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GERMANIA NAZISTA 1940: Sul manifesto, dopo lo slogan segue la frase “una personal affetta da malatti ereditaria costa allo Stato 50.000 RM fino al raggiungimento del 60esimo anno di età”
Articolo ripreso dal blog Il Pedante, 28 marzo 2017 – Link: http://ilpedante.org/post/hier-traegst-du-mit
Su questo blog si è spesso documentato come la comunicazione politica dei nostri tempi radichi le sue retoriche nell’odio sociale. Chi sta (ancora) un po’ meglio vive sulle spalle di chi sta peggio. In una «economia sociale di mercato fortemente competitiva» il vantaggio dell’uno è la rovina dell’altro. E anche il debole è un nemico: nell’eterna rincorsa di un equilibrio economico che non torna mai, i suoi bisogni non sono sostenibili né giustificati dal contributo produttivo che apporta. Sicché è colpevole: sia perché non coglie le opportunità di un sistema che premia chi si impegna, sia perché intralcia quel sistema rivendicando diritti che non merita.
Un sistema radicato nell’odio produce odio. Molti amici si sono indignati nel leggere i contenuti della pagina Facebook «Vecchi di merda» dove si insultano gli anziani che percepiscono una pensione maturata con il metodo retributivo. Alla notizia (vera) di un centro anziani il cui personale percuoteva i degenti, gli amministratori della pagina commentavano che «picchiare un retributivo non è reato».
Non sappiamo quanto siano veri o fake gli autori di questa iniziativa, ma il punto è un altro: che ciò che scrivono è perfettamente in linea con il sentire politico dominante e con chi se ne fa latore nell’accademia e sui giornali. Ingiurie a parte, le rivendicazioni di VdM sviluppano il senso economico di tanti titoli degli ultimi anni.
Da tempo ci ripetono che i vecchi rubano il futuro ai giovani. Che «hanno fatto il debito pubblico». E che se i figli vogliono stare meglio i padri devono stare peggio. Senza scomodare la psicopatologia edipica, sono tutti corollari del teorema della scarsità: «Scannatevi, perché non ce n’è per tutti». O di quello del potere: se i poveri si accapigliano nelle fogne, è meno probabile che azzannino le caviglie dei ricchi. Se l’invidia sociale è vecchia quanto la società, la prevalenza del giovane sul vecchio, cioè del forte sul debole, va ancora più indietro: al mondo delle bestie da cui ci siamo evoluti. Sicché sarebbe uno spreco non fare di questo patrimonio ancestrale uno strumento di dominio politico e di controllo del malcontento popolare:
In queste retoriche cova spesso la fregola di mandare al macero la democrazia e di sopprimere i diritti degli avversari e dei diversi (pardon, dei competitors) escludendoli dalle decisioni comuni. Così accadeva all’indomani del voto inglese sull’uscita dall’Unione, con un rito rabbioso e «paidocratico» celebrato a stampa unita. In un precedente articolo dedicato a quella vicenda osservammo che:
In questa dialettica, anziani e giovani non sono altro che dramatis personae per indicare il vecchio e il nuovo, e quest’ultimo non è altro che l’agenda governativa in corso. Agli anziani tutti metaforici di questa mitografia si attribuisce la «paura del cambiamento» e l’attaccamento «antistorico» alle certezze del passato, «dall’alto delle loro pensioni, dei loro ricordi di gioventù e dai cuscini di un divano al di fuori del mondo e del futuro» (Federica Bianchi, L’Espresso). […] il vecchiume a cui si allude è […] il retaggio di sicurezze lavorative, sociali e patrimoniali che hanno effettivamente caratterizzato le gioventù degli elettori più stagionati e il periodo economicamente più florido del nostro continente. Non contenti di averle ampiamente smantellate nei fatti, i governi […] puntano oggi a squalificarle anche nell’immaginario associandole ai volti bavosi e sdentati degli orchi e delle streghe che, come nelle fiabe, divorano i bimbi rubando loro il futuro.
Con l’ovvio epilogo: La vicenda, già in sé squallida, potrebbe chiudersi qui […] Se non fosse che la fantasiosa crociata contro il voto degli anziani si è subito trasformata in un attacco reale al diritto di voto degli anziani, e quindi al suffragio universale, aprendo scorci inquietanti sugli umori antidemocratici che covano tra chi è nell’establishment.
La gerontofobia è sdoganata, è normale come il caffè dopo i pasti.

Ecco la risposta di Facebook a un lettore che segnalava la pagina Vecchi di Merda come contenuto che incita all’odio:

E in effetti gli standard della comunità Facebook non includono la discriminante dell’età. Che sarà mai, in fondo. Non sono mica donne, ebrei, migranti, maomettani o transomosessuali. Sono solo vecchi. E quella è solo un’opinione, anzi un’opinione in voga. A conferma che la lotta all’hate speech non serve a proteggere le persone ma le idee di chi lo condanna. Personalmente amo intrattenermi con gli anziani e amo anche le loro debolezze (qui una bella poesia di Claudio Baglioni), sicché non mi costa fatica considerarli una ricchezza. Ma se mi turo il naso potrei persino ringraziare i ragazzi (?) di VdM, perché in poche battute hanno denudato la ferocia di chi pensa e scrive le stesse cose ammantandole di sproloqui contabili e appiccicandosi l’etichetta di moderato. Di chi semina odio in giacca e cravatta nella certezza che saranno altri a raccoglierlo, ma soprattutto a subirlo.
***

