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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
In questi giorni il Parlamento ha approvato alcune norme inserite nel “collegato alla Finanziaria 2010” il cui effetto in termini di ulteriore attacco ai diritti dei lavoratori verrà purtroppo sperimentato da molti negli anni a venire. Riporto qui di seguito un articolo del nostro Socio e Consigliere Nazionale ATDAL Stefano Giusti recentemente pubblicato sul sito dirittidistorti, articolo che spiega in modo ottimale quale nuovo colpo è stato sferrato ai diritti di chi lavora. Le sorprese della Finanziaria di Stefano Giusti Nel Collegato “lavoro” della Finanziaria 2010 approvata a Dicembre al Senato, ci sono alcune norme passate sotto silenzio che meritano di essere approfondite, in quanto seppur all’apparenza poco invasive, tendono nella realtà ad assestare gli ennesimi colpi di piccone a un sistema di diritto che, per quanto riguarda i lavoratori, è stato già abbondantemente manomesso in maniera peggiorativa. Le principali novità che riguardano il campo del lavoro sono tutte sottilmente unite tra loro da un filo conduttore che tende ancora una volta a riaffermare il primato dell’interesse di impresa su quello del lavoro. Ecco gli elementi principali del collegato (ndr). Deroga dai Contratti Nazionali di Lavoro Innanzitutto è stata introdotta la possibilità in sede di stesura dei contratti di derogare dai CCNL, certificando tramite commissioni (un sindacato o un Ente bilaterale) dei contratti individuali, i quali possono contenere anche clausole peggiorative rispetto a quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Nello specifico poi, l’art 33 del disegno di legge della finanziaria 2010, introduce ed amplia la possibilità di ricorrere nelle cause di lavoro all’arbitrato, dando la possibilità di inserire nei contratti una clausola compromissoria secondo cui le controversie tra le parti possono essere sottratte al giudice del lavoro e risolte appunto con un arbitrato. In pratica c’è la possibilità di assumere facendo sottoscrivere al lavoratore (in altre parole obbligandolo a firmare pena la non assunzione – ndr) un contratto individuale, dove si certifica la “volontà” del lavoratore di accettare deroghe peggiorative previste dai contratti collettivi e dove il lavoratore rinuncia a priori in caso di controversia o licenziamento ad andare davanti al magistrato per affidarsi ad un collegio arbitrale. Se valutiamo le difficoltà che ci sono oggi per trovare un posto di lavoro e le condizioni che alcuni lavoratori si trovano costretti ad accettare (anche in termini di sicurezza) pur di portare a casa uno stipendio, appare piuttosto chiara la portata destabilizzatrice di questa norma. La sua introduzione è stata ovviamente motivata col solito grimaldello giustificativo di voler sollevare i tribunali del lavoro dall’ingolfamento di pratiche e sveltire gli iter giudiziari (una priorità nobile e disinteressata per l’attuale governo…). Non ci vuole molto però a capire quanto questa norma sia pericolosa e squilibrata. Arbitrato e conciliazione infatti presuppongono che le due parti siano su un piano di sostanziale parità sia economica che di potere, mentre è facile capire quanto sia dispari su tutti i piani la posizione tra un azienda e un singolo lavoratore. Questa disparità non è oltretutto ideologica o campata in aria, ma è stata più volte ribadita da sentenze della Cassazione in merito alle cause di lavoro. Norme limitative dell’azione del lavoratore Il tentativo di depotenziare i diritti dei lavoratori e in toto il processo del lavoro va avanti con altri due articoli, il 32 e il 34, che inseriscono altre norme limitative. Anche nel caso in cui un lavoratore voglia e possa (anche in termini economici) intraprendere le vie giudiziarie, nel caso del Processo del lavoro, il giudice non potrà più entrare nel merito delle decisioni aziendali: in parole povere non sarà più possibile contestare le scelte dell’impresa ma il giudice dovrà limitarsi alla verifica dei requisiti. Questo limite si rafforza soprattutto nei casi di contratti di lavoro autocertificati dove non sarà possibile contestare le deroghe peggiorative contenute negli accordi individuali, ma il tribunale potrà solo prendere atto e rendere legali motivi aggiuntivi.
