Salute spa, il nuovo libro che racconta il “delitto perfetto” in atto sulla sanità pubblica tra politica e assicurazioni (di Fiorina Capozzi)

Gli autori, Quezel e Carraro, vedono la mano delle lobby dietro al progressivo arretramento della sanità pubblica, giustificato dalle richieste di spending review dell’Ue: “E’ come se i politici stessero facendo il lavoro sporco, comprimendo le fasce di prestazioni sanitarie gratuite e di farmaci acquistabili a costo zero dai malati. Il lavoro pulito è affidato alle compagnie di assicurazione, che hanno pronto il pacchetto ideale”

Settantamila posti letto in meno in dieci anni. Centosettantacinque gli ospedali chiusi. Liste d’attesa sempre più lunghe che fanno aumentare la spesa privata. E per curarsi gli italiani fanno sempre più debiti nel silenzio di una politica che è al riparo da ogni rischio con superpolizze pagate con denaro pubblico. È lo scenario della sanità italiana in cui fa capolino il terzo incomodo: le assicurazioni che intravedono un grande mercato da conquistare. Il cambiamento in atto è epocale e sta progressivamente smantellando il Servizio sanitario nazionalecreato nel 1978 per offrire assistenza a tutti i cittadini, come raccontano Massimo Quezel e Francesco Carraro nel libro Salute spa, in uscita in queste ore con Chiarelettere.
In circa 150 pagine i due esperti del settore (Quezel è patrocinatore stragiudiziale, Carraro è avvocato) ripercorrono le tappe di un progressivo smantellamento della macchina sanitaria italiana e la creazione di un vuoto che le compagnie assicurative si preparano a riempire, trasformando il diritto alle cure in un’area riservata solo a chi ha denaro da spendere. “Tra il 2007 e il 2014, l’Italia è stata una delle poche nazioni avanzate in cui la spesa sanitaria pro capite – già tra le più basse – si è contratta anziché aumentare. E ciò accade perché tendiamo a ridurre sempre di più la quota degli investimenti destinata a migliorare il nostro sistema. Dal 2009 al 2013 i nostri investimenti sono in picchiata, essendo diminuiti del 30 per cento, mentre francesi e tedeschi hanno aumentato del 10 per cento le somme destinate al comparto della sanità”, scrivono Quezel e Carraro. Alla base di questa scelta illeitmotif: “Dobbiamo ridurre il debito, dobbiamo gestire meglio i soldi dei contribuenti”.
I TAGLI CHE HANNO COLPITO SOPRATTUTTO I PIÙ DEBOLI – Secondo gli autori, “i tagli hanno colpito tutti, soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Il 2015 ha visto nel nostro Paese 2,6 milioni di famiglie rinunciare alle cure per carenza di risorse. Di esse, un milione è oggetto a spese catastrofiche (cioè impreviste e superiori al reddito familiare), mentre 300.000 risultano impoverite dalle spese mediche sostenute”. Non solo: “Più di 12 milioni di cittadini hanno procrastinato le cure, o addirittura vi hanno rinunciato, nel corso del 2017, per difficoltà finanziarie. L’aumento, rispetto all’anno precedente, è di un milione e duecentomila unità”, si legge nel libro dove si evidenzia come solo nel 2017 gli istituti specializzati nel credito hanno erogato 400 milioni di euro a pazienti costretti a indebitarsi per garantirsi le cure. “Due anni fa, tale somma era di 340 milioni”, proseguono gli autori che ricordano come lo scorso anno la spesa sostenuta dagli italiani nel 2017 per curarsi in strutture private è stata di 40 miliardi di euro, mentre 2 milioni e 700.000 connazionali hanno preferito consultare un professionista privato prima di decidere di sottoporsi a una terapia. Inoltre “sono 8 milioni gli italiani che hanno scelto di ricorrere alla soluzione del prestito nel 2017, per poter accedere al diritto di cui parla l’articolo 32 della nostra Costituzione – si legge nel libro – . Solo il 41 per cento degli italiani finanzia i propri bisogni sanitari con il proprio reddito corrente, mentre la stragrande maggioranza va a debito: il 23,3 per cento attinge ai risparmi e ad altre fonti mentre il 35,6 per cento vi fa fronte esclusivamente con fonti diverse dal reddito abituale”. Tutto questo perché le liste d’attesasono sempre più lunghe, mentre il bisogno di cure necessita risposte immediate.
IL SALVAGENTE DEI PARLAMENTARI A SPESE PUBBLICHE – Intanto la politica, che pensa a smantellare la sanità pubblica, beneficia di un enorme privilegio: “Una parte consistente degli emolumenti ai parlamentari serve a coprire l’iscrizione all’assistenza sanitaria integrativa: 526,66 euro al mese per i deputati e 540,27 per i senatori, grazie ai quali possono ottenere il rimborso gratuito di qualsiasi prestazione, o quasi, lenti a contatto comprese. E le garanzie sono estese persino ai parenti e ai conviventi – sottolineano Quezel e Carraro -. Ma quanto ci costa mantenere l’eden sanitario dei nostri rappresentanti? Nel 2014 le casse dell’assicurazione sanitaria integrativa hanno coperto rimborsi per 11 milioni e 150.000 euro alla Camera e 6 milioni e 100.000 euro al Senato, e restano comunque in attivo…”
Inoltre lo smantellamento della sanità porta in dote un peggioramento della qualità dei servizi con il moltiplicarsi di errori. I rischi aumentano e le compagnie si rifiutano di assicurare ospedali e medici. “La malasanità è diventata l’indiziato numero uno: cosi schiaccianti le prove a suo carico che sembra impossibile offrire una risposta diversa al declino della sanità pubblica – scrivono gli autori – Ma al di là dei singoli drammi, cui va destinato il massimo dell’attenzione, del rispetto e della tutela possibili, il sistema sanitario del nostro paese non è cosi brutto, sporco e cattivo come ci viene descritto. Le soluzioni per migliorarlo ci sarebbero, eccome”.
L’AVANZATA DELLE LOBBY ASSICURATIVE – Per quale ragione la politica non interviene mettendo a posto il Servizio sanitario nazionale? Secondo i due autori, il motivo è che dietro al progressivo arretramento della sanità pubblica, giustificato dalle richieste di spending review dell’Unione, ci sia in realtà la mano delle lobby assicurative che fremono per conquistare il mercato della salute. “Quello che sta succedendo settimana dopo settimana, all’insaputa pressoché di tutti se non degli esperti del settore, è che le compagnie fuggono da un ambito che ritengono poco redditizio – si legge nel libro -. Le gare bandite dalle strutture ospedaliere vanno sempre più spesso deserte. Non si fa vivo nessuno. Ma le assicurazioni non si limitano a fuggire, tutt’altro. La sanità è un piatto ghiottissimo e la tavola che alle compagnie interessa maggiormente è quella delle polizze integrative. Sfasciare la sanità italiana, o anche solo raccontarla come l’ultima della classe, è una strategia che nasconde interessi economici e un business di miliardi”. Interessi che passano per le polizze ai privati cittadini che vogliano mettersi al riparo dall’inefficienza del sistema pubblico.
Qualche cifra può essere utile a capire quale sia il mercato dietro a questo progressivo smantellamento della sanità pubblica finalizzato a ridisegnare gli equilibri fra pubblico e privato. Attualmente “su 148 miliardi di spese in sanità sostenute dai cittadini italiani, 36 sono a carico dei privati. Di questi 36, solo il 15 per cento passa attraverso polizze o fondi sanitari spiegano Quezel e Carraro -. Insomma, a guardarla dal punto di vista delle aziende c’è una vera e propria prateria da colonizzare, costituita da quell’85 per cento di spesa out of pocket ancora sostenuta direttamente”. Il mercato è quindi ampio e la conquista da parte delle compagnie assicurative è solo agli inizi. “Secondo i dati forniti dall’Ania, tra il 2013 e il 2014 gli italiani hanno sborsato per le polizze malattia 2 miliardi di premi, suddivisi fra i maggiori competitor del settore. Innanzitutto Generali, che ha dichiarato oltre 600 milioni di euro sui 7 miliardi raccolti nel ramo danni – si legge nel libro -. Le altre grosse compagini sono risultate UnipolSai (con 557 milioni di euro su 9,7 miliardi complessivi del ramo danni), Rbm Assicurazione Salute (184 milioni circa), Allianz (sempre 184 milioni) e, in coda, Reale Mutua. Tutte realtà per le quali il ramo salute si appresta a diventare come il campo degli zecchini d’oro”.
IL LAVORO SPORCO E QUELLO PULITO NEL DELITTO PERFETTO – Seguendo il filo conduttore del libro, il discorso sugli interessi in gioco sulla salute pubblica diventano chiari mostrando che partita è in pieno divenire: “In definitiva, è come se i politici stessero facendo il lavoro sporco, comprimendo le fasce di prestazioni sanitarie gratuite e di farmaci acquistabili a costo zero dai malati – riprendono gli autori -. Il lavoro pulito, invece, è affidato alle compagnie di assicurazione, che hanno pronto il pacchetto ideale per venire incontro alle esigenze di chiunque abbia necessita di cura. E, va da se, possa permetterselo”. Così già circolano le stime sulle polizze integrative: secondo quanto riferito dagli autori si parla di 21 milioni di italiani che avranno una polizza integrativa nel 2025. “Si sta delineando uno scenario nel quale, a farla da padrone, saranno quelle tentacolari espressioni del capitalismo finanziario contemporaneo che assemblano funzioni bancarie e funzioni assicurative, senza più distinzioni interne né soluzioni di continuità”, concludono i due esperti che definiscono il gioco in atto sulla sanità pubblica un vero e proprio “delitto perfetto” .