Ma fingiamo che ci si creda davvero.
Incominciano col dire che il match contributivo-retributivo è una dialettica per criceti. Un sistema di assistenza pubblica deve assistere i cittadini secondo i bisogni di ognuno. Una volta fissato lo standard, gli strumenti sottostanti sono dettati dal fine. Se si accettano le premesse tecniche come finali ci si lascia condurre come le cavie nel labirinto di un laboratorio, fino all’esito stabilito da chi ha imposto quelle premesse. I cervelli adulti ragionano sul sistema, non nel sistema. È vero che le pensioni di anzianità assorbono una buona parte della spesa dello Stato (circa un quarto). Ma prima di chiederci che cosa si potrebbe fare con quei soldi dovremmo chiederci che cosa ci si stia facendo. I pensionati sono la categoria con più bisogni e più tempo libero.
Le loro pensioni le spendono in farmaci e cure mediche, case di riposo (che di solito costano più della pensione, quindi devono dare fondo anche ai risparmi), circoli ricreativi, ristoranti e balere, teatri e alberghi (anche in inverno, anche quando non si va in ferie e i gestori dovrebbero altrimenti chiudere), viaggi, capricci e regali ai nipoti, oltre il resto. A chi danno questi soldi? Ad altri vecchi bavosi? No. A chi lavora, cioè ai giovani: animatori, infermieri, medici, psicologi, fisioterapisti, farmaceutici, camerieri, ristoratori, accompagnatori, commercianti, imprenditori, ecc. La spesa pensionistica è, se non l’unico, il principale pilastro su cui ancora insiste lo stimolo pubblico della domanda privata.
Ora facciamo contenti i paidocrati: riduciamo tutte le pensioni. Sì, certo, tra i suddetti lavoratori molti finirebbero licenziati o in rovina per mancanza di clienti, però vuoi mettere? Si liberebbero «risorse» per i giovani. Come? Ad esempio con la riduzione dei contributi assistenziali versati da chi avrà ancora un lavoro. Ma sarà vero? Non ne ha mai parlato nessuno e non è mai successo.
Tanto che la riforma Fornero, quella fatta per salvare i conti pubblici e rendere sostenibile il sistema, prevedeva di aumentare l’aliquota delle partite IVA fino al 33%. Senza dire che con l’ulteriore aumento della disoccupazione calerebbe il gettito rendendo ancora più remota l’eventualità di una riduzione fiscale.
È tutta da piangere, insomma. Comunque la si metta, un sistema pensionistico e una spesa pubblica che non possono – cioè non vogliono – fare deficit quando occorre sono un carnaio dove tanti polli si contendono poco becchime e dove, non potendo vincere, ci si impegna affinché perda anche il vicino.
È la pena di un’economia ridotta al soldo e non alle cose e ai bisogni, dove per non infliggere qualche zerovirgola di inflazione ai patrimoni di chi non ha proprio bisogno di pensione, è lecita la miseria e la sofferenza di chi ci vive, fossero anche i propri genitori. È la subciviltà del «quanto ci costa», la stessa ritratta nell’immagine che apre la nostra pedanteria: «Anche tu porti il fardello! Un malato alla nascita costa in media 50.000 marchi fino ai 60 anni di età». Era la Germania del 1940.

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La svolta renziana: affamare gli anziani con teorie selettive e anti-umane (di Peppino Caldarola)

Il Pd ha in mano la proposta più indecente per far uscire l’Italia dalla crisi: tassare i più vecchi e avvicinarli alla morte con una progressione negli stenti.
E poi dice che uno si butta a sinistra (cit. Totò). Dopo aver letto l’intervista alla Stampa dell’ ex sottosegretario Nannicini, che fa coppia con l’altro economista di governo, Taddei, messo ai vertici del Pd da Civati e diventato in 24 ore renziano, non ci resta che piangere. E qui le citazioni sono finite perché ti vengono davvero le lacrime al pensiero che quello che probabilmente è ancora il partito più forte dell’area di centro-sinistra ha in mano la proposta più indecente per far uscire l’Italia dalla crisi: tassare gli anziani.

DA NANNICINI UNA CULTURA SELETTIVA ORRIBILE. Dice il prode Nannicini che gli anziani dovrebbero dare di più al fisco di quelli più giovani. Non si capisce se è prevista una progressività per cui un ottantenne non autonomo dovrebbe pagare più tasse di un quarantenne forte e sicuro di sé. La seconda idea (chiamiamola così) dell’economista bocconiano (ma a chi danno la cattedra in quella famosa università?) prevede che anche per i salari si adotti lo stesso criterio. Siamo l’unico Paese, dice Nannicini, in cui i salari salgono con l’età mentre in tutto il mondo avviene il contrario. Non so se ha davvero studiato la comparazione mondiale dell’evoluzione salariale, ma so che quello che dice Nannicini esprime una cultura selettiva orribile.

Non si capisce se è prevista una progressività per cui un ottantenne non autonomo dovrebbe pagare più tasse di un quarantenne forte e sicuro di sé.

Non vale la pena argomentare su quel che serve ai più anziani per campare e quindi sull’obbligo civile di tutelarli invece che avvicinarli alla morte con una progressione negli stenti. Quello che colpisce nelle teorie del Nannicini è la cultura profonda. Il conflitto generazionale diventa l’asse del processo dei riformatori renziani. Altri si attardano sul conflitto di classe, altri ancora ragionano sull’alto della piramide contro il basso della piramide, il meglio delle teste pensanti dell’economia mondiale si interroga sulle diseguaglianze e le mette in rapporto al modello del turbo-capitalismo finanziario. In Italia no. Il bocconiano Nannicini, che nasce a sinistra con un papà di sinistra, decide che il conflitto supremo, essendo quello fra giovani e vecchi, deve vedere questi ultimi puniti nel procedere dell’età.

GLI ANZIANI PIÙ POVERI COME CITTADINI DI SERIE B. In Toscana, oltre al Conducator d’eccellenza, è nato il Carlo Marx dei ricchi. Perché immaginate se un vecchio ricco ha il problema della progressione fiscale. Ce l’avrà il vecchio povero o buon borghese, che poco alla volta dovrà, a mano a mano che cresceranno le esigenze di cura, scoprire che le tasse gli toglieranno parte di quel che ha guadagnato. Capite il concetto? «Quel che ha guadagnato».

