Pensioni e spesa pubblica, perché l’articolo del Corriere della sera sbaglia i calcoli

Non è da primo quotidiano nazionale diffondere notizie allarmanti con errori di calcolo macroscopici che alimentano il conflitto intergenerazionale.
Articolo di Michele Carugi Componente del comitato pensionati ALDAI, 27 novembre2017
Link: http://dirigentisenior.it/notizie/pensioni-e-spesa-pubblica-perche-l-articolo-del-corriere-sbaglia-i-calcoli.html
É uscito sul Corriere del 27 Novembre e replicato sul Corriere on line l’articolo “Pensioni, uno squilibrio (italiano) da 88 miliardi” che devo classificare come l’ennesimo articolo confuso in materia di pensioni e loro (in)sostenibilità.
Già il catenaccio è un capolavoro di confusione e contiene un errore grave: “ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di euro” E poi: “La differenza fra quanto lo stato riceve in contributi previdenziali e quanto versa in pensioni viene colmata grazie alle tasse e al deficit pubblico”. Vedremo più avanti che gli 88 miliardi come definiti, sono frutto di un abbaglio; quanto alla confusione, che il CdS non consideri che nella voce “pensioni!” stanno sia quelle previdenziali (contributi versati) che quelle assistenziali (nessun contributo) è stupefacente e il non evidenziarlo con regolarità, perorando piuttosto la causa della separazione netta tra assistenza e previdenza, grave.
La frase, infatti, può fuorviare il lettore, perché mescola in un unico calderone l’assistenza con la previdenza; due cose radicalmente differenti, improntate a necessità sociali diversissime, quasi antitetiche, datosi che spesso l’esigenza di assistenza deriva da carenza di previdenza e metterle insieme e criticare chi afferma che il sistema previdenziale è sostenibile nel lungo termine significa non avere capito come gira il fumo.
Siccome però i dati, se si ha la volontà di analizzarli, non mentono mai, vediamoli:
Dal Bilancio Sociale dell’INPS, nel 2016 l’assistenza è costata complessivamente circa 102 miliardi di €. Tale cifra si ottiene sommando:

• Pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento – 17,4 miliardi €

• Gestione Interventi Assistenziali (GIAS) – 41,3 miliardi €

• Prestazioni temporanee di sussidio al reddito (CIG, Mobilità, Malattia, Maternità)

– 35,4 miliardi €

• Pensioni sociali e altre voci assistenziali – 8,3 miliardi €

Le prestazioni puramente previdenziali dell’INPS (cioè le pensioni erogate a fronte di storia contributiva) sono ammontate nel 2016 a circa 206 miliardi di € al lordo delle tasse. Tale cifra rappresenta circa il 12,3% del PIL, ma tale percentuale scende ben sotto l’11% al netto delle imposte, valore perfettamente allineato all’Europa. Questo se si vuole comparare mele con mele (magari comunicandolo anche una buona volta all’Europa, anziché farsi regolarmente bacchettare sulla base di numeri incongruenti con le altre nazioni), con buona pace degli editorialisti del CdS.
I trasferimenti dello Stato all’INPS sono stati nello stesso periodo, circa 107,3 miliardi di €, a compensazione di erogazioni squisitamente assistenziali (Bilancio INPS pag. 22).
Stante così la situazione, dopo avere gettato il sasso nello stagno, Fubini e il CdS dovrebbero formulare qualche proposta: suggerirebbero cioè che la spesa pensionistica diminuisse eliminando la voce che genera il disavanzo ( cioè l’assistenza) oppure che venissero tagliate le pensioni previdenziali, cioè di chi si è pagato i contributi per averle?
Li inviterei a riflettere prima di rispondere, perché ci sono solo risposte sbagliate; nel primo caso perché la Costituzione impone di garantire a tutti la sussistenza (ovviamente a carico della fiscalità dello Stato e di chi sennò?), nel secondo perché non si possono espropriare ex post gli accantonamenti che i cittadini sono stati costretti a fare e anche qui ci sono riferimenti costituzionali.
Sul versante della tenuta dei conti e della sostenibilità, tocca occuparsi del calcolo sbagliato citato nel titolo dell’articolo dove, ricordiamolo, si indica che “ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di €. Gli 88 miliardi sono stati evidentemente calcolati come differenza tra le prestazioni istituzionali dell’INPS (308 miliardi) e i contributi incassati (220 miliardi). Chi ha elaborato grafico surreale di pag. 9 del CdS e del sito non si è accorto che l’INPS stessa spiega (pag. 38 del bilancio INPS) che nei 308 miliardi ne sono compresi 35 per “prestazioni non pensionistiche”. Il che riporta il disavanzo del sistema pensionistico a 53 miliardi di €. Sempre tanti, si dirà. Si, ma l’esborso per prestazioni puramente previdenziali è stato, come detto, di 206 miliardi di €, per cui, depurando i 220,6 miliardi di contributi dai trasferimenti pertinenti alla gestione assistenziale (GIAS) che non dovrebbero discostarsi molto dal valore 2015 di circa 19 miliardi di € (fonte: Itinerari previdenziali – Bilancio del sistema previdenziale, pag. 132), il saldo 2016 tra spesa previdenziale e contributi da lavoro è negativo per circa 5 miliardi di €.
Una cifra che è destinata a ridursi negli anni se l’economia funzionerà, in quanto il sistema contributivo in essere in pieno dal 2011 e l’anagrafe, faranno diminuire la spesa squisitamente previdenziale in rapporto alla contribuzione. Per questi motivi hanno ragione coloro che parlano di sistema previdenziale sostenibile e torto Fubini quando li contesta. La conclusione è che si dovrebbe smetterla di diffondere allarmi per motivi non chiari, tra l’altro con errori macroscopici di calcolo, ma casomai suggerire interventi di razionalizzazione del sistema: analizzare bene le pensioni assistenziali (nell’invalidità potrebbero essere nascosti un po’ di furbetti), scovare gli evasori contributivi, eliminare i privilegi macroscopici e aspettare che le riforme fatte diano tutto il loro effetto finanziario senza farsi prendere continuamente dall’ansia e diffondere dati scorretti.
COMMENTO ATDAL
L’articolo dell’amico Michele è, come sempre, puntuale ed incisivo, suffragato da dati inequivocabili e non si può che condividerlo fatto salvo un commento sulle conclusioni. Noi non riteniamo affatto che il Corriere della Sera commetta degli errori di calcolo o delle sviste. Il CdS è parte consapevole della campagna avviata da mesi da parte di un consistente fronte politico e mediatico sul fronte delle pensioni. L’obiettivo è assolutamente chiaro ed è quello di preparare un nuovo attacco alle pensioni e al ceto medio in generale e il CdS è in prima linea per predisporre l’opinione pubblica ad accettare e digerire altri tagli al welfare. Quindi non si stratta di pressapochismo o stupidità ma di palese complicità da parte di un organo di stampa da sempre schierato dalla parte del potere.