Ancora altre piccole chicche, modifiche apparentemente insignificanti ma che come gocce scavano lentamente la pietra del diritto. Impugnazione dei licenziamenti Una è quella relativa all’impugnazione dei licenziamenti: è stata introdotta infatti una norma che riduce tempi di impugnazione del licenziamento. Con le nuove disposizioni il termine passa a 60 giorni e una volta decorso questo periodo, non sarà più possibile rivolgersi ad un giudice per far invalidare la risoluzione di un rapporto di lavoro dipendente. Contributo alle spese processuali Se non bastasse è stato esteso anche ai processi del lavoro l’introduzione del Contributo sulle spese processuali. Esso viene stabilito in una cifra che va dai 30 Euro per i processi di valore fino a 1.100 Euro e arriva fino ai 1.100 Euro per i processi di valore superiore ai 520 mila Euro. L’applicazione di questa modifica fa sì che un lavoratore che apre una controversia con il proprio datore di lavoro, prima della Finanziaria non pagava nulla, mentre ora dovrà pagare una somma in denaro che può anche essere consistente. È facile immaginarne l’effetto su un lavoratore che ha perso il posto, quindi è senza stipendio, e deve decidere se aprire o no una vertenza con il proprio ex datore di lavoro.
Ci si può fermare qui, anche se, nella stesso Collegato lavoro ci sarebbero altri interventi degni di commento come la reintroduzione dello Staff leasing tra le tipologie contrattuali applicabili o la norma che riguarda l’obbligo scolastico che potrà essere assolto già a 15 anni lavorando con un Contratto di apprendistato (il precedente Governo aveva elevato l’obbligo scolastico a 16, ben al di sotto dei 18 previsti nella UE, questa norma riabbassa il requisito in un paese che in termini di scolarizzazione viene dopo il Portogallo - ndr) . Per commentare questa che personalmente considero una sorta di “macelleria sociale” non servono approfondite analisi sociologiche o giuridiche, basterebbe citare l’Articolo 35 della Costituzione che in apertura recita “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”. Se qualcuno intravede in queste norme una pur lontana tutela di qualcosa, che per favore lo spieghi a tutti noi e specialmente a coloro che, quotidianamente, manifestano nelle piazze e si battono per impedire la chiusura di fabbriche e per difendere la loro dignità di lavoratori e persone.
Fin qui l’articolo di Stefano al quale vorrei aggiungere qualche commento nel merito e qualche considerazione politica.
Stefano ha dimenticato di citare che accanto a tutti questi articoli devastanti e che mirano a demolire progressivamente lo Statuto dei Lavoratori, nel provvedimento approvato dal Parlamento è stata anche inserita una nuova deroga alla riforma degli ammortizzatori sociali, una riforma divenuta ormai una sorta di barzelletta che politici di ogni genere hanno cominciato a raccontarci attorno alla metà degli anni ’90. Da allora, mentre scherzavano raccontandoci la barzelletta, hanno “riformato” 4 o 5 volte la previdenza, hanno varato una cinquantina di contratti flessibili che danno mano libera alle imprese nel ricattare e sfruttare i lavoratori, hanno introdotto ostacoli per i lavoratori che intendono difendere i propri diritti, hanno cercato di salvare “furbetti” di ogni genere che, spassandosela tra festini a base di trans e puttane, hanno mandato in rovina centinaia di migliaia di famiglie, ecc. Al tempo stesso questi galantuomini se ne sono fottuti della necessità di una legge a tutela delle vittime del mobbing, di avviare una seria lotta al lavoro nero, di introdurre seri provvedimenti per ridurre le morti e gli incidenti sul lavoro, ecc. Ma qualche osservazione merita di essere fatta anche da un punto di vista politico. 