Quanti sono davvero i “disoccupati” in Italia ? (di Mario Perugini, Università Luigi Bocconi)

Il tasso di disoccupazione a luglio era all’11,3%. Lo ha comunicato l’Istat segnalando un aumento di 0,2 punti percentuali da giugno. Il dato sarebbe tuttavia da leggere in positivo perché si accompagna a un incremento degli occupati, + 59 mila unità, e un drastico calo degli inattivi, -115 mila. Aumenta quindi la quota di persone che pur non avendo un lavoro si mette alla ricerca, e questo fa crescere il tasso di disoccupazione, cioè il numero di persone che sono a caccia di un impiego ma non lo trovano. L’istituto di statistica segnala inoltre come, per la prima volta dal 2008, il numero totale degli occupati in Italia sia tornato a salire sopra quota 23 milioni su base tendenziale, cioè rispetto a luglio 2016, il numero di occupati sale di 294 mila unità. Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-0,6%, -17 mila) sia, soprattutto, gli inattivi (-2,4%, -322 mila).
I movimenti positivi sul fronte del lavoro sono ovviamente accolti con favore da politici e opinionisti (ndr: fa molto comodo agli uni e agli altri interpretare i dati statistici a proprio uso e consumo), ma non si può non constatare come il mercato del lavoro nel nostro paese sia un tema su cui la sfasatura tra la percezione collettiva e le rilevazioni ufficiali è ancora particolarmente vistosa. L’elemento di novità è che la pensa in modo simile anche la Banca centrale europea, stando al bollettino economico diffuso l’11 maggio scorso, un documento che ha avuto scarsa eco sui mezzi di comunicazione (ndr: chissà perché ?). Secondo la Bce la disoccupazione in Italia (e in Europa) è significativamente sottostimata: tenendo conto non solo dei disoccupati (persone che cercano lavoro), ma anche degli scoraggiati (persone che non cercano più lavoro ma vorrebbero lavorare) e dei sottoccupati (persone che vorrebbero un lavoro a tempo pieno ma hanno ottenuto solo un part time), la disoccupazione media dell’Eurozona passerebbe dal 9,5 al 18% e quella italiana supererebbe il 25%. Ovviamente gli istituti di statistica (Eurostat a livello continentale, Istat in Italia) non vengono accusati di truccare i dati o di sbagliare i conti. Il problema sono i criteri di misurazione e, in ultima analisi, il concetto stesso di disoccupazione.
L’ipotesi di partenza espressa nello studio della Bce è che il tasso di disoccupazione si basi su “un’accezione piuttosto ristretta di sottoutilizzo della manodopera” e che quindi “potrebbe tuttora persistere un alto grado di sottoutilizzo della manodopera, ben superiore al livello suggerito dal tasso di disoccupazione”.
Il fatto che si cominci a parlare di “sottoccupazione” in senso ampio piuttosto che di disoccupazione in senso tradizionale non è tuttavia una particolare novità. Da anni la Federal Reserve statunitense utilizza, per la regolazione della propria politica monetaria, l’indicatore U-61, che misura l’incidenza sulle forze di lavoro allargate non solo dei disoccupati, che non intercettano le persone che si trovano nell’area di confine tra la disoccupazione e l’inattività, ma anche dei lavoratori part-time che vorrebbero lavorare più ore e degli inattivi che non cercano attivamente un’occupazione, ma sarebbero disponibili a lavorare immediatamente. L’U-6 è un indicatore importante perché misura la quantità effettiva di lavoro disponibile non pienamente utilizzata dal sistema produttivo, che il solo tasso di disoccupazione non è in grado di stimare. Infatti, accanto ai disoccupati, definiti come persone che non lavorano, che sono disponibili a lavorare immediatamente e che cercano attivamente un’occupazione, vi sono molte persone che hanno i primi due requisiti, ma che non cercano un lavoro perché sono in gran parte scoraggiate: sono considerati inattivi che fanno parte delle forze di lavoro potenziali. A questi occorre aggiungere i part-time involontari, che vorrebbero lavorare full time, ma non hanno trovato offerte di lavoro a tempo pieno.
Il tasso di sottoutilizzo del lavoro, che misura complessivamente la quantità di lavoro disponibile non pienamente utilizzata dal sistema produttivo, arricchisce le possibilità di fotografare il mercato del lavoro nel quale, tradizionalmente, le persone possono avere, dal punto di vista statistico, solo tre condizioni professionali: occupato, disoccupato e inattivo. Una classificazione troppo schematica per riuscire a cogliere, in un mercato del lavoro sempre più frammentato e diversificato, le complessità delle aree grigie in cui l’inattività degli scoraggiati, che sono pronti a lavorare immediatamente, non ha caratteri molto diversi dalla disoccupazione e anche l’occupazione a tempo parziale involontaria, con retribuzioni ridotte, condivide alcune delle criticità della disoccupazione, per esempio il rischio di povertà.

da fondazionefeltrinelli.it                                                  04 settembre 2017

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Riforme lacrime e sangue: storia recente del saccheggio pensionistico

Il recente studio a cura del Fondo Monetario Internazionale “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” (“Italia: verso una riforma fiscale amica della crescita”) pubblicato a marzo di quest’anno, oltre a tracciare la rotta ortodossa delle più congrue politiche fiscali e del lavoro per il nostro Paese, fissa anche le priorità di nuovi interventi in tema previdenziale. Evidentemente le riforme più recenti, che hanno già stravolto in senso restrittivo le pensioni dei lavoratori italiani, non sono state sufficienti a saziare gli appetiti dei sostenitori della presunta insostenibilità del sistema previdenziale italiano.
Dopo venti anni di stravolgimento del sistema previdenziale, cerchiamo di capire in modo più approfondito qual è il quadro attuale delle pensioni in Italia così come plasmato dalle ultime riforme del biennio 2010-2012, la duplice Riforma Sacconi 2010-11 e la Monti-Fornero del 2011. Tali riforme meritano particolare attenzione: in primo luogo poiché sono state le ultime vaste riforme che hanno fortemente modificato in direzione restrittiva il sistema pensionistico; in secondo luogo perché i contenuti stabiliti esprimono in modo palese la furia controriformistica dettata dal dogma dell’austerità finanziaria che, seppur già pienamente vigente dagli anni ’90, ha visto una forte accelerazione negli anni della crisi economica e in particolare in concomitanza con la crisi dei debiti sovrani dei Paesi periferici dell’eurozona (2009-2011).
I provvedimenti restrittivi hanno colpito due aspetti: l’età pensionabile e l’entità della pensione media attesa.