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Quello che Elsa Fornero non dice

Articolo di Luigi Metassi, ex-esodato
Link: https://www.ilvolodellafenice.net/blog/fornero-non-dice/2017/
Da giorni l’attenzione dei media nei confronti del regista Ciro Formisano si è come fossilizzata sull’opportunità o meno di far coincidere la presenza della Prof. Elsa Fornero con quella di alcuni esodati alla proiezione del film L’Esodo. Si è parlato di posture irrigidite, di espressioni tese, di lacrime. In sostanza, la raffigurazione di una sorta di processo pubblico che rimanda la mente a tristi contesti storici.
Ero presente all’evento. Ho visto posture irrigidite, volti tesi e lacrime da entrambe le parti e per opposte ragioni, ma non ho visto processi. La serata riproponeva una rivisitazione di quel drammatico dicembre del 2011, quando le decisioni di taluni infierirono, forse per sempre, nella vita di molti altri. Il fattore emotivo era ampiamente scontato ma non ci sono stati processi, anche perché l’accesso alla sala era ad invito, proprio per evitare derive in tal senso.
Ho visto piuttosto una Fornero dialetticamente padrona del confronto e abilmente determinata a mantenerlo incentrato sugli aspetti emotivi pur ribadendo, a sei anni di distanza, la propria ferma convinzione di aver agito eticamente nell’unica maniera possibile additando, per contro, alle responsabilità di chi, nei successivi sei anni, le è succeduto lasciando ancora ora nell’indigenza 6.000 famiglie.
Sarebbe alimentare una risibile questione di lana caprina obiettare alla sua affermazione, secondo la quale ne salvaguardò più il governo Monti in due anni che non i due governi che gli succedettero nei quattro che seguirono. Dai dati di consuntivo se ne ricava solo una parziale, ininfluente conferma. È infatti vero che il governo Monti approvò tre salvaguardie per 130.000 posizioni, ma è altrettanto vero che, a consuntivo, le domande complessivamente accolte furono poco più di 89.000 mentre le restanti cinque salvaguardie ne accolsero circa 55.000. Piuttosto, quello che conta e che, in questo preciso frangente, deve scuotere le coscienze è che, dopo sei anni e otto provvedimenti parziali, restano circa 6.000 esodati, con relative famiglie, privati del lavoro e del loro diritto alla pensione costituzionalmente quesito (v. sentenza costituzionale 822/1988) ben sei anni or sono.
In particolare, non può dirsi consentita una modificazione legislativa che, intervenendo o in una fase avanzata del rapporto di lavoro oppure quando già sia subentrato lo stato di quiescenza, peggiorasse, senza una inderogabile esigenza, in misura notevole ed in maniera definitiva, un trattamento pensionistico in precedenza spettante, con la conseguente irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività lavorativa.
Un governo, a partire dalle le forze che lo sostengono, che lascia nell’indigenza 6.000 famiglie per distribuire in mille rivoli, Carnevale compreso, (ndr: il fondo di salvaguardia per gli esodati è stato chiuso e i fondi ancora disponibili dirottati su altri capitoli di spesa trai quali un finanziamento al Carnevale di Viareggio) i fondi delle salvaguardie non può appellarsi ad una inderogabile esigenza, così come invece richiama la sentenza, e non ha alcuna attenuante per il suo operato.
Se andiamo invece a leggere, per esempio, quanto affermava la stessa Prof. Fornero in materia previdenziale già nel 2003, notiamo facilmente come la naturale evoluzione delle sue argomentazioni avrebbe condotto ai provvedimenti poi adottati otto anni dopo dal suo governo col decreto “Salva Italia”. Non solo questo relega le sue attuali espressioni emotive in una personalissima sfera che, con gli indirizzi politici e le relative scelte e conseguenze, nulla ha di che spartire ma, nel contempo, apre la porta ad importanti interrogativi sulla realtà emergenziale del momento e sull’affermazione che tutto fu compiuto nel breve spazio di 19 giorni.
La stesura della legge sicuramente avvenne in quell’arco di tempo e avrà rubato anche molte ore di sonno ad alcuni “tecnici” ma le linee guida avevano un’origine lontana, tanto nella cultura delle persone reclutate quanto nella stessa genesi dei provvedimenti adottati. Quanto meno, dovremmo andare indietro all’agosto dello stesso anno, quando la BCE recapitò la famosa lettera all’allora premier Berlusconi pochi mesi prima dello scioglimento del suo governo.
L’evidenza di una forte volontà controriformatrice contenuta in quella lettera, che nessun partito contestò, tanto che il “Salva Italia” divenne legge per approvazione bulgara, ci porta però a guardare più lontano ancora, al 1995, alla cosiddetta “riforma” Dini” e all’introduzione del regime contributivo per i lavoratori con meno di 18 anni di contribuzione. Senza contare la “riforma” Amato del 1992 che, pur non agendo sul regime di calcolo, elevò di ben 5 anni l’età per la pensione di vecchiaia e di altrettanto aumentò la contribuzione minima, pur considerando un transitorio di 7 anni per l’applicazione delle nuove regole. Nel contempo, la stessa legge aumentò da 5 a 10 gli anni di riferimento per il calcolo della retribuzione media.
Nel corso di questi ultimi 25 anni si percepisce un continuum controriformatore, a partire dall’incremento dei requisiti pensionistici, passando il “Salva Italia” e gli esodati , per finire all’APE, alle pensioni anticipate e alle salvaguardie mancate.
Tutto questo porta a ritenere fallace e fuorviante imputare ad errori umani un quarto di secolo di ripetute controriforme, tutte omologhe in quanto ad orientamento. Quanto avvenuto è stato scientemente preparato nel tempo, a prescindere dalle forzature strumentalmente esercitate nel momento clou da uno spread telecomandato; uno spread usato come mero strumento delle intenzioni di poteri estranei allo Stato di creare un sentore di terrore e di ineluttabilità nei cittadini, tali da indurli ad accettare quale male minore le decisioni più drastiche. Si disse che l’alternativa era la Troika, come in Grecia. Nonostante le “riforme lacrime e sangue” e la conseguente austerità, a sei anni di distanza nulla è cambiato; tanto meno è migliorato il debito pubblico che, a dispetto delle cosiddette riforme e delle elemosine propagandistiche, continua a lievitare.
Se tutto questo non è servito a portarci fuori dal contesto dei PIGS o anche solo a farcene intravvedere la possibilità, allora a cosa serve? A cosa deve servire se per la prossima primavera già si prospetta nuovamente l’incombere della Troika sui nostri conti?
Considerato il contesto venticinquennale in cui si è evoluto l’attacco alla previdenza pubblica, alla quale si è accompagnato un analogo regresso dell’intero stato sociale, viene difficile pensare agli esodati quale fine ultimo delle controriforme che si sono succedute. Verosimilmente, si deve pensare che l’obiettivo finale sia la previdenza pubblica in quanto tale. A dimostrarlo non sono solo gli esodati con il loro lungo Calvario ma sono principalmente le drastiche riduzioni dei sostegni al reddito operate e le forme di pensionamento anticipato attuate. In particolare si pensi all’APE: prima cancellano il regime di anzianità e contemporaneamente elevano quello di vecchiaia; successivamente consentono di ritornare, più o meno, ai vecchi requisiti a patto però di accollarsi un mutuo al fine di percepire quel reddito differito (perché questo è la pensione retributiva) che, a proprie spese, i lavoratori avevano accantonato versando i contributi. Uno sfregio al diritto costituzionale che ha del perverso, come perverso appare costringere le donne ad inseguire per anni le aspettative di vita o a pagare col 30% e oltre del loro salario differito il dovuto riconoscimento per i molteplici ruoli sostenuti, di lavoratrice, di moglie, di madre e, non di rado, di tutrice, badante e infermiera tutto fare.
Se realmente si fosse voluto aggredire il debito pubblico, si sarebbe dato un vigoroso impulso alla lotta all’evasione fiscale e a quella (accertata) contributiva che, da sole, valgono più di 100 miliardi. Si sarebbe dato corso alla separazione dell’assistenza dalla previdenza per far rientrare la spesa pensionistica nei parametri UE, si sarebbe restituita dignità ai lavoratori migliorando e non demolendo l’art. 18 del loro Statuto. Si sarebbe provveduto a tutelare le giovani generazioni con una seria politica dell’impiego anziché distruggere le loro aspettative previdenziali con un sistema contrattuale allucinante, con la decontribuzione spacciata per riduzione del cuneo fiscale e con i vaucher al posto del salario e delle dovute contribuzioni previdenziali e assistenziali.

