Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Marco (del 31/08/2008 @ 13:17:31, in Considerazioni, linkato 177 volte)

Buongiorno a tutti,

su segnalazione di una persona che conosco riporto integralmente un testo pubblicato sul sito di Beppe Grillo il cui autore è Padre Alex Zanotelli.

Qualsiasi commento è superfluo. Aggiungo solo che ormai siamo a un passo dall'ultimo stadio dello sfruttamento globale. Il capitale globale, condotto e diretto da non più di una ventina di potentati economici di stampo liberal - massonico,  infatti, dopo aver sfruttato i popoli del Terzo Mondo e il pianeta con le sue risorse è prossimo a violare l'ultimo tabù: lo sfruttamento dell'uomo occidentale stesso che di quel sistema fu padre.

Infine da sottolineare la viltà della politica italiana: il provvedimento sull'acqua è stato approvato in modo canagliesco e subdolamente "silenzioso" con la meschinissima accondiscendenza della ridicola opposizione che ci ritroviamo.

C.K.

Segue l'articolo.

Chi controlla i bisogni primari, controlla la società. PDL e PDmenoelle lo sanno bene. Senza acqua si muore, ma se l'acqua viene privatizzata i partiti vivono meglio. I concessionari sanno essere riconoscenti, voti, soldi, poltrone finanziati dal rincaro dell'acqua a carico dei cittadini. Le liste civiche del blog avranno come punto fondamentale del loro programma l'acqua. Non si può privatizzare. Non è una merce, è un diritto. Come respirare, parlare, amare. Gesù trasformò l'acqua in vino, Veltrusconi la vuole trasformare in business. Beati gli assetati di giustizia perchè vedranno i ladri dell'acqua in galera. Loro non si arrenderanno mai, noi neppure.

"Caro Beppe, nel cuore di questa estate torrida e di questa terra calabra, lavorando con i giovani nelle cooperative del vescovo Brigantini (Locride) e dell’Arca di Noè (Cosenza), mi giunge, come un fulmine a ciel sereno, la notizia che il governo Berlusconi sancisce la privatizzazione dell’acqua. Infatti il 5 agosto il Parlamento italiano ha votato l’articolo 23 bis del decreto legge numero 112 del ministro G. Tremonti che nel comma 1 afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica. Tutto questo con l’appoggio dell’opposizione, in particolare del PD, nella persona del suo corrispettivo ministro-ombra Lanzillotta. (Una decisione che mi indigna, ma non mi sorprende, vista la risposta dell’on.Veltroni alla lettera sull’acqua che gli avevo inviata durante le elezioni!). Così il governo Berlusconi, con l’assenso dell’opposizione, ha decretato che l’Italia è oggi tra i paesi per i quali l’acqua è una merce. Dopo questi anni di lotta contro la privatizzazione dell’acqua con tanti amici,con comitati locali e regionali, con il Forum e il Contratto Mondiale dell’ acqua ……queste notizie sono per me un pugno allo stomaco, che mi fa male. Questo è un tradimento da parte di tutti i partiti! Ancora più grave è il fatto, sottolineato dagli amici R.Lembo e R. Petrella, che il “Decreto modifica la natura stessa dello Stato e delle collettività territoriali. I Comuni, in particolare, non sono più dei soggetti pubblici territoriali responsabili dei beni comuni, ma diventano dei soggetti proprietari di beni competitivi in una logica di interessi privati, per cui il loro primo dovere è di garantire che i dividendi dell’impresa siano i più elevati nell’interesse delle finanze comunali.“

Ci stiamo facendo a pezzi anche la nostra Costituzione! Concretamente cosa significa tutto questo? Ce lo rivelano le drammatiche notizie che ci pervengono da Aprilia (Latina) dimostrandoci quello che avviene quando l’acqua finisce in mano ai privati. Acqualatina, (Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua ha il 46,5 % di azioni) che gestisce l’acqua di Aprilia, ha deciso nel 2005 di aumentare le bollette del 300%! Oltre quattromila famiglie da quell’anno, si rifiutano di pagare le bollette ad Acqualatina, pagandole invece al Comune. Una lotta lunga e dura di resistenza quella degli amici di Aprilia contro Acqualatina! Ora, nel cuore dell’estate, Acqualatina manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso dell’acqua. Tutto questo con l’avallo del Comune e della provincia di Latina! L’obiettivo? Costringere chi contesta ad andare allo sportello di Acqualatina per pagare. E’ una resistenza eroica e impari questa di Aprilia: la gente si sente abbandonata a se stessa. Non possiamo lasciarli soli! L’ estate porta brutte notizie anche dalla mia Napoli e dalla regione Campania. L’assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Cardillo, lancia una proposta che diventerà operativa nel gennaio 2009. L’ Arin, la municipalizzata dell’acqua del Comune di Napoli, diventerà una multi-servizi che includerà Napoligas e una compagnia per le energie rinnovabili.Per far digerire la pillola, Cardillo promette una “Robintax” per i poveri (tariffe più basse per le classi deboli).[...]