LE TEORIE ANTI-UMANE DEI RENZIANI. Nannicini ha iniziato l’intervista alla Stampa dicendo che i suoi ispiratori sono Gramsci e Veltroni. Ho letto Gramsci e se fossi un parente querelerei Nannicini, lo potrebbe fare l’istituto che porta il suo nome se non fosse diventato renziano. Conosco Walter e mi dispiaccio quando vedo il suo nome accostato a questo darwinismo sociale francamente disgustoso. Il Lingotto di Renzi darà vita a teorie selettive e anti-umane che fanno sperare che lui e i renziani non tornino mai più al governo. Invecchierai anche tu Nannicini con i tuoi coetanei che ti inseguiranno …

da LETTERA 43                                              9 marzo 2017

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Morto il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, autore del libro Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi, e occidentali da parte degli Usa (di Marcello D’Addabbo)

In Germania il caso Ulfkotte è ormai esploso in tutta la sua enormità. Nei talk show risuonano le parole del corrispondente esteri del più prestigioso quotidiano tedesco, “Frankfurter Allgemeine Zeitung” «per diciassette anni sono stato pagato dalla CIA, io e altri centinaia abbiamo lavorato per favorire la Casa Bianca». Questo è l’inquietante quadro descritto nel libro che Udo Ulfkotte ha da poco pubblicato in patria dal titolo eloquente: Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi, e occidentali in genere, attraverso una fitta rete di corruzione e di pressioni esercitate da parte degli americani mediante apparati di intelligence, ambasciate Usa, fondazioni, lobby e istituzioni atlantiste (sono citate tra le tante il Fondo Marshall, l’Atlantic Bridge e l’Istituto Aspen). Il fine di tale incessante attivismo operato nelle retrovie dei mass media, secondo le rivelazioni dell’autore, è quello di costruire una interpretazione degli accadimenti internazionali sempre unilaterale e compiacente verso Washington. Si racconta di programmi specifici per i giornalisti, disposti dalle ambasciate statunitensi in Germania e in Italia, nei quali è previsto un compenso che arriverebbe alla cifra di ventimila euro per scrivere articoli filostatunitensi. Ma non si tratta solo di dazioni in denaro, c’è l’altro mezzo di pressione, quello che solletica di più il narcisismo da cui i giornalisti sono maggiormente affetti, ovvero le gratifiche in campo professionale: premi, collaborazioni, incarichi, convegni nei mitologici e prestigiosi campus universitari americani, viaggi pagati, riconoscimenti pubblici di ogni genere, insomma una tentazione irresistibile. Il volto seducente del potere, cemento a presa rapida per costruire la casa sicura della narrazione mediatica ufficiale con l’aiuto di un esercito di professionisti mercenari dell’informazione a completa disposizione. «Prima di tutto» racconta «è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono altro che premi alla fedeltà propagandistica dell’autore che li pubblica, non molto differentemente dal premio “eroe del lavoro” nella ex Germania Est comunista». Ulfkotte ricorda esperienze personali, come quella, decisamente ridicola, dell’improvviso conferimento della cittadinanza onoraria dello stato americano dell’Oklahoma, in assenza di alcun legame apparente tra il suo lavoro e quel territorio. Poi, sullo sfondo di questa realtà patinata di favori e grandi alberghi, si muovono i servizi segreti e le pressioni quando serve non mancano: «Spesso vengono a trovarti in redazione, vogliono che scrivi un pezzo» rivela nel libro. In occasione della crisi libica del 2011, racconta di quando fu imbeccato da individui dei servizi tedeschi per annunciare sul suo giornale, quasi fosse un dato assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche pronte per essere usate contro il popolo inerme, ovviamente senza avere alcun riscontro da fonti verificate. Se invece si trasgredisce la linea filoatlantica le conseguenze sono altrettanto note, ovvero la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, fino alle minacce dirette e alle persecuzioni (lui stesso sostiene di aver subito sei perquisizioni nella sua abitazione con l’accusa di aver rivelato segreti di stato). Continue reading

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Rinascere con il Reddito di Cittadinanza (di MoVimento 5 Stelle)

Dati e indicatori economici di diversi istituti internazionali fotografano da tempo la stessa situazione: l’economia italiana è al palo, in fondo a tutte le principali classifiche. Se guardiamo, ad esempio, agli ultimi rapporti del Fmi e del World Economic Forum di Davos emerge l’eccezionalità della crisi del nostro Paese. Il Fmi certifica che la crescita italiana è 5 volte più lenta di quella mondiale: il Pil cresce 10 volte più lentamente di quello cinese, 2 volte più lentamente rispetto a quello francese, tedesco e britannico e più di 3 volte rispetto a quello spagnolo. Ci sono poi le classifiche del World Economic Forum, che ci vedono nel complesso al 27esimo posto su 30 Paesi avanzati.

Nel dettaglio, siamo 29esimi per quanto riguarda il comportamento etico delle aziende, 28esimi per grado di corruzione, 28esimi per indipendenza del sistema giudiziario, 29 esimi per quanto riguarda i favoritismi dei funzionari pubblici, 30esimi e ultimi per fiducia pubblica nei confronti dei politici. Peraltro lo studio del World Economic Forum afferma che gli alti livelli di povertà e disuguaglianza non sono compensati da un sistema di protezione sociale né generoso né efficiente e che persistono elevati differenziali di salario (come certificato di recente anche dal rapporto Oxfam sulla diseguaglianza). A chiudere il cerchio un altissimo rapporto debito/Pil che, senza una ripresa della crescita, condanna alla miseria le generazioni future.

Per far fronte a questo disastro è urgente e necessario un progetto economico del tutto diverso da quello messo in atto dagli ultimi Governi. Il M5S lo ha definito in questi anni: al centro del progetto c’è il reddito di cittadinanza definito in un nostro disegno di legge a prima firma Catalfo. Non si tratta di assistenzialismo ma di una misura di sostegno attivo al reddito e al reinserimento lavorativo, come dimostra il finanziamento dei centri per l’impiego (il nostro reddito costa 17 miliardi, dei quali 2,1 sono dedicati a potenziare i centri). Un argine immediato contro la povertà che avrebbe il merito anche di rinvigorire la domanda interna e i profitti delle imprese. Ne gioverebbero infine l’occupazione e il gettito fiscale.

Questo dal lato dei disoccupati e dei nuclei familiari a basso reddito.

Ma le nostre idee si estendono naturalmente alle piccole e medie imprese, fulcro del tessuto produttivo nazionale. Innanzitutto l’abolizione totale dell’Irap sulle microimprese; poi l’abolizione (vera, e non presunta) di Equitalia, per rifondare il fisco su un rapporto di collaborazione tra agenzia delle entrate e contribuenti; importantissime anche la semplificazione burocratica, l’estensione dell’aliquota agevolata al 5 e al 15%, l’eliminazione di circa 8mila euro di contributi a carico delle start up innovative e il sostegno all’economia 4.0 (ad esempio il settore delle stampanti 3D).