da il Fatto quotidiano                                             13 settembre 2018

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Editoriale: quali problemi e quali responsabili

Se facciamo mente locale sui problemi che affliggono l’Italia penso che, senza stabilire delle priorità, si possano individuare questi tematiche: costo della vita, disoccupazione, mercato del lavoro e tutele, pensioni e welfare, costi della sanità, evasione fiscale e lavoro nero, tasse elevate, corruzione, non rispetto delle regole della convivenza civile e mancanza di controlli, certezza del diritto, malavita organizzata. Una lunga lista, certamente incompleta, ricca di temi che dovrebbero occupare un posto prioritario nei programmi di qualsiasi governo. Ma, dalle dichiarazioni dei politici, dai media e, soprattutto, dai social network emerge che tutti questi problemi sono secondari perché l’unica vera emergenza è data dall’immigrazione, fenomeno del quale è facile individuare i responsabili per l’appunto negli emigranti.
Eppure esistono altri responsabili delle attuali condizioni del nostro paese nei confronti dei quali non si coglie quel senso di ribellione che viene più facile esprimere se il nemico di turno è più debole secondo la logica “forte con i deboli e debole con i forti”.
Proviamo ad analizzare alcuni dei principali problemi del paese cercando anche di attribuire delle responsabilità a coloro cui competono.
Costo della vita, nel gennaio del 2002 entra in vigore l’EURO
Dalla mattina alla sera i prezzi al dettaglio raddoppiano grazie al fatto che i commercianti equiparato 1 euro a 1000 lire. Il cambio corretto euro/lira si applica solo agli stipendi e alle pensioni. Nessun controllo, nessuna misura atta a contrastare la speculazione.
Conseguenze: diminuzione del potere di acquisto, calo dei consumi, impoverimento di tutti i ceti popolari. Responsabili: commercianti e il Governo (2° Governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2005)
Dal 2008 in avanti: crisi economica mondiale
La crisi parte dagli USA ed è determinata da speculazioni della finanza che portano al fallimento alcune tra le principali banche mondiali. In tutto l’Occidente i Governi intervengono con soldi pubblici per impedire il fallimento di molti istituti di credito.

Conseguenze: Migliaia di risparmiatori hanno perso i propri risparmi e migliaia di cittadini hanno perso la casa gravata da un mutuo.
Responsabili: il sistema finanziario mondiale, le politiche dei Governi che hanno consentito il gioco speculativo della finanza e hanno ripianato con denaro pubblico le situazioni fallimentari.
Disoccupazione
Dall’inizio del nuovo millennio centinaia di medie e grandi aziende hanno delocalizzato la produzione in altri paesi. La scelta di trasferirsi all’estero è stata agevolata da tutti i Governi in carica in Italia sostenendo il taglio dei lavoratori con i prepensionamenti, la mobilità, la cassa integrazione. In meno di un ventennio si è perso più del 25% del nostro assetto industriale. Nessun serio programma di investimenti in sviluppo e ricerca è stato avviato dai Governi che si sono succeduti.
Responsabili: il sistema imprenditoriale italiano, tutti i Governi degli ultimi 20 anni, le organizzazioni sindacali che non hanno saputo / voluto opporsi a queste manovre.
Pensioni
A partire dal 1992 si sono susseguite una serie infinita di riforme tutte finalizzate a peggiorare il diritto di accesso alla pensione e a ridurre il valore della rendita.
1992: Riforma Amato: si allunga l’età pensionabile e sale la contribuzione minima.
Composizione Governo (DC, PSI, PSDI, PLI)
1995: Riforma Dini: si passa dal sistema retributivo al contributivo e viene introdotta la soglia minima dell’età anagrafica da abbinare ai 35 anni di contribuzione.
Composizione: Governo Tecnico sostenuto da PDS, Lega Nord, PPI, Verdi, PSI, forze minori.
1997: Riforma Prodi: aumentano i requisiti di accesso alla pensione di anzianità per i lavoratori autonomi; blocco della rivalutazione dei trattamenti previdenziali.
Composizione del Governo (PDS, Popolari per Prodi, Rifondazione Comunista, Rinnovamento Italiano, Verdi, PPI, altre forze minori)
2001: Riforma Berlusconi: sale l’importo minimo delle pensioni minime e sociali, viene introdotta la possibilità di cumulo, la pensione di anzianità sale a 58 anni con 37 di contributi.
2004: Finanziaria Governo Berlusconi. Compare per la prima volta il contributo di solidarietà – pari al 3% – sui trattamenti superiori a 25 volte il minimo.
Composizione del Governo (FI, AN, Lega Nord, Nuovo PSI, CCD-CDU, PRI e altre forze minori).
2004: Riforma Maroni: introdotto lo “scalone” con l’inasprimento dei requisiti per la pensione di anzianità ed innalzamento dell’età anagrafica.
Composizione del Governo (FI, AN, Lega Nord, Nuovo PSI, CCD-CDU, PRI e altre forze minori).
2007: Riforma Prodi: Addio allo scalone, al suo posto il “sistema delle quote” determinate dalla somma dell’età e degli anni lavorati. L’età pensionabile per le donne del pubblico impiego sale, gradualmente, fino a 65 anni.
2007: Finanziaria Governo Prodi: aumenta di cinque punti percentuali la contribuzione dovuta dagli iscritti alla gestione separata dell’Inps.
Composizione del Governo Prodi (Ulivo, Rifondazione Comunista, IDV, PDS, Popolari per Prodi, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Rosa nel Pugno, Udeur e altre forze minori)
2011: Governo Monti: con la Riforma Monti-Fornero viene cancellato il sistema delle quote e si estende a tutti il sistema contributivo pro-rata. Viene innalzata l’età minima per la pensione e le donne sono equiparate agli uomini. Arriva la fascia flessibile di pensionamento per i lavoratori con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorre dopo il 1996: 63-70 anni. La Stabilità 2014 introduce il contributo di solidarietà sugli importi di pensione superiori a quattordici volte il trattamento minimo Inps.
Composizione: Governo Tecnico sostenuto da Popolo della Libertà, PD, UDC, Futuro e Libertà, Popolo e Territorio, Alleanza per l’Italia, PLI, PRI e altre forze minori).
Responsabili degli interventi sulle PENSIONI: Tutti i Governi che si sono succeduti dal 1992 in poi.
Mercato del Lavoro e Tutele
1997: Riforma Treu – Governo Prodi: vengono introdotte prime forme di flessibilità in entrata sdoganando il lavoro interinale, fino ad allora proibito, e il ritorno a modelli di apprendistato.
Composizione del Governo (PDS, Popolari per Prodi, Rifondazione Comunista, Rinnovamento Italiano, Verdi, PPI e altre forze minori)
2003: Riforma Biagi: aumenta la flessibilità in entrata sul mercato del lavoro, con la moltiplicazione delle modalità di lavoro atipico e l’ampliamento del ricorso al lavoro interinale.
Composizione del Governo (FI, AN, Lega Nord, Nuovo PSI, CCD-CDU, PRI e altre forze minori)
2012: Riforma Fornero – Governo Monti: riduce le garanzie e la sicurezza del lavoro abbattendo il costo dei licenziamenti.
Composizione: Governo Tecnico sostenuto da Popolo della Libertà, PD, UDC, Futuro e Libertà, Popolo e Territorio, Alleanza per l’Italia, PLI, PRI e altre forze minori.
2014: Governo Renzi: con il Jobs Act riconferma ed amplia gli spazi alla flessibilità del lavoro mentre elimina le tutele dei lavoratori fino alla abolizione del reintegro per giusta causa.
Responsabili degli interventi sulle CONDIZIONI DEI LAVORATORI: Tutti i Governi che si sono succeduti dal 1997 in poi.
Evasione Fiscale e Lavoro Nero
Il lavoro nero dilaga da Sud a Nord. Il settore agricolo è quello maggiormente interessato ma subito dopo viene quello dell’edilizia nel quale primeggiano le imprese edili del Nord. Infine il settore dell’assistenza domiciliare nelle regioni del Nord e del Centro. La maggior parte dei lavoratori in nero sono immigrati regolari o irregolari.
La piaga del lavoro nero incrementa considerevolmente il fenomeno dell’evasione fiscale e contributiva che vede l’Italia in testa a tutte le classifiche mondiali.
Responsabili: imprese agricole, piccoli e medi imprenditori, la mafia del caporalato, la mancanza di coscienza civica (chi evade il fisco in Italia è un furbo non un delinquente), tutti i Governi che non hanno mai attuato politiche di reale contrasto all’illegalità nel mondo del lavoro nero e all’evasione fiscale.
Sanità
Le statistiche dicono che oltre 10 milioni di italiani non riescono più a curarsi per i costi dei servizi sanitari. La responsabilità del settore sanitario è delegata alle Regioni dove si sono registrati incrementi dell’importo dei ticket sanitari e tagli di risorse economiche destinate alle strutture pubbliche, risorse dirottate verso la sanità privata. Queste scelte sono state attuate nella maggior parte delle Regioni indipendentemente da chi le governa.
Responsabili delle politiche sanitarie: i Governi in carica negli ultimi 20 anni sia a livello nazionale che regionale.
Ci fermiamo qui. Per quanto riguarda la corruzione, il malaffare, la mancanza di senso civico, la certezza del diritto, ecc., lasciamo a voi ulteriori riflessioni.
Ma limitandoci ai punti che abbiamo esaminato non siamo riusciti a trovare tra i responsabili dei nostri guai gli immigrati. E allora ci siamo chiesti se e quando la rabbia che sale nel paese nei loro confronti si manifesterà con analoga decisione anche nei confronti della finanza e dei finanzieri, degli imprenditori che delocalizzano o fanno lavorare in nero, dei politici e delle loro politiche, degli speculatori, delle mafie di ogni tipo, degli evasori fiscali, ecc.
Ma forse ci illudiamo, questi sono “poteri forti” che ben pochi hanno il coraggio di attaccare e che, anzi, in molti invidiano e forse vorrebbero poter partecipare alla stessa greppia.