Con la privatizzazione dell’acqua si creano necessariamente cittadini di seria A (i ricchi ) e di serie B (i poveri), come sostiene l’economista M.Florio dell’Università degli studi di Milano. Sono brutte notizie queste per tutto il movimento napoletano che nel 2006 aveva costretto 136 comuni di ATO 2 a ritornare sui propri passi e a proclamare l’acqua come bene comune. Invece dell’acqua pubblica, l’assessore Cardillo sta forse preparando un bel bocconcino per A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) o per Veolia, qualora prendessero in mano la gestione dei rifiuti campani? Sarebbe il grande trionfo a Napoli dei potentati economico-finanziari. A questo bisogna aggiungere la grave notizia che a Castellamare di Stabia (un comune di centomila abitanti della provincia di Napoli ), 67 mila persone hanno ricevuto, per la prima volta, le bollette dalla Gori, (una SPA di cui il 46% delle azioni è di proprietà dell’Acea di Roma).

Questo in barba alle decisioni del Consiglio Comunale e dei cittadini che da anni si battono contro la Gori, che ormai ha messo le mani sui 76 Comuni Vesuviani (da Nola a Sorrento). “Non pagate le bollette dell’acqua!”, è l’invito del Comitato locale alle famiglie di Castellamare. Sarà anche qui una lotta lunga e difficile, come quella di Aprilia. Mi sento profondamente ferito e tradito da queste notizie che mi giungono un po’ dappertutto.Mi chiedo amareggiato:” Ma dov’è finita quella grossa spinta contro la privatizzazione dell’acqua che ha portato alla raccolta di 400 mila firme di appoggio alla Legge di iniziativa popolare sull’acqua? Ma cosa succede in questo nostro paese? Perchè siamo così immobili? Perchè ci è così difficile fare causa comune con tutte le lotte locali, rinchiudendoci nei nostri territori? Perché il Forum dell’acqua non lancia una campagna su internet, per inviare migliaia di sollecitazioni alla Commissione Ambiente della Camera dove dorme la Legge di iniziativa popolare sull’acqua? Non è giunto il momento di appellarsi ai parlamentari di tutti i partiti per far passare in Parlamento una legge-quadro sull’acqua? Dobbiamo darci tutti una mossa per realizzare il sogno che ci accompagna e cioè che l’acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minor costo possibile per l’utente,senza essere SPA.

 “L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne “illecito”profitto- ha scritto l’arcivescovo emerito di Messina G. Marra.Pertanto si chiede che venga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubblica, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile.” Quando ascolteremo parole del genere dalla Conferenza Episcopale Italiana? Quand’è che prenderà posizione su un problema che vuole dire vita o morte per le nostre classi deboli, ma soprattutto per gli impoveriti del mondo? (Avremo milioni di morti per sete!). E’ quanto ha affermato nel mezzo di questa estate, il 16 luglio, il Papa Benedetto XVI:” Riguardo al diritto all’acqua, si deve sottolineare anche che si tratta di un diritto che ha un proprio fondamento nella dignità umana .Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico.” Quand’è che i nostri vescovi ne trarranno le dovute conseguenze per il nostro paese e coinvolgeranno tutte le parrocchie in un grande movimento in difesa dell’acqua? L’acqua è vita. “L’acqua è sacra, non solo perché è prezioso dono del Creatore- ha scritto recentemente il vescovo di Caserta, Nogaro – ma perché è sacra ogni persona, ogni uomo, ogni donna della terra fatta a immagine di Dio che dall’acqua trae esistenza, energia e vita.” Sull’acqua ci giochiamo tutto! Partendo dal basso, dalle lotte in difesa dell’acqua a livello locale, dobbiamo ripartire in un grande movimento che obblighi il nostro Parlamento a proclamare che l’acqua non è una merce, ma un diritto di tutti. Diamoci da fare perché vinca la vita!".

padre Alex Zanotelli

Articolo ricavato da: http://www.beppegrillo.it/2008/08/lacqua_non_e_una_merce.html

C.K.

