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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
LA QUESTIONE MORALE Veltroni e Pio Laghi. Dimmi con chi vai... È bene che il Pd insista sulla questione morale, ma la sua attenzione non dovrebbe riguardare solo le amministrazioni locali. Anche i diritti umani sono importanti. Ieri Walter Veltroni ha partecipato ad un incontro della rivista Limes per discutere con il cardinale Pio Laghi sull'arrivo alla Casa bianca di Barack Obama. Sì, Pio Laghi, proprio lui, l'ex Nunzio apostolico, amico dei dittatori argentini, poi trasferitosi a Washington per curare i rapporti tra Santa Sede e amministrazione Bush. Dal 1974 al 1980 Laghi è stato ambasciatore del Vaticano in Argentina, rappresentando la Santa Sede nel periodo più sanguinario della dittatura militare (1976-83). Con il risultato che per oltre vent'anni Giovanni Paolo II non ha mai ricevuto le Madri di Piazza di Maggio che si sono recate più volte in Vaticano perché intercedesse per salvare i loro figli. Allora molti di loro erano ancora vivi. Ma la chiesa, in silenzio, ha assecondato il genocidio. Nel 1997, in Italia, le Madri hanno presentato una denuncia alla magistratura per processare Pio Laghi per le sue responsabilità. E, consapevoli della sua immunità in virtù del Concordato, le Madri, con una denuncia alla Commissione pontificia Iustitia e pax, ne hanno chiesto la sospensione. Nulla di fatto. Infine nel 1999 la pazienza delle Madri è finita e con una lettera a Wojtyla hanno accusato la gerarchia della Chiesa cattolica di connivenza con la sistematica violazione dei diritti umani, la tortura e la desaparicion di 30.000 persone. La Chiesa, diceva la lettera «non si oppose al massacro, non alzò la voce a favore delle migliaia di nostri figli negli anni dell'orrore». Durante la dittatura il cardinale Pio Laghi, prefetto emerito della Congregazione per l'educazione cattolica del Vaticano, è stato più volte interpellato dai familiari delle vittime ma non ha fatto nulla. «Se sono stati molto torturati, i militari non li lasceranno in libertà» disse nel 1979 a Lita Boitano che, disperata, voleva conoscere la sorte dei suoi due figli. Nulla. Ancora oggi sono desaparecidos. Non è possibile che Walter Veltroni non ricordi nemmeno le famose partite a tennis tra Pio Laghi e l'ammiraglio Emilio Massera, capo della giunta militare, oltre che membro della P2 di Licio Gelli. Laghi era al corrente di quanto stava accadendo in Argentina, testimoni del principale campo di concentramento di Buenos Aires, la famigerata Esma, hanno dichiarato di aver visto entrare varie volte al campo una macchina con i vetri oscurati e la targa diplomatica del Vaticano. Era lui. Proprio da quel campo partivano i «voli della morte» che una o due volte alla settimana caricavano i camion con detenuti che erano poi portati su aeri e gettati vivi in mezzo al mare. Questa è la testimonianza del capitano Adolfo Scilingo che per aver partecipato a questi voli sconta in Spagna una pena di 640 anni. Scilingo ha pure raccontato che dopo i «voli» un cappellano consolava i militari sostenendo che si trattava «di una morte cristiana» e che «perfino nella Bibbia era previsto l'eliminazione dell'erba cattiva dai campi di grano». Walter Veltroni si è seduto accanto a Pio Laghi, gli ha stretto la mano e ha discusso sul futuro dell'America di Obama. E la questione morale?
dal Manifesto del 23/12/2008
Il 10 dicembre 2008 è stato il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Quale diritto umano è più universale, più naturale, più vitale, del diritto all'acqua? Eppure L'Onu, L'Ue, i G8, la stragrande maggioranza dei governi del mondo compreso il nostro, si rifiutano di dichiarare l'acqua come Diritto umano e si rifiutano di definire 50 litri di acqua di buona qualità per persona al giorno, come la quantità minima per vivere dignitosamente, così come afferma l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L'Onu non si pronuncia e il suo Consiglio dei diritti umani nel marzo scorso ha rinviato di tre anni il rapporto sui diritti umani.