dalla Newsletter
Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte
Anno XVI – Nr. 06 del 28 settembre 2018

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Quanti sono davvero i “disoccupati” in Italia ? (di Mario Perugini, Università Luigi Bocconi)

Il tasso di disoccupazione a luglio era all’11,3%. Lo ha comunicato l’Istat segnalando un aumento di 0,2 punti percentuali da giugno. Il dato sarebbe tuttavia da leggere in positivo perché si accompagna a un incremento degli occupati, + 59 mila unità, e un drastico calo degli inattivi, -115 mila. Aumenta quindi la quota di persone che pur non avendo un lavoro si mette alla ricerca, e questo fa crescere il tasso di disoccupazione, cioè il numero di persone che sono a caccia di un impiego ma non lo trovano. L’istituto di statistica segnala inoltre come, per la prima volta dal 2008, il numero totale degli occupati in Italia sia tornato a salire sopra quota 23 milioni su base tendenziale, cioè rispetto a luglio 2016, il numero di occupati sale di 294 mila unità. Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-0,6%, -17 mila) sia, soprattutto, gli inattivi (-2,4%, -322 mila).
I movimenti positivi sul fronte del lavoro sono ovviamente accolti con favore da politici e opinionisti (ndr: fa molto comodo agli uni e agli altri interpretare i dati statistici a proprio uso e consumo), ma non si può non constatare come il mercato del lavoro nel nostro paese sia un tema su cui la sfasatura tra la percezione collettiva e le rilevazioni ufficiali è ancora particolarmente vistosa. L’elemento di novità è che la pensa in modo simile anche la Banca centrale europea, stando al bollettino economico diffuso l’11 maggio scorso, un documento che ha avuto scarsa eco sui mezzi di comunicazione (ndr: chissà perché ?). Secondo la Bce la disoccupazione in Italia (e in Europa) è significativamente sottostimata: tenendo conto non solo dei disoccupati (persone che cercano lavoro), ma anche degli scoraggiati (persone che non cercano più lavoro ma vorrebbero lavorare) e dei sottoccupati (persone che vorrebbero un lavoro a tempo pieno ma hanno ottenuto solo un part time), la disoccupazione media dell’Eurozona passerebbe dal 9,5 al 18% e quella italiana supererebbe il 25%. Ovviamente gli istituti di statistica (Eurostat a livello continentale, Istat in Italia) non vengono accusati di truccare i dati o di sbagliare i conti. Il problema sono i criteri di misurazione e, in ultima analisi, il concetto stesso di disoccupazione.
L’ipotesi di partenza espressa nello studio della Bce è che il tasso di disoccupazione si basi su “un’accezione piuttosto ristretta di sottoutilizzo della manodopera” e che quindi “potrebbe tuttora persistere un alto grado di sottoutilizzo della manodopera, ben superiore al livello suggerito dal tasso di disoccupazione”.
Il fatto che si cominci a parlare di “sottoccupazione” in senso ampio piuttosto che di disoccupazione in senso tradizionale non è tuttavia una particolare novità. Da anni la Federal Reserve statunitense utilizza, per la regolazione della propria politica monetaria, l’indicatore U-61, che misura l’incidenza sulle forze di lavoro allargate non solo dei disoccupati, che non intercettano le persone che si trovano nell’area di confine tra la disoccupazione e l’inattività, ma anche dei lavoratori part-time che vorrebbero lavorare più ore e degli inattivi che non cercano attivamente un’occupazione, ma sarebbero disponibili a lavorare immediatamente. L’U-6 è un indicatore importante perché misura la quantità effettiva di lavoro disponibile non pienamente utilizzata dal sistema produttivo, che il solo tasso di disoccupazione non è in grado di stimare. Infatti, accanto ai disoccupati, definiti come persone che non lavorano, che sono disponibili a lavorare immediatamente e che cercano attivamente un’occupazione, vi sono molte persone che hanno i primi due requisiti, ma che non cercano un lavoro perché sono in gran parte scoraggiate: sono considerati inattivi che fanno parte delle forze di lavoro potenziali. A questi occorre aggiungere i part-time involontari, che vorrebbero lavorare full time, ma non hanno trovato offerte di lavoro a tempo pieno.
Il tasso di sottoutilizzo del lavoro, che misura complessivamente la quantità di lavoro disponibile non pienamente utilizzata dal sistema produttivo, arricchisce le possibilità di fotografare il mercato del lavoro nel quale, tradizionalmente, le persone possono avere, dal punto di vista statistico, solo tre condizioni professionali: occupato, disoccupato e inattivo. Una classificazione troppo schematica per riuscire a cogliere, in un mercato del lavoro sempre più frammentato e diversificato, le complessità delle aree grigie in cui l’inattività degli scoraggiati, che sono pronti a lavorare immediatamente, non ha caratteri molto diversi dalla disoccupazione e anche l’occupazione a tempo parziale involontaria, con retribuzioni ridotte, condivide alcune delle criticità della disoccupazione, per esempio il rischio di povertà.