 

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Di Fedele (del 26/08/2008 @ 18:11:01, in Segnalazioni, linkato 161 volte)
“In Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili ("insoliti", preferiscono dire gli economisti). Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, la quota del prodotto interno lordo italiano, alla voce profitti, era pari al 23,12 per cento.  Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti.
Nel 1994 i profitti mangiano il 29 per cento della torta;  oltre il 31 per cento nel 1995. E la fetta non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7 per cento nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34 per cento del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell'anno, è rimasto in tasca poco più del 68 per cento della ricchezza nazionale. Otto punti in meno, rispetto al 76 % di vent'anni prima. 
Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico. Per capirci, l'8% del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent'anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che degli imprenditori. Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all'anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po' di qui, un po' di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote Irpef. 
Sostiene Stephen Roach, ex capo economista di una grande banca d'investimenti come Morgan Stanley, che la globalizzazione si sta rivelando come un gioco in cui non è vero che vincono tutti. Secondo la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, la globalizzazione doveva avvantaggiare i paesi emergenti e i loro lavoratori, grazie al boom delle loro esportazioni e quelli dei paesi industrializzati, grazie all'importazione di prodotti a basso costo e alla produzione di prodotti più sofisticati. "E' una grande teoria - dice Roach - ma non funziona come previsto". Ai lavoratori cinesi è andata bene, ma quelli americani ed europei non hanno mai guadagnato così poco, rispetto alla ricchezza nazionale. Sono capitalisti e imprenditori dei paesi sviluppati che fanno profitti record: e dirottano verso le casse delle aziende i benefici dei cospicui aumenti di produttività, realizzati in questi anni, lasciandone ai lavoratori le briciole.”


da la Repubblica, maggio 2008
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Di Fedele (del 25/08/2008 @ 18:37:45, in Segnalazioni, linkato 136 volte)
Un'invasione di cronaca nera inarrestabile, un "percolato" di umori mefitici e contaminanti che esce dalla televisione. Una melma vischiosa e putrida di violenze familiari, di raptus, di abusi su bambini indifesi, di "seminfermità mentali" inonda le televisioni ogni giorno, invade intere pagine di quotidiani (la pagina intera, un "onore" per pochi), si installa saldamente nelle "fasce protette" delle tv , assuefacendo piccoli telespettatori di ogni età alle nefandezze della vita più oscure e irriferibili.

I media conoscono bene la psicologia di massa con i suoi meccanismi e soddisfano fin troppo generosamente questo bisogno: cercano avidamente nelle notizie d'agenzia la vittima sacrificale (che antropologicamente, dalla notte dei tempi, è una donna o un fanciullo) e allestiscono velocemente il rito mediatico del suo sacrificio. I media debbono colpire l'attenzione, e forse a qualcuno piace che le cose vadano così.

Non è un caso, se,come rilevato in una recente ricerca del Censis realizzata per l'Unione Europea, "Women and media in Europe", la figura della donna compare nei telegiornali prevalentemente come vittima di casi di cronaca nera (67,8%). Le donne appaiono esseri fragili, esposte più degli uomini alla violenza e al sopruso, livide nel corpo e nell'anima. Una specie di identità speculare e inversa nel genere informazione all'immagine giovane e splendente della donna della pubblicità e dell'intrattenimento.

Telespettatori e lettori di giornali sono catturati da particolari macabri:schizzi di sangue,indagini autoptiche del Ris, analisi dei liquidi biologici. Non paghi del profluvio di dettagli inquietanti, lettori e telespettatori seguono avidamente gli approfondimenti della seconda serata:i dialoghi della quotidianeità del giorno dopo si sostanziano del confronto sulle vicende più atroci:"Lo ha colpito ripetutamente, 50 ferite, era il figlio, era la madre, l'amico di famiglia, com'è possibile?".

Lo sgomento si fa conforto nella constatazione della propria lontananza emotiva dall'evento"Io non riesco a capire proprio, come può un padre, come può un figlio?".Noi non lo faremmo mai, noi siamo migliori. Meno male.

La curiosità più o meno morbosa per la cronaca nera ha radici complesse , ma certamente si nutre dell'uso che tutti ne facciamo: quello di distanziarci dal male assoluto, quello di rassicurarci con la constatazione che siamo tra i normali, tra i fortunati, che le nostre disgrazie sono "sopportabili" perché altrimenti che dovrebbero fare "quegli altri" quelli che sono travolti da drammi senza redenzione e che perciò finiscono in pasto alle avide curiosità dei normali?