1. Quale punto di contatto esiste razionalmente tra una Finanziaria e questo insieme di norme definito “Collegato al lavoro” ? Io credo non vi sia nessun nesso. Esiste bensì una precisa strategia particolarmente cara a questo Governo (questa volta non posso esimermi dal dirlo visto che non credo di avere mai risparmiato critiche anche ad altri Governi). La strategia consiste nell’inserire all’interno di provvedimenti di legge di varia natura articoli che nulla hanno a che vedere con il corpo principale del provvedimento. L’obiettivo è quello di far concentrare l’attenzione di tutti sul provvedimento generale e distogliere l’attenzione dagli “elementi secondari” senza suscitare una particolare opposizione. 2. Il merito di questo “eccellente Collegato” va tutto ascritto al Ministro Sacconi, ex-socialista, craxiano di ferro e attualmente meglio definibile come il portavoce (e passacarte) della corrente più reazionaria della Confindustria capitanata dall’egregio Dr. Bombassei. 3. Il pericolo delle norme di cui abbiamo parlato è stato più volte sottolineato da vari articoli scritti dal Prof. Luciano Gallino, articoli passati nell’indifferenza generale forse perché Gallino non appartiene alla congrega dei grandi “pensatori” economici che vanno da Tito Boeri a Pietro Ichino, ecc. 4. L’opposizione di centro sinistra si è totalmente disinteressata di questi provvedimenti salvo qualche sporadica dichiarazione di singoli Parlamentari in prossimità dell’approvazione del Collegato. 5. Il sindacato, dopo avere ignorato per mesi il pericolo rappresentato da queste nuove norme si è diviso. CISL e UIL hanno, al solito, spolverato rilievi di lana caprina per minimizzare la portata dei provvedimenti e sostanzialmente approvarne forma e sostanza. UGL, forse perché la Polverini aveva altro a cui pensare, si è distinta per un silenzio tombale. La CGIL ha preso un posizione netta di contrasto al Collegato chiamando alla mobilitazione i lavoratori. Peccato che il contrasto a norme che ledono i diritti dei lavoratori, da che è mondo, si mette in campo ben prima che tali norme vengano approvate. A posteriori tutto diventa più difficile ma non sono io a doverlo spiegare al sindacato caso mai mi sento in portato a dire che il disinteresse dimostrato durante tutto l’iter per l’approvazione del Collegato è sospetto così come è sospetta la tardiva chiamata alle armi quando i buoi hanno già lasciato la stalla. Resta solo da capire se in questo paese esiste ancora qualcuno che abbia le carte in regola per proporsi a difesa dei lavoratori e dei disoccupati … io qualche dubbio in merito ce l’ho !!!
Armando Rinaldi Vicepresidente Atdal
Di Fedele (del 07/03/2010 @ 15:34:23, in Video, linkato 6 volte)
Di Fedele (del 07/03/2010 @ 15:09:00, in Video, linkato 7 volte)
Di Fedele (del 06/03/2010 @ 12:24:05, in Video, linkato 7 volte)
Non metto in un "altro aventino" il punto interrogativo perchè ci siamo già. Di fronte alle minacce di Berlusconi e dei fascisti di scendere in piazza e di impedire i principi minimi di questa democrazia cosa diciamo? Cosa dicono chi ha le responsabilità di rappresentarci, le organizazzioni antifasciste, tutti i gruppi di opposizione sociale? Sono pronti a cambiare le leggi per viltà, timore, interessi! Ma non dovrebbe essere proclamato uno sciopero generale immediatamente? I vari popoli (viola, giallo, ecc) dove sono, è ora di tornare al rosso oppure è talmente sbiadito da non riconoscerlo più? Oppure aspettiamo che il nostro presidente dica che "si devono abbassare i toni", frase così impersonale da rivelare l'assenza di personalità di questo rappresentante dello stato. Si dovrebbe dire "caro Berlusconi, se scendi in piazza chiamiano noi tutti i