da fondazionefeltrinelli.it                                                  04 settembre 2017

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Riforme lacrime e sangue: storia recente del saccheggio pensionistico

Il recente studio a cura del Fondo Monetario Internazionale “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” (“Italia: verso una riforma fiscale amica della crescita”) pubblicato a marzo di quest’anno, oltre a tracciare la rotta ortodossa delle più congrue politiche fiscali e del lavoro per il nostro Paese, fissa anche le priorità di nuovi interventi in tema previdenziale. Evidentemente le riforme più recenti, che hanno già stravolto in senso restrittivo le pensioni dei lavoratori italiani, non sono state sufficienti a saziare gli appetiti dei sostenitori della presunta insostenibilità del sistema previdenziale italiano.
Dopo venti anni di stravolgimento del sistema previdenziale, cerchiamo di capire in modo più approfondito qual è il quadro attuale delle pensioni in Italia così come plasmato dalle ultime riforme del biennio 2010-2012, la duplice Riforma Sacconi 2010-11 e la Monti-Fornero del 2011. Tali riforme meritano particolare attenzione: in primo luogo poiché sono state le ultime vaste riforme che hanno fortemente modificato in direzione restrittiva il sistema pensionistico; in secondo luogo perché i contenuti stabiliti esprimono in modo palese la furia controriformistica dettata dal dogma dell’austerità finanziaria che, seppur già pienamente vigente dagli anni ’90, ha visto una forte accelerazione negli anni della crisi economica e in particolare in concomitanza con la crisi dei debiti sovrani dei Paesi periferici dell’eurozona (2009-2011).
I provvedimenti restrittivi hanno colpito due aspetti: l’età pensionabile e l’entità della pensione media attesa.

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Pil, l’Italia ferma in Europa. La crescita è stata zero negli ultimi 17 anni

L’analisi della Cgia: dal 2000 al 2017 la ricchezza nel Paese è cresciuta mediamente di appena lo 0,15% ogni anno. Rispetto al 2007, anno pre-crisi, dobbiamo ancora recuperare 5,4 punti percentuali di Pil. Pesano le minore spese della pubblica amministrazione e il crollo degli investimenti

La frenata di investimenti e della spesa pubblica

Rispetto al 2007, anno pre-crisi, mancano 5,4 punti percentuali di Pil. Nel 2017 la spesa della Pubblica amministrazione è l’1,7% in meno rispetto a dieci anni fa, quella delle famiglie del 2,8%. Ma sono gli investimenti a crollare nel periodo della crisi: -24,3%

«Gli investimenti pubblici – sostiene Paolo Zabeo — sono una componente del Pil meno rilevante in termini assoluti, ma fondamentale per la creazione di ricchezza. Se non miglioriamo la qualità e la quantità delle nostre infrastrutture materiali, immateriali e dei servizi pubblici, questo Paese è destinato al declino. Senza investimenti non si creano posti di lavoro stabili e duraturi in grado di migliorare la produttività del sistema e, conseguentemente, di far crescere il livello delle retribuzioni medie».

Il confronto con l’eurozona

La crescita registrata dai nostri principali partner economici dell’area dell’euro — sottolinea l’ufficio studi della Cgia — è stata molto superiore a quella italiana.

Se in Italia negli ultimi 17 anni il Pil è aumentato di soli 2,6 punti percentuali (variazione calcolata su valori reali), in Francia l’incremento è stato del 21,7%, in Germania del 23,7% e in Spagna addirittura del 31,3%.

L’Area dell’euro (senza Italia), invece, ha riportato una variazione positiva del 25,9%. Tra i 19 paesi che hanno adottato la moneta unica solo il Portogallo (-1,2%), l’Italia (-5,4%) e la Grecia (-25,2%) devono ancora recuperare, in termini di Pil, la situazione ante crisi.

Il crollo della produzione industriale

Anche sul fronte della produzione industriale, rispetto al 2000 l’Italia sconta un differenziale negativo di 19,1 punti percentuali, con punte del -35,3% nel tessile/abbigliamento e calzature, del -39,8%nel settore dell’informatica e del -53,5% nelle apparecchiature elettriche. Di segno opposto, invece, solo gli alimentari e le bevande (+11,2%) e la farmaceutica (+28,3%).

Nessun altro tra i principali paesi avanzati dell’Ue ha fatto peggio. Sebbene Spagna e Francia abbiano ottenuto risultati con scostamenti non molto diversi, è invece significativa la performance registrata dal settore industriale tedesco. Tra il 2000 e il 2017 la produzione manifatturiera in Germania è aumentata di quasi 30 punti percentuali.

Il rigore nei conti pubblici

«Negli ultimi 17 anni – dichiara il Segretario della Cgia Renato Mason – solo in un anno, il 2009, il saldo primario, dato dalla differenza tra le entrate totali e la spesa pubblica totale al netto degli interessi sul debito pubblico, è stato negativo. In tutti gli altri anni, invece, è stato di segno positivo e, pertanto, la spesa primaria è stata inferiore alle entrate. A ulteriore dimostrazione che in questi ultimi decenni l’Italia ha mantenuto l’impegno di risanare i propri conti pubblici, nonostante gli effetti della crisi economica siano stati più pesanti qui da noi che altrove».

Stralci da un articolo di Fabrizio Massaro, Corriere Economia, 23 dicembre 2017

Link: http://www.corriere.it/economia/cards/pil-l-italia-ferma-europa-crescita-stata-zero-ultimi-17-anni/paese-fermo_principale.shtml

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Anno XVI – Nr. 01 del 20 gennaio 2018

 

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Record assoluto rischio povertà. Eurostat: l’Italia è il paese che ha più poveri in Europa

I dati sulla povertà in Italia dell’Eurostat sono confermati anche dalle analisi sul rischio povertà nel nostro Paese da parte dell’Istat.

Eurostat: l’Italia è il paese che ha più poveri in Europa I dati sulla povertà in Italia dell’Eurostat sono confermati anche dalle analisi sul rischio povertà nel nostro Paese da parte dell’Istat CondividiTweet Povertà. Sant’Egidio lancia allarme: a Roma 7.500 persone vivono in strada o in alloggi di fortuna Istat: uno su tre a rischio povertà o esclusione Sempre più bambini vivono in povertà assoluta Roma ‘capitale’ anche della povertà. Caritas: 16mila i senzatetto, nuovi poveri anche nel ceto medio. I dati sono proprio sconfortanti.

Secondo Eurostat l’Italia è il Paese che conta, in valori assoluti, più poveri in Europa. È quanto emerge dalle analisi dall’Ufficio Statitico dell’Unione Europea sul tasso di privazione sociale. Nel 2016 i poveri erano quasi 10,5 milioni.

La classifica è stata redatta basandosi su una serie di indicatori che valutano le possibilità economiche e di situazione sociale delle persone. Le spese prese in considerazione da Eurostat permettono di valutare quando si entra nella categoria di deprivazione materiale e sociale se non ci si può permettere almeno cinque delle spese sotto elencate: •affrontare spese impreviste; •una settimana di vacanza annuale fuori casa; •evitare arretrati (in mutui, affitti, utenze e / o rate di acquisto a rate); •permettersi un pasto con carne, pollo o pesce o equivalente vegetariano ogni secondo giorno; •mantenere la propria casa adeguatamente calda; •una macchina / furgone per uso personale; •sostituire i mobili logori; •sostituire i vestiti logori con alcuni nuovi; avere due paia di scarpe adeguate; •spendere una piccola somma di denaro ogni settimana su se stesso (“paghetta”); •avere attività ricreative regolari; •stare insieme con amici/famiglia per un drink pasto almeno 1 volta al mese; •possedere una connessione Internet.