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Pil, l’Italia ferma in Europa. La crescita è stata zero negli ultimi 17 anni

L’analisi della Cgia: dal 2000 al 2017 la ricchezza nel Paese è cresciuta mediamente di appena lo 0,15% ogni anno. Rispetto al 2007, anno pre-crisi, dobbiamo ancora recuperare 5,4 punti percentuali di Pil. Pesano le minore spese della pubblica amministrazione e il crollo degli investimenti

La frenata di investimenti e della spesa pubblica

Rispetto al 2007, anno pre-crisi, mancano 5,4 punti percentuali di Pil. Nel 2017 la spesa della Pubblica amministrazione è l’1,7% in meno rispetto a dieci anni fa, quella delle famiglie del 2,8%. Ma sono gli investimenti a crollare nel periodo della crisi: -24,3%

«Gli investimenti pubblici – sostiene Paolo Zabeo — sono una componente del Pil meno rilevante in termini assoluti, ma fondamentale per la creazione di ricchezza. Se non miglioriamo la qualità e la quantità delle nostre infrastrutture materiali, immateriali e dei servizi pubblici, questo Paese è destinato al declino. Senza investimenti non si creano posti di lavoro stabili e duraturi in grado di migliorare la produttività del sistema e, conseguentemente, di far crescere il livello delle retribuzioni medie».

Il confronto con l’eurozona

La crescita registrata dai nostri principali partner economici dell’area dell’euro — sottolinea l’ufficio studi della Cgia — è stata molto superiore a quella italiana.

Se in Italia negli ultimi 17 anni il Pil è aumentato di soli 2,6 punti percentuali (variazione calcolata su valori reali), in Francia l’incremento è stato del 21,7%, in Germania del 23,7% e in Spagna addirittura del 31,3%.

L’Area dell’euro (senza Italia), invece, ha riportato una variazione positiva del 25,9%. Tra i 19 paesi che hanno adottato la moneta unica solo il Portogallo (-1,2%), l’Italia (-5,4%) e la Grecia (-25,2%) devono ancora recuperare, in termini di Pil, la situazione ante crisi.

Il crollo della produzione industriale

Anche sul fronte della produzione industriale, rispetto al 2000 l’Italia sconta un differenziale negativo di 19,1 punti percentuali, con punte del -35,3% nel tessile/abbigliamento e calzature, del -39,8%nel settore dell’informatica e del -53,5% nelle apparecchiature elettriche. Di segno opposto, invece, solo gli alimentari e le bevande (+11,2%) e la farmaceutica (+28,3%).

Nessun altro tra i principali paesi avanzati dell’Ue ha fatto peggio. Sebbene Spagna e Francia abbiano ottenuto risultati con scostamenti non molto diversi, è invece significativa la performance registrata dal settore industriale tedesco. Tra il 2000 e il 2017 la produzione manifatturiera in Germania è aumentata di quasi 30 punti percentuali.

Il rigore nei conti pubblici

«Negli ultimi 17 anni – dichiara il Segretario della Cgia Renato Mason – solo in un anno, il 2009, il saldo primario, dato dalla differenza tra le entrate totali e la spesa pubblica totale al netto degli interessi sul debito pubblico, è stato negativo. In tutti gli altri anni, invece, è stato di segno positivo e, pertanto, la spesa primaria è stata inferiore alle entrate. A ulteriore dimostrazione che in questi ultimi decenni l’Italia ha mantenuto l’impegno di risanare i propri conti pubblici, nonostante gli effetti della crisi economica siano stati più pesanti qui da noi che altrove».

Stralci da un articolo di Fabrizio Massaro, Corriere Economia, 23 dicembre 2017

Link: http://www.corriere.it/economia/cards/pil-l-italia-ferma-europa-crescita-stata-zero-ultimi-17-anni/paese-fermo_principale.shtml

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Anno XVI – Nr. 01 del 20 gennaio 2018

 

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Record assoluto rischio povertà. Eurostat: l’Italia è il paese che ha più poveri in Europa

I dati sulla povertà in Italia dell’Eurostat sono confermati anche dalle analisi sul rischio povertà nel nostro Paese da parte dell’Istat.

Eurostat: l’Italia è il paese che ha più poveri in Europa I dati sulla povertà in Italia dell’Eurostat sono confermati anche dalle analisi sul rischio povertà nel nostro Paese da parte dell’Istat CondividiTweet Povertà. Sant’Egidio lancia allarme: a Roma 7.500 persone vivono in strada o in alloggi di fortuna Istat: uno su tre a rischio povertà o esclusione Sempre più bambini vivono in povertà assoluta Roma ‘capitale’ anche della povertà. Caritas: 16mila i senzatetto, nuovi poveri anche nel ceto medio. I dati sono proprio sconfortanti.

Secondo Eurostat l’Italia è il Paese che conta, in valori assoluti, più poveri in Europa. È quanto emerge dalle analisi dall’Ufficio Statitico dell’Unione Europea sul tasso di privazione sociale. Nel 2016 i poveri erano quasi 10,5 milioni.

La classifica è stata redatta basandosi su una serie di indicatori che valutano le possibilità economiche e di situazione sociale delle persone. Le spese prese in considerazione da Eurostat permettono di valutare quando si entra nella categoria di deprivazione materiale e sociale se non ci si può permettere almeno cinque delle spese sotto elencate: •affrontare spese impreviste; •una settimana di vacanza annuale fuori casa; •evitare arretrati (in mutui, affitti, utenze e / o rate di acquisto a rate); •permettersi un pasto con carne, pollo o pesce o equivalente vegetariano ogni secondo giorno; •mantenere la propria casa adeguatamente calda; •una macchina / furgone per uso personale; •sostituire i mobili logori; •sostituire i vestiti logori con alcuni nuovi; avere due paia di scarpe adeguate; •spendere una piccola somma di denaro ogni settimana su se stesso (“paghetta”); •avere attività ricreative regolari; •stare insieme con amici/famiglia per un drink pasto almeno 1 volta al mese; •possedere una connessione Internet.

Anche secondo i dati resi noti dall’Istat sulle condizioni di vita degli italiani, nel 2016 si registra il record storico sia per le persone a rischio di povertà (20,6%) sia per quelle a rischio di povertà o esclusione sociale (30%). La stima delle famiglie a rischio povertà o esclusione sociale per il 2016 è infatti del 30% e qui ad essere registrato è un peggioramento rispetto all’anno precedente quando la percentuale era del 28,7. Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali la povertà è un fenomeno complesso che dipende da vari fattori in quanto non deriva solo dalla mancanza di reddito ma anche dalle scarse probabilità di partecipare alla vita economica e sociale del Paese.

Secondo quanto riportato dall’Istat, il rischio di cadere nella condizione di povertà riguarda sia gli individui considerati singolarmente (e si passa dal 19,9% al 20,6%), sia coloro che vivono in famiglie con pochi mezzi (e qui si passa dall’11,5% al 12,1%), sia infine persone che vivono in nuclei a bassa intensità lavorativa.

