Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 22/06/2007 @ 15:51:18, in Considerazioni, linkato 257 volte)
Sono ormai quindici anni, che le pensioni hanno perso gradualmente il loro potere d’acquisto, ed almeno un decennio che il lavoro è diventato prevalentemente precario per i giovani ed i lavoratori in età matura espulsi dalle aziende che ristrutturano, delocalizzano, scompaiono…
Sembra di vivere in una realtà immateriale senza certezze, senza futuro, senza speranza.

Non esistono governi amici: il primo governo dell’ Ulivo promulgò il famigerato pacchetto Treu (1997), che aprì le porte alla flessibilità del lavoro, poi il governo Berlusconi le ha spalancate alla precarietà con la legge Maroni (più nota come legge Biagi) ed i provvedimenti legislativi successivi.
Ora a distanza di dieci anni da quel primo “pacco”, ci lecchiamo ancora le ferite di un mondo del lavoro diventato senza garanzie, senza tutele e quindi senza diritti per i lavoratori. In una parola senza dignità.
E a questo punto che fare?
Bisogna unire le legittime richieste dei pensionati alle giuste rivendicazioni dei precari ed alle lotte dei lavoratori dipendenti.
Per cambiare finalmente rotta!
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Di Marco (del 14/06/2007 @ 16:02:15, in Segnalazioni, linkato 352 volte)


La classe operaia va all’ inferno: si potrebbe così riassumere il contenuto del libro di Aldo Nove (ed. Einaudi ).
Una serie di 14 interviste precedute da un breve commento dell’autore: testimonianze che per una volta non passano attraverso il filtro dei leader politici o sindacali ma che ci giungono dalla viva voce dei precari stessi, quelli veri, quelli di cui tutti parlano ma che nessuno ascolta. Non un libro sulla precarietà ma dalla precarietà.
Il dato emergente in tutti gli intervistati riguarda l’angoscia del futuro, il loro vivere l’aggressività del quotidiano in una sorta di iperrealismo allucinato dove ogni pensiero, ogni facoltà, ogni aspirazione, ogni energia psicofisica vengono fagocitate dalla bruta necessità di doversi adattare a un mercato del lavoro iniquo.
La civiltà dei consumi finalmente getta la maschera e mostra il suo vero volto: dopo aver lusingato per decenni i ceti umili con la promessa di un avvenire di benessere allo scopo di allontanarli dall’orbita socialista ora, che quest’ultima minaccia pare sventata, cadono le ultime ipocrisie e, attraverso il libro di Nove, gettiamo uno sguardo sullo spettacolo di macerie umane che quella civiltà ha prodotto.
La civiltà dei consumi dopo aver sfruttato la natura e il Terzo mondo non ha voluto sottrarsi all’ultima tentazione: quella di trasformare lo stesso uomo occidentale, di cui è figlia, in merce vendibile, acquistabile, contrattabile, manipolabile.
E c’è l’impressione che l’umanità dolente che Nove ci presenta come in una visione dantesca, non sia frutto di un errore di pianificazione o sia solo l’effetto transitorio di un sistema che prima o poi provvederà a correggersi da solo come vuole la teoria della “mano invisibile” di Adam Smith: l’impressione è che ci si trovi davanti a una svolta epocale dominata dalla ragione calcolatrice che sta freddamente pianificando, in modo spaventosamente scientifico, una società di merci umane in vista del loro massimo sfruttamento.
D’altra parte la ferrea logica di questa ragione perversa non fa una piega: più il lavoratore è povero più è ricattabile, più è ricattabile più è manipolabile, più è manipolabile più si può mercificare. E così, sotto il dominio di questa ragione cinicamente calcolatrice, questa sorta di nuova metafisica onnicomprensiva e quindi totalitaria, assistiamo al progressivo degrado di tutto ciò che non è annoverabile allo scopo di quantificarlo, renderlo pesabile e valutabile e quindi ricondurlo alla signoria di quella ragione: la storia si trasforma in sociologia, la filosofia in psicologia, la letteratura in giornalismo, il mondo del lavoro in mercato del lavoro, l’uomo in merce.
La sostanza è che, se ci immaginiamo la civiltà dei consumi come un essere umano, la vediamo dotata di una mente che non è fatta per pensare ma per calcolare, quantificare, destinare tutto al miglior uso, uomo e pianeta compreso.
Ci sono due tipi di precari : gli inconsapevoli e i consapevoli. Entrambi vivono in modo ansiogeno la loro appartenenza a una società competitiva e quindi aggressiva. Tuttavia mentre i primi non hanno ancora compreso il meccanismo che presiede ai loro destini sopra descritto, i secondi ne sono perfettamente coscienti. Nel libro sono rappresentate entrambe le categorie di precari. Alla prima categoria appartengono, in massima parte, precari provenienti dall’ ex ceto medio impoverito cioè persone che non hanno mai maturato un pensiero alternativo rispetto a quello attualmente in vigore, non hanno mai considerato, ad esempio, gli strumenti messi a disposizione dalla critica marxista, o di qualsiasi altra ideologia, rispetto alla civiltà dei consumi . Si tratta di persone che in qualche modo avvertono, seppure in modo nebuloso ossia a livello emotivo, di patire un ingiustizia ma che tuttavia non sanno dare un volto alla causa di cui quell’ ingiustizia è solo effetto. Non riconoscono all’origine del loro disagio quella ragione cinicamente calcolatrice di cui parlavo sopra.
E’ significativo in questo senso che, tranne pochi casi, la maggior parte degli intervistati non faccia cenno al fatto di essersi rivolto a organizzazioni sindacali per tutelarsi nonostante le aberrazioni subite, come se lo stato di cose attuale sotto il dominio di quella metafisica totalitaria presieduta dalla ragione calcolatrice, avesse valore necessitante ossia inevitabile. Oppure come avessero presagito che quegli organi di tutela non sfuggono alla stessa logica di dominio di cui i precari sono vittime.
E’ naturale allora che nelle loro testimonianze ci sia livore, rabbia, scoramento, rassegnazione ma raramente indicazioni su come si possa uscire dalla palude. D’altra parte così come non si possono assumere medicine senza conoscere la natura della malattia da debellare, allo stesso modo non si possono elaborare strategie senza conoscere la natura dell’idolo da abbattere.
Ma il libro di Aldo Nove non ha il fine di suggerire tecniche di sopravvivenza o di sondare in modo analitico la realtà del precariato come fenomeno sociale e tanto meno di indicare soluzioni al problema: ha lo scopo di scattare una fotografia della realtà empirica che si presenta allo sguardo di un osservatore esterno.
Ed è una fotografia estremamente obiettiva.
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Di Fedele (del 09/06/2007 @ 23:21:58, in Considerazioni, linkato 287 volte)