Anche secondo i dati resi noti dall’Istat sulle condizioni di vita degli italiani, nel 2016 si registra il record storico sia per le persone a rischio di povertà (20,6%) sia per quelle a rischio di povertà o esclusione sociale (30%). La stima delle famiglie a rischio povertà o esclusione sociale per il 2016 è infatti del 30% e qui ad essere registrato è un peggioramento rispetto all’anno precedente quando la percentuale era del 28,7. Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali la povertà è un fenomeno complesso che dipende da vari fattori in quanto non deriva solo dalla mancanza di reddito ma anche dalle scarse probabilità di partecipare alla vita economica e sociale del Paese.

Secondo quanto riportato dall’Istat, il rischio di cadere nella condizione di povertà riguarda sia gli individui considerati singolarmente (e si passa dal 19,9% al 20,6%), sia coloro che vivono in famiglie con pochi mezzi (e qui si passa dall’11,5% al 12,1%), sia infine persone che vivono in nuclei a bassa intensità lavorativa.

Le aree più esposte al fenomeno sono quelle meridionali ma anche il Centro del Paese non se la passa bene infatti un quarto dei residenti è a rischio povertà. Per l’Unione Nazionale Consumatori: “Non solo i dati peggiorano rispetto al 2015, ma mai si era registrato un dato così negativo dall’inizio delle serie storiche, iniziate nel 2003” afferma Massimiliano Dona presidente dell’UNC. “Sono dati da Terzo Mondo, non degni di un Paese civile. Non si tratta solo di una priorità sociale e morale, ma anche economica. Fino a che il 30% degli italiani è rischio povertà o esclusione sociale è evidente che i consumi delle famiglie non potranno mai veramente decollare e si resterà intorno all’1 virgola” prosegue Dona. “I dati ci dicono che non basta varare il Rei (Reddito di inclusione sociale, ndr) cercando di tamponare l’emergenza. Bisogna evitare che le file dei poveri assoluti continuino ad ingrossarsi, risolvendo i problemi di chi, pur stando ora sopra la soglia di povertà assoluta o relativa, rischia di finire sotto perché non riesce a pagare le bollette o ad affrontare una spesa imprevista di 800 euro” conclude Dona.

Articolo di Tiziana Digiovannandrea,                                           12 dicembre 2017

Link: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Poverta-Eurostat-Italia-ha-piu-poveri-in-Europa-Istat-Unc-unione-Nazionale-Consumatori-9a8f0035-d5c5-4853-b2d6-ee10d1e420c1.html?refresh_ce

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Anno XVI – Nr. 01 del 20 gennaio 2018

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«Sciogliere le organizzazioni fasciste è solo il primo passo» (di Enrico Baldin)

Estrema destra sottovalutata e pericolosa, non frutto di sovraesposizione mediatica. Parla Saverio Ferrari, dell’Osservatorio democratico nuove destre
«Estrema destra sottovalutata da tempo e pericolosa davvero, non frutto di sovraesposizione mediatica». Così Saverio Ferrari che presiede l’Osservatorio democratico sulle nuove destre, probabilmente il massimo esperto tra chi studia e osserva i fenomeni legati al neofascismo. L’abbiamo intervistato per capire un meglio cosa stia accadendo nelle ultime settimane in cui la cronaca – da Ostia a Como a quanto accaduto pochi giorni fa sotto la sede de l’Espresso – ha riportato frequentemente fatti di cronaca preoccupanti in cui gli attori principali erano appartenenti o in qualche modo riconducibili a formazioni della destra radicale.
Ferrari, questo rigurgito neofascista che si avverte negli ultimi mesi, è qualcosa di vero o è il frutto di una sovraesposizione mediatica?
Non è una sovraesposizione mediatica, è una accelerazione vera con una crescita vera dei gruppi di estrema destra. Io credo che il punto di svolta sia ciò che è successo il 29 aprile scorso, quando un migliaio di persone si sono recate a Milano al Cimitero Maggiore a commemorare i morti repubblichini, autofotografandosi mentre facevano il saluto romano. Fu una prova di forza, una sfida. Che vinsero, perché il Tribunale di Milano derubricò il fatto a commemorazione funebre. Dopo quel giorno però per loro la strada si fece più agevole, pure i risultati elettorali li hanno confortati, basti pensare al successo di Casa Pound conseguito poco dopo a Lucca e a Todi, e una media generale dell’1-2% nelle città. Una crescita vera basata su un progetto vero, che punta alle periferie e ai temi sociali.
Converrà però che l’esser stati ultimamente in tutte le televisioni e l’avere avuto autorevoli esponenti del mondo giornalistico ai loro dibattiti li ha aiutati a sdoganarsi.
Certo, ma tengo a precisare che questi movimenti stavano crescendo comunque anche quando non erano esposti. Il loro è un piano di propaganda preciso, che ora si basa nel colpire in maniera conclamata i loro “avversari”. Basti pensare al blitz di Forza Nuova contro Repubblica o all’irruzione del Veneto Fronte Skinhead a Como contro chi aiuta i profughi. Oppure a fatti che han fatto meno rumore, come l’aggressione in pieno giorno ai danni di un inerme militante antirazzista in un luogo pubblico a Mantova, o all’aggressione a Crema di un attivista dell’Arci proprio nel luogo in cui stava lavorando. Certo, poi in certi settori c’è un tentativo, dal mio punto di vista sbagliato, di normalizzare un settore di quella destra. Io credo che il senso delle visite di Formigli e Mentana a Casa Pound fosse questo. I media in questo momento hanno scelto in Casa Pound il settore di quella destra da “normalizzare”, da far entrare nell’alveo democratico, ospitandoli anche nelle trasmissioni televisive. Lo stesso non accade invece per Forza Nuova o per altre organizzazioni.
Quanto c’è da preoccuparsi? E’possibile che si arrivi ad una incidenza quale quella di Jobbik in Ungheria o del Front National in Francia e così via?
Beh non serve fare riferimento a gruppi conclamatamente fascisti, perché in Italia c’è già la Lega che mi pare esprima bene certe posizioni e goda di percentuali ragguardevoli. Oltretutto né la Lega né Forza Italia si fanno grandi problemi a collaborare con certe organizzazioni. Basti vedere l’alleanza di centrodestra delle elezioni politiche del 2006 che imbarcò anche Forza Nuova e la Fiamma Tricolore, o la collaborazione che c’è stata a lungo tra Salvini e Casa Pound. Salvini, Meloni e Berlusconi comunque esprimono certe posizioni reazionarie senza farsi grossi problemi.
Ma esiste una qualche sotterranea ipotesi di accordo tra le formazioni neofasciste ed il centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche?
Sia Forza Nuova che Casa Pound hanno dichiarato di correre con proprie liste e candidature. Che poi riescano a raccogliere le firme necessarie per presentarsi nei vari collegi è da vedere, specie per la formazione di Fiore. Secondo me però, sotto sotto, Casa Pound spererebbe in un centrodestra non a trazione berlusconiana, più spostato a destra, in cui eventualmente rientrare in gioco come già accaduto in passato. La reunion di Alemanno e Storace invece si è già messa a disposizione di Salvini.
Tra le varie organizzazioni della destra radicale esistono collaborazioni?
Tra le due principali formazioni – Casa Pound e Forza Nuova – non c’è collaborazione né dialogo. Basti pensare che la lunga trattativa condotta da Forza Nuova per fare la sua marcia su Roma è stata completamente snobbata da Di Stefano. Forza Nuova e Casa Pound sono in competizione e hanno delle diversità chiare: la più evidente è che i primi sono ultracattolici i secondi più laici. Tra queste formazioni non c’è collaborazione, mentre esistono buone relazioni tra Casa Pound e Lealtà e Azione, formazione molto sviluppata in Lombardia, mentre Forza Nuova ha nella sua orbita quel che resta della Fiamma Tricolore. Tutte queste organizzazioni comunque hanno delle comuni idee di comunità – contrapposta a quella di società – basata sul sangue e sull’appartenenza autoctona. E notoriamente condividono l’idea che l’Italia sia invasa dai profughi.
Si parla di possibili correlazioni tra queste formazioni e la criminalità organizzata.
Esistono rapporti storici tra la destra estrema e la criminalità organizzata. Si pensi al golpe Borghese, a come fuggì Franco Freda, al ruolo di esponenti della ‘ndrangheta nella rivolta di Reggio Calabria, alla rete di rapporti tessuti dalla Banda della Magliana, alla presenza di alcuni fascisti nel mercato milanese della prostituzione e delle armi scoperto a suo tempo. Oggi invece abbiamo sentito alcune cose, anche documentate, alcuni singoli episodi: penso agli Spada ad Ostia o al fatto che alcuni esponenti di Lealtà e Azione erano in rapporto di conoscenza con alcuni esponenti criminali, o alla condanna comminata ad Antonini (tra i principali esponenti di Casa Pound Italia, ndr) per aver procurato documenti falsi ad un pericoloso malavitoso, o a certi rapporti nelle curve degli stadi. Se ne potrebbe fare un elenco. Ma da qui a dire che esistano rapporti organici tra alcune organizzazioni e la criminalità organizzata, questo non si può dire.
Lei dice che è un fenomeno vero e pericoloso. Ma c’è stata una sottovalutazione da parte delle Istituzioni o delle forze democratiche?
Sottovalutazione e disinteresse che dura da anni e di cui colpevolmente ci si accorge solo ora, come se certi omicidi, certi episodi di violenza non fossero stati degni di una analisi attenta e tempestiva. In questi anni l’antifascismo è stato – almeno da parte delle Istituzioni – un qualcosa di facciata, una autocelebrazione con delle commemorazioni fini a se stesse. I fascisti invece hanno saputo andare oltre, occupandosi davvero dell’oggi e dei fenomeni sociali, dal loro punto di vista. In questi anni si è sostanzialmente sospeso l’utilizzo della legge Mancino, la Magistratura spesso non è stata all’altezza, sentenziando per reati uguali in maniera opposta. La destra ho goduto di questa leggerezza.
Seppur in ritardo quale ritiene possa essere la strada da intraprendere per contrastare le formazioni xenofobe e razziste?
Innanzitutto il ripristino della legalità secondo i valori Costituzionali, usando anche l’articolo 7 della legge Mancino. Perché ormai non si denuncia più per l’odio e l’intolleranza che stanno diventando libere espressioni tanto quanto l’indebito utilizzo di Anna Frank che avviene da anni derubricato a goliardia. Se si guardano ai rapporti delle Forze dell’Ordine e del Ministero degli Interni, i reati correlati a odio e intolleranza sono un numero ridicolo. E allora si deve ripristinare la legalità, si devono anche sciogliere le organizzazioni neofasciste. Non c’è nulla di scandaloso, anche in epoca DC si fece con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, o più recentemente con Azione Skinhead. Sciogliendo queste organizzazioni si disarticolano, mettendole in profonda difficoltà. E si pone un freno a certe situazioni pericolose. Penso alla Comunità dei 12 raggi che nel varesotto ogni anno commemorano Hitler incontrastate, con tanto di minacce a giornalisti e ad antifascisti.
Basta sciogliere organizzazioni come queste?
No. Anche se a lungo termine la principale strada è la cultura, la creazione di una coscienza civile. Serve un movimento antifascista più attento all’oggi, meno celebrativo e meno commemorativo.