Le aree più esposte al fenomeno sono quelle meridionali ma anche il Centro del Paese non se la passa bene infatti un quarto dei residenti è a rischio povertà. Per l’Unione Nazionale Consumatori: “Non solo i dati peggiorano rispetto al 2015, ma mai si era registrato un dato così negativo dall’inizio delle serie storiche, iniziate nel 2003” afferma Massimiliano Dona presidente dell’UNC. “Sono dati da Terzo Mondo, non degni di un Paese civile. Non si tratta solo di una priorità sociale e morale, ma anche economica. Fino a che il 30% degli italiani è rischio povertà o esclusione sociale è evidente che i consumi delle famiglie non potranno mai veramente decollare e si resterà intorno all’1 virgola” prosegue Dona. “I dati ci dicono che non basta varare il Rei (Reddito di inclusione sociale, ndr) cercando di tamponare l’emergenza. Bisogna evitare che le file dei poveri assoluti continuino ad ingrossarsi, risolvendo i problemi di chi, pur stando ora sopra la soglia di povertà assoluta o relativa, rischia di finire sotto perché non riesce a pagare le bollette o ad affrontare una spesa imprevista di 800 euro” conclude Dona.

Articolo di Tiziana Digiovannandrea,                                           12 dicembre 2017

Link: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Poverta-Eurostat-Italia-ha-piu-poveri-in-Europa-Istat-Unc-unione-Nazionale-Consumatori-9a8f0035-d5c5-4853-b2d6-ee10d1e420c1.html?refresh_ce

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«Sciogliere le organizzazioni fasciste è solo il primo passo» (di Enrico Baldin)

Estrema destra sottovalutata e pericolosa, non frutto di sovraesposizione mediatica. Parla Saverio Ferrari, dell’Osservatorio democratico nuove destre
«Estrema destra sottovalutata da tempo e pericolosa davvero, non frutto di sovraesposizione mediatica». Così Saverio Ferrari che presiede l’Osservatorio democratico sulle nuove destre, probabilmente il massimo esperto tra chi studia e osserva i fenomeni legati al neofascismo. L’abbiamo intervistato per capire un meglio cosa stia accadendo nelle ultime settimane in cui la cronaca – da Ostia a Como a quanto accaduto pochi giorni fa sotto la sede de l’Espresso – ha riportato frequentemente fatti di cronaca preoccupanti in cui gli attori principali erano appartenenti o in qualche modo riconducibili a formazioni della destra radicale.
Ferrari, questo rigurgito neofascista che si avverte negli ultimi mesi, è qualcosa di vero o è il frutto di una sovraesposizione mediatica?
Non è una sovraesposizione mediatica, è una accelerazione vera con una crescita vera dei gruppi di estrema destra. Io credo che il punto di svolta sia ciò che è successo il 29 aprile scorso, quando un migliaio di persone si sono recate a Milano al Cimitero Maggiore a commemorare i morti repubblichini, autofotografandosi mentre facevano il saluto romano. Fu una prova di forza, una sfida. Che vinsero, perché il Tribunale di Milano derubricò il fatto a commemorazione funebre. Dopo quel giorno però per loro la strada si fece più agevole, pure i risultati elettorali li hanno confortati, basti pensare al successo di Casa Pound conseguito poco dopo a Lucca e a Todi, e una media generale dell’1-2% nelle città. Una crescita vera basata su un progetto vero, che punta alle periferie e ai temi sociali.
Converrà però che l’esser stati ultimamente in tutte le televisioni e l’avere avuto autorevoli esponenti del mondo giornalistico ai loro dibattiti li ha aiutati a sdoganarsi.
Certo, ma tengo a precisare che questi movimenti stavano crescendo comunque anche quando non erano esposti. Il loro è un piano di propaganda preciso, che ora si basa nel colpire in maniera conclamata i loro “avversari”. Basti pensare al blitz di Forza Nuova contro Repubblica o all’irruzione del Veneto Fronte Skinhead a Como contro chi aiuta i profughi. Oppure a fatti che han fatto meno rumore, come l’aggressione in pieno giorno ai danni di un inerme militante antirazzista in un luogo pubblico a Mantova, o all’aggressione a Crema di un attivista dell’Arci proprio nel luogo in cui stava lavorando. Certo, poi in certi settori c’è un tentativo, dal mio punto di vista sbagliato, di normalizzare un settore di quella destra. Io credo che il senso delle visite di Formigli e Mentana a Casa Pound fosse questo. I media in questo momento hanno scelto in Casa Pound il settore di quella destra da “normalizzare”, da far entrare nell’alveo democratico, ospitandoli anche nelle trasmissioni televisive. Lo stesso non accade invece per Forza Nuova o per altre organizzazioni.
Quanto c’è da preoccuparsi? E’possibile che si arrivi ad una incidenza quale quella di Jobbik in Ungheria o del Front National in Francia e così via?
Beh non serve fare riferimento a gruppi conclamatamente fascisti, perché in Italia c’è già la Lega che mi pare esprima bene certe posizioni e goda di percentuali ragguardevoli. Oltretutto né la Lega né Forza Italia si fanno grandi problemi a collaborare con certe organizzazioni. Basti vedere l’alleanza di centrodestra delle elezioni politiche del 2006 che imbarcò anche Forza Nuova e la Fiamma Tricolore, o la collaborazione che c’è stata a lungo tra Salvini e Casa Pound. Salvini, Meloni e Berlusconi comunque esprimono certe posizioni reazionarie senza farsi grossi problemi.
Ma esiste una qualche sotterranea ipotesi di accordo tra le formazioni neofasciste ed il centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche?
Sia Forza Nuova che Casa Pound hanno dichiarato di correre con proprie liste e candidature. Che poi riescano a raccogliere le firme necessarie per presentarsi nei vari collegi è da vedere, specie per la formazione di Fiore. Secondo me però, sotto sotto, Casa Pound spererebbe in un centrodestra non a trazione berlusconiana, più spostato a destra, in cui eventualmente rientrare in gioco come già accaduto in passato. La reunion di Alemanno e Storace invece si è già messa a disposizione di Salvini.
Tra le varie organizzazioni della destra radicale esistono collaborazioni?
Tra le due principali formazioni – Casa Pound e Forza Nuova – non c’è collaborazione né dialogo. Basti pensare che la lunga trattativa condotta da Forza Nuova per fare la sua marcia su Roma è stata completamente snobbata da Di Stefano. Forza Nuova e Casa Pound sono in competizione e hanno delle diversità chiare: la più evidente è che i primi sono ultracattolici i secondi più laici. Tra queste formazioni non c’è collaborazione, mentre esistono buone relazioni tra Casa Pound e Lealtà e Azione, formazione molto sviluppata in Lombardia, mentre Forza Nuova ha nella sua orbita quel che resta della Fiamma Tricolore. Tutte queste organizzazioni comunque hanno delle comuni idee di comunità – contrapposta a quella di società – basata sul sangue e sull’appartenenza autoctona. E notoriamente condividono l’idea che l’Italia sia invasa dai profughi.
Si parla di possibili correlazioni tra queste formazioni e la criminalità organizzata.
Esistono rapporti storici tra la destra estrema e la criminalità organizzata. Si pensi al golpe Borghese, a come fuggì Franco Freda, al ruolo di esponenti della ‘ndrangheta nella rivolta di Reggio Calabria, alla rete di rapporti tessuti dalla Banda della Magliana, alla presenza di alcuni fascisti nel mercato milanese della prostituzione e delle armi scoperto a suo tempo. Oggi invece abbiamo sentito alcune cose, anche documentate, alcuni singoli episodi: penso agli Spada ad Ostia o al fatto che alcuni esponenti di Lealtà e Azione erano in rapporto di conoscenza con alcuni esponenti criminali, o alla condanna comminata ad Antonini (tra i principali esponenti di Casa Pound Italia, ndr) per aver procurato documenti falsi ad un pericoloso malavitoso, o a certi rapporti nelle curve degli stadi. Se ne potrebbe fare un elenco. Ma da qui a dire che esistano rapporti organici tra alcune organizzazioni e la criminalità organizzata, questo non si può dire.
Lei dice che è un fenomeno vero e pericoloso. Ma c’è stata una sottovalutazione da parte delle Istituzioni o delle forze democratiche?
Sottovalutazione e disinteresse che dura da anni e di cui colpevolmente ci si accorge solo ora, come se certi omicidi, certi episodi di violenza non fossero stati degni di una analisi attenta e tempestiva. In questi anni l’antifascismo è stato – almeno da parte delle Istituzioni – un qualcosa di facciata, una autocelebrazione con delle commemorazioni fini a se stesse. I fascisti invece hanno saputo andare oltre, occupandosi davvero dell’oggi e dei fenomeni sociali, dal loro punto di vista. In questi anni si è sostanzialmente sospeso l’utilizzo della legge Mancino, la Magistratura spesso non è stata all’altezza, sentenziando per reati uguali in maniera opposta. La destra ho goduto di questa leggerezza.
Seppur in ritardo quale ritiene possa essere la strada da intraprendere per contrastare le formazioni xenofobe e razziste?
Innanzitutto il ripristino della legalità secondo i valori Costituzionali, usando anche l’articolo 7 della legge Mancino. Perché ormai non si denuncia più per l’odio e l’intolleranza che stanno diventando libere espressioni tanto quanto l’indebito utilizzo di Anna Frank che avviene da anni derubricato a goliardia. Se si guardano ai rapporti delle Forze dell’Ordine e del Ministero degli Interni, i reati correlati a odio e intolleranza sono un numero ridicolo. E allora si deve ripristinare la legalità, si devono anche sciogliere le organizzazioni neofasciste. Non c’è nulla di scandaloso, anche in epoca DC si fece con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, o più recentemente con Azione Skinhead. Sciogliendo queste organizzazioni si disarticolano, mettendole in profonda difficoltà. E si pone un freno a certe situazioni pericolose. Penso alla Comunità dei 12 raggi che nel varesotto ogni anno commemorano Hitler incontrastate, con tanto di minacce a giornalisti e ad antifascisti.
Basta sciogliere organizzazioni come queste?
No. Anche se a lungo termine la principale strada è la cultura, la creazione di una coscienza civile. Serve un movimento antifascista più attento all’oggi, meno celebrativo e meno commemorativo.

