di cambiamento radicale del sistema che fa macelleria sociale su mandato dei mercati finanziari, che nulla hanno a che vedere con la vita reale.
Ho la grande speranza che non appena le Commissioni verranno istituite si riesca al più presto a mettere in atto un piano di emergenza, che permetta a tutti di sopravvivere dignitosamente affinché nessuno si tolga la vita per il lavoro.
Si può fare, ne sono certo.
Dobbiamo solo crederci tutti insieme, eliminando le fratture sociali che alimentano le cosiddette "guerre tra poveri" e le politiche economiche parrassitarie… insomma, cercando di cambiare la società verso una trasformazione epocale.
Per il momento cerchiamo di dar voce a chi non ce l’ha".

Claudio
Commissione Lavoro M5S

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Email del vicepresidente di Atdal Over40

Ciao a tutti,
ho appena letto l’articolo su Repubblica che riferisce del suicidio di Giuseppe Burgarella, operaio disoccupato, iscritto alla CGIL e quindi persona con una coscienza dei propri diritti e partecipe della vita sociale del paese. Si è suicidato lasciando una lista di nomi di lavoratori che hanno fatto la stessa drammatica scelta inserita all’interno di una copia della Costituzione.
Claudio con il quale ho parlato al telefono ieri sera ritiene che sia importante una mobilitazione su questo caso che è solo l’ultimo di una lunga drammatica lista. Io sono convinto che si debba fare qualche cosa ma penso che al di là di una nostra più che doverosa partecipazione sia la CGIL in prima fila a doversi muovere per ricordare e dare voce ad un messaggio preciso che un suo militante ha voluto lasciare a tutti i lavoratori di questo paese.
Mi pare però importante spendere due parole su come i media affrontano con una scandalosa sottovalutazione questi drammatici eventi.
L’aspetto scandaloso riguarda la diversa attenzione, il diverso peso che le cronache attribuiscono a casi di suicidio per mancanza di lavoro rispetto ad altri casi drammatici di persone che nella varie parti del mondo decidono di togliersi la vita per richiamare l’attenzione sui diritti fondamentali dell’essere umano ed in particolare sulla negazione della libertà.
Mi spiego meglio: il monaco tibetano,  il bonzo birmano, il giovane tunisino o egiziano che si danno fuoco per esprimere il massimo livello umano di protesta contro la negazione della libertà NON sono per nulla diversi dal disoccupato italiano che sceglie un’analoga forma di martirio.
La negazione del diritto ad una vita dignitosa, conseguenza della mancanza di lavoro e di sostegno da parte del tuo paese, è essa stessa negazione di libertà e non può essere vista in modo diverso e discriminatorio quasi che chi si immola in un paese piuttosto che in un altro abbia diritto a una maggiore considerazione e attenzione.
Chi riferisce di questi drammatici eventi nel nostro  paese parte dal presupposto che l’Italia è ben lontana dalla condizione di paesi come l’Egitto, la Libia o la Tunisia e, in questa ottica, il caso del disoccupato che si suicida finisce per essere sminuito e relegato a caso individuale, spesso catalogato come gesto di una persona che era senza lavoro e senza reddito ma, lo si da quasi per scontato, aveva di certo anche  “suoi” problemi personali.
Esiste una PRECISA logica dietro questo modo di trattare gli omicidi di Stato per mancanza di lavoro ed è la stessa logica che tende a patologizzare, a trasformare il dramma di chi è depresso e scoraggiato per mancanza di lavoro e di reddito in un caso clinico e, come tale da trattare.
La trasformazione di quello che è un problema sociale in una serie di casistiche umane individuali altro non è che un modo subdolo di assolvere le responsabilità che stanno in capo alla politica e alle Istituzioni.
Ciò è ancor più vero in un paese che pretende di collocarsi nel contesto dei paesi civili e democratici, un paese che si vanta di avere una delle Costituzioni più evolute del mondo che però disattende nella maggior parte dei suoi contenuti.
Il messaggio estremo di Giuseppe ha la forza di volerci  indicare come quella Costituzione che ha lasciato come una sorta di testamento sia quotidianamente ignorata e calpestata da politici che se ne appropriano ad ogni occasione ma non avrebbero neppure il diritto di nominarla.