democratici a scendere in piazza. Se vuoi lo scontro anche di piazza non ci tiriamo indietro. Attenzione a quello che fai!" Nessuno ricorda come è andato su il fascismo e so bene, non occorre ripetermelo, che il fascismo non torna più, ma ce ne è un altro pronto, che si è preparato da anni e noi continuiamo a far finta di non vederlo. Sono stanco di partecipare ad incontri, dibattiti dove, tra di noi (Smuraglia, Onida, ecc, ecc), ci diciamo al chiuso che c'è un attacco alla democrazia ed alla Costituzione, ma mai si prendono iniziative se non per ridircele ancora tra di noi. Quando si scende in piazza, tutti i giorni, a fare propaganda ed azione politica contro questo governo? Ma l'attacco ha già ottenuto i suoi risultati, ha già vinto le sue battaglie e sta proseguendo come un rullo compressore. Vedi per ultimo l'attacco all'articolo 18, i progetti di legge sul controllo di Internet. Basta fare i rincoglioniti aspettando il proprio turno elettorale, sapendo bene tutti che il nostro voto serve solo a riconfermare una classe dirigente inetta, interessata e collusa. Occorre passare ad una democrazia diretta che rimetta nelle nostre mani ciò che la nostra classe politica ha dissipato utilizzando la delega come strumento del proprio potere personale. Vincenzo
"Non vorrei fare la parte dell'eversivo ma lo dico chiaro e tondo: noi attendiamo fiduciosi i verdetti sulle nostre liste, ma non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto''. Ignazio La Russa, ministro della difesa (degli interessi del Popolo delle libertà n.d.r.) E così l' ineffabile ministro, che ha giurato sulla Costituzione fedeltà alla Repubblica, minaccia di morte la democrazia: quella che i suoi degni predecessori hanno già ammazzato durante il fascismo, quella che hanno cercato di soffocare fin dalla nascita dopo la guerra di Liberazione. Questo campione delle Istituzioni democratiche (sic!) merita la più dura risposta da parte di tutti noi, perché non possa credere neanche per un momento che la libertà di tutti gli italiani sia Cosa sua!
Di Fedele (del 01/03/2010 @ 19:12:42, in Video, linkato 14 volte)
La democrazia haitiana è nata da poco. Nel suo breve periodo di vita, questa creatura affamata ed ammalata non ha ricevuto altro che schiaffi. Era appena nata, nei giorni di festa del 1991, quando fu assassinata dal colpo di Stato del generale Raoul Cedras. Tre anni dopo, resuscitò. Dopo aver messo e tolto così tanti dittatori militari, gli Stati Uniti misero e tolsero il presidente Jean-Bertrand Aristide, che era stato il primo governante ad essere eletto dal voto popolare in tutta la storia di Haiti e che aveva avuto la folle idea di volere un paese meno ingiusto. Il voto e il veto Per cancellare le impronte della partecipazione statunitense nella dittatura da macelleria del generale Cedras, i marines si portarono via centosessantamila pagine dall’archivio segreto. Aristide ritornò incatenato. Gli diedero il permesso di riprendersi il governo, ma gli proibirono il potere. Il suo successore, René Preval, ottenne quasi il 90% dei voti, ma più che potere ha un qualsiasi incarico di quarta categoria del Fondo Monetario o della Banca Mondiale, sebbene il popolo haitiano non lo abbia eletto nemmeno con un voto. Più che il voto, può il veto. Veto alle riforme: ogni volta che Preval, o qualcuno dei suoi ministri, chiede credito internazionale per dare pane agli affamati, parole agli analfabeti o terra ai contadini, non riceve risposta, o gli rispondono ordinando. Impara la lezione. E dato che il governo haitiano non capisce che bisogna smantellare i pochi servizi pubblici che rimangono, ultimi poveri rifugi per uno dei popoli più abbandonati del mondo, i professori danno per perso l’esame.