Più in generale, però, il problema dell’economia italiana è la cronica insufficienza degli investimenti pubblici nelle piccole infrastrutture e nei settori strategici, in seguito all’ondata di privatizzazioni che hanno sottratto al controllo pubblico aziende storiche e di successo. È quindi fondamentale tornare a investire, rifiutando la prospettiva illusoria di un’economia rinchiusa nel turismo e nella cultura, settori importantissimi ma non sufficienti a garantire occupazione di alta qualità e sviluppo. La necessità di aumentare stabilmente la spesa per investimenti produttivi deve influenzare anche i nostri rapporti con le istituzioni europee. Senza sovranità economica e fiscale aumentare gli investimenti è impossibile. Ecco perché il Fiscal Compact, cappio che la classe dirigente della Seconda Repubblica ha legato al collo dell’economia italiana, va abolito. Ma è insensato anche fossilizzarci su una moneta ampiamente sopravvalutata rispetto ai fondamentali della nostra economia. Una moneta che è stata costruita su misura per la Germania e che impedisce alle nostre imprese di esportare prodotti di qualità. Non ci può essere tutela del Made in Italy senza sovranità monetaria.

La ricetta delle élite, al contrario, è sempre la stessa: tagli ai servizi pubblici fondamentali, privatizzazioni a tappeto (ora è il turno dei servizi locali) e trattati commerciali iperliberisti. Dopo decenni di crescita lenta e una lunga recessione che nei prossimi mesi potrebbe ripresentarsi, è ovvio che l’Italia sia in fondo a tutte le classifiche. O si volta pagina o si nega, nei fatti, quella Costituzione che uno straordinario referendum popolare ha rimesso al centro dell’agenda politica.

da Il Blog delle Stelle                                22 gennaio 2017

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Tito Boeri sa come ridurre i costi previdenziali: accorciare la vita ai pensionati

Quella che segue è una lettera aperta inviata da Salvatore Rotondo al Presidente INPS dopo che lo stesso ha rilasciato alcune agghiaccianti dichiarazioni.

27.12.2016 – Esimio Presidente, scorrendo il suo vasto curriculum il sottoscritto, un modesto pensionato, non può avere dubbi sul fatto che Lei sia dotato di particolare cultura e intelligenza. Una recente circostanza tuttavia mi ha convinto che al tempo stesso Lei non possieda neppure un briciolo di umanità. Nulla di cui sorprendersi. Può capitare. Né è eccezionale il fatto che in un sol colpo sia riuscito a ferire 16 milioni di persone. C’è chi ha fatto di peggio.
Un esempio storico calzante? Ha presente la frase del generale Philip Sheridan “Gli unici indiani buoni che abbia mai visto erano morti”? Lo stesso Sheridan in un’altra circostanza si era rallegrato di aver eliminato il capo Cheyenne, Pentola Nera, definendolo “un vecchio logoro e inutile che non valeva nulla”.
Quando ho letto su un paio di blog che Lei, nel corso di una conferenza del Consiglio e dell’Ordine Nazionale degli Attuari aveva in qualche modo augurato vita breve ai pensionati non potevo crederci. L’ho giudicata una delle solite fastidiose, spesso vigliacche bufale che circolano in rete. Poi ho deciso di fare una verifica. Continue reading

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Il caso dei voucher e del reddito minimo

Blog de L’Espresso, articolo di Alessandro Giglioli, 22/12/2016

A volte, spingi spingi, una battaglia civile di minoranza diventa mainstream.
Qui ci si è occupati per la prima volta di voucher più di nove mesi fa, non solo su questo blog ma anche sull’Espresso cartaceo: e grazie a Fabrizio Gatti e Francesca Sironi ma soprattutto all’allora direttore Luigi Vicinanza che mi diede retta, quando in riunione spiegai la portata del fenomeno e suggerii che ce ne dovevamo ampiamente occupare, anche se non ne parlava nessuno. Adesso, per fortuna, invece ne parlano tutti. Compreso il responsabile economico del Pd Filippo Taddei, che nell’aprile scorso difendeva senza se e senza ma i buoni lavoro («stanno svolgendo il proprio compito primario, cioè far emergere lavoro nero, quindi la legge non va cambiata, basta introdurre la tracciabilità per evitare gli abusi») mentre ora, sull’Unità, preferisce farne la storia per ricordare che essi furono introdotti 9 anni fa, quindi estesi dal centrodestra, poi allargati dal governo Monti, quindi ulteriormente ampliati da quello Letta, mentre con Renzi ci si è limitati ad alzare un po’ il tetto per il loro utilizzo (da 5.000 a 7.000 euro l’anno), garantendone tuttavia la tracciabilità telematica per evitare gli abusi illegali. In altri termini, Taddei scarica le responsabilità sui governi precedenti, il che è un’implicita (ma neanche troppo) presa di distanza. Il responsabile economico del Pd ha le sue ragioni, in termini di cronistoria: è vero che i voucher sono nati in tempi lontani ed è vero che la loro più robusta estensione è avvenuta con i governi Monti e Letta. Tuttavia, va aggiunto, in entrambi i casi con la piena approvazione del Pd. Quanto al governo Renzi, questo ha dato – per così dire – la botta finale: alzare il tetto dei voucher del 40 per cento, date le precedenti liberalizzazioni, ha infatti portato al boom degli ultimi due anni, in cui si è passati da meno di 70 a più di 120 milioni di voucher, con un aumento del 32 per cento solo nel 2016. Soprattutto, il combinato tra le estensioni precedenti e l’aumento del tetto ha finito per modificarne la natura: nato per regolarizzare le piccole collaborazioni occasionali, il voucher si è trasformato in un “sostituto di assunzione”. Vale a dire: in caso di bisogno di collaboratori-manodopera, invece di assumere personale molte aziende hanno fatto ricorso ai voucher, creando così una nuova classe di lavoratori iper precari, senza alcun diritto alla malattia, alle ferie, alla maternità (e neanche parliamo di Tfr e tredicesima). È quindi molto inesatto dire (come fanno alcuni) che “i voucher non c’entrano con il Jobs Act”, dato che l’innalzamento del tetto del 40 per cento è avvenuto proprio con quella legge. La quale, per inciso, secondo Renzi è una di quelle «di cui dobbiamo essere orgogliosi» (tre giorni fa, all’assemblea nazionale Pd). A Filippo Taddei e al Pd faccio quindi presente che la questione delle responsabilità (è più colpa di Monti, Letta o Renzi?) è certamente interessante nel gioco della contrapposizione politica, ma non è utile ad affrontare in modo limpido il problema sociale, adesso. Semplicemente, a Taddei e al Pd chiedo: si è favorevoli o contrari a una forma di lavoro iper precaria che non prevede diritto alle ferie, alla malattia, alla maternità, etc etc? E si è favorevoli a questo in assenza di un reddito minimo garantito che contempli anche le cose di cui sopra (maternità, ferie, malattia etc)? Se si è favorevoli a queste forme di lavoro senza continuità di reddito e senza diritti di base, lo si dica apertamente – e nel caso è solo ipocrisia sostenere che è tutta colpa dei predecessori. Se invece si è contrari, si cambi verso e si mettano i lavoratori a voucher in condizione di godere di strumenti sociali che consentano loro un minimo di continuità di reddito, di diritto a malattia, maternità, ferie etc.
A proposito. Ieri Berlusconi, alla solita presentazione del libro di Bruno vespa, ha aperto – un po’ a sorpresa – al reddito minimo, nella versione “di cittadinanza” proposta dal M5S. Può essere una boutade, certo, ma è vero tuttavia che ormai il reddito minimo viene ipotizzato non più solo da economisti di scuola keynesiana, ma anche da diversi di estrazione liberale, che lo vedono come unico strumento per salvare il meccanismo di consumo-produzione, insomma il motore del capitalismo. Senza reddito, infatti, crollano i consumi e il sistema va in testacoda. Se quella di Forza Italia fosse una svolta vera, questo significherebbe che in Parlamento ci sono i numeri per approvare qualche forma che dia continuità di reddito e di diritti nell’era del lavoro molecolare e del precariato acrobatico: essendo il M5S e Sinistra Italiana (ma anche qualcuno nel Pd) firmatari di proposte in questo senso. D’altro canto, tutte le geremiadi sul costo del reddito minimo hanno perso un po’ di autorevolezza, ultimamente: dato che una cifra maggiore è stata trovata in cinque minuti, da entrambe le Camere, per salvare una banca, giusto ieri.
E ormai si è capito – quasi tutti hanno capito – che il costo del reddito minimo è comunque inferiore al costo (economico, ma anche in termini di pace sociale) della scelta opposta, cioè dell’assenza di un reddito minimo. Già, è proprio come si diceva all’inizio: a volte, spingi spingi, una battaglia civile di minoranza diventa mainstream.