Ma nel nostro paese nessuno sembra indignarsi per questo. L'acqua è un Bene comune? Lo afferma il Compendio alla dottrina sociale della Chiesa, il Cnel sostiene che non è un prodotto commerciale e persino il ministro Tremonti dichiara che non può essere regolato dal mercato. Ma il 6 agosto il parlamento italiano ha votato la legge 133 dove all'articolo 23 bis, si fa obbligo ai comuni di privatizzare tutti i servizi pubblici locali, compresi i servizi idrici, dichiarandoli servizi di «rilevanza economica», in una parola l'acqua potabile diventa un bene economico la cui gestione è affidata al mercato. Inoltre, cosa vuol dire privatizzare tutti i servizi pubblici locali? E' lo svuotamento più clamoroso della funzione dei comuni e della democrazia. Cosa resta ai comuni? Gestire le paure dei cittadini? Vendere territorio, parchi e coste agli speculatori di sempre per fare cassa? Mettersi a giocare in borsa con i derivati? Succede in Italia. E alla Lega vorremmo dire: che senso ha parlare di federalismo quando i beni comuni fondamentali dei territori, vengono consegnati a multinazionali? Privatizzare tutta l'acqua potabile del nostro paese è un terribile salto nel buio, è privatizzare la vita stessa dei cittadini italiani, giocarla in borsa, consegnarla al profitto privato, nelle mani di un cartello monopolistico di 4 multiutility (Acea- Iride- Hera-A2A) , di 2 multinazionali francesi Suez-Lyonnais des eaux e Veolia, di alcune banche come il Monte dei Paschi e a imprenditori come Caltagirone e Pisante. E' inutile girare attorno alle parole: le privatizzazioni, la legge 133, l'art. 23 bis sono una nuova tangentopoli italiana, la conferma che nel nostro paese la questione morale è completamente trasversale.
Succede in Italia, mentre il comune di Parigi toglie a Suez e Veolia il servizio idrico e lo riprende nelle proprie mani pubbliche, mentre paesi dell'America latina dichiarano nelle Costituzioni che l'acqua è un diritto umano e un bene comune pubblico. Mentre nella stessa Europa il Belgio dichiara con leggi che l'acqua è un bene comune da gestire come servizio pubblico, in Italia la politica nel suo insieme partorisce la legge 133 art. 23 bis. Eppure pochi sembrano indignarsi col governo che mette ai voti una simile legge e con l'opposizione che lo attacca perché non ha privatizzato con più decisione. Nessuno si ribella né scende nelle piazze o sommerge con una valanga di mail i propri partiti. Qualche sindaco ha un moto di dignità, protesta, oppone resistenza, qualche coraggioso giornalista denuncia con forza la gravità di quanto sta accadendo, ma l'indifferenza della società civile sconcerta. Per l'acqua potabile, nelle mani delle multinazionali o della criminalità organizzata, per l'aria di cui si vendono le quote di inquinamento, per le morti sul lavoro, il cibo, la privatizzazione delle Università e della conoscenza, per i grandi diritti universali, sociali e collettivi, non c'è indignazione, né mobilitazione, nemmeno tra i lavoratori, chiusi di fatto in una dimensione corporativa. Solo gli studenti, con la loro lotta si collocano in questo passaggio epocale che è la mercificazione dei beni comuni di cui la 133 è la concretizzazione. L'acqua che pure è donna e madre, è fertilità, non suscita reazioni nei movimenti femminili e femministi, e come nei movimenti per i diritti degli omosessuali. Eppure il diritto negato all'acqua, discrimina chi non ha i mezzi per pagarla e è la negazione d'ogni civiltà. Il bene comune chiede a tutti di cogliere l'interesse generale, il contenuto che unifica l'intera comunità e la chiama alla partecipazione. Ecco perché In occasione della giornata Mondiale dei Diritti Umani, come Comitato italiano per un contratto mondiale sull'acqua lanciamo un appello a tutti i movimenti, affinché condividano la nostra indignazione e lottino con noi. E' un appello che rivolgiamo anche alla Chiesa italiana e alle sue massime autorità che proclamano il diritto alla vita nelle scelte personali, ma tacciono sulla vendita obbligata del dono di dio e non denunciano il mancato riconoscimento dell'universale diritto sociale