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La profezia (avveratasi) di Karl Marx sul capitalismo finanziario di oggi (di Diego Fusaro)

Nel terzo libro del Capitale, il filosofo tedesco aveva anticipato il costituirsi di una nuova aristocrazia finanziaria composta da usurai e da parassiti che vivono grazie a truffe bancarie e a rapine legalizzate.

Il terzo libro del Capitale di Karl Marx anticipa ciò che si è realizzato nel quadro del nuovo ordine mondiale post-1989, ossia il costituirsi di una nuova aristocrazia finanziaria composta da usurai e da parassiti che vivono grazie a truffe bancarie e a rapine legalizzate. Così scrive Marx in riferimento al farsi finanziario del capitale:
[esso] riproduce una nuova aristocrazia finanziaria (neue Finanzaristokratie), una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori semplicemente nominali; tutto un sistema di frodi e di imbrogli relativi alle fondazioni, alle emissioni di azioni e al commercio di azioni.

Marx adombra efficacemente come il transito dalla società industriale a quella finanziaria si caratterizzi anche come un passaggio dalla ricchezza produttiva e imprenditoriale a quella parassitaria e di rapina propria del “finanz-capitalismo”, come lo chiamava Luciano Gallino. Messa in congedo dalla Rivoluzione francese e dalla borghesia industriale, l’aristocrazia feudale risorge nell’inedita forma della Finanzaristokratie evocata da Marx e oggi al potere nel quadro del capitalismo assoluto e finanziario post-1989. Su ciò ha efficacemente insistito Claudio Tuozzolo, nel suo saggio “Repubblica: lavoro, decrescita o finanza? Marx e il capitalismo della rendita finanziaria” (2013), a cui qui ci richiamiamo.

Non più il lavoro, ma la rendita torna a essere il fulcro del modo della produzione neofeudale del capitalismo flessibile. Con le parole di Marx in riferimento all’aristocrazia finanziaria, “il profitto si presenta esclusivamente sotto forma di rendita” e “il profitto totale è intascato unicamente a titolo di interesse, ossia è un semplice indennizzo della proprietà del capitale”. La differenza, solo oggi divenuta reale, tra il capitalismo industriale e quello finanziario è già lucidamente sottolineata da Marx, il quale mostra come, con il finanzcapitalismo, la classe media e il mondo imprenditoriale finiscano per essere dissolti.

Se, infatti, nel capitalismo imprenditoriale il capitale è “proprietà privata dei singoli produttori”, con l’avvento dell’economia finanziarizzata si produce la separazione tra proprietà e produttori: ne discende la conseguenza paradossale per cui, con le parole di Marx, all’interno della stessa produzione capitalistica si realizza “l’annullamento dell’industria privata capitalistica”. Il produttore capitalista è ora sostituito dallo speculatore finanziario: se il primo rischiava in proprio e accumulava il capitale, il secondo rischia con una proprietà non sua e pretende che “altri risparmino per lui”.

Vertice della dinamica dell’assolutizzazione e dell’autonomizzazione dell’economico come processo autoreferenziale, il capitalismo finanziario della fase assoluta si fonda – così scrive Marx – non più sulla contrapposizione tra operaio e imprenditore, bensì su quella tra il capitale e gli “individui realmente attivi nella produzione, dal dirigente fino all’ultimo giornaliero”. Questi ultimi vengono impiegati dall’economia finanziarizzata come suoi strumenti, come funzionari della crescita infinita del valore: si controllano reciprocamente e sottopongono a inflessibili sanzioni chiunque non eserciti nel modo migliore la propria funzione di agente della valorizzazione del valore. Il capitale divora i suoi stessi agenti.

www.fanpage.it                                          28 agosto 2016

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“Umano, vedo che stai piangendo perché è arrivato il mio momento. Non piangere, per favore, ti voglio spiegare alcune cose.

Questo post era scritto in portoghese, la traduzione di Facebook non era delle migliori (come sempre), ma questo post merita davvero di essere letto quindi ho deciso di cercare di sistemare la traduzione.

“Umano, vedo che stai piangendo perché è arrivato il mio momento. Non piangere, per favore, ti voglio spiegare alcune cose.
Tu sei triste perché me ne sono andato, ma io invece sono felice perché ti ho conosciuto.
Quanti come me ogni giorno muoiono senza aver conosciuto qualcuno di speciale?
Gli animali a volte passano così tanto tempo da soli, senza mai conoscere qualcuno. Conosciamo il freddo, la sete, il pericolo e la fame; dobbiamo preoccuparci di trovare qualcosa da mangiare e pensare a dove proteggerci la notte.
Vediamo volti tutti i giorni che passano senza mai guardarci, e a volte è meglio che non ci vedano.
A volte abbiamo la grande fortuna che tra le tante persone passa un angelo e ci raccoglie; a volte gli angeli vengono in gruppo, a volte ci sono altri angeli lontani che inviano tanti aiuti per noi. E questo cambia tutto. Se necessario ci portano da un altro tipo di angelo che ci cura.
Ci scelgono una parola che pronunciano ogni volta che ci vedono, un nome, penso si chiami così, questo indica che siamo speciali; abbiamo smesso di essere anonimi per essere uno dei tanti, ma anche un po’ di voi.
Da qui capiamo che quella è una casa!
Riuscite a capire quanto questo è importante per noi? Non dovremo mai più avere paura, freddo, fame o sentire male.
Se solo poteste calcolare quanto ci fa felici!
Non ci interesserà più se piove, se passerà una macchina molto velocemente o se qualcuno ci farà del male; ma soprattutto, non siamo soli, perché nessun animale gradisce la solitudine, cosa si puó chiedere in piú?!
So che ti rattrista la mia partenza, ma devo andare ora.
Promettimi che non biasimerai te stesso, ti ho sentito dire che avresti potuto fare di piú per me, non dirlo hai fatto molto per me! Senza di te non avrei conosciuto niente di tutta la bellezza che porto con me oggi.
Devi sapere che noi animali viviamo il presente: godiamo di ogni piccola cosa di tutti i giorni e dimentichiamo il passato se ci sentiamo amati; le nostre vite cominciano quando conosciamo l’amore, lo stesso amore che tu mi hai donato, il mio angelo senza ali ma con due gambe.
Voglio che tu sappia che, se trovi un animale gravemente ferito e che gli resta poco tempo, farai un grande gesto se gli starai accanto accompagnandolo nel suo passaggio finale, perché come ti ho detto prima a nessuno di noi piace star solo, ancora meno quando ci rendiamo conto che è arrivato il momento di andare; forse per voi non è così importante avere qualcuno al vostro fianco che vi sostiene e vi aiuta ad andare con serenità.
Ma ora non piangere più, per favore. Io sarò felice, mi ricordo il nome che mi hai dato, il calore della vostra casa che è diventata anche la mia. Io mi ricordo il suono della tua voce quando parlavi con me, e anche se non sempre capivo tutto quello che mi dicevi io lo porterò nel mio cuore, insieme a ogni carezza che mi hai dato.
Tutto quello che hai fatto è stato molto importante per me e io ti ringrazio profondamente, non so come spiegarmi ora, perché non parlo la tua lingua, ma penso e spero che tu abbia visto la gratitudine nei miei occhi.
Prima di andare ti chiedo solo due favori: lavati il viso e comincia a sorridere.
Ricordati che è bello vivere insieme qualsiasi momento, anche questo; ricordati delle cose che ci facevano felici e per cui ridevamo. Rivivi con me tutto il bene che abbiamo condiviso in questo tempo e non dirmi che non adotterai un altro animale perché hai sofferto troppo la mia partenza; senza di te non avrei mai conosciuto le bellezze che ho vissuto, quindi per favore, non farlo.. sono in tanti che, come me, stanno aspettando qualcuno come te.
Dai anche a loro quello che hai dato a me, ne hanno bisogno, come io avevo bisogno di te.
Non conservare l’amore che puoi donare per paura di soffrire.
Segui il mio consiglio, valorizza quello che puoi dare a ognuno di noi, perché tu sei un angelo per noi animali, perché senza persone come te la nostra vita sarebbe ancora più difficile di come già, a volte, è.
Segui il tuo nobile compito, ora saró io il tuo angelo, ti accompagneró nel tuo cammino e ti aiuteró ad aiutare gli altri come me.
Ora vado a parlare con gli altri animali che sono qui con me, vado a raccontargli tutto quello che hai fatto per me e dirò con orgoglio: “Questa è la mia famiglia!”.
Il mio primo compito ora è quello di aiutarti a essere meno triste, quindi stasera quando guarderai il cielo e vedrai una stella lampeggiare sappi che
quella stella saró io che ti avviseró che sto bene e che ti ringrazieró per tutto l’amore che mi hai dato.
Ora vado, non dicendo “addio”, ma “a presto”.
C’è un cielo speciale per persone come voi, lo stesso cielo dove siamo noi e la vita ci ricompenserà facendoci ritrovare.
Io saró li che ti aspetto!