da Popoffquotidiano.it                                                                     13 dicembre 2017

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Quant’è fasullo l’antifascismo recitato dal Pd

“Il fascismo c’è ancora? C’è, esso si annida nei centri studi e nei consigli di amministrazione delle banche e della grande industria (e.. delle multinazionali), nelle cattedre universitarie, nelle aule dei tribunali……”.
“Ha il viso della conservazione (e.. dello sfruttamento..) affinché il poco fascismo visibile mascheri meglio il molto fascismo invisibile…“
Franco Fortini, commentando il film documento “Allarmi siam fascisti..” (1962)
Che la gente scenda in piazza contro il fascismo è un bene. Semmai il problema è che lo si fa troppo poco, in modo occasionale, solo quando dall’alto arriva l’invito a farlo.
Peggio ancora. In Italia vediamo ogni giorno che ai fascisti dichiarati è consentito di tutto, mentre agli antifascisti veri che contrastano il tentativo dei fascisti di infiltrarsi nei quartieri e nelle scuole lo Stato riserva abitualmente manganellate, cariche, denunce, arresti, fogli di via…
C’era insomma – e fin da subito – puzza di imbroglio nella “chiamata antifascista” arrivata dal Pd e dai vertici istituzionali.
Certo, il gruppetto di skinhead veneti in trasferta a Como solo per intimidire un’associazione (cattolica, peraltro) impegnata nell’accoglienza ai migranti meritava risposte all’altezza. Sia di massa che istituzionali.
Purtroppo, agli studenti antifascisti comaschi è stato vietato di manifestare in corteo. Il che appare quantomeno singolare. Dà insomma la sensazione che il Pd doveva avere il monopolio del tema…
Certo, gli episodi di provocazione o aperta aggressione neofascista sono numerosi e sempre più frequenti.
Ma c’è qualcosa che non convince…
Le manifestazioni e i cortei sono un modo della “società civile” di richiamare l’attenzione dei governanti su certi temi. Si manifesta contro la riforma delle pensioni (con molti ostacoli polizieschi) per pretendere che il governo smetta di allungare l’età pensionabile e di ridurre gli assegni. Si manifesta contro il razzismo e per i diritti ai migranti. Si manifesta per l’occupazione e contro i licenziamenti (sempre più ostacolati dalle “forze dell’ordine”). E si manifesta contro i fascisti che ci sono, qui e ora, non soltanto contro una parola infame.
In tutti i casi è una parte di popolo che fa vedere di non essere d’accordo col potere, col suo modo di affrontare e risolvere i più vari problemi.
In piazza, ieri, si sono presentati ministri in carica, segretari di partiti di governo, alte cariche istituzionali, oltre a molta gente che aveva molte ragioni per manifestare contro i fascisti. Comprendiamo le persone, ma i governanti perché?
Se un ministro – o il segretario del partito principale di governo – vuol far vedere di essere davvero preoccupato per il pericolo rappresentato dai fascisti ha tutti i poteri per agire e risolvere il problema.
Ci sono infatti numerose leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista, che definiscono reato l’apologia di fascismo, che permettono insomma di confinare le nostalgie mussoliniane alle cantine maleodoranti da cui certi esseri provano a venir fuori. I ministri agiscono contro i pericoli, non manifestano per dire che ci sono.
E invece no. Il governo, lo Stato, il partito principale del governo, la Rai (che è statale), i grandi media mainstream, da anni rifocillano amorosamente le scarse milizie fasciste attive in questo paese. Invece di reprimerle – come Costituzione e leggi prescrivono – le coccolano, le giustificano, le portano in televisione a spiegare cosa vogliono fare e come, ne condividono le pulsioni razziste e le propongono come accordi internazionali con qualche milizia libica “di fiducia”.
E poi lamentano che il fenomeno cresce, conquista (scarso, ma comunque troppo) consenso.
O sono scemi, o mentono. E a noi non sembrano davvero scemi…
E allora la conclusione può essere soltanto una. La manifestazione di ieri – al netto della brava gente che vi ha partecipato perché preoccupata – è uno spot elettorale di una classe dirigente in affanno, che sente avvicinarsi il momento della propria individuale defenestrazione.
L’ha lanciata, come idea, quello stesso Walter Veltroni che da sindaco ha regalato a CasaPound un palazzo nel centro di Roma. Ha fatto le sue brave dichiarazioni il ministro che per primo avrebbe dovuto attivare gli anticorpi antifascisti istituzionali, ossia quel Marco Minniti che invece – come ministro ora, come delegato al controllo dei servizi segreti prima (con Renzi premier) – accettava e accetta senza fiatare relazioni semestrali dei Servizi come questa, del 2016, che così descrivevano le attività della microgalassia neofascista:
“Il quadro della destra radicale ha continuato ad evidenziare divisioni interne e dinamiche competitive, che hanno precluso una più incisiva azione comune, nonostante l’esistenza di alcuni condivisi orientamenti sulle tematiche di maggiore attualità.
Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione, nonché la critica nei confronti del sistema bancario e dell’Unione Europea.
In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in termini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contestativa (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.
Dei “bravi ragazzi”, insomma, “impegnati nel sociale” (certo, un tantino strumentalmente) per soffiare sul fuoco delle difficoltà economiche e trasformarle in guerra tra poveri.
Sono utili, indubbiamente. Per questo i ministri “manifestano” con una faccia, e li promuovono con un’altra. Per questo, questi ministri e questo partito “Ha il viso della conservazione (e.. dello sfruttamento..) affinché il poco fascismo visibile mascheri meglio il molto fascismo invisibile…“