dalla Newsletter Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte
Anno XV – Nr. 01 del 12 gennaio 2017

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“Parliamone”

Dalla pagina di Ferdinando Imposimato.
Presidente Gentiloni , lei da una parte dice di tener ben presente il referendum costituzionale del 4 dicembre dall’altro, con la benedizione del Quirinale, svaluta , neutralizza e vanifica quel risultato fondamentale con il rilancio di riforme che vanno tutte contro la Costituzione . Non condivido né la sua intervista nè il discorso del Capo dello Stato che non critica le sue scelte e omissioni. Le Sue dichiarazioni , pres. Gentiloni, sono preoccupanti . Non solo ignorano il verdetto popolare ma con flemmatica arroganza annunciano:<<continuerò le riforme di Renzi, >> e poi << penso che abbiamo fatto un ottimo lavoro>> . Difendere la riforma del Senato, la legge elettorale illegittima, un parlamento demolito dalla Consulta, una legge sul lavoro contro i lavoratori, la legge sulla scuola che umilia gli insegnanti, la legge salva banche truffatrici di migliaia di risparmiatori, di cui alcuni suicidi, significa violare la sovranità popolare. A questo, Lei aggiunge con spavalderia, il decreto di 20 miliardi per risanare il debito del Monte Paschi di Siena, simbolo di clientelismo e corruzione. Ammanco dovuto a omessi controlli di Governo, Banca d’Italia e Commissione Europea . Alla domanda su chi ha fatto fallire il MPS, la risposta è stata elusiva.
Alle truffe ai risparmiatori il Presidente della Repubblica dedica poche parole. << Va ristabilito un circuito positivo di fiducia, a partire dai risparmiatori, i cui diritti sono stati tutelati con il recente decreto-legge>>. Il decreto stanzia 20 miliardi per risanare il debito del MPS, simbolo di clientelismo e corruzione. Ma Lei Presidente non considera che a pagarne le conseguenze saranno milioni di cittadini in condizioni di povertà, gravati di nuove tasse per fare fronte ai debiti di ricchi. Tra cui la Sorgenia di Rodolfo De Benedetti figlio di Carlo De Benedetti, che avrebbe lasciato un buco da 600 milioni. Mentre Marcegaglia Emma ha accumulato un debito di 1,6 miliardi . Fra i debitori del MPS ci sono centinaia debitori , molti per almeno 500000 euro ciascuno .
Sui delitti di banchieri e truffatori non una parola del Presidente Mattarella. Che fa un fugace passaggio sulla necessità di lottare contro corruzione ed evasione fiscale, temi del tutto dimenticati dal neo premier Gentiloni. «La corruzione,- dice Mattarella- l’evasione consapevole degli obblighi fiscali e contributivi, le diverse forme di illegalità vanno contrastate con fermezza». Uno si aspetta che dica come e invece no, nessun rimedio.
La Convenzione di Strasburgo del 1999 contro la corruzione dice << In Italia la legge contro la corruzione lascia irrisolti diversi problemi, in primis non modifica la prescrizione, intervento raccomandato dal Consiglio Europeo (Raccom 2010/C217/11 del 9 luglio 2013), né il falso in bilancio e l’autoriciclaggio>> . L’UE osservò. << Il numero dei condannati per corruzione è in Italia il più basso d’Europa>>. Con grave danno per i milioni di cittadini costretti a pagare una tassa occulta e immorale ai ladri di Stato. Ma non si può parlare di corruzione senza parlare del conflitto di interessi, un cancro che affligge la politica da decenni. Che un tempo era punito come interesse privato in atti di ufficio dall’art 324 cp e che oggi dilaga senza punizione, mentre in USA è il cardine della lotta alla corruzione. Il Consiglio Superiore della Magistratura, di cui Mattarella è presidente, rileva che << L’illegalità diffusa nella gestione delle risorse pubbliche costituisce una delle principali emergenze nella vita civile ed economica del Paese. Essa inquina i meccanismi di accesso alle opportunità e di distribuzione delle risorse dettati dalla legge, realizzando condizioni di ineguaglianza che provocano profonda sfiducia da parte dei cittadini nelle istituzioni e nella politica>>.
Lei pres. Gentiloni glissa sulla prescrizione trincerandosi dietro la divisione della maggioranza. Ma dimentica che il problema si potrebbe facilmente risolvere. Con la fiducia cui il Governo ha fatto ricorso per le leggi salva banche, buona scuola e sul Jobs act . La lotta alla corruzione e all’evasione fiscale ci consentirebbe di recuperare 220 miliardi di euro ogni anno.
Il Presidente Mattarella tace, avvalla la linea di continuità e le leggi ingiuste, mentre il decreto che stanzia 20 miliardi lede l’art. 53 della Costituzione sulla equità fiscale, facendo pagare i debiti di persone benestanti a cittadini nullatenenti. E dovrebbe chiedere al Governo di agire contro i debitori e di rispettare il principio: “tutti concorrono alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva”. E ricordare al Governo che non può fare ciò che vuole ma deve rispettare la Carta. Il Capo dello Stato può rifiutare una legge incostituzionale rinviandola alle Camere per nuova deliberazione(art.74), ma deve intervenire anche prima delle leggi contro una politica che alimenta le diseguaglianze, con messaggi alle Camere (art. 87); non per dare espressioni di augurio, benevolenza o patriottismo, ma per ricordare le strade che la Costituzione traccia verso l’avvenire a parlamento e governo: eguaglianza (art.3) solidarietà ( rt. 2) e giustizia sociale. Saremo vigili in difesa della Costituzione. Seguiremo l’insegnamento di Aristotele che << non si trasgredisca la Carta e si osservi il piccolo perché le trasgressioni della Costituzione si insinuano senza che ce se ne accorga>>.
(Aristotele politica p173)