Post Facebook originale di Mina Taliento Veg

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Arrendersimai@mov

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Ecco come si apre il libro arrendersimai@mov.

il prezioso contributo del nostro caro compagno Flavio Marini

Dalla fiamma tricolore ai sampietrini.

Sono nato a Milano nel dopoguerra e cresciuto in un quartiere di poveracci: le case popolari della zona San Siro, lo stesso quartiere dove poco distante viveva Pinelli, tra piazzale Brescia e Piazzale Segesta, sulla linea del tram che porta allo stadio; venendo dal centro, prima delle case e delle villette da supersciuri (supersignori n.d.r.) che sorgono intorno all’ ippodromo.
Il papà era nato in via Scaldasole, e la mamma lì vicino, in Corso San Gottardo, nelle case di ringhiera che adesso fanno la felicità di ricchi e radical chic, ma che una volta avevano il cesso in comune sul ballatoio e di privacy neanche parlarne.
I miei, il viaggio di nozze l’ hanno fatto sul tram, credo il 38, che li avrebbe portati nella dimora che per tutta la vita non avrebbero mai cambiato.
Non avevano una lira; la mamma mi raccontava che lo stesso pomeriggio del loro matrimonio lo aveva dedicato a un lavoro che doveva assolutamente finire. Il caffelatte costituiva l’alimento principale, non per volontà di dieta ma per quella di sopravvivenza.
Quando sono arrivato io, la situazione era un pochino migliorata, mica tanto; più o meno la stessa del centinaio di famiglie del casermone dove abitavamo.
Erano tempi di ricostruzione, povertà, conflitti sociali, confusione.
L’anticomunismo era diffuso; chiesa e quotidiani agitavano lo spauracchio, che la gente comune raccoglieva e diffondeva. I miei erano nostalgici, votavano M.S.I.; i vicini o erano democristiani o nostalgici anche loro. C’era qualche comunista, ma la cosa veniva quasi sussurrata e si cercava di evitare il discorso.
Le manifestazioni, gli scioperi e in seguito gli scontri di piazza durante il governo Tambroni venivano commentati con paura; giravano leggende disparate; mi si raccontava che i comunisti al potere guardavano le mani delle persone; se queste fossero state prive di calli per il loro sfortunato possessore la sorte sarebbe stata delle peggiori.
Sull’onda di tante argomentazioni, anch’io mi dichiaravo fieramente anticomunista e mi ripromettevo, una volta arrivato alla maggiore età di dare il mio voto alla fiamma tricolore. Neppure facevo mistero della mia fede.
La vita che conducevo, i miei propositi di vita futura e i miei valori (ero molto giovane) costituivano tutte le premesse per fare di me un cretino.
Scuola, poi studio fino alle 8 di sera, la domenica mattina a messa, il pomeriggio all’oratorio o a trovare parenti , ma quasi sempre quelli noiosi, non quelli che mi erano simpatici, sempre ingolfato in camicia, cravatta, pantaloni con la piega, e maglioni troppo larghi che dovevo mettere pur morendo di caldo perché mia mamma soffriva il freddo.
Più avanti, avrei passato i pomeriggi delle mie domeniche, alternate, allo stadio; ero tifoso del Milan.
A completare il tutto, la mia iscrizione all’ Azione Cattolica per un breve periodo.
I miei obiettivi erano chiari, volevo fare l’ingegnere (che a volte confondevo con ragioniere) e sposarmi a vent’anni. Ma sulla mia strada avrei trovato qualcosa che avrebbe sconvolto i miei piani.
Si entrava negli anni ‘60; si respirava aria nuova; i soldi erano pochi, ma grazie a sacrifici (dei miei) entravo al liceo (il Vittorio Veneto); professori severi e disciplina pure; studenti incravattati per la maggior parte figli di papà e un po’ stronzetti.
Intanto arrivavano i primi fermenti da oltremanica e oltreoceano; cambiavano mode e musiche; Londra, le minigonne, Mary Quant, i Beatles, gli Stones; i pantaloni con la piega venivano soppiantati dai jeans e da calzoni di velluto stretti e stivaletti; gli echi della summer of love arrivavano con la musica e i colori; con la musica, cambiavano anche i testi delle canzoni, si parlava di pace, di tempi che cambiano, di amore universale; arrivavano da oltremanica, ma noi le ascoltavamo nelle versioni nostrane; erano recuperabili più facilmente: L’ Equipe 84, I Rokes, i Nomadi (il loro primo pezzo antinucleare: “Un riparo per noi”) , Gian Pieretti, e tanti altri, compreso una Carmen Villani che, prima di diventare attrice di porno soft nonché protagonista dei nostri sogni erotici, interpretò “Mille chitarre contro la guerra”, e poi Gianni Morandi e Mauro Lusini con “C’era un ragazzo che come me…” che divenne un inno di quegli anni (lo crediate o no, una sorta di Stalingrado ante litteram per adolescenti futuri rivoluzionari).
Poi, si favoleggiava di un certo De Andrè, un po’ fuori, che cantava canzoni come La guerra di Piero o Carlo Martello o Via Del Campo; era uno tosto, che parlava di pace, ma anche di ladri e di puttane (alzate gli scudi, politicamente corretti!).
Arrivavano i dischi di Dylan, ascoltati a casa di amici (mica avevo i soldi per un ellepi), i Byrds, Joan Baez, insomma, gli originali.
Ci si rendeva conto che esisteva una guerra, che gli Americani non erano forse gli eroi dei film western che volevano pace e libertà e con le colt risolvevano tutto, che esisteva anche una Cuba e un Che Guevara, che forse tra le cose che ci raccontavano c’erano un po’ di bufale.
Le mie idee stavano cambiando, erano un po’ confuse, da una parte avevo nella testa tutto quello che mi era stato inculcato nella tenera età, dall’altro sentivo che c’era qualcosa che non andava; quelle parole, quelle immagini del Vietnam, le scritte dei provos sui muri, Barbonia City, i capelloni, i beatnik, tutte cose che mi appassionavano, che sentivo non ancora del tutto mie, ma cui volevo avvicinarmi; sentivo che dovevo esserci, che non potevo starne fuori.
Avevo l’età giusta e i tempi erano quelli.
I miei capelli crescevano, e i conseguenti scontri in famiglia: dubbi sulla mia sessualità e corse intorno al tavolo per sfuggire al genitore armato di forbici, ma anche discussioni e pareri sulla nuova musica e sulla giustezza di certe guerre. Stavano cambiando anche le idee dei miei.