da CONTROPIANO                                                      10 dicembre 2017

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Pensioni e spesa pubblica, perché l’articolo del Corriere della sera sbaglia i calcoli

Non è da primo quotidiano nazionale diffondere notizie allarmanti con errori di calcolo macroscopici che alimentano il conflitto intergenerazionale.
Articolo di Michele Carugi Componente del comitato pensionati ALDAI, 27 novembre2017
Link: http://dirigentisenior.it/notizie/pensioni-e-spesa-pubblica-perche-l-articolo-del-corriere-sbaglia-i-calcoli.html
É uscito sul Corriere del 27 Novembre e replicato sul Corriere on line l’articolo “Pensioni, uno squilibrio (italiano) da 88 miliardi” che devo classificare come l’ennesimo articolo confuso in materia di pensioni e loro (in)sostenibilità.
Già il catenaccio è un capolavoro di confusione e contiene un errore grave: “ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di euro” E poi: “La differenza fra quanto lo stato riceve in contributi previdenziali e quanto versa in pensioni viene colmata grazie alle tasse e al deficit pubblico”. Vedremo più avanti che gli 88 miliardi come definiti, sono frutto di un abbaglio; quanto alla confusione, che il CdS non consideri che nella voce “pensioni!” stanno sia quelle previdenziali (contributi versati) che quelle assistenziali (nessun contributo) è stupefacente e il non evidenziarlo con regolarità, perorando piuttosto la causa della separazione netta tra assistenza e previdenza, grave.
La frase, infatti, può fuorviare il lettore, perché mescola in un unico calderone l’assistenza con la previdenza; due cose radicalmente differenti, improntate a necessità sociali diversissime, quasi antitetiche, datosi che spesso l’esigenza di assistenza deriva da carenza di previdenza e metterle insieme e criticare chi afferma che il sistema previdenziale è sostenibile nel lungo termine significa non avere capito come gira il fumo.
Siccome però i dati, se si ha la volontà di analizzarli, non mentono mai, vediamoli:
Dal Bilancio Sociale dell’INPS, nel 2016 l’assistenza è costata complessivamente circa 102 miliardi di €. Tale cifra si ottiene sommando:

• Pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento – 17,4 miliardi €

• Gestione Interventi Assistenziali (GIAS) – 41,3 miliardi €

• Prestazioni temporanee di sussidio al reddito (CIG, Mobilità, Malattia, Maternità)