L’alibi demografico Alla fine dell’anno passato quattro deputati tedeschi fecero visita ad Haiti. Non appena arrivarono, la miseria del popolo colpì i loro occhi. L’ambasciatore tedesco, a Port-au–Prince, gli spiegò allora qual è il problema: questo è un paese sovrappopolato, disse. La donna haitiana sempre vuole, e l’uomo haitiano sempre può. E si mise a ridere. I deputati stettero zitti. Quella notte, uno di loro, Winfried Wolf, diede un’occhiata alle cifre e verificò che Haiti è, con il Salvador, il paese più sovrappopolato delle Americhe, ma è tanto sovrappopolato come la Germania: ha quasi la stessa quantità di abitanti per chilometro quadrato. Durante la sua permanenza ad Haiti, il deputato Wolf non fu solo colpito dalla miseria: fu anche sconvolto dalla capacità di bellezza dei pittori popolari. E giunse alla conclusione che Haiti è sovrappopolato…di artisti. In realtà, l’alibi demografico è più o meno recente. Fino a qualche anno fa, le potenze occidentali parlavano più chiaramente.
La tradizione razzista Gli Stati Uniti invasero Haiti nel 1915 e governarono il paese fino al 1934. Si ritirarono quando raggiunsero due dei loro obiettivi: riscuotere i debiti della City Bank e derogare l’articolo costituzionale che proibiva di vendere piantagioni agli stranieri. Allora Robert Lang, segretario di Stato, giustificò la lunga e feroce occupazione militare spiegando che la razza nera è incapace di governarsi, che ha “una tendenza alla vita selvaggia ed una incapacità fisica di civilizzazione”. Uno dei responsabili dell’invasione, William Philips, aveva covato da tempo la sagace idea: “Questo è un popolo inferiore, incapace di conservare la civiltà che gli avevano lasciato i francesi”. Haiti era stata la perla della corona, la colonia più ricca della Francia: una grande piantagione di zucchero, con manodopera di schiavi. Nello spirito delle leggi, Montesquieu lo aveva spiegato senza peli sulla lingua: “Lo zucchero sarebbe troppo caro se non lavorassero gli schiavi nella sua produzione. Questi schiavi sono neri dalla testa ai piedi ed hanno il naso così schiacciato che è quasi impossibile compatirli. Risulta impensabile che Dio, che è un essere molto saggio, abbia messo un’anima, e soprattutto, un’anima buona, in un corpo interamente nero”. In cambio, Dio aveva messo una frusta nelle mani del capo. Gli schiavi non si distinguevano per la loro volontà di lavorare. I neri erano schiavi per natura ed anche vagabondi per natura, e la natura, complice dell’ordine sociale, era opera di Dio: lo schiavo doveva servire il padrone e il padrone doveva castigare lo schiavo, che non mostrava il minimo entusiasmo nel momento di soddisfare il disegno divino. Karl von Linneo, contemporaneo di Montesquieu, aveva decritto il nero con precisione scientifica: “Vagabondo, scansafatiche, negligente, indolente e di usi dissoluti”. Più generosamente, un altro contemporaneo, David Hume, aveva dimostrato che il nero “può sviluppare alcune capacità umane, come il pappagallo che sa ripetere alcune parole”.
L’umiliazione imperdonabile Nel 1803 le truppe di Napoleone Bonaparte presero una tremenda batosta dai neri di Haiti, e l’Europa non perdonò mai questa umiliazione inflitta alla razza bianca. Haiti è stato il primo paese libero delle Americhe. Gli Stati Uniti avevano conquistato prima la loro indipendenza, ma avevano mezzo milione di schiavi che lavoravano nelle piantagioni di cotone e di tabacco. Jefferson, che era proprietario di schiavi, diceva che tutti gli uomini sono uguali, ma diceva anche che i neri sono stati, sono e saranno inferiori. La bandiera dei liberi si alzò sulle rovine. La terra haitiana era stata devastata dalla monocoltura dello zucchero e rasa al suolo dalle calamità della guerra contro la Francia, e un terzo della popolazione era caduta in combattimento. Iniziò allora l’embargo. La neonata nazione fu condannata alla solitudine. Nessuno le comprava, nessuno le vendeva, nessuno la riconosceva.