La donna-vittima intriga, incuriosisce: forse solo il bambino-vittima la batte in termini di appeal mediatico, un'icona formidabile nel catturare l'attenzione collettiva. Una ricerca del Censis ("Au revoir les enfants") realizzata per la RAI ha analizzato 452 telegiornali e trasmissioni del servizio pubblico nel corso di due mesi sul tema delle modalità di rappresentazione del minore: ha evidenziato che il bambino viene rappresentato nel 47,4% dei casi come vittima di un omicidio: dei suoi disagi sociali, malattie, povertà , adozioni, sfruttamenti sul lavoro si parla poco e questi temi raggiungono percentuali di presenza di molto inferiori.Per arrivare ad altri temi (incidenti, malattie, guerre) bisogna scendere al 10%.

Quello su cui maggiormente si focalizza l'attenzione dei media è lo sventurato figlio di Cogne, è il viso d'angelo del povero Tommy, è l'infelice fratellino di Erika di Novi Ligure: bambini schiacciati, distrutti fisicamente in maniere sconvolgenti, brutalizzati dalla follia o dall'indegnità. Da notare che la bellezza del piccolo Tommy ha fatto dei suoi occhioni sgranati un'icona mediatica, cosa che non è successa per gli altri casi citati. Le immagini che corredano questi servizi indulgono morbosamente, secondo la ricerca del Censis realizzata per la RAI, nella descrizione dei dettagli (30%), rappresentano una vera e propria spettacolarizzazione della notizia. E i media inventano un vero e proprio codice, costruiscono un "faldone" virtuale nella mente dei telespettatori:si usano "immagini campanello" per richiamare immediatamente l'attenzione del telespettatore: basti pensare al profilo della villetta di Cogne, riportata in apertura dei servizi televisivi come negli occhielli dei servizi stampa.in oltre il 70 % dei servizi dedicati al caso.

E il fatto che i servizi di telegiornale e le trasmissioni siano centrati sulla vicenda e solo nel 15,3% facciano riferimento alla problematica più ampia sta a dimostrare che la notizia non riesce (non vuole) produrre un innalzamento del livello d'analisi. Non si vuole far emergere il problema della violenza sulle donne, ma si vuole approfondire quanto male quella singola donna ha subito, zoomare sui suoi lividi e le sue ferite; non si vuole portare ad emersione le reti e le complicità sulla pedofilia, ma ricostruire minuziosamente gli abusi sofferti dalla piccola vittima del momento. Tanto che in assenza di nuove seppur picccole notizie il tormentone è "La storia non progredisce".

I media ci insegnano maieuticamente a riconoscere lo spettatore del Colosseo che sonnecchia in noi: dopotutto, se si è coinvolti dall'emozione di uno spettacolo "forte" si perde meno tempo a pensare.

Autorevoli ricerche d'oltreoceano ci spiegano che se abbiamo paura è anche perché ci mostrano troppa cronaca nera:così il mondo ci appare ostile, pronto ad annientarci.