– 35,4 miliardi €

• Pensioni sociali e altre voci assistenziali – 8,3 miliardi €

Le prestazioni puramente previdenziali dell’INPS (cioè le pensioni erogate a fronte di storia contributiva) sono ammontate nel 2016 a circa 206 miliardi di € al lordo delle tasse. Tale cifra rappresenta circa il 12,3% del PIL, ma tale percentuale scende ben sotto l’11% al netto delle imposte, valore perfettamente allineato all’Europa. Questo se si vuole comparare mele con mele (magari comunicandolo anche una buona volta all’Europa, anziché farsi regolarmente bacchettare sulla base di numeri incongruenti con le altre nazioni), con buona pace degli editorialisti del CdS.
I trasferimenti dello Stato all’INPS sono stati nello stesso periodo, circa 107,3 miliardi di €, a compensazione di erogazioni squisitamente assistenziali (Bilancio INPS pag. 22).
Stante così la situazione, dopo avere gettato il sasso nello stagno, Fubini e il CdS dovrebbero formulare qualche proposta: suggerirebbero cioè che la spesa pensionistica diminuisse eliminando la voce che genera il disavanzo ( cioè l’assistenza) oppure che venissero tagliate le pensioni previdenziali, cioè di chi si è pagato i contributi per averle?
Li inviterei a riflettere prima di rispondere, perché ci sono solo risposte sbagliate; nel primo caso perché la Costituzione impone di garantire a tutti la sussistenza (ovviamente a carico della fiscalità dello Stato e di chi sennò?), nel secondo perché non si possono espropriare ex post gli accantonamenti che i cittadini sono stati costretti a fare e anche qui ci sono riferimenti costituzionali.
Sul versante della tenuta dei conti e della sostenibilità, tocca occuparsi del calcolo sbagliato citato nel titolo dell’articolo dove, ricordiamolo, si indica che “ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di €. Gli 88 miliardi sono stati evidentemente calcolati come differenza tra le prestazioni istituzionali dell’INPS (308 miliardi) e i contributi incassati (220 miliardi). Chi ha elaborato grafico surreale di pag. 9 del CdS e del sito non si è accorto che l’INPS stessa spiega (pag. 38 del bilancio INPS) che nei 308 miliardi ne sono compresi 35 per “prestazioni non pensionistiche”. Il che riporta il disavanzo del sistema pensionistico a 53 miliardi di €. Sempre tanti, si dirà. Si, ma l’esborso per prestazioni puramente previdenziali è stato, come detto, di 206 miliardi di €, per cui, depurando i 220,6 miliardi di contributi dai trasferimenti pertinenti alla gestione assistenziale (GIAS) che non dovrebbero discostarsi molto dal valore 2015 di circa 19 miliardi di € (fonte: Itinerari previdenziali – Bilancio del sistema previdenziale, pag. 132), il saldo 2016 tra spesa previdenziale e contributi da lavoro è negativo per circa 5 miliardi di €.
Una cifra che è destinata a ridursi negli anni se l’economia funzionerà, in quanto il sistema contributivo in essere in pieno dal 2011 e l’anagrafe, faranno diminuire la spesa squisitamente previdenziale in rapporto alla contribuzione. Per questi motivi hanno ragione coloro che parlano di sistema previdenziale sostenibile e torto Fubini quando li contesta. La conclusione è che si dovrebbe smetterla di diffondere allarmi per motivi non chiari, tra l’altro con errori macroscopici di calcolo, ma casomai suggerire interventi di razionalizzazione del sistema: analizzare bene le pensioni assistenziali (nell’invalidità potrebbero essere nascosti un po’ di furbetti), scovare gli evasori contributivi, eliminare i privilegi macroscopici e aspettare che le riforme fatte diano tutto il loro effetto finanziario senza farsi prendere continuamente dall’ansia e diffondere dati scorretti.
COMMENTO ATDAL
L’articolo dell’amico Michele è, come sempre, puntuale ed incisivo, suffragato da dati inequivocabili e non si può che condividerlo fatto salvo un commento sulle conclusioni. Noi non riteniamo affatto che il Corriere della Sera commetta degli errori di calcolo o delle sviste. Il CdS è parte consapevole della campagna avviata da mesi da parte di un consistente fronte politico e mediatico sul fronte delle pensioni. L’obiettivo è assolutamente chiaro ed è quello di preparare un nuovo attacco alle pensioni e al ceto medio in generale e il CdS è in prima linea per predisporre l’opinione pubblica ad accettare e digerire altri tagli al welfare. Quindi non si stratta di pressapochismo o stupidità ma di palese complicità da parte di un organo di stampa da sempre schierato dalla parte del potere.

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Anno XV – Nr. 14 del 10 dicembre 2017

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Quello che Elsa Fornero non dice