2 gennaio 2017

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Attentato Berlino, ecco cosa i mass media non diranno (di Gianluca Ferrara )

Il terrorismo è tornato e, insieme alla doverosa indignazione per le vittime, è partito all’unisono il medesimo coro mediatico. Una sorta di zecchino d’oro dell’orrore ove si cantano le lodi dell’occidente democratico e le malefatte degli islamici. Ma cosa non ci dicono i mass media?

Il terrorismo e le morti che esso causa non sono mai terminati. Il fatto è che le bombe che cadono sui bambini siriani, afghani, pakistani o irakeni non sono piene di cioccolato ma di esplosivi devastanti. Sovente anche di fosforo bianco, una sostanza che brucia lentamente come un acido fino a corrodere le ossa. Come definire in maniera alternativa da “terrorismo” quei crimini, ordinati per procura, che ha dovuto subire il popolo siriano negli ultimi anni? Chi ha appoggiato i ribelli anti Bashar al Assad? Buona parte dell’Europa, Qatar, Arabia Saudita e ovviamente gli Stati Uniti. Chi era la frangia più incisiva dei ribelli? Al Nursa e l’Isis cioè i famigerati terroristi finanziati dai Paesi occidentali per eliminare un presidente eletto.

Un presidente che si era permesso nel 2009, di rigettare (ed è probabilmente questa la vera ragione della guerra) la proposta di un gasdotto (Qatar-Turkey pipeline) voluto da Qatar, Arabia, Turchia e dai manovratori Usa le cui multinazionali svolgono sempre il ruolo predominante. Al Assad non ha voluto tradire gli interessi dell’alleato russo che per questa ragione lo difende; Putin infatti, aiutandolo, tutela il tornaconto del proprio Paese.

I mass media ci stanno ripetendo del gesto di un bambino di 12 anni colpevole di aver portato un pacchetto bomba con all’interno dei chiodi in un mercato tedesco. Un pacchetto che verosimilmente non sarebbe potuto esplodere. Ci rendiamo conto? Un bambino di 12 anni salito agli altari della cronaca mondiale per la sua “radicalizzazione”, mentre per anni è calato un imbarazzante silenzio, per esempio, sulle terribili cluster bomb made in Usa che stanno devastando Paesi non allineati come Libia, Siria, Iraq, Afghanistan. I morti e i feriti negli ultimi anni sono stati milioni.

Sono 20 anni che le élite dominanti nei Paesi occidentali adoperano in larga scala il terrorismo contro i Paesi arabi. La religione è una scusa. Il fine è accaparrarsi fonti energetiche e accontentare la brama di guadagno della potentissima industria degli armamenti. La medesima lobby che ha imposto al nostro Paese l’acquisto dei difettosi F-35, capitali spesi per strumenti di morte che invece potrebbero essere usati per istruzione, trasporti e sanità.

Ma se un giorno il nostro Paese dovesse avere un governo che davvero fa gli interessi dei cittadini e non delle lobby che governano la politica, allora sul serio dovremmo temere il terrorismo. E non mi riferisco al terrorismo di qualche deviante o folle islamico non integrato in occidente, ma un terrorismo ben più pericoloso, come già lo abbiamo avuto in Italia (si pensi Bologna), che subito spingerebbe l’opinione pubblica a dichiarare guerra ai fantasmi del terrore.

Vorrei rammentare che furono gli Usa a partire dalla fine degli anni ’70, a finanziare il radicalismo islamico in Afghanistan per volontà di Zbigniew Brzezinski consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter. Finanziando Bin Laden e compagni, volutamente si fece cadere nella trappola l’Urss che invase l’Afghanistan subendo una dolorosa sconfitta. “L’Afghanistan diventerà il loro Vietnam”, auspicò Brzezinski. Furono le armi statunitensi e i fiumi di dollari a far vincere i jihadisti, quelli che poi Ronald Reagan equiparò ai padri fondatori Usa. Quei “combattenti per la libertà” che invitò persino alla casa Bianca.