da Popoffquotidiano.it                                                                     13 dicembre 2017

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Quant’è fasullo l’antifascismo recitato dal Pd

“Il fascismo c’è ancora? C’è, esso si annida nei centri studi e nei consigli di amministrazione delle banche e della grande industria (e.. delle multinazionali), nelle cattedre universitarie, nelle aule dei tribunali……”.
“Ha il viso della conservazione (e.. dello sfruttamento..) affinché il poco fascismo visibile mascheri meglio il molto fascismo invisibile…“
Franco Fortini, commentando il film documento “Allarmi siam fascisti..” (1962)
Che la gente scenda in piazza contro il fascismo è un bene. Semmai il problema è che lo si fa troppo poco, in modo occasionale, solo quando dall’alto arriva l’invito a farlo.
Peggio ancora. In Italia vediamo ogni giorno che ai fascisti dichiarati è consentito di tutto, mentre agli antifascisti veri che contrastano il tentativo dei fascisti di infiltrarsi nei quartieri e nelle scuole lo Stato riserva abitualmente manganellate, cariche, denunce, arresti, fogli di via…
C’era insomma – e fin da subito – puzza di imbroglio nella “chiamata antifascista” arrivata dal Pd e dai vertici istituzionali.
Certo, il gruppetto di skinhead veneti in trasferta a Como solo per intimidire un’associazione (cattolica, peraltro) impegnata nell’accoglienza ai migranti meritava risposte all’altezza. Sia di massa che istituzionali.
Purtroppo, agli studenti antifascisti comaschi è stato vietato di manifestare in corteo. Il che appare quantomeno singolare. Dà insomma la sensazione che il Pd doveva avere il monopolio del tema…
Certo, gli episodi di provocazione o aperta aggressione neofascista sono numerosi e sempre più frequenti.
Ma c’è qualcosa che non convince…
Le manifestazioni e i cortei sono un modo della “società civile” di richiamare l’attenzione dei governanti su certi temi. Si manifesta contro la riforma delle pensioni (con molti ostacoli polizieschi) per pretendere che il governo smetta di allungare l’età pensionabile e di ridurre gli assegni. Si manifesta contro il razzismo e per i diritti ai migranti. Si manifesta per l’occupazione e contro i licenziamenti (sempre più ostacolati dalle “forze dell’ordine”). E si manifesta contro i fascisti che ci sono, qui e ora, non soltanto contro una parola infame.
In tutti i casi è una parte di popolo che fa vedere di non essere d’accordo col potere, col suo modo di affrontare e risolvere i più vari problemi.
In piazza, ieri, si sono presentati ministri in carica, segretari di partiti di governo, alte cariche istituzionali, oltre a molta gente che aveva molte ragioni per manifestare contro i fascisti. Comprendiamo le persone, ma i governanti perché?
Se un ministro – o il segretario del partito principale di governo – vuol far vedere di essere davvero preoccupato per il pericolo rappresentato dai fascisti ha tutti i poteri per agire e risolvere il problema.
Ci sono infatti numerose leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista, che definiscono reato l’apologia di fascismo, che permettono insomma di confinare le nostalgie mussoliniane alle cantine maleodoranti da cui certi esseri provano a venir fuori. I ministri agiscono contro i pericoli, non manifestano per dire che ci sono.
E invece no. Il governo, lo Stato, il partito principale del governo, la Rai (che è statale), i grandi media mainstream, da anni rifocillano amorosamente le scarse milizie fasciste attive in questo paese. Invece di reprimerle – come Costituzione e leggi prescrivono – le coccolano, le giustificano, le portano in televisione a spiegare cosa vogliono fare e come, ne condividono le pulsioni razziste e le propongono come accordi internazionali con qualche milizia libica “di fiducia”.
E poi lamentano che il fenomeno cresce, conquista (scarso, ma comunque troppo) consenso.
O sono scemi, o mentono. E a noi non sembrano davvero scemi…
E allora la conclusione può essere soltanto una. La manifestazione di ieri – al netto della brava gente che vi ha partecipato perché preoccupata – è uno spot elettorale di una classe dirigente in affanno, che sente avvicinarsi il momento della propria individuale defenestrazione.
L’ha lanciata, come idea, quello stesso Walter Veltroni che da sindaco ha regalato a CasaPound un palazzo nel centro di Roma. Ha fatto le sue brave dichiarazioni il ministro che per primo avrebbe dovuto attivare gli anticorpi antifascisti istituzionali, ossia quel Marco Minniti che invece – come ministro ora, come delegato al controllo dei servizi segreti prima (con Renzi premier) – accettava e accetta senza fiatare relazioni semestrali dei Servizi come questa, del 2016, che così descrivevano le attività della microgalassia neofascista:
“Il quadro della destra radicale ha continuato ad evidenziare divisioni interne e dinamiche competitive, che hanno precluso una più incisiva azione comune, nonostante l’esistenza di alcuni condivisi orientamenti sulle tematiche di maggiore attualità.
Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione, nonché la critica nei confronti del sistema bancario e dell’Unione Europea.
In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in termini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contestativa (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.
Dei “bravi ragazzi”, insomma, “impegnati nel sociale” (certo, un tantino strumentalmente) per soffiare sul fuoco delle difficoltà economiche e trasformarle in guerra tra poveri.
Sono utili, indubbiamente. Per questo i ministri “manifestano” con una faccia, e li promuovono con un’altra. Per questo, questi ministri e questo partito “Ha il viso della conservazione (e.. dello sfruttamento..) affinché il poco fascismo visibile mascheri meglio il molto fascismo invisibile…“

da CONTROPIANO                                                      10 dicembre 2017