Articolo di Luigi Metassi, ex-esodato
Link: https://www.ilvolodellafenice.net/blog/fornero-non-dice/2017/
Da giorni l’attenzione dei media nei confronti del regista Ciro Formisano si è come fossilizzata sull’opportunità o meno di far coincidere la presenza della Prof. Elsa Fornero con quella di alcuni esodati alla proiezione del film L’Esodo. Si è parlato di posture irrigidite, di espressioni tese, di lacrime. In sostanza, la raffigurazione di una sorta di processo pubblico che rimanda la mente a tristi contesti storici.
Ero presente all’evento. Ho visto posture irrigidite, volti tesi e lacrime da entrambe le parti e per opposte ragioni, ma non ho visto processi. La serata riproponeva una rivisitazione di quel drammatico dicembre del 2011, quando le decisioni di taluni infierirono, forse per sempre, nella vita di molti altri. Il fattore emotivo era ampiamente scontato ma non ci sono stati processi, anche perché l’accesso alla sala era ad invito, proprio per evitare derive in tal senso.
Ho visto piuttosto una Fornero dialetticamente padrona del confronto e abilmente determinata a mantenerlo incentrato sugli aspetti emotivi pur ribadendo, a sei anni di distanza, la propria ferma convinzione di aver agito eticamente nell’unica maniera possibile additando, per contro, alle responsabilità di chi, nei successivi sei anni, le è succeduto lasciando ancora ora nell’indigenza 6.000 famiglie.
Sarebbe alimentare una risibile questione di lana caprina obiettare alla sua affermazione, secondo la quale ne salvaguardò più il governo Monti in due anni che non i due governi che gli succedettero nei quattro che seguirono. Dai dati di consuntivo se ne ricava solo una parziale, ininfluente conferma. È infatti vero che il governo Monti approvò tre salvaguardie per 130.000 posizioni, ma è altrettanto vero che, a consuntivo, le domande complessivamente accolte furono poco più di 89.000 mentre le restanti cinque salvaguardie ne accolsero circa 55.000. Piuttosto, quello che conta e che, in questo preciso frangente, deve scuotere le coscienze è che, dopo sei anni e otto provvedimenti parziali, restano circa 6.000 esodati, con relative famiglie, privati del lavoro e del loro diritto alla pensione costituzionalmente quesito (v. sentenza costituzionale 822/1988) ben sei anni or sono.
In particolare, non può dirsi consentita una modificazione legislativa che, intervenendo o in una fase avanzata del rapporto di lavoro oppure quando già sia subentrato lo stato di quiescenza, peggiorasse, senza una inderogabile esigenza, in misura notevole ed in maniera definitiva, un trattamento pensionistico in precedenza spettante, con la conseguente irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività lavorativa.
Un governo, a partire dalle le forze che lo sostengono, che lascia nell’indigenza 6.000 famiglie per distribuire in mille rivoli, Carnevale compreso, (ndr: il fondo di salvaguardia per gli esodati è stato chiuso e i fondi ancora disponibili dirottati su altri capitoli di spesa trai quali un finanziamento al Carnevale di Viareggio) i fondi delle salvaguardie non può appellarsi ad una inderogabile esigenza, così come invece richiama la sentenza, e non ha alcuna attenuante per il suo operato.
Se andiamo invece a leggere, per esempio, quanto affermava la stessa Prof. Fornero in materia previdenziale già nel 2003, notiamo facilmente come la naturale evoluzione delle sue argomentazioni avrebbe condotto ai provvedimenti poi adottati otto anni dopo dal suo governo col decreto “Salva Italia”. Non solo questo relega le sue attuali espressioni emotive in una personalissima sfera che, con gli indirizzi politici e le relative scelte e conseguenze, nulla ha di che spartire ma, nel contempo, apre la porta ad importanti interrogativi sulla realtà emergenziale del momento e sull’affermazione che tutto fu compiuto nel breve spazio di 19 giorni.
La stesura della legge sicuramente avvenne in quell’arco di tempo e avrà rubato anche molte ore di sonno ad alcuni “tecnici” ma le linee guida avevano un’origine lontana, tanto nella cultura delle persone reclutate quanto nella stessa genesi dei provvedimenti adottati. Quanto meno, dovremmo andare indietro all’agosto dello stesso anno, quando la BCE recapitò la famosa lettera all’allora premier Berlusconi pochi mesi prima dello scioglimento del suo governo.
L’evidenza di una forte volontà controriformatrice contenuta in quella lettera, che nessun partito contestò, tanto che il “Salva Italia” divenne legge per approvazione bulgara, ci porta però a guardare più lontano ancora, al 1995, alla cosiddetta “riforma” Dini” e all’introduzione del regime contributivo per i lavoratori con meno di 18 anni di contribuzione. Senza contare la “riforma” Amato del 1992 che, pur non agendo sul regime di calcolo, elevò di ben 5 anni l’età per la pensione di vecchiaia e di altrettanto aumentò la contribuzione minima, pur considerando un transitorio di 7 anni per l’applicazione delle nuove regole. Nel contempo, la stessa legge aumentò da 5 a 10 gli anni di riferimento per il calcolo della retribuzione media.
Nel corso di questi ultimi 25 anni si percepisce un continuum controriformatore, a partire dall’incremento dei requisiti pensionistici, passando il “Salva Italia” e gli esodati , per finire all’APE, alle pensioni anticipate e alle salvaguardie mancate.
Tutto questo porta a ritenere fallace e fuorviante imputare ad errori umani un quarto di secolo di ripetute controriforme, tutte omologhe in quanto ad orientamento. Quanto avvenuto è stato scientemente preparato nel tempo, a prescindere dalle forzature strumentalmente esercitate nel momento clou da uno spread telecomandato; uno spread usato come mero strumento delle intenzioni di poteri estranei allo Stato di creare un sentore di terrore e di ineluttabilità nei cittadini, tali da indurli ad accettare quale male minore le decisioni più drastiche. Si disse che l’alternativa era la Troika, come in Grecia. Nonostante le “riforme lacrime e sangue” e la conseguente austerità, a sei anni di distanza nulla è cambiato; tanto meno è migliorato il debito pubblico che, a dispetto delle cosiddette riforme e delle elemosine propagandistiche, continua a lievitare.
Se tutto questo non è servito a portarci fuori dal contesto dei PIGS o anche solo a farcene intravvedere la possibilità, allora a cosa serve? A cosa deve servire se per la prossima primavera già si prospetta nuovamente l’incombere della Troika sui nostri conti?
Considerato il contesto venticinquennale in cui si è evoluto l’attacco alla previdenza pubblica, alla quale si è accompagnato un analogo regresso dell’intero stato sociale, viene difficile pensare agli esodati quale fine ultimo delle controriforme che si sono succedute. Verosimilmente, si deve pensare che l’obiettivo finale sia la previdenza pubblica in quanto tale. A dimostrarlo non sono solo gli esodati con il loro lungo Calvario ma sono principalmente le drastiche riduzioni dei sostegni al reddito operate e le forme di pensionamento anticipato attuate. In particolare si pensi all’APE: prima cancellano il regime di anzianità e contemporaneamente elevano quello di vecchiaia; successivamente consentono di ritornare, più o meno, ai vecchi requisiti a patto però di accollarsi un mutuo al fine di percepire quel reddito differito (perché questo è la pensione retributiva) che, a proprie spese, i lavoratori avevano accantonato versando i contributi. Uno sfregio al diritto costituzionale che ha del perverso, come perverso appare costringere le donne ad inseguire per anni le aspettative di vita o a pagare col 30% e oltre del loro salario differito il dovuto riconoscimento per i molteplici ruoli sostenuti, di lavoratrice, di moglie, di madre e, non di rado, di tutrice, badante e infermiera tutto fare.
Se realmente si fosse voluto aggredire il debito pubblico, si sarebbe dato un vigoroso impulso alla lotta all’evasione fiscale e a quella (accertata) contributiva che, da sole, valgono più di 100 miliardi. Si sarebbe dato corso alla separazione dell’assistenza dalla previdenza per far rientrare la spesa pensionistica nei parametri UE, si sarebbe restituita dignità ai lavoratori migliorando e non demolendo l’art. 18 del loro Statuto. Si sarebbe provveduto a tutelare le giovani generazioni con una seria politica dell’impiego anziché distruggere le loro aspettative previdenziali con un sistema contrattuale allucinante, con la decontribuzione spacciata per riduzione del cuneo fiscale e con i vaucher al posto del salario e delle dovute contribuzioni previdenziali e assistenziali.

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La profezia (avveratasi) di Karl Marx sul capitalismo finanziario di oggi (di Diego Fusaro)

Nel terzo libro del Capitale, il filosofo tedesco aveva anticipato il costituirsi di una nuova aristocrazia finanziaria composta da usurai e da parassiti che vivono grazie a truffe bancarie e a rapine legalizzate.

Il terzo libro del Capitale di Karl Marx anticipa ciò che si è realizzato nel quadro del nuovo ordine mondiale post-1989, ossia il costituirsi di una nuova aristocrazia finanziaria composta da usurai e da parassiti che vivono grazie a truffe bancarie e a rapine legalizzate. Così scrive Marx in riferimento al farsi finanziario del capitale:
[esso] riproduce una nuova aristocrazia finanziaria (neue Finanzaristokratie), una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori semplicemente nominali; tutto un sistema di frodi e di imbrogli relativi alle fondazioni, alle emissioni di azioni e al commercio di azioni.

Marx adombra efficacemente come il transito dalla società industriale a quella finanziaria si caratterizzi anche come un passaggio dalla ricchezza produttiva e imprenditoriale a quella parassitaria e di rapina propria del “finanz-capitalismo”, come lo chiamava Luciano Gallino. Messa in congedo dalla Rivoluzione francese e dalla borghesia industriale, l’aristocrazia feudale risorge nell’inedita forma della Finanzaristokratie evocata da Marx e oggi al potere nel quadro del capitalismo assoluto e finanziario post-1989. Su ciò ha efficacemente insistito Claudio Tuozzolo, nel suo saggio “Repubblica: lavoro, decrescita o finanza? Marx e il capitalismo della rendita finanziaria” (2013), a cui qui ci richiamiamo.

Non più il lavoro, ma la rendita torna a essere il fulcro del modo della produzione neofeudale del capitalismo flessibile. Con le parole di Marx in riferimento all’aristocrazia finanziaria, “il profitto si presenta esclusivamente sotto forma di rendita” e “il profitto totale è intascato unicamente a titolo di interesse, ossia è un semplice indennizzo della proprietà del capitale”. La differenza, solo oggi divenuta reale, tra il capitalismo industriale e quello finanziario è già lucidamente sottolineata da Marx, il quale mostra come, con il finanzcapitalismo, la classe media e il mondo imprenditoriale finiscano per essere dissolti.