Mi rivolgo all’intelligenza di quei tanti italiani e italiane che sempre in più sono stanchi di essere trattati in maniera puerile dai mass media. Ribellatevi a questa narrazione main stream, a Natale invece di regalare un panettone a un parente che trascorre da 20 anni le serate dinanzi a Porta a porta, donategli un minimo di consapevolezza. Comprendo che è una battaglia ardua, ma spiegategli come sia parziale e frammentata la narrazione che ci viene fatta. E’ palese che alla fine, chi subisce le conseguenze, sono sempre e comunque i popoli e non i grandi manovratori. Quei manovratori che muovono politici, radicali islamici e giornalisti come burattini.

I fatti non accadono mai per caso, ma sono frutto di elaborazioni legate a eventi precedenti. Il dramma dei nostri tempi dominati dal pensiero breve è che si sofferma volutamente l’attenzione solo sul singolo evento, sul singolo pezzo del puzzle e non sull’insieme del disegno. E’ come se, dinanzi a una grande cartina geografica della sfera terrestre, ci si posizionasse sempre a pochi centimetri e tutto il mondo fosse solo quel piccolo punto di mare o di Terra che da quella vicinanza si può osservare. Per avere una visione d’insieme va fatto qualche passo indietro. E’ fondamentale compiere questo passo se vogliamo essere cittadini liberi e sovrani e non marionette inconsapevoli.

da il Fatto quotidiano / Blog / di Gianluca Ferrara              21 dicembre 2016

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Odio gli indifferenti (Il testo integrale di Antonio Gramsci)

Nel 1917 Antonio Gramsci pubblicava una rivista cui diede un titolo
evocativo, civile e poetico: “La città futura”. In quella rivista era
contenuto, fra gli altri, uno scritto che giunge fino a noi con i toni
laicamente epici di un grande manifesto politico e morale:
“Contro gli indifferenti.”

“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire
essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei
alla città.

Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza
è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli
indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il
novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più
splendenti, E’ la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio
delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché
inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e
qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; e ciò che sconvolge i
programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si
ribella all’intelligenza» e la strozza. Ciò che succede, il male che si
abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale)
può generare, non e tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto
all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene
tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini
abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la
spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà
abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento
potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non e altro
appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo,
tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne
preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni
ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di
piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne
preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela
tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a
travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno
naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha
voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e
chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle
conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non é
responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se
avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe
successo ciò che e successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro
indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro
attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male,
combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro,
invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di
programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano
cosi la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro
nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime
soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia
preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni
rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva
non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale,
non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi
nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi da noia il loro piagnisteo di
eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito
che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e
specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di
non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie
lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte
già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E
in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non
è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non
c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si
sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in
agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e
sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è
riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli
indifferenti.”

dal blog di Diego Siragusa                         15 dicembre 2016

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Caro Michele, il nostro ‘no no no’ è costruttivo, il tuo ‘sì sì sì’ è una resa alla destra (di Alessandro Robecchi)

Caro Michele,

ho letto con attenzione il tuo aperto – direi conquistato, posso? – sostegno alla “proposta Pisapia” (oggi su Repubblica, lo trovate qui) con conseguente pippone (mi consenta) sulla sinistra che dice sempre no, no, no. Non un argomento nuovo, diciamo, visto che ci viene ripetuto da tre anni almeno: vuoi mangiare la merda? No. Uff, dici sempre no.

Ma prima due premesse. Giuliano Pisapia è stato il mio sindaco, uno dei migliori degli ultimi decenni (oddio, dopo Albertini e Moratti…), credo anche di essere stato tra i primi a firmare un appello per la sua candidatura a sindaco di Milano, altri tempi. Ricordo che il giorno del ballottaggio (suo contro la mamma di Batman) avevo una prima a teatro, e sarà stato il clima in città, la tensione della prima, l’aria di attesa di un’elezione che squillava come un 25 aprile, ma ricordo quei giorni come giorni di grande gioia. Di come poi quell’entusiasmo si sia un po’ smorzato nella pratica quotidiana e nella maldestra uscita di scena di Pisapia non è qui il caso di dire.

Seconda premessa: non ho tessere in tasca, a parte quella dell’Anpi (una volta avevo quella dell’Inter, altri tempi pure quelli), e faccio parte di quella sinistra-sinistra “mai con Renzi”, come la chiami, senza essere né un “blogger trentenne a corto di letteratura” né “solido quadro di partito”. Vivo (bene) del mio lavoro, ho una casa, una macchina, due figli che vanno alla buonascuola e tutti i comfort, anche quelli inutili, del presente. Insomma, non vivo su Saturno, né abito in una comune, né coltivo il culto del Grandi Padri del Socialsmo buoni per le magliette. Mi trovo, nel grottesco tripolarismo italiano, nella felice posizione di equilontano.

Ma veniamo ai tuoi argomenti (in sostegno fiero e pugnace alla proposta Pisapia). Attribuisci alla “sinistra del no” una specie di pregiudizio insormontabile: non vuole Renzi segretario del Pd, lo considera un corpo estraneo alla storia di quel partito e della sinistra in generale (anche quella che ha detto troppi sì, a Napolitano, a Monti, alla Fornero…), lo schifa e lo irride come fosse un leader della destra.

Insomma, quei cattivoni della “sinistra del no” non praticano il principio di realtà, che il Pd oggi è Renzi, e quindi rifuggono alle sirene di un lavoro comune. Di più e peggio. Dici che il renzismo non è la causa di questa diffidenza, ma ne è invece l’effetto. In soldoni: Renzi sarebbe Renzi (arrogante, decisionista, sprezzante nei confronti del dibattito, insofferente ai distinguo e alle opinioni diverse), proprio per colpa loro.
Mah, io preferirei parlare di politica, la psicoanalisi dei leader mi interessa pochino.