Armando

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L’ANPI: basta violenza alle donne!

Per il mese di febbraio un convegno nazionale sul coraggio dell’altra metà del cielo

L’ANPI è a favore, con fermezza e convinzione, della “Convenzione contro la violenza maschile sulle donne”. Questo in estrema sintesi il significato di un ordine del giorno del Comitato nazionale ANPI del 30 ottobre.

“Il Comitato nazionale dell’ANPI – si legge – condivide la denuncia e le proposte avanzate dalla “Convenzione contro la violenza maschile sulle donne”.
“L’ANPI – si sottolinea – considera l’allarmante aumento della violenza sulle donne, un aspetto particolarmente ripugnante del generale degrado culturale che vede fra l’altro riapparire nel nostro Paese fenomeni di aggressività, intolleranza, esaltazione di eventi e persone delle cui responsabilità l’Italia non ha mai preso sufficientemente coscienza. Fra questi ritorni che ricordano la cultura fascista, è sicuramente presente il virilismo, la prepotenza e la sopraffazione. E, sopra ogni cosa e prima di tutto, un’idea della donna come proprietà privata al cui possesso sarebbe una debolezza inaccettabile rinunciare: un disonore per la propria autorità di maschio”.

L’ANPI – si rileva – per la sua stessa origine e ragion d’essere, avendo nelle sue file donne che per prime hanno concretamente combattuto per cancellare (si sperava una volta per tutte) quella cultura, da mesi ha avviato iniziative e campagne per contrastare l’odioso ritorno.
Proprio per il pericoloso moltiplicarsi degli atti di violenza e l’insufficiente contrasto da parte delle istituzioni, l’ANPI moltiplica i suoi interventi anche nelle scuole, dove incontra l’appassionato interesse delle giovanissime generazioni. In questo ambito sta organizzando per il mese di febbraio un convegno nazionale sul coraggio delle donne, anche nel periodo fascista, nel corso del quale intende approfondire la storia di quel che il fascismo è stato per le donne e, soprattutto, come certi elementi della cultura fascista tendano a riemergere come costante in questo Paese.

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9.10.1967 – Il Che è morto! Viva il Che! EL CHE VIVE!!!

Lettera d’addio ai figli :

09.10.1967

« Cara Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto, se un giorno dovrete leggere questa lettera, sarà perchè io non sarò più tra voi. Quasi non vi ricorderete di me e i più piccolini non mi ricorderanno affatto. Vostro padre è stato uno di quegli uomini che agiscono come pensano e, di sicuro, è stato coerente con le sue convinzioni. Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per poter dominare la tecnica che permette di dominare la natura. Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale nulla. Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario. Addio figlioli, spero di rivedervi ancora. Un bacione e un abbraccio da Papà. »

(Ernesto Guevara nella lettera d’addio ai figli)

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Le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943)

Furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l’apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscirono a liberare la città partenopea dall’occupazione delle forze armate tedesche.

L’avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento del la medaglia d’oro al valor militare, consentì alle forze alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall’occupazione nazista, grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l’occupazione nazista.

« Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana » Luigi Longo

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Comunicato stampa

Sono passati diversi mesi dalla devastante riforma previdenziale del Governo Monti – Fornero e l’attenzione dei media, dei Partiti e dei Sindacati sembra essersi ormai spenta.
Altre misure lesive dei diritti di chi lavora si sono susseguite in questi mesi, accompagnate da nuove tasse e tagli generalizzati dei servizi.
Altri temi di cui occuparsi, materia per talk show nei quali, molto raramente, qualche timida voce solleva dubbi sull’efficacia di quanto fatto dal Governo tecnico alla luce della situazione del paese.
Ministri e Sottosegretari si alternano in dichiarazioni che suonano come un insulto nei confronti di chi lavora o di chi è senza lavoro: “il lavoro non è un diritto acquisito”, “in Italia si fanno troppe ferie”, “chi non trova lavoro ha troppe pretese e non si adatta”, ecc. ecc.
Purtroppo mentre siamo costretti ad ascoltare affermazioni che più che da tecnici sopraffini paiono essere colte in un qualsiasi bar sport, le conseguenze della riforma previdenziale, ormai dimenticata, sono presenti e incidono nella carne viva di tanti disoccupati.
Non solo delle centinaia di migliaia di “esodati” che questo Governo ha massacrato stracciando contratti legalmente sottoscritti e in molti casi ratificati dai precedenti Governi ma, anche e soprattutto, di altre centinaia di migliaia di disoccupati over55 e over60, del tutto privi di reddito, che si sono visti allontanare di anni il loro diritto alla pensione.
Per ricordare lo scempio operato dal duo Monti-Fornero, affinché la vergognosa riforma previdenziale non cada nel dimenticatoio, le Associazioni Atdal Over40 e ALP Over40 Piemonte, organizzano per giovedì 27 settembre, a partire dalle ore 10 circa, un presidio con volantinaggio di fronte alla Facoltà di Economia di Torino in Corso Unione Sovietica 218/bis

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Assemblea per la costituzione di un comitato per l’audit sul debito. Lunedì 19 marzo 2012, h18.00 fino alle 21.00 • Università statale

Tra i relatori ci sarà Andrea Fumagalli e siamo in attesa di altre conferme (Guido Viale e un rappresentante dei comitati NO TAV della Val di Susa).

Invitiamo tutti i compagni a dare massima diffusione di questa iniziativa, invitando tutti i propri contatti all’assemblea del 19 marzo all’università Statale di Milano alle ore 18.00 aula 102 per la costituzione di un COMITATO METROPOLITANO PER L’AUDIT SUL DEBITO PUBBLICO organizzata da Rosso Collettivo, Atenei in Rivolta, Arci Metromondo, San Precario, No Expo, Eterotopia, Sinistra Critica, Federazione della Sinistra, Libreria del Mondo Offeso e altri collettivi studenteschi. Parteciperà Andrea Fumagalli e sono stati invitati Guido Viale, un rappresentante NO TAV della Valle di Susa, Ugo Mattei e Marco Bersani. Il nascente COMITATO deve essere uno spazio di partecipazione,uno strumento fondamentale per denunciare la politica liberista del governo Monti che ha come obiettivo l’attacco alle condizioni di vita delle masse popolari e la liquidazione dei beni comuni (privatizzazioni) dietro l’ideologia del debito. Nessuno politica a sostegno dei bisogni si può fare dietro la scusa dell’alto debito pubblico! E ancora più pericoloso è il fatto che questa ideologia viene "istituzionalizzata" immettendo il pareggio di bilancio all’interno della Costituzione. Dall’altra parte spese inutili e dannose che vanno solo a beneficio delle grandi aziende e delle banche (vedi TAV in Val di Susa o EXPO e Milano) non sono rinunciabili. Per non parlare delle spese militari. Il COMITATO ha anche, però, una funzione di mobilitazione e di lotta su ogni questione di liquidazione dei beni comuni (vedi vendita SEA da parte del comune di Milano) e per una politica di Welfare che metta al primo posto i bisogni dei lavoratori e degli strati popolari. Per ultimo ha il compito di denunciare l’attacco profondo alla democrazia che il capitale internazionale e gli organi politici che fanno i suoi interessi stanno portando in questo momento sempre dietro la necessità (millantata) di operare per il risanamento del debito. Per noi il debito esistente va messo in discussione, quello odioso e illecito non va pagato e il rimanente va ricontrattato!

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