Se, infatti, nel capitalismo imprenditoriale il capitale è “proprietà privata dei singoli produttori”, con l’avvento dell’economia finanziarizzata si produce la separazione tra proprietà e produttori: ne discende la conseguenza paradossale per cui, con le parole di Marx, all’interno della stessa produzione capitalistica si realizza “l’annullamento dell’industria privata capitalistica”. Il produttore capitalista è ora sostituito dallo speculatore finanziario: se il primo rischiava in proprio e accumulava il capitale, il secondo rischia con una proprietà non sua e pretende che “altri risparmino per lui”.

Vertice della dinamica dell’assolutizzazione e dell’autonomizzazione dell’economico come processo autoreferenziale, il capitalismo finanziario della fase assoluta si fonda – così scrive Marx – non più sulla contrapposizione tra operaio e imprenditore, bensì su quella tra il capitale e gli “individui realmente attivi nella produzione, dal dirigente fino all’ultimo giornaliero”. Questi ultimi vengono impiegati dall’economia finanziarizzata come suoi strumenti, come funzionari della crescita infinita del valore: si controllano reciprocamente e sottopongono a inflessibili sanzioni chiunque non eserciti nel modo migliore la propria funzione di agente della valorizzazione del valore. Il capitale divora i suoi stessi agenti.

www.fanpage.it                                          28 agosto 2016

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“Umano, vedo che stai piangendo perché è arrivato il mio momento. Non piangere, per favore, ti voglio spiegare alcune cose.

Questo post era scritto in portoghese, la traduzione di Facebook non era delle migliori (come sempre), ma questo post merita davvero di essere letto quindi ho deciso di cercare di sistemare la traduzione.

“Umano, vedo che stai piangendo perché è arrivato il mio momento. Non piangere, per favore, ti voglio spiegare alcune cose.
Tu sei triste perché me ne sono andato, ma io invece sono felice perché ti ho conosciuto.
Quanti come me ogni giorno muoiono senza aver conosciuto qualcuno di speciale?
Gli animali a volte passano così tanto tempo da soli, senza mai conoscere qualcuno. Conosciamo il freddo, la sete, il pericolo e la fame; dobbiamo preoccuparci di trovare qualcosa da mangiare e pensare a dove proteggerci la notte.
Vediamo volti tutti i giorni che passano senza mai guardarci, e a volte è meglio che non ci vedano.
A volte abbiamo la grande fortuna che tra le tante persone passa un angelo e ci raccoglie; a volte gli angeli vengono in gruppo, a volte ci sono altri angeli lontani che inviano tanti aiuti per noi. E questo cambia tutto. Se necessario ci portano da un altro tipo di angelo che ci cura.
Ci scelgono una parola che pronunciano ogni volta che ci vedono, un nome, penso si chiami così, questo indica che siamo speciali; abbiamo smesso di essere anonimi per essere uno dei tanti, ma anche un po’ di voi.
Da qui capiamo che quella è una casa!
Riuscite a capire quanto questo è importante per noi? Non dovremo mai più avere paura, freddo, fame o sentire male.
Se solo poteste calcolare quanto ci fa felici!
Non ci interesserà più se piove, se passerà una macchina molto velocemente o se qualcuno ci farà del male; ma soprattutto, non siamo soli, perché nessun animale gradisce la solitudine, cosa si puó chiedere in piú?!
So che ti rattrista la mia partenza, ma devo andare ora.
Promettimi che non biasimerai te stesso, ti ho sentito dire che avresti potuto fare di piú per me, non dirlo hai fatto molto per me! Senza di te non avrei conosciuto niente di tutta la bellezza che porto con me oggi.
Devi sapere che noi animali viviamo il presente: godiamo di ogni piccola cosa di tutti i giorni e dimentichiamo il passato se ci sentiamo amati; le nostre vite cominciano quando conosciamo l’amore, lo stesso amore che tu mi hai donato, il mio angelo senza ali ma con due gambe.
Voglio che tu sappia che, se trovi un animale gravemente ferito e che gli resta poco tempo, farai un grande gesto se gli starai accanto accompagnandolo nel suo passaggio finale, perché come ti ho detto prima a nessuno di noi piace star solo, ancora meno quando ci rendiamo conto che è arrivato il momento di andare; forse per voi non è così importante avere qualcuno al vostro fianco che vi sostiene e vi aiuta ad andare con serenità.
Ma ora non piangere più, per favore. Io sarò felice, mi ricordo il nome che mi hai dato, il calore della vostra casa che è diventata anche la mia. Io mi ricordo il suono della tua voce quando parlavi con me, e anche se non sempre capivo tutto quello che mi dicevi io lo porterò nel mio cuore, insieme a ogni carezza che mi hai dato.
Tutto quello che hai fatto è stato molto importante per me e io ti ringrazio profondamente, non so come spiegarmi ora, perché non parlo la tua lingua, ma penso e spero che tu abbia visto la gratitudine nei miei occhi.
Prima di andare ti chiedo solo due favori: lavati il viso e comincia a sorridere.
Ricordati che è bello vivere insieme qualsiasi momento, anche questo; ricordati delle cose che ci facevano felici e per cui ridevamo. Rivivi con me tutto il bene che abbiamo condiviso in questo tempo e non dirmi che non adotterai un altro animale perché hai sofferto troppo la mia partenza; senza di te non avrei mai conosciuto le bellezze che ho vissuto, quindi per favore, non farlo.. sono in tanti che, come me, stanno aspettando qualcuno come te.
Dai anche a loro quello che hai dato a me, ne hanno bisogno, come io avevo bisogno di te.
Non conservare l’amore che puoi donare per paura di soffrire.
Segui il mio consiglio, valorizza quello che puoi dare a ognuno di noi, perché tu sei un angelo per noi animali, perché senza persone come te la nostra vita sarebbe ancora più difficile di come già, a volte, è.
Segui il tuo nobile compito, ora saró io il tuo angelo, ti accompagneró nel tuo cammino e ti aiuteró ad aiutare gli altri come me.
Ora vado a parlare con gli altri animali che sono qui con me, vado a raccontargli tutto quello che hai fatto per me e dirò con orgoglio: “Questa è la mia famiglia!”.
Il mio primo compito ora è quello di aiutarti a essere meno triste, quindi stasera quando guarderai il cielo e vedrai una stella lampeggiare sappi che
quella stella saró io che ti avviseró che sto bene e che ti ringrazieró per tutto l’amore che mi hai dato.
Ora vado, non dicendo “addio”, ma “a presto”.
C’è un cielo speciale per persone come voi, lo stesso cielo dove siamo noi e la vita ci ricompenserà facendoci ritrovare.
Io saró li che ti aspetto!

Post Facebook originale di Mina Taliento Veg

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