 
dal sito di Domenico Ciardulli 24 agosto 2008
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Di Fedele (del 20/08/2008 @ 18:15:05, in Considerazioni, linkato 193 volte)
Mi è capitato di leggere qualche tempo fa un libro sul '68, dal titolo " La ricreazione è finita" e questa era la frase che un questurino rivolgeva all' autore, leader studentesco dell'epoca, al termine di una manifestazione, quando la stagione della contestazione volgeva al tramonto, e la reazione si stava riprendendo la città di Milano e la vita dei suoi abitanti.
Sono passati almeno trent'anni da allora, e gli avvenimenti che si sono succeduti hanno stravolto  la geografia del pianeta, sconvolto gli equilibri politici, dato luogo ad un nuovo ordine mondiale: da circa vent'anni siamo nell'era felice della globalizzazione!
Felice per chi?
Ma per il capitale, i padroni e gli sfruttatori di tutto il mondo, di ogni risma e colore, dagli U.S.A. alla Cina, passando per la Russia.
Tuttavia l'impoverimento di masse sempre più grandi nel mondo occidentale, la migrazione sempre più intensa di moltitudini di diseredati verso l'Europa, il progressivo esaurimento delle risorse ed il collasso dell'ambiente, con il suo collorario di disastri, ci dicono che il capitalismo è al capolinea, che il sistema di sfruttamento selvaggio degli esseri umani e della natura non regge più.
La natura ha già cominciato  a ribellarsi, mandandoci segnali inequivocabili, presto lo faranno anche lavoratori e lavoratrici oppressi da una vita senza speranza.
Per il capitale la festa è finita!  
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...
Proprio una seria riflessione su questa materia (e una consapevole presa d'atto di come sfruttamento del lavoro e degrado dell'ambiente, questioni tradizionalmente considerate confliggenti, abbiano radice comune) credo sarebbe esigenza prioritaria per le sinistre alla ricerca di una base da cui "ripartire", mediante una non indulgente analisi della propria storia e dei propri errori.
Le sinistre sono nate contro il capitalismo: contro quella che Galbraith definiva «una macchina formidabile per la produzione di ricchezza, ma assolutamente incapace di distribuirla decentemente». Combattere questa contraddizione di fondo in sostanza dovrebbe essere ancora la loro ragione di esistere. Contraddizione insuperabile, e infatti insuperata, pur attraverso quella gigantesca trasformazione del mondo, consentita dal progresso scientifico e tecnologico (prontamente messo a frutto dal capitale), che ha dato luogo a una sorta di mutazione antropologica, e in qualche momento è parsa rimettere in causa, nella sua forma storica, anche il conflitto capitale-lavoro.
La rapida affermazione della società del consumi, il benessere che in occidente poco o tanto raggiungeva tutti i ceti, entro un orizzonte economico che per qualche decennio è parso promettere ricchezza per tutti, ha finito per imporre il capitalismo come un sistema economico privo di alternative, verso cui la funzione dei movimenti operai si riduceva all'impegno di ottenere le migliori condizioni possibili per i lavoratori. Così che il buon andamento dell'economia (del capitalismo cioè) finiva per diventare auspicio indiscusso di tutti, e (accantonata la rivoluzione per dare spazio al riformismo) efficienza, produttività, competitività, crescita, pil, poco a poco anche tra le sinistre si imponevano come indiscusse parole d'ordine per il bene comune.
E lo sono ancora, quando le sorti del capitalismo sempre più appaiono lontane da quelle trionfali certezze, e la parola "crisi", a lungo scaramanticamente taciuta, è ormai su tutti i giornali e su tutte le bocche. Lo sono ancora, paradossalmente (anzi per me incomprensibilmente) anche tra le sinistre. In effetti che altro chiedono i sindacati se non "ripresa", mediante efficienza, competitività, crescita?
E non è dell'arresto della crescita che ci si preoccupa anche a sinistra? Certo, si può capire che di questo tenore siano le politiche di "pronto intervento" in una situazione di occupazione sempre più insicura, precarizzazione diffusa, redditi taglieggiati dall'inflazione, impoverimento, disuguaglianze crescenti.
Ma ciò che riesce difficile capire è la mancanza di idee di più ampio respiro anche da parte delle sinistre più radicalmente critiche, di ipotesi che partano dalla considerazione di una realtà mondiale in cui, certo, il capitale ha vinto, ma ha vinto a prezzi non più oltre sostenibili: non soltanto per le classi lavoratrici di tutto il mondo, ma per la società tutta intera, e per lo stesso sistema capitalistico
Proprio a questi interrogativi (mi si perdoni l'autocitazione) era dedicato un mio pezzo apparso su queste pagine nel luglio scorso. S'era appena concluso l'ultimo G8, che clamorosamente aveva dimostrato la totale inanità dell'attuale leadership mondiale. La quale, invece di affrontare, o almeno denunciare, non solo l'iniquità, ma lo sfacelo, l'enorme disordine, la totale irrazionalità del nostro esistere, con tenacia insiste nella medesima linea politica che di tutto ciò è responsabile.
Di fatto perseguendo unicamente la logica e i valori dell'economia capitalistica, ciecamente adeguandosi alla necessità di continua accumulazione di plusvalore, senza cui non esiste capitalismo; e ignorando che tutto ciò fatalmente confligge con i limiti del Pianeta Terra, dell'agire capitalistico inevitabile teatro e materiale supporto.
Non importa che i poli si sciolgano e si moltiplichino le alluvioni da 150mila morti, che il 30 per cento dei decessi sia da attribuirsi ai più diversi inquinamenti, che intere popolazioni vadano migrando per il globo, e dovunque le maggioranze diventino sempre più povere, purché il Pil cresca.
Non importa ai signori del G8. Ma può non importare alle sinistre (a quello che resta delle sinistre, che però continuo a credere potrebbero trovare seguito e risposta se si dedicassero ad altro che la rivendicazione dei simboli o la nostalgia della vecchia forma-partito)?
 E - per tornare dove s'era partiti - non sarebbe il caso di analizzare seriamente la "vittoria" del capitale, e con oggettiva lucidità mettere a fuoco le tante indiscutibili ragioni per cui la vittoria del capitale, nel momento stesso in cui si affermava, iniziava il proprio declino? Perché (chiedo scusa, ma sono costretta a ripetere cose dette più volte) le dimensioni della Terra sono quelle che sono.
E poiché tutto quanto la gran macchina industriale capitalistica produce è "trasformazione di natura", così come dalla natura proviene tutto quanto usa e consuma nella propria attività, risulta fisicamente impossibile la continuità del capitale, in quanto sistema fondato su una crescita produttiva esponenziale. La crisi energetica già lo denuncia.
E' questa insuperabile contraddizione a generare il multiforme continuo terrificante squilibrio degli ecosistemi, di cui (perché lo si dimentica sempre?) a soffrire soprattutto sono i poveri. E' vero, per chi non si occupa specificamente della materia, mettere a fuoco le fila di questi eventi nella trama complicata della politica mondiale non è facile. Ma nemmeno impossibile.
Forse può servire soffermarsi un momento a considerare i comportamenti di (quasi tutta) l'informazione. E domandarsi ad esempio perché la notizia della tromba d'aria che giorni fa a Grado ha fatto due morti, una settantina di feriti, settecento sfollati, decine di alberi abbattuti, vaste coltivazioni distrutte, non ha trovato che brevi menzioni all'interno dei giornali e pochi secondi in coda ai Tg? Perché nemmeno alluvioni con centinaia di vittime trovano mai spazio sulle prime pagine? Perché i ripetuti incidenti nucleari verificatisi di recente, un paio in Usa, uno in Slovenia, uno in Francia, sono praticamente passati sotto silenzio?
Se questi fatti avessero avuto l'attenzione dedicata al pericolo costituito da rom, lavavetri, massaggiatori cinesi, forse sorgerebbero dubbi sulla solidità della vittoria del capitale. E, passando ad altra materia, perché l'informazione, anche quella più libera, anche quella di sinistra, non si interroga sul fatto che negli ultimi decenni, mentre il Pil poco o tanto costantemente aumentava, aumentavano le distanze tra ricchi e poveri, addirittura con un distacco che in Usa va da 1 a 460?
Se si insistesse su queste verità, ignorate dai più, forse la certezza (senza eccezione più o meno da tutti data per scontata) che presto o tardi a ognuno toccherà una parte della ricchezza prodotta dal capitale, incomincerebbe a vacillare. Per limitarmi a due delle innumerevoli tragiche incongruenze che segnano e rendono sempre meno solida la vittoria del capitale. Soltanto due: una "verde" e una "rossa".