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Pensioni e spesa pubblica, perché l’articolo del Corriere della sera sbaglia i calcoli

Non è da primo quotidiano nazionale diffondere notizie allarmanti con errori di calcolo macroscopici che alimentano il conflitto intergenerazionale.
Articolo di Michele Carugi Componente del comitato pensionati ALDAI, 27 novembre2017
Link: http://dirigentisenior.it/notizie/pensioni-e-spesa-pubblica-perche-l-articolo-del-corriere-sbaglia-i-calcoli.html
É uscito sul Corriere del 27 Novembre e replicato sul Corriere on line l’articolo “Pensioni, uno squilibrio (italiano) da 88 miliardi” che devo classificare come l’ennesimo articolo confuso in materia di pensioni e loro (in)sostenibilità.
Già il catenaccio è un capolavoro di confusione e contiene un errore grave: “ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di euro” E poi: “La differenza fra quanto lo stato riceve in contributi previdenziali e quanto versa in pensioni viene colmata grazie alle tasse e al deficit pubblico”. Vedremo più avanti che gli 88 miliardi come definiti, sono frutto di un abbaglio; quanto alla confusione, che il CdS non consideri che nella voce “pensioni!” stanno sia quelle previdenziali (contributi versati) che quelle assistenziali (nessun contributo) è stupefacente e il non evidenziarlo con regolarità, perorando piuttosto la causa della separazione netta tra assistenza e previdenza, grave.
La frase, infatti, può fuorviare il lettore, perché mescola in un unico calderone l’assistenza con la previdenza; due cose radicalmente differenti, improntate a necessità sociali diversissime, quasi antitetiche, datosi che spesso l’esigenza di assistenza deriva da carenza di previdenza e metterle insieme e criticare chi afferma che il sistema previdenziale è sostenibile nel lungo termine significa non avere capito come gira il fumo.
Siccome però i dati, se si ha la volontà di analizzarli, non mentono mai, vediamoli:
Dal Bilancio Sociale dell’INPS, nel 2016 l’assistenza è costata complessivamente circa 102 miliardi di €. Tale cifra si ottiene sommando:

• Pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento – 17,4 miliardi €

• Gestione Interventi Assistenziali (GIAS) – 41,3 miliardi €

• Prestazioni temporanee di sussidio al reddito (CIG, Mobilità, Malattia, Maternità)

– 35,4 miliardi €

• Pensioni sociali e altre voci assistenziali – 8,3 miliardi €

Le prestazioni puramente previdenziali dell’INPS (cioè le pensioni erogate a fronte di storia contributiva) sono ammontate nel 2016 a circa 206 miliardi di € al lordo delle tasse. Tale cifra rappresenta circa il 12,3% del PIL, ma tale percentuale scende ben sotto l’11% al netto delle imposte, valore perfettamente allineato all’Europa. Questo se si vuole comparare mele con mele (magari comunicandolo anche una buona volta all’Europa, anziché farsi regolarmente bacchettare sulla base di numeri incongruenti con le altre nazioni), con buona pace degli editorialisti del CdS.
I trasferimenti dello Stato all’INPS sono stati nello stesso periodo, circa 107,3 miliardi di €, a compensazione di erogazioni squisitamente assistenziali (Bilancio INPS pag. 22).
Stante così la situazione, dopo avere gettato il sasso nello stagno, Fubini e il CdS dovrebbero formulare qualche proposta: suggerirebbero cioè che la spesa pensionistica diminuisse eliminando la voce che genera il disavanzo ( cioè l’assistenza) oppure che venissero tagliate le pensioni previdenziali, cioè di chi si è pagato i contributi per averle?
Li inviterei a riflettere prima di rispondere, perché ci sono solo risposte sbagliate; nel primo caso perché la Costituzione impone di garantire a tutti la sussistenza (ovviamente a carico della fiscalità dello Stato e di chi sennò?), nel secondo perché non si possono espropriare ex post gli accantonamenti che i cittadini sono stati costretti a fare e anche qui ci sono riferimenti costituzionali.
Sul versante della tenuta dei conti e della sostenibilità, tocca occuparsi del calcolo sbagliato citato nel titolo dell’articolo dove, ricordiamolo, si indica che “ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di €. Gli 88 miliardi sono stati evidentemente calcolati come differenza tra le prestazioni istituzionali dell’INPS (308 miliardi) e i contributi incassati (220 miliardi). Chi ha elaborato grafico surreale di pag. 9 del CdS e del sito non si è accorto che l’INPS stessa spiega (pag. 38 del bilancio INPS) che nei 308 miliardi ne sono compresi 35 per “prestazioni non pensionistiche”. Il che riporta il disavanzo del sistema pensionistico a 53 miliardi di €. Sempre tanti, si dirà. Si, ma l’esborso per prestazioni puramente previdenziali è stato, come detto, di 206 miliardi di €, per cui, depurando i 220,6 miliardi di contributi dai trasferimenti pertinenti alla gestione assistenziale (GIAS) che non dovrebbero discostarsi molto dal valore 2015 di circa 19 miliardi di € (fonte: Itinerari previdenziali – Bilancio del sistema previdenziale, pag. 132), il saldo 2016 tra spesa previdenziale e contributi da lavoro è negativo per circa 5 miliardi di €.
Una cifra che è destinata a ridursi negli anni se l’economia funzionerà, in quanto il sistema contributivo in essere in pieno dal 2011 e l’anagrafe, faranno diminuire la spesa squisitamente previdenziale in rapporto alla contribuzione. Per questi motivi hanno ragione coloro che parlano di sistema previdenziale sostenibile e torto Fubini quando li contesta. La conclusione è che si dovrebbe smetterla di diffondere allarmi per motivi non chiari, tra l’altro con errori macroscopici di calcolo, ma casomai suggerire interventi di razionalizzazione del sistema: analizzare bene le pensioni assistenziali (nell’invalidità potrebbero essere nascosti un po’ di furbetti), scovare gli evasori contributivi, eliminare i privilegi macroscopici e aspettare che le riforme fatte diano tutto il loro effetto finanziario senza farsi prendere continuamente dall’ansia e diffondere dati scorretti.
COMMENTO ATDAL
L’articolo dell’amico Michele è, come sempre, puntuale ed incisivo, suffragato da dati inequivocabili e non si può che condividerlo fatto salvo un commento sulle conclusioni. Noi non riteniamo affatto che il Corriere della Sera commetta degli errori di calcolo o delle sviste. Il CdS è parte consapevole della campagna avviata da mesi da parte di un consistente fronte politico e mediatico sul fronte delle pensioni. L’obiettivo è assolutamente chiaro ed è quello di preparare un nuovo attacco alle pensioni e al ceto medio in generale e il CdS è in prima linea per predisporre l’opinione pubblica ad accettare e digerire altri tagli al welfare. Quindi non si stratta di pressapochismo o stupidità ma di palese complicità da parte di un organo di stampa da sempre schierato dalla parte del potere.