E sia, allora: immaginiamo lo scenario. Una sinistra-sinistra guidata da Guliano Pisapia va a sostenere Renzi e quel che resta del renzismo, in modo da cacciare il sor Verdini e la sua cricca, Alfano, parlandone da vivo, e compagnia cantante. Intanto, un problemino. Naturalmente non si può parlare di una vittoria al referendum della sinistra-sinistra (a meno che non si voglia intestarle il 60 per cento, sarebbe ridicolo tanto quanto Renzi che si intesta il 40), ma dire che aveva visto giusto (con l’Anpi, l’Arci, Zagrebelsky, la Cgil… mica pochi, eh!) sì, quello si può dire. E allo stesso modo si può dire che Pisapia, con il suo Sì al referendum si sia schierato, in una scelta di-qua-o-di-là, contro la parte che aveva ragione, e lui torto. E’ già un’incrinatura: uno sconfitto federa e unisce i vincitori per andare a sostenere un ipotetico governo del capo degli sconfitti. Non suona male? E anche i tempi suonano male: se Pisapia avesse lanciato il suo sasso prima del referendum, il suo “Che fare?” sarebbe stato più denso e credibile. Proposto così, il giorno dopo la sconfitta, sembra solo un piano b, una via d’uscita dal cul de sac. E’ come se i napoleonici chiedessero a inglesi e prussiani di fare pace con Napoleone non il giorno prima, ma il giorno dopo Waterloo, un po’ surreale. E ho il sospetto (sono rognoso e diffidente) che questa uscita dal cul de sac, sia anche un perfetto piano b per riportare in gioco i pentiti del Sì: commentatori, intellettuali, corsivisti, guru, bon vivants, vip, filosofi, psicologi leopoldi che si sono schierati con Renzi e ora non vogliono tramontare con lui. Scusa, retropensiero maligno, succede. perdonami.

Ma poi: ammettiamo che una “sinistra-sinistra” che dice sempre no dicesse sì, e andasse a vedere le carte di questo mirabolante governo senza Verdini ma con Landini (semplifico), cosa porterebbe? Cosa chiederebbe?
Ok, programma di massima. Via la legge sul lavoro scritta da Confindustria. Via il pareggio di bilancio in Costituzione (strano: Renzi ha tuonato e tuonato contro quel vincolo, ma poi, volendorenzigettone cambiare 47 articoli della Costituzione, non l’ha messo nella sua riforma). Via la buonascuola e le sue stupide visioni aziendalistiche. Via riforme e riformette fatte per compiacere questo o quel potere o poterino (le concessioni per le trivelle, le banche degli amici, i bonus, le regalie, le nomine, l’occupazione della Rai, i bonifici una tantum al posto dei diritti…).

In pratica si andrebbe a governare con Renzi con il presupposto di cancellare ciò che ha fatto Renzi. Non credo sia un caso, Michele, che quando passi dalla teoria (il pippone contro i cattivoni del no no no) agli esempi (quel che di buono ha fatto Renzi) citi solo e soltanto la legge sui diritti civili. Bene, evviva, hurrà. Ma su tutto il resto glissi, silenzio. Davvero pensi che una sinistra-sinistra possa governare insieme a chi ha “vaucherizzato” (pardon) il mondo del lavoro? Davanti a chi non solo ha colpito (articolo 18) ma anche irriso i lavoratori dipendenti? Con chi ha usato il sarcasmo per descriverne la patetica antichità? Con chi ha detto “ciaone” e si è inventato la frase idiomatica “ce ne faremo una ragione” che – ammetterai – suona come un moderno “me ne frego?”. Con chi, per “disintermediare” e cioè per evitare mediazioni e politica, ha sputato in faccia ai corpi intermedi che rappresentano il lavoro flirtando invece con quelli che rappresentano il capitale, la finanza? (il tuo omonimo finanziere a Londra passato per ideologo di quella roba lì, il renzismo, è un caso di scuola).

Riassumo: si chiederebbe alla sinistra-sinistra di andare a sostenere una destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica, che penalizza i bassi redditi, non difende i giovani né i ceti medi, che toglie l’Imu anche alle ville dei cumenda, che regala 500 euro ai figli diciottenni sia del notaio che del bracciante. Insomma, lo dico male, che in tre anni ha fatto di tutto – ma di tutto – per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. In sostanza: è bella la cornice (le varie anime della sinistra che dimenticano il referendum e si ritrovano in pizzeria) ma fa schifo il quadro (una delle due sinistre non è di sinistra per niente e ha fatto molte delle cose che la destra ha sempre sognato di fare, più il tentativo di stravolgimento della Costituzione, che non è un dettaglio). In sostanza si sollecita (nobile intento) l’unità della sinistra con una forza molto forte (il Pd renzista) che di sinistra non è nemmeno lontanamente, ma nemmeno col binocolo.

E poi c’è un’altra cosa: insieme, Michele, abbiamo visto dalla scialuppa pirata di Cuore (e riso parecchio) il craxismo tronfio e grottesco, il berlusconismo delle furbate e delle scappatoie. Possibile che tu non veda nel renzismo (nel ciaone, nel “gettone del telefono” degli operai, nella celebrazione seppiata delle foto da agenzia Stefani di Nomfup, nelle strette di mano a Marchionne, nella retorica leopolda, potrei continuare per ore) una differenza che non è più nemmeno politica, ma antropologica? E non ti fa ridere? Quante volte in questi anni ho pensato: che titolo avremmo fatto a Cuore su un leader della sinistra che dicesse e facesse le cose che ha fatto Renzi? Avremmo riso molto, Michele, so che lo sai. Il titolo del primo numero di Cuore parlava del Pci-Pds e diceva : “Siamo d’accordo su tutto purché non si parli di politica”. Mi sembra attualissimo, eravamo bravini.

Ma visto che parti dal principio di realtà (Renzi è segretario del Pd con ampia maggioranza), ti oppongo un altro principio di realtà: la fauna renzista dei fighetti milanesi, della schiatta toscana, dei Rondolini, della nostra gloriosa Unità trasformata in fanzine della rockstar di Rignano, dei portavoce che giocano a Leni Riefenstahl, mi è lontana come Dell’Utri, come la Meloni, come un finanziere-squalo che fa il grano a Londra e viene a darci lezioni di come tagliare le pensioni in Italia. E’ a questa roba qua che dico sempre no, no, no? Esatto, è a questa roba qua. E se Giuliano Pisapia, che stimo e ringrazio per quello che ha fatto nella mia città, mi chiede di costruire qualcosa con quelli lì io dico no. Telefonatemi quando il Pd sarà un’altra cosa, quando davanti a un paese in ginocchio, stanco, ferito, spaventato, non verrà a dirmi gufo, rosicone, disfattista, non mi presenterà una storiella di Italia potenza culturale con le scuole che cascano in testa agli studenti, non mi dirà #Italiariparte o stronzate consimili.

Aspetto. Per ora no, grazie.

da MicroMega                               9 dicembre 2016

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