Il delitto della dignità Neanche Simón Bolívar, che tanto valoroso seppe essere, ebbe il coraggio di firmare il riconoscimento diplomatico del paese nero. Bolívar aveva potuto ricominciare la sua lotta per l’indipendenza americana, quando già la Spagna lo aveva sconfitto, grazie all’appoggio di Haiti. Il governo haitiano gli aveva donato sette navi e molte armi e soldati, con la unica condizione che Bolívar liberasse gli schiavi, una idea che al Libertador non era venuta in mente. Bolívar rispettò questo impegno, ma dopo la sua vittoria, quando già governava la Gran Colombia, diede le spalle al paese che lo aveva salvato. E quando convocò le nazioni americane all’incontro di Panama, non invitò Haiti ma invitò l’Inghilterra. Gli Stati Uniti riconobbero Haiti appena sessant’anni dopo la fine della guerra di indipendenza, mentre Etienne Serres, un genio francese dell’anatomia, scopriva a Parigi che i neri sono primitivi perché hanno poca distanza tra l’ombelico ed il pene. A quei tempi, Haiti già stava nelle mani di sanguinose dittature militari, che destinavano le fameliche risorse del paese al pagamento del debito francese: l’Europa aveva imposto ad Haiti l’obbligo di pagare alla Francia un indennizzo gigantesco, a mo’ di perdono per aver commesso il delitto di dignità. La storia dell’aggressione ad Haiti, che oggi ha dimensioni da tragedia, è anche una storia di razzismo nella civiltà occidentale.
Brecha 556, Montevideo, 26 de julio de 1996
da http://www.itanica.org
Durante i “trenta gloriosi” anni seguenti la Seconda guerra mondiale, le banche hanno svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo economico del sistema capitalista, incentrato a quell’epoca sulla relazione virtuosa tra il settore bancario e le imprese che producono beni e servizi non-finanziari: le linee di credito concesse dalle banche a tali imprese – i cui obiettivi erano definiti con riferimento al medio-lungo periodo – permisero la produzione di valore aggiunto attraverso la remunerazione dei lavoratori delle imprese, i quali potevano disporre della loro capacità di acquisto sui mercati dei prodotti al fine di avere un tenore di vita dignitoso senza dover ricorrere all’indebitamento personale.
La finanziarizzazione[1] delle economie capitaliste, iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso, ha trasformato i nostri sistemi economici radicalmente, marginalizzando poco alla volta il ruolo delle banche commerciali, inducendo queste ultime a diventare delle società finanziarie attive su scala globale e operanti a 360 gradi sui mercati finanziari (una sorta di “supermercati finanziari” alla ricerca del massimo profitto nel minor tempo possibile). La crescente quota dei profitti nella distribuzione del reddito che avviene sul mercato dei prodotti ha ridotto la necessità per le imprese di far capo al credito bancario per il finanziamento della loro produzione. La riduzione della quota dei salari reali nella distribuzione del reddito nazionale ha da parte sua diminuito la capacità di acquisto delle famiglie di lavoratori, a tal punto da aver introdotto nelle statistiche a livello nazionale la categoria dei cosiddetti “working poor”, vale a dire i lavoratori il cui salario o stipendio non basta per assicurare loro un livello di vita minimo esistenziale, costringendoli dunque a ricorrere all’indebitamento personale e magari pure all’assistenza sociale.
In questo regime economico, le imprese non hanno alcun interesse a investire per aumentare la loro capacità di produzione in quanto i consumatori hanno una minore capacità di acquisto, data la maggiore quota dei profitti nella ripartizione del reddito nazionale. Queste imprese sono quindi indotte a spendere i loro profitti a oltranza sui mercati finanziari, i quali permettono alle banche, fra molti altri attori finanziari, di riciclare tale enorme liquidità concedendo lucrativi prestiti al consumo alle famiglie di lavoratori il cui salario o stipendio non basta per mantenere un certo tenore di vita.