Nella scuola c’era lo stesso fermento: si formavano gruppetti beat (ne avrebbe fatto parte anche Massimo Villa che tempo dopo avrebbe suonato il basso negli Stormy Six) che si esibivano poi nell’ aula magna del liceo; si discuteva tra di noi, di filosofia e di politica; c’era già qualcuno che aveva idee più chiare delle mie (troppo facile, genitori comunisti). Sentivamo il bisogno di imparare cose nuove, di capire come girava il mondo (pia illusione, visto che non l’ho capito neanche adesso), di rivedere la storia e il modo di insegnamento. Ma era un gran calderone, un brodo primordiale dove c’era tutto e il contrario di tutto.
Ancora prima di una presa di coscienza netta però di una cosa ero sicuro: non riuscivo più a sopportare le divise, gli eserciti, i discorsi di guerra, ma anche la puzza sotto il naso dei benpensanti che ci guardavano male e giudicavano peggio (insomma , i “politically correct” di allora; per inciso, anche quelli di adesso non li sopporto)
E poi, mi ci sono quasi trovato nelle prime manifestazioni; era l’autunno del ’67, il Che era morto. Corteo a Milano, promosso dai giovani Liberali e Radicali tra gli altri, io e i miei amici della via e dell’ adolescenza che sfilavamo accanto a bandiere rosse, scortati da cordoni di polizia che ci sfilavano di fianco.
Non facevo parte di nessun gruppo; leggevo manifestini, ascoltavo, cercavo di capire.
Intanto, si avvicinava l’anno. I fermenti crescevano, culturali, politici: c’era Ho Chi Min, c’era
Questo Mao Tse Tung che aveva fatto la rivoluzione in Cina; dovevo saperne di più, lessi un libro che mi fece innamorare: Edgar Snow: “Stella Rossa sulla Cina”, il Kuomintang, la lotta contro l’invasione giapponese, la nascita del Partito Comunista Cinese, i tentativi di reprimerlo, la Lunga Marcia.
Ero quasi pronto.
Arrivò il maggio: Parigi, la Sorbona occupata, gli operai della Renault, i Katanghesi, le molotov. E Rudi Dutschke in Germania. E poi le olimpiadi a Città del Messico, i saluti a pugno chiuso sul podio, gli studenti massacrati a decine nella Piazza delle Tre Culture dalla polizia a colpi di mitra. E anche l’invasione sovietica della Cecoslovacchia contro la Primavera di Praga, e Jan Palach morto in un rogo.
La contestazione era cominciata. “Contestazione globale”, così veniva definita dai giornali borghesi. Con lei, i cortei contro l’autoritarismo nelle scuole, contro la scuola di classe, contro la guerra nel Vietnam, di fianco agli operai in lotta, e loro di fianco a noi.
Cominciai a bazzicare l’ex Albergo Commercio, in Piazza Fontana, che era stato occupato ed era diventato un punto di incontro di vari movimenti e personaggi, l’interfacoltà in Statale e il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, che allora era in Piazzale Lugano, neanche tanto lontano da casa.
E poi, il 12 dicembre, la giornata buia, l’esplosione in Piazza Fontana, la caldaia, no, le bombe. Sono stati gli anarchici. Mio padre che torna dal lavoro ed ha in mano “La Notte”, guarda qua, sono stati gli anarchici. Ma va là, non ci credo; telefono agli amici, hai sentito, c’è la manifestazione (il corteo, allora si diceva il corteo), ci vai? Sì, ma coi miei è un casino, non mi lasciano uscire, chissenefrega andiamo, e poi in piazza, incazzati, a gridare che gli anarchici sono innocenti. Come si sa? Si sa, si respira, si conoscono i metodi dello stato e della questura. Poi Valpreda in galera e Pinelli che vola dalla finestra.
C’è bisogno di impegnarsi di più, di starci dentro, trovare una collocazione. Al Vittorio Veneto un gruppo m-l e’ quasi egemone, insieme agli anarchici – situazionisti, e’ l’ Unione dei Comunisti Italiani marxisti leninisti (conosciuta come “Servire il Popolo”); lo frequento, ci milito e con loro sfilo il primo maggio 1969 sotto un enorme faccione di Mao che avrebbe destato le ire e gli allarmi dei giornali borghesi. La disciplina e’ stretta; il dogmatismo e’ bigotto (non a caso il presidente e’ Brandirali che finirà in CL); i militanti si chiamano “Guardie Rosse”.
Io e i miei amici facciamo a gara a chi sfila col distintivo più grosso, che nel frattempo ci siamo procurati nella sede di Italia – Cina in Porta Venezia, sede dell’esecrato ed eretico P.C. D’ I. m-l (linea nera se mi ricordo bene -comunque quelli di Nuova unità).
Pur nei suoi aspetti clericali, questa esperienza si rivela utile: lo studio dei sacri testi, del pensiero e della filosofia maoista attraverso il libretto rosso ma non solo, contribuiscono a dare una prima base teorica alle mie idee. E poi, cosa non da poco, imparo la stesura dei ta tse bao, l’uso ciclostile e degli strumenti di propaganda, che diventeranno consuetudine in seguito.
La militanza m-l si sarebbe protratta fino all’autunno 1969; arrivato in università a Città Studi (facoltà di Chimica) entrai in contatto col movimento studentesco di Architettura, vicini a quello della Statale; mollai poco a poco Servire il Popolo ed entrai nell’ M.S., cominciai a frequentare e conoscere i compagni del movimento in Statale .
Sarebbe seguita da lì a poco la mia prima esperienza full immersion e in direttissima di scontri duri. 12 dicembre 1969 , Via Bergamini, cariche e morte di Saltarelli. Ero in prima fila, non lo dico per fare l’eroe. Eravamo destinati lì, davanti, la polizia di fronte; mi cagavo addosso, giuro, avrei voluto essere da tutt’altra parte, a giocare a scacchi piuttosto che alla pesca sportiva, ma ero lì, non potevo fare altro, dovevo fare finta di niente; tirare fuori i sanpietrini e batterli gli uni contro gli altri finché non ci sono arrivati addosso. Poi il fumo, la faccia che brucia , le lacrime, corrergli addosso agli sbirri e poi indietro, le barricate.
Il resto, e’ storia di tutti.
Ah già, dimenticavo: i miei genitori in seguito avrebbero capito le mie idee: mi aiutarono in varie occasioni e vari modi, pur essendo sempre preoccupati per me: votarono PCI e D.P., e poi vennero ai funerali di Giannino. Spero di avere imparato da loro la generosità e l’elasticità mentale. Sono loro grato.