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Anno XV – Nr. 14 del 10 dicembre 2017

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Quello che Elsa Fornero non dice

Articolo di Luigi Metassi, ex-esodato
Link: https://www.ilvolodellafenice.net/blog/fornero-non-dice/2017/
Da giorni l’attenzione dei media nei confronti del regista Ciro Formisano si è come fossilizzata sull’opportunità o meno di far coincidere la presenza della Prof. Elsa Fornero con quella di alcuni esodati alla proiezione del film L’Esodo. Si è parlato di posture irrigidite, di espressioni tese, di lacrime. In sostanza, la raffigurazione di una sorta di processo pubblico che rimanda la mente a tristi contesti storici.
Ero presente all’evento. Ho visto posture irrigidite, volti tesi e lacrime da entrambe le parti e per opposte ragioni, ma non ho visto processi. La serata riproponeva una rivisitazione di quel drammatico dicembre del 2011, quando le decisioni di taluni infierirono, forse per sempre, nella vita di molti altri. Il fattore emotivo era ampiamente scontato ma non ci sono stati processi, anche perché l’accesso alla sala era ad invito, proprio per evitare derive in tal senso.
Ho visto piuttosto una Fornero dialetticamente padrona del confronto e abilmente determinata a mantenerlo incentrato sugli aspetti emotivi pur ribadendo, a sei anni di distanza, la propria ferma convinzione di aver agito eticamente nell’unica maniera possibile additando, per contro, alle responsabilità di chi, nei successivi sei anni, le è succeduto lasciando ancora ora nell’indigenza 6.000 famiglie.
Sarebbe alimentare una risibile questione di lana caprina obiettare alla sua affermazione, secondo la quale ne salvaguardò più il governo Monti in due anni che non i due governi che gli succedettero nei quattro che seguirono. Dai dati di consuntivo se ne ricava solo una parziale, ininfluente conferma. È infatti vero che il governo Monti approvò tre salvaguardie per 130.000 posizioni, ma è altrettanto vero che, a consuntivo, le domande complessivamente accolte furono poco più di 89.000 mentre le restanti cinque salvaguardie ne accolsero circa 55.000. Piuttosto, quello che conta e che, in questo preciso frangente, deve scuotere le coscienze è che, dopo sei anni e otto provvedimenti parziali, restano circa 6.000 esodati, con relative famiglie, privati del lavoro e del loro diritto alla pensione costituzionalmente quesito (v. sentenza costituzionale 822/1988) ben sei anni or sono.
In particolare, non può dirsi consentita una modificazione legislativa che, intervenendo o in una fase avanzata del rapporto di lavoro oppure quando già sia subentrato lo stato di quiescenza, peggiorasse, senza una inderogabile esigenza, in misura notevole ed in maniera definitiva, un trattamento pensionistico in precedenza spettante, con la conseguente irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività lavorativa.
Un governo, a partire dalle le forze che lo sostengono, che lascia nell’indigenza 6.000 famiglie per distribuire in mille rivoli, Carnevale compreso, (ndr: il fondo di salvaguardia per gli esodati è stato chiuso e i fondi ancora disponibili dirottati su altri capitoli di spesa trai quali un finanziamento al Carnevale di Viareggio) i fondi delle salvaguardie non può appellarsi ad una inderogabile esigenza, così come invece richiama la sentenza, e non ha alcuna attenuante per il suo operato.
Se andiamo invece a leggere, per esempio, quanto affermava la stessa Prof. Fornero in materia previdenziale già nel 2003, notiamo facilmente come la naturale evoluzione delle sue argomentazioni avrebbe condotto ai provvedimenti poi adottati otto anni dopo dal suo governo col decreto “Salva Italia”. Non solo questo relega le sue attuali espressioni emotive in una personalissima sfera che, con gli indirizzi politici e le relative scelte e conseguenze, nulla ha di che spartire ma, nel contempo, apre la porta ad importanti interrogativi sulla realtà emergenziale del momento e sull’affermazione che tutto fu compiuto nel breve spazio di 19 giorni.
La stesura della legge sicuramente avvenne in quell’arco di tempo e avrà rubato anche molte ore di sonno ad alcuni “tecnici” ma le linee guida avevano un’origine lontana, tanto nella cultura delle persone reclutate quanto nella stessa genesi dei provvedimenti adottati. Quanto meno, dovremmo andare indietro all’agosto dello stesso anno, quando la BCE recapitò la famosa lettera all’allora premier Berlusconi pochi mesi prima dello scioglimento del suo governo.
L’evidenza di una forte volontà controriformatrice contenuta in quella lettera, che nessun partito contestò, tanto che il “Salva Italia” divenne legge per approvazione bulgara, ci porta però a guardare più lontano ancora, al 1995, alla cosiddetta “riforma” Dini” e all’introduzione del regime contributivo per i lavoratori con meno di 18 anni di contribuzione. Senza contare la “riforma” Amato del 1992 che, pur non agendo sul regime di calcolo, elevò di ben 5 anni l’età per la pensione di vecchiaia e di altrettanto aumentò la contribuzione minima, pur considerando un transitorio di 7 anni per l’applicazione delle nuove regole. Nel contempo, la stessa legge aumentò da 5 a 10 gli anni di riferimento per il calcolo della retribuzione media.
Nel corso di questi ultimi 25 anni si percepisce un continuum controriformatore, a partire dall’incremento dei requisiti pensionistici, passando il “Salva Italia” e gli esodati , per finire all’APE, alle pensioni anticipate e alle salvaguardie mancate.
Tutto questo porta a ritenere fallace e fuorviante imputare ad errori umani un quarto di secolo di ripetute controriforme, tutte omologhe in quanto ad orientamento. Quanto avvenuto è stato scientemente preparato nel tempo, a prescindere dalle forzature strumentalmente esercitate nel momento clou da uno spread telecomandato; uno spread usato come mero strumento delle intenzioni di poteri estranei allo Stato di creare un sentore di terrore e di ineluttabilità nei cittadini, tali da indurli ad accettare quale male minore le decisioni più drastiche. Si disse che l’alternativa era la Troika, come in Grecia. Nonostante le “riforme lacrime e sangue” e la conseguente austerità, a sei anni di distanza nulla è cambiato; tanto meno è migliorato il debito pubblico che, a dispetto delle cosiddette riforme e delle elemosine propagandistiche, continua a lievitare.
Se tutto questo non è servito a portarci fuori dal contesto dei PIGS o anche solo a farcene intravvedere la possibilità, allora a cosa serve? A cosa deve servire se per la prossima primavera già si prospetta nuovamente l’incombere della Troika sui nostri conti?
Considerato il contesto venticinquennale in cui si è evoluto l’attacco alla previdenza pubblica, alla quale si è accompagnato un analogo regresso dell’intero stato sociale, viene difficile pensare agli esodati quale fine ultimo delle controriforme che si sono succedute. Verosimilmente, si deve pensare che l’obiettivo finale sia la previdenza pubblica in quanto tale. A dimostrarlo non sono solo gli esodati con il loro lungo Calvario ma sono principalmente le drastiche riduzioni dei sostegni al reddito operate e le forme di pensionamento anticipato attuate. In particolare si pensi all’APE: prima cancellano il regime di anzianità e contemporaneamente elevano quello di vecchiaia; successivamente consentono di ritornare, più o meno, ai vecchi requisiti a patto però di accollarsi un mutuo al fine di percepire quel reddito differito (perché questo è la pensione retributiva) che, a proprie spese, i lavoratori avevano accantonato versando i contributi. Uno sfregio al diritto costituzionale che ha del perverso, come perverso appare costringere le donne ad inseguire per anni le aspettative di vita o a pagare col 30% e oltre del loro salario differito il dovuto riconoscimento per i molteplici ruoli sostenuti, di lavoratrice, di moglie, di madre e, non di rado, di tutrice, badante e infermiera tutto fare.
Se realmente si fosse voluto aggredire il debito pubblico, si sarebbe dato un vigoroso impulso alla lotta all’evasione fiscale e a quella (accertata) contributiva che, da sole, valgono più di 100 miliardi. Si sarebbe dato corso alla separazione dell’assistenza dalla previdenza per far rientrare la spesa pensionistica nei parametri UE, si sarebbe restituita dignità ai lavoratori migliorando e non demolendo l’art. 18 del loro Statuto. Si sarebbe provveduto a tutelare le giovani generazioni con una seria politica dell’impiego anziché distruggere le loro aspettative previdenziali con un sistema contrattuale allucinante, con la decontribuzione spacciata per riduzione del cuneo fiscale e con i vaucher al posto del salario e delle dovute contribuzioni previdenziali e assistenziali.

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Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte
Anno XV – Nr. 14 del 10 dicembre 2017

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