e collettivo all'acqua per tutti. Chiediamo al Parlamento europeo che concretizzi i principi della risoluzione del marzo 2006 sul carattere pubblico dei servizi idrici, alla commissione europea affinché al 5° Forum Mondiale di Istanbul riconosca il diritto all'acqua e affidi all'Onu il Forum mondiale. Ai parlamentari italiani chiediamo un ripensamento sull'articolo 23 bis e un piano di investimenti pubblici per riparare le reti idriche e per finanziare progetti pubblici che portino l'acqua potabile a chi nel mondo non ne ha. L'Onu nel 2006 ci ha informato che c'è una Crisi Mondiale dell'Acqua, che entro 30 anni il 60 per cento della popolazione vivrà al di sotto della soglia del conflitto idrico di 1000 metri cubi all'anno per persona, che il 48 per cento della domanda di acqua resterà senza risposta, che gli epicentri della crisi saranno: Cina-India, Usa, Mediterraneo, che 820 milioni di contadini oggi al livello di sussistenza verranno spazzati via e che 1 miliardo di profughi idrici si aggirerà disperata per il mondo. Ma 4 Forum Mondiali dell'Acqua, presieduti dalle multinazionali Suez Lyonnais des eaux e Veolia, hanno impedito l'affermarsi del diritto umano all'acqua, l'Onu nel marzo di quest'anno ha conferito a un gruppo di imprese multinazionali utilizzatrici dell'acqua (Nestlè, Coca Cola, Pepsi Cola, Unilever, Levi Strauss, General Electric) il mandato di redigere un «Patto Mondiale per l'Acqua» che assieme al 3° Rapporto sui Programmi di gestione mondiale dell'acqua, saranno presentate come proposte per il 5° Forum Mondiale dell'acqua (marzo 2009 Istanbul) . Tacere di fronte a queste scenari è un crimine, che ci rende tutti responsabili di aver firmato una cambiale per le prossime terribili guerre. Denunciare questa indifferenza è il modo migliore per onorare la Dichiarazione universale dei diritti umani . E il Comitato italiano che ha partecipato alla manifestazione promossa da una Coalizione europea di venti e più associazioni impegnate a difesa dell'acqua che si è svolta il 10 dicembre davanti al Parlamento europeo, intende farlo con questo appello.
Emilio Molinari, Rosario Lembo * Comitato italiano Contratto mondiale sull'acqua-Onlus (www.contrattoacqua.it)
Un attacco clamoroso, di inusuale violenza verbale e arroganza, quello che il Vaticano ha scagliato ieri contro, nientemeno, che la Spagna di Zapatero. L'accusa è anch'essa inusuale: il governo di Madrid, guidato dal leader socialista, sarebbe colpevole, nientemeno, che di "statolatria". E' toccato a Monsignor Amato, un vescovo-teologo che oggi è addetto alle "cause dei Santi" (e che presto Ratzinger, suo amico personale, eleverà alla porpora cardinalizia), lanciare l'incredibile provocazione: tutte le così dette "leggi etiche" del governo Zapatero, secondo il nostro Vescovo, implicano uno smisurato allargamento del ruolo dello Stato, anzi una indebita "ingerenza" nella vita dei singoli. In breve: le questioni etiche spettano tutte all'autorità religiosa, è il pensiero nemmeno tanto recondito del Monsignore, e al massimo un Governo (come per esempio fa quello italiano) le può supinamente ratificare. La vita, la nascita, la morte, la sessualità - queste bazzecole che riguardano ciascuno di noi e la libertà di ciascuno di noi - appartengono alla Chiesa. Come accadeva, all'incirca, nel Medio Evo, magari prima delle celebre "lotta per le investiture". Incredibile, poi, gli esempi concreti che Amato cita, nella sua intervista alla rivista Il Consulente Re , a sostegno della sua tesi.Sapete perché Zapatero sarebbe "statolatrico"? Perché ha introdotto, come materia obbligatoria nelle scuole, l'educazione civica. Perché la legislazione laica del suo governo "obbliga le famiglie a scegliere" tra determinate scuole "dove si insegnano determinate materie". Sono argomenti di tale assurdità e prepotenza, da lasciare basito il più incallito dei mangiapreti. A parte l'ossimoro dell'"obbligo alla scelta" (in genere, almeno in italiano, si dice "consentire" una scelta), l'unica cosa che si capisce è che il Vaticano non sopporta la libertà. Nessuna libertà, di pensiero, di stampa