Flavio Marini

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“Hier tragst du mit” – A questo contribuisci anche tu !

GERMANIA NAZISTA 1940: Sul manifesto, dopo lo slogan segue la frase “una persona affetta da malattia ereditaria costa allo Stato 50.000 RM fino al raggiungimento del 60esimo anno di età”
Articolo ripreso dal blog Il Pedante.
Su questo blog si è spesso documentato come la comunicazione politica dei nostri tempi radichi le sue retoriche nell’odio sociale. Chi sta (ancora) un po’ meglio vive sulle spalle di chi sta peggio. In una «economia sociale di mercato fortemente competitiva» il vantaggio dell’uno è la rovina dell’altro. E anche il debole è un nemico: nell’eterna rincorsa di un equilibrio economico che non torna mai, i suoi bisogni non sono sostenibili né giustificati dal contributo produttivo che apporta. Sicché è colpevole: sia perché non coglie le opportunità di un sistema che premia chi si impegna, sia perché intralcia quel sistema rivendicando diritti che non merita.
Un sistema radicato nell’odio produce odio. Molti amici si sono indignati nel leggere i contenuti della pagina Facebook «Vecchi di merda» dove si insultano gli anziani che percepiscono una pensione maturata con il metodo retributivo. Alla notizia (vera) di un centro anziani il cui personale percuoteva i degenti, gli amministratori della pagina commentavano che «picchiare un retributivo non è reato».
Non sappiamo quanto siano veri o fake gli autori di questa iniziativa, ma il punto è un altro: che ciò che scrivono è perfettamente in linea con il sentire politico dominante e con chi se ne fa latore nell’accademia e sui giornali. Ingiurie a parte, le rivendicazioni di VdM sviluppano il senso economico di tanti titoli degli ultimi anni.
Da tempo ci ripetono che i vecchi rubano il futuro ai giovani. Che «hanno fatto il debito pubblico». E che se i figli vogliono stare meglio i padri devono stare peggio. Senza scomodare la psicopatologia edipica, sono tutti corollari del teorema della scarsità: «Scannatevi, perché non ce n’è per tutti». O di quello del potere: se i poveri si accapigliano nelle fogne, è meno probabile che azzannino le caviglie dei ricchi. Se l’invidia sociale è vecchia quanto la società, la prevalenza del giovane sul vecchio, cioè del forte sul debole, va ancora più indietro: al mondo delle bestie da cui ci siamo evoluti. Sicché sarebbe uno spreco non fare di questo patrimonio ancestrale uno strumento di dominio politico e di controllo del malcontento popolare:
In queste retoriche cova spesso la fregola di mandare al macero la democrazia e di sopprimere i diritti degli avversari e dei diversi (pardon, dei competitors) escludendoli dalle decisioni comuni. Così accadeva all’indomani del voto inglese sull’uscita dall’Unione, con un rito rabbioso e «paidocratico» celebrato a stampa unita. In un precedente articolo dedicato a quella vicenda osservammo che:
In questa dialettica, anziani e giovani non sono altro che dramatis personae per indicare il vecchio e il nuovo, e quest’ultimo non è altro che l’agenda governativa in corso. Agli anziani tutti metaforici di questa mitografia si attribuisce la «paura del cambiamento» e l’attaccamento «antistorico» alle certezze del passato, «dall’alto delle loro pensioni, dei loro ricordi di gioventù e dai cuscini di un divano al di fuori del mondo e del futuro» (Federica Bianchi, L’Espresso). […] il vecchiume a cui si allude è […] il retaggio di sicurezze lavorative, sociali e patrimoniali che hanno effettivamente caratterizzato le gioventù degli elettori più stagionati e il periodo economicamente più florido del nostro continente. Non contenti di averle ampiamente smantellate nei fatti, i governi […] puntano oggi a squalificarle anche nell’immaginario associandole ai volti bavosi e sdentati degli orchi e delle streghe che, come nelle fiabe, divorano i bimbi rubando loro il futuro.
Con l’ovvio epilogo: La vicenda, già in sé squallida, potrebbe chiudersi qui […] Se non fosse che la fantasiosa crociata contro il voto degli anziani si è subito trasformata in un attacco reale al diritto di voto degli anziani, e quindi al suffragio universale, aprendo scorci inquietanti sugli umori antidemocratici che covano tra chi è nell’establishment.
La gerontofobia è sdoganata, è normale come il caffè dopo i pasti.

Ecco la risposta di Facebook a un lettore che segnalava la pagina Vecchi di Merda come contenuto che incita all’odio:

E in effetti gli standard della comunità Facebook non includono la discriminante dell’età. Che sarà mai, in fondo. Non sono mica donne, ebrei, migranti, maomettani o transomosessuali. Sono solo vecchi. E quella è solo un’opinione, anzi un’opinione in voga. A conferma che la lotta all’hate speech non serve a proteggere le persone ma le idee di chi lo condanna. Personalmente amo intrattenermi con gli anziani e amo anche le loro debolezze (qui una bella poesia di Claudio Baglioni), sicché non mi costa fatica considerarli una ricchezza. Ma se mi turo il naso potrei persino ringraziare i ragazzi (?) di VdM, perché in poche battute hanno denudato la ferocia di chi pensa e scrive le stesse cose ammantandole di sproloqui contabili e appiccicandosi l’etichetta di moderato. Di chi semina odio in giacca e cravatta nella certezza che saranno altri a raccoglierlo, ma soprattutto a subirlo.
***

Ma fingiamo che ci si creda davvero.
Incominciano col dire che il match contributivo-retributivo è una dialettica per criceti. Un sistema di assistenza pubblica deve assistere i cittadini secondo i bisogni di ognuno. Una volta fissato lo standard, gli strumenti sottostanti sono dettati dal fine. Se si accettano le premesse tecniche come finali ci si lascia condurre come le cavie nel labirinto di un laboratorio, fino all’esito stabilito da chi ha imposto quelle premesse. I cervelli adulti ragionano sul sistema, non nel sistema. È vero che le pensioni di anzianità assorbono una buona parte della spesa dello Stato (circa un quarto). Ma prima di chiederci che cosa si potrebbe fare con quei soldi dovremmo chiederci che cosa ci si stia facendo. I pensionati sono la categoria con più bisogni e più tempo libero.
Le loro pensioni le spendono in farmaci e cure mediche, case di riposo (che di solito costano più della pensione, quindi devono dare fondo anche ai risparmi), circoli ricreativi, ristoranti e balere, teatri e alberghi (anche in inverno, anche quando non si va in ferie e i gestori dovrebbero altrimenti chiudere), viaggi, capricci e regali ai nipoti, oltre il resto. A chi danno questi soldi? Ad altri vecchi bavosi? No. A chi lavora, cioè ai giovani: animatori, infermieri, medici, psicologi, fisioterapisti, farmaceutici, camerieri, ristoratori, accompagnatori, commercianti, imprenditori, ecc. La spesa pensionistica è, se non l’unico, il principale pilastro su cui ancora insiste lo stimolo pubblico della domanda privata.
Ora facciamo contenti i paidocrati: riduciamo tutte le pensioni. Sì, certo, tra i suddetti lavoratori molti finirebbero licenziati o in rovina per mancanza di clienti, però vuoi mettere? Si liberebbero «risorse» per i giovani. Come? Ad esempio con la riduzione dei contributi assistenziali versati da chi avrà ancora un lavoro. Ma sarà vero? Non ne ha mai parlato nessuno e non è mai successo.
Tanto che la riforma Fornero, quella fatta per salvare i conti pubblici e rendere sostenibile il sistema, prevedeva di aumentare l’aliquota delle partite IVA fino al 33%. Senza dire che con l’ulteriore aumento della disoccupazione calerebbe il gettito rendendo ancora più remota l’eventualità di una riduzione fiscale.
È tutta da piangere, insomma. Comunque la si metta, un sistema pensionistico e una spesa pubblica che non possono – cioè non vogliono – fare deficit quando occorre sono un carnaio dove tanti polli si contendono poco becchime e dove, non potendo vincere, ci si impegna affinché perda anche il vicino.
È la pena di un’economia ridotta al soldo e non alle cose e ai bisogni, dove per non infliggere qualche zerovirgola di inflazione ai patrimoni di chi non ha proprio bisogno di pensione, è lecita la miseria e la sofferenza di chi ci vive, fossero anche i propri genitori. È la subciviltà del «quanto ci costa», la stessa ritratta nell’immagine che apre la nostra pedanteria: «Anche tu porti il fardello! Un malato alla nascita costa in media 50.000 marchi fino ai 60 anni di età». Era la Germania del 1940.