tratto da Liberazione del 19/08/2008
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Di Fedele (del 11/08/2008 @ 14:51:51, in Segnalazioni, linkato 504 volte)
A Giugliano(Napoli) un sindacalista dell'ufficio vertenze della Cgil è stato arrestato insieme ad alcuni imprenditori per aver costretto i lavoratori a firmare verbali di conciliazione presso il sindacato ed a ritirare le denunce presentate all'ispettorato del lavoro.
Il sindacalista della Cgil è stato semplicemente sospeso e continuerà a prendere lo stipendio dall'organizzazione.
A Napoli, un anno fa, un sindacalista dipendente della Fillea Cgil, Ciro Crescentini, fu licenziato ed espulso dall'organizazione, buttato sul lastrico, una figlia ed una moglie da sostenere, per aver fatto denunciato e segnalato troppe illegalità nei cantieri edili nella provincia di Napoli.
Ciro è disoccupato. E si trova in gravissime condizioni economiche.
E' molto significativa la doppia morale,i due pesi e le sue misure, i diversi comportamenti della Cgil Campania del bassoliniano Michele Gravano.
La nostra associazione che rappresenta centinaia di lavoratori dei beni culturali che sono andati via dalla Fillea Cgil a seguito dell'ingiusto licenziamento di Ciro Crescentini,nei prossimi giorni fornirà pubblicamente un dossier sulle gravi questioni morali che coinvolgono il principale sindacato italiano.
La Presidente dell'Associazione Il Mosaico
(Anna De Biase)
Tel. 3392413267/3357374778

Dal sito di Domenico Ciardulli 11 agosto 2008
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Di Fedele (del 11/08/2008 @ 14:43:40, in Segnalazioni, linkato 204 volte)
FINCHE' MORTE NON CI SEPARI di Beatrice Busi
...
sabato 9 agosto
Adria (Rovigo). Due anni fa per vendicarsi della rottura del loro rapporto (lei non aveva neanche 15 anni) il fidanzatino diffuse tra amici e conoscenti delle foto che la ritraevano nell'intimità . Una violenza dura da sopportare ovunque, immaginiamo in un piccolo centro. Il ragazzo fu denunciato con altre venti persone (coloro che avevano ricevuto le immagini via web). Lei cadde in un brutta depressione. Ieri ha preso la pistola del padre, regolarmente denunciata, e si è sparata un colpo mortale, pochi giorni prima di compiere 17 anni.