Alla relazione che associava il credito dei lavoratori al debito delle aziende nell’epoca precedente la “finanziarizzazione” dei sistemi economici capitalistici è andata sostituendosi la relazione opposta, caratterizzata dall’aumento dell’indebitamento personale, da un lato, e dall’altro lato dalla crescita dei profitti aziendali non reinvestiti nella produzione ma spesi per aumentare le rendite sui mercati finanziari. Le politiche di riduzione del debito pubblico e di pareggio del bilancio statale hanno poi aggravato questa situazione, già destabilizzante per natura, in quanto hanno ridotto da un lato la capacità di contrarre debiti da parte del settore pubblico e, dall’altro lato, hanno diminuito l’offerta di titoli finanziari dello Stato, contraddistinti da un rapporto rischio–rendimento interessante per gran parte dei risparmiatori individuali.
Come fece notare William Vickrey, “premio Nobel” per l’economia nel 1996, “il deficit pubblico non è un peccato ma una necessità economica”[2] al fine di ridurre l’instabilità intrinseca nel funzionamento dei sistemi economici capitalistici dominati dalla finanza speculativa.
da www-economiaepolitica.it (12 febbraio 2010 )
*L’autore è professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria nell’Università di Friburgo (Svizzera). [1] La finanziarizzazione di un sistema economico consiste nel dare la precedenza ai mercati finanziari, ai motivi di carattere finanziario, agli agenti finanziari e alle istituzioni finanziarie – sul piano sia nazionale sia transnazionale – rispetto alla cosiddetta economia “reale”, il cui funzionamento è pertanto subordinato (a prescindere dalla congiuntura) alla finanza speculativa. [2] William Spencer Vickrey, “We need a bigger deficit”, in M. Forstater e P.R. Tcherneva (a cura di), Full Employment and Price Stability: the Macroeconomic Vision of William S. Vickrey, Cheltenham e Northampton, Edward Elgar, 2004, p. 134.
La litania più vile che da anni viene ammannita ai cittadini rispettosi delle leggi è questa: «non ci sono soldi!». Questo ignobile ritornello viene ripetuto come un disco rotto per giustificare i tagli fatti contro la scuola pubblica, il welfare, la ricerca, la cultura e via dicendo. Questo slogan è la foglia di fico di politici che mentono vergognosamente da anni. I soldi ci sono, solo che qualcuno se li intasca per i propri privilegi. Le risultanze dei dati sulla struttura della contribuzione fiscale per l’anno 2008 mostra che solo una parte dei cittadini, in particolare i dipendenti, sostengono finanziariamente lo Stato.
Molti altri si trattengono i soldi delle tasse, legittimando de facto il diritto alla disuguaglianza di fronte alla legge. L’ideologia che sorregge questa pratica illegale si fonda sullo stereotipo dello Stato sbirro che taglieggia il cittadino, per cui chi fotte lo Stato è uno che si difende, un furbo. Grazie all’accoglimento politico di questa sottocultura si è radicato il patto scellerato fra politica ed evasori che le forze moderate, ma non solo, hanno legittimato per renderere l’evasione fiscale un reato veniale, proficuo e praticamente senza effetti collaterali. La ricaduta più schifosa di questo démi-penser è l’occultamento della semplice e “scandalosa” verità: «chi non paga le tasse ruba dalle tasche di chi le paga». La mancata riduzione delle aliquote fiscali è bloccata dallo sconcio livello dell’evasione e provoca il pagamento di un vero pizzo da parte di chi si attiene alla legge. In questo senso l’evasore totale, quello sistematico, il grande elusore e i loro complici nelle istituzioni sono colpevoli di furto e di estorsione ai danni dei cittadini e della cosa pubblica. Aggiungete al conto il costo della corruzione e potete valutare il danno che la società subisce dalla consorteria dei malfattori eternamente impuniti.
da L'Unità del 19/02/10
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