Link: http://ilpedante.org/post/hier-traegst-du-mit

28 marzo 2017

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La svolta renziana: affamare gli anziani con teorie selettive e anti-umane (di Peppino Caldarola)

Il Pd ha in mano la proposta più indecente per far uscire l’Italia dalla crisi: tassare i più vecchi e avvicinarli alla morte con una progressione negli stenti.
E poi dice che uno si butta a sinistra (cit. Totò). Dopo aver letto l’intervista alla Stampa dell’ ex sottosegretario Nannicini, che fa coppia con l’altro economista di governo, Taddei, messo ai vertici del Pd da Civati e diventato in 24 ore renziano, non ci resta che piangere. E qui le citazioni sono finite perché ti vengono davvero le lacrime al pensiero che quello che probabilmente è ancora il partito più forte dell’area di centro-sinistra ha in mano la proposta più indecente per far uscire l’Italia dalla crisi: tassare gli anziani.

DA NANNICINI UNA CULTURA SELETTIVA ORRIBILE. Dice il prode Nannicini che gli anziani dovrebbero dare di più al fisco di quelli più giovani. Non si capisce se è prevista una progressività per cui un ottantenne non autonomo dovrebbe pagare più tasse di un quarantenne forte e sicuro di sé. La seconda idea (chiamiamola così) dell’economista bocconiano (ma a chi danno la cattedra in quella famosa università?) prevede che anche per i salari si adotti lo stesso criterio. Siamo l’unico Paese, dice Nannicini, in cui i salari salgono con l’età mentre in tutto il mondo avviene il contrario. Non so se ha davvero studiato la comparazione mondiale dell’evoluzione salariale, ma so che quello che dice Nannicini esprime una cultura selettiva orribile.

Non si capisce se è prevista una progressività per cui un ottantenne non autonomo dovrebbe pagare più tasse di un quarantenne forte e sicuro di sé.

Non vale la pena argomentare su quel che serve ai più anziani per campare e quindi sull’obbligo civile di tutelarli invece che avvicinarli alla morte con una progressione negli stenti. Quello che colpisce nelle teorie del Nannicini è la cultura profonda. Il conflitto generazionale diventa l’asse del processo dei riformatori renziani. Altri si attardano sul conflitto di classe, altri ancora ragionano sull’alto della piramide contro il basso della piramide, il meglio delle teste pensanti dell’economia mondiale si interroga sulle diseguaglianze e le mette in rapporto al modello del turbo-capitalismo finanziario. In Italia no. Il bocconiano Nannicini, che nasce a sinistra con un papà di sinistra, decide che il conflitto supremo, essendo quello fra giovani e vecchi, deve vedere questi ultimi puniti nel procedere dell’età.

GLI ANZIANI PIÙ POVERI COME CITTADINI DI SERIE B. In Toscana, oltre al Conducator d’eccellenza, è nato il Carlo Marx dei ricchi. Perché immaginate se un vecchio ricco ha il problema della progressione fiscale. Ce l’avrà il vecchio povero o buon borghese, che poco alla volta dovrà, a mano a mano che cresceranno le esigenze di cura, scoprire che le tasse gli toglieranno parte di quel che ha guadagnato. Capite il concetto? «Quel che ha guadagnato».

LE TEORIE ANTI-UMANE DEI RENZIANI. Nannicini ha iniziato l’intervista alla Stampa dicendo che i suoi ispiratori sono Gramsci e Veltroni. Ho letto Gramsci e se fossi un parente querelerei Nannicini, lo potrebbe fare l’istituto che porta il suo nome se non fosse diventato renziano. Conosco Walter e mi dispiaccio quando vedo il suo nome accostato a questo darwinismo sociale francamente disgustoso. Il Lingotto di Renzi darà vita a teorie selettive e anti-umane che fanno sperare che lui e i renziani non tornino mai più al governo. Invecchierai anche tu Nannicini con i tuoi coetanei che ti inseguiranno …

da LETTERA 43                                              9 marzo 2017

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Morto il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, autore del libro Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi e occidentali da parte degli Usa (di Marcello D’Addabbo)

In Germania il caso Ulfkotte è ormai esploso in tutta la sua enormità. Nei talk show risuonano le parole del corrispondente esteri del più prestigioso quotidiano tedesco, “Frankfurter Allgemeine Zeitung” «per diciassette anni sono stato pagato dalla CIA, io e altri centinaia abbiamo lavorato per favorire la Casa Bianca». Questo è l’inquietante quadro descritto nel libro che Udo Ulfkotte ha da poco pubblicato in patria dal titolo eloquente: Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi, e occidentali in genere, attraverso una fitta rete di corruzione e di pressioni esercitate da parte degli americani mediante apparati di intelligence, ambasciate Usa, fondazioni, lobby e istituzioni atlantiste (sono citate tra le tante il Fondo Marshall, l’Atlantic Bridge e l’Istituto Aspen). Il fine di tale incessante attivismo operato nelle retrovie dei mass media, secondo le rivelazioni dell’autore, è quello di costruire una interpretazione degli accadimenti internazionali sempre unilaterale e compiacente verso Washington. Si racconta di programmi specifici per i giornalisti, disposti dalle ambasciate statunitensi in Germania e in Italia, nei quali è previsto un compenso che arriverebbe alla cifra di ventimila euro per scrivere articoli filostatunitensi. Ma non si tratta solo di dazioni in denaro, c’è l’altro mezzo di pressione, quello che solletica di più il narcisismo da cui i giornalisti sono maggiormente affetti, ovvero le gratifiche in campo professionale: premi, collaborazioni, incarichi, convegni nei mitologici e prestigiosi campus universitari americani, viaggi pagati, riconoscimenti pubblici di ogni genere, insomma una tentazione irresistibile. Il volto seducente del potere, cemento a presa rapida per costruire la casa sicura della narrazione mediatica ufficiale con l’aiuto di un esercito di professionisti mercenari dell’informazione a completa disposizione. «Prima di tutto» racconta «è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono altro che premi alla fedeltà propagandistica dell’autore che li pubblica, non molto differentemente dal premio “eroe del lavoro” nella ex Germania Est comunista». Ulfkotte ricorda esperienze personali, come quella, decisamente ridicola, dell’improvviso conferimento della cittadinanza onoraria dello stato americano dell’Oklahoma, in assenza di alcun legame apparente tra il suo lavoro e quel territorio. Poi, sullo sfondo di questa realtà patinata di favori e grandi alberghi, si muovono i servizi segreti e le pressioni quando serve non mancano: «Spesso vengono a trovarti in redazione, vogliono che scrivi un pezzo» rivela nel libro. In occasione della crisi libica del 2011, racconta di quando fu imbeccato da individui dei servizi tedeschi per annunciare sul suo giornale, quasi fosse un dato assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche pronte per essere usate contro il popolo inerme, ovviamente senza avere alcun riscontro da fonti verificate. Se invece si trasgredisce la linea filoatlantica le conseguenze sono altrettanto note, ovvero la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, fino alle minacce dirette e alle persecuzioni (lui stesso sostiene di aver subito sei perquisizioni nella sua abitazione con l’accusa di aver rivelato segreti di stato). Continue reading