GANG DI BALORDI LEGA UN CANE, LO SODOMIZZA GLI ROMPE LE OSSA E LO SEPPELLISCE VIVO di Eugenia Romanelli

Tutti noi abbiamo ucciso e continuiamo a farlo. Conosciamo bene gli effetti omicidi di un nostro gesto. Se non erano lucertole da piccoli, sono zanzare adesso. Ma sodomizzare un cane dopo averlo legato, strappargli le ossa per conficcargliele nel corpo fino a lesionare gli organi interni, poi sotterrarlo vivo è un gesto per cui è difficile trovare un aggettivo qualificativo nella pur ricca grammatica italiana. E' accaduto lunedi scorso a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Abbiamo raccolto la storia in presa diretta: «mi ha chiamata un'amica che stava assistendo alla scena dal suo balcone - racconta Assunta Dani, nota in paese per le sue attività con l' Associazione Empedocliani Randagi Onlus , di cui è presidente - erano le undici di sera. Sono accorsa, il gruppetto stava tumulando l'animale ancora vivo. Quando mi hanno vista sono scappati. La gente guardava intimidita dalle finestre, a quell'ora stanno tutti a prendere il fresco. Nessuno faceva nulla. Nulla. Mi sono messa a scavare senza pensare, ho tirato fuori l'animale, credevo fosse morto. Avevo con me il bidone dell'acqua con cui la sera porto da bere ai cani, gliel'ho buttata addosso e ho visto che si muoveva».
Adesso l'animale sta lottando per la vita con la dottoressa Luisa Militello: «dice che ci sono poche possibilità - continua Dani - ha una grave infezione alle vie urinarie e si nutre solo con la flebo. Non è operabile. Ma io vedo che lo sguardo ha ripreso vita, non ha più sugli occhi la patina dei primi giorni. Credo che ce la farà, altrimenti non so cosa sarà anche di me».
Assunta Dani ha cambiato la sua vita 10 anni fa quando ha assistito a un falò con cuccioli vivi: «fu uno shock. Da allora non faccio altro che aiutare cani. Purtroppo non sono episodi isolati a Porto Empedocle e pare che gli autori di queste sevizie siano sempre gli stessi». Di più non dice, ha paura. Sembra che tempo fa lo stesso gruppo abbia evirato un cucciolo e a dicembre era stata trovata una giovane femmina con un cuneo di legno, fermato con scotch adesivo, introdotto a forza nelle fauci fino a sfondarle il cranio.
Annalisa De Luca Cardillo, responsabile regionale della Lega Italiana dei Diritti dell'Animale, ha annunciato la presentazione di una denuncia presso la Procura: «non possiamo più tollerare questi reati - ha dichiarato - ed invitiamo la cittadinanza sensibile e le istituzioni ad adoperarsi per arrestare i colpevoli».
In alcune zone italiane, in particolare la Sicilia, esistono da anni leggi specifiche sul maltrattamento agli animali e sul randagismo che però vengono costantemente disattese sia dalle istituzioni sia da chi dovrebbe controllarne l'applicazione.
Il sito canileportoempedocle.com fa notare che «sono ormai innumerevoli le segnalazioni di turisti italiani e stranieri che hanno deciso di non metter più piede in una Regione dove si rischia di vedere scene raccapriccianti di maltrattamenti sugli animali e dove si assiste costantemente a incidenti stradali per la presenza di cani vaganti»....