Nuove norme per il superamento del precariato e la dignità del lavoro, recita la locandina che annuncia l'assemblea di ieri sera a Bergamo.
Sono presenti illustri relatori come il professor Alleva del Centro diritti del lavoro della Sinistra Europea, ed il professor Garibaldo, che ha sostituito all'ultimo momento il sociologo Gallino dell'Università degli Studi di Torino.
I due esperti ci hanno presentato con dovizia di particolari la legislazione del lavoro attuale che discende dal pacchetto Treu e dalla legge Maroni (meglio conosciuta come legge Biagi), spiegandoci che il libro bianco di Biagi sviluppò il libro verde dell'Unione europea sui nuovi indirizzi che dovevano regolare i rapporti di lavoro.
L'orientamento esplicito del libro verde dell'Unione europea è per la personalizzazione sempre più marcata del rapporto di lavoro, il famoso contratto 'ad personam', sperimentato già dalle multinazionali a partire dalla metà degli anni '90: su un nucleo ristretto di lavoratori, ad elevata professionalità si fanno forti investimenti in termini di formazione e di retribuzione, lasciando alla grande massa degli altri l'onere di dimostrare di 'meritare' un posto di lavoro, sia pure di bassa qualifica; in sintesi dal diritto al lavoro, compagno del diritto alla studio degli anni '70 alla 'occupabilità' del lavoratore del nuovo millennio.
Il professor Alleva ci ha inoltre presentato un disegno di legge, di cui è estensore, su una nuova legislazione del lavoro, che superi le norme della precarietà e stabilizzi i rapporti di lavoro, smascherando le differenze inesistenti nei fatti tra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori parasubordinati.
Ha dovuto però ammettere, suo malgrado, che il presidente della Commissione lavoro del Senato Pagliarini disponibile all'immediata calendarizzazione per la discussione del disegno di legge, era tuttavia dubbioso su una sua approvazione, senza una forte spinta dal basso dei lavoratori e dei sindacati.

Ora però, fatto il quadro della situazione, ci siamo accorti che manca la cornice: l'involuzione del mercato del lavoro si è realizzato in concomitanza con la caduta del muro di Berlino e del dissolvimento dell'Unione sovietica.
Sulla scena mondiale è rimasto solo il capitalismo: i lavoratori sono scomparsi perché i padroni non hanno più bisogno di trattarli 'bene', dal momento che le sirene di un paese socialista non possono più incantarli.
Allora forse è meglio allargare gli orizzonti, comprendere che le nostre sorti dipendono soprattutto dalle scelte del G8 ed in primis dall'America di Bush, e fare nostro lo slogan dei ragazzi di Rostock "Klassenkampf globalisieren": globalizzare la lotta di classe!
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