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Rinascere con il Reddito di Cittadinanza (di MoVimento 5 Stelle)

Dati e indicatori economici di diversi istituti internazionali fotografano da tempo la stessa situazione: l’economia italiana è al palo, in fondo a tutte le principali classifiche. Se guardiamo, ad esempio, agli ultimi rapporti del Fmi e del World Economic Forum di Davos emerge l’eccezionalità della crisi del nostro Paese. Il Fmi certifica che la crescita italiana è 5 volte più lenta di quella mondiale: il Pil cresce 10 volte più lentamente di quello cinese, 2 volte più lentamente rispetto a quello francese, tedesco e britannico e più di 3 volte rispetto a quello spagnolo. Ci sono poi le classifiche del World Economic Forum, che ci vedono nel complesso al 27esimo posto su 30 Paesi avanzati.

Nel dettaglio, siamo 29esimi per quanto riguarda il comportamento etico delle aziende, 28esimi per grado di corruzione, 28esimi per indipendenza del sistema giudiziario, 29 esimi per quanto riguarda i favoritismi dei funzionari pubblici, 30esimi e ultimi per fiducia pubblica nei confronti dei politici. Peraltro lo studio del World Economic Forum afferma che gli alti livelli di povertà e disuguaglianza non sono compensati da un sistema di protezione sociale né generoso né efficiente e che persistono elevati differenziali di salario (come certificato di recente anche dal rapporto Oxfam sulla diseguaglianza). A chiudere il cerchio un altissimo rapporto debito/Pil che, senza una ripresa della crescita, condanna alla miseria le generazioni future.

Per far fronte a questo disastro è urgente e necessario un progetto economico del tutto diverso da quello messo in atto dagli ultimi Governi. Il M5S lo ha definito in questi anni: al centro del progetto c’è il reddito di cittadinanza definito in un nostro disegno di legge a prima firma Catalfo. Non si tratta di assistenzialismo ma di una misura di sostegno attivo al reddito e al reinserimento lavorativo, come dimostra il finanziamento dei centri per l’impiego (il nostro reddito costa 17 miliardi, dei quali 2,1 sono dedicati a potenziare i centri). Un argine immediato contro la povertà che avrebbe il merito anche di rinvigorire la domanda interna e i profitti delle imprese. Ne gioverebbero infine l’occupazione e il gettito fiscale.

Questo dal lato dei disoccupati e dei nuclei familiari a basso reddito.

Ma le nostre idee si estendono naturalmente alle piccole e medie imprese, fulcro del tessuto produttivo nazionale. Innanzitutto l’abolizione totale dell’Irap sulle microimprese; poi l’abolizione (vera, e non presunta) di Equitalia, per rifondare il fisco su un rapporto di collaborazione tra agenzia delle entrate e contribuenti; importantissime anche la semplificazione burocratica, l’estensione dell’aliquota agevolata al 5 e al 15%, l’eliminazione di circa 8mila euro di contributi a carico delle start up innovative e il sostegno all’economia 4.0 (ad esempio il settore delle stampanti 3D).

Più in generale, però, il problema dell’economia italiana è la cronica insufficienza degli investimenti pubblici nelle piccole infrastrutture e nei settori strategici, in seguito all’ondata di privatizzazioni che hanno sottratto al controllo pubblico aziende storiche e di successo. È quindi fondamentale tornare a investire, rifiutando la prospettiva illusoria di un’economia rinchiusa nel turismo e nella cultura, settori importantissimi ma non sufficienti a garantire occupazione di alta qualità e sviluppo. La necessità di aumentare stabilmente la spesa per investimenti produttivi deve influenzare anche i nostri rapporti con le istituzioni europee. Senza sovranità economica e fiscale aumentare gli investimenti è impossibile. Ecco perché il Fiscal Compact, cappio che la classe dirigente della Seconda Repubblica ha legato al collo dell’economia italiana, va abolito. Ma è insensato anche fossilizzarci su una moneta ampiamente sopravvalutata rispetto ai fondamentali della nostra economia. Una moneta che è stata costruita su misura per la Germania e che impedisce alle nostre imprese di esportare prodotti di qualità. Non ci può essere tutela del Made in Italy senza sovranità monetaria.

La ricetta delle élite, al contrario, è sempre la stessa: tagli ai servizi pubblici fondamentali, privatizzazioni a tappeto (ora è il turno dei servizi locali) e trattati commerciali iperliberisti. Dopo decenni di crescita lenta e una lunga recessione che nei prossimi mesi potrebbe ripresentarsi, è ovvio che l’Italia sia in fondo a tutte le classifiche. O si volta pagina o si nega, nei fatti, quella Costituzione che uno straordinario referendum popolare ha rimesso al centro dell’agenda politica.

da Il Blog delle Stelle                                22 gennaio 2017

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Tito Boeri sa come ridurre i costi previdenziali: accorciare la vita ai pensionati

Quella che segue è una lettera aperta inviata da Salvatore Rotondo al Presidente INPS dopo che lo stesso ha rilasciato alcune agghiaccianti dichiarazioni.

27.12.2016 – Esimio Presidente, scorrendo il suo vasto curriculum il sottoscritto, un modesto pensionato, non può avere dubbi sul fatto che Lei sia dotato di particolare cultura e intelligenza. Una recente circostanza tuttavia mi ha convinto che al tempo stesso Lei non possieda neppure un briciolo di umanità. Nulla di cui sorprendersi. Può capitare. Né è eccezionale il fatto che in un sol colpo sia riuscito a ferire 16 milioni di persone. C’è chi ha fatto di peggio.
Un esempio storico calzante? Ha presente la frase del generale Philip Sheridan “Gli unici indiani buoni che abbia mai visto erano morti”? Lo stesso Sheridan in un’altra circostanza si era rallegrato di aver eliminato il capo Cheyenne, Pentola Nera, definendolo “un vecchio logoro e inutile che non valeva nulla”.
Quando ho letto su un paio di blog che Lei, nel corso di una conferenza del Consiglio e dell’Ordine Nazionale degli Attuari aveva in qualche modo augurato vita breve ai pensionati non potevo crederci. L’ho giudicata una delle solite fastidiose, spesso vigliacche bufale che circolano in rete. Poi ho deciso di fare una verifica. Continue reading

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