da Liberazione del 10/08/2008
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Di Fedele (del 08/08/2008 @ 18:50:30, in Segnalazioni, linkato 179 volte)
L'ultima è del sindaco di Roma Gianni Alemanno. E' proibito frugare nei cassonetti. I mendicanti, chi non ha abbastanza da mangiare, deve astenersi dal cercare cibo fra i rifiuti. Perché? Non c'è spiegazione. Il sindaco non si è curato di darne neppure quando poi la decisione è stata rinviata all'autunno.
L'ultima, abbiamo detto, ma l'ultima di quale serie? Di quella serie di crudeltà sociali alla quale abbiamo assistito in questi primi cento giorni del governo di centro destra.
Mi aveva particolarmente colpito - e Liberazione lo aveva riportato - l'intenzione del ministro del welfare Sacconi di cancellare una legge (approvata anche con il consenso dell'opposizione durante il governo Prodi) che impediva un imbroglio ed una illegalità diffusa ai danni soprattutto delle lavoratrici incinte. Una norma semplice e non costosa che rendeva inutili e vane le lettere di dimissioni senza data e senza motivazione che le donne erano costrette a firmare se volevano essere assunte e che l'azienda poteva utilizzare nel caso diventassero troppo "costose" causa maternità.
Come è possibile pensare di cancellare una legge che impedisce di colpire la fascia più debole del mercato del lavoro, che chiede semplicemente di eliminare un imbroglio ed una illegalità perpetrata ai suoi danni?
Evidentemente lo è. Le vicende successive hanno dimostrato che non è solo possibile, ma è normale, rientra cioè nel nuovo ordine sociale, culturale e morale che il paese deve assumere e al quale sta,evidentemente, adeguandosi
Ed ecco che con un altro provvedimento si colpiscono i più deboli dei deboli, quei precari che non hanno più il lavoro e ricorrono al giudice perché i loro diritti siano difesi. Un'apposita norma afferma che quel diritto non ce l'hanno più e non importa se ce lo avranno quelli che hanno fatto ricorso prima di loro e quelli che lo faranno dopo. Loro sono semplicemente cancellati.
E dopo i precari è stata la volta di chi riceve l'assegno sociale, meno di quattrocento euro al mese, immigrati, casalinghe, suore, tutti coloro che non hanno raggiunto i dieci anni di contributi. Ma noi volevamo colpire solo gli immigrati, hanno detto gli stessi esponenti della Lega che avevano proposto il provvedimento di fronte a qualche rara e inusuale protesta. E gli animi dentro e fuori la maggioranza si sono placati.
Come se questo rendesse quel provvedimento accettabile, normale, perfino giusto.
L'elenco delle crudeltà sociali potrebbe continuare ed era iniziato - vale la pena di ricordarlo - con quelle ordinanze contro i lavavetri dei sindaci del centro sinistra. Potrebbe continuare con le leggi sulla sicurezza, con la richiesta delle impronte dei bambini rom (ancora una volta i più deboli fra i deboli), ma ci fermiamo qui.
Per notare che c'è in esso una inquietante scientificità. Esaminare le fasce deboli della popolazione, scegliere i più deboli fra di essi e lì tagliare. C'è un'altrettanta inquietante chiarezza. Non si danno motivazioni, non si avvolgono questi provvedimenti con rassicuranti ed ipocrite spiegazioni o con la promessa di un futuro migliore.
I tempi in cui la flessibilità veniva invocata e imposta in nome di un mercato del lavoro più libero che avrebbe poi dato sicurezza e ricchezza a tutti è finito. Del resto nessuno ci crederebbe più.
Di fronte all'aumento del costo della vita e al depauperamento di intere fasce della popolazione non ci sono neppure quelle buone maniere d'obbligo nelle relazioni sociali e sindacali che facevano riconoscere la situazione e magari rimandavano a improbabili aumenti di produttività eventuali e poco probabili aumenti salariali.
E' stata messa da parte quell'ipocrisia che copriva le intenzioni e serviva a mascherare la crudeltà. Ed è rimasta appunto la crudeltà sociale che vale la pena di riconoscere, di chiamare con il suo nome. Essa si estende a macchia d'olio, comincia dal governo, ma in questi cento giorni di governo ha avvolto tutto e tutti, se un esponente del governo, come il leghista Castelli può permettersi di dire che i dati sui morti sul lavoro sono fasulli. Se questo provoca solo qualche protesta burocratica e d'obbligo.
Non so se la parola crudeltà rientri nel linguaggio della sinistra. So che è il pilastro delle politiche della destra. Non so se queste politiche rivelano la somiglianza di questo governo al regime fascista. E devo dire che non mi pare di grande rilevanza. Mi pare più rilevante riconoscerne la gravità sociale e preoccuparsene cioè combatterla. C'è sempre un salto di qualità nei provvedimenti contro i deboli e nelle culture discriminatorie e razziste quando queste vengono applicate ed imposte senza preoccuparsi di renderle almeno nella forma più accettabili. Chi in questo paese vuole fare opposizione dovrebbe accorgersene subito. Segnalarle almeno. E non limitarsi a rinviare ogni protesta all' autunno.

da Liberazione dell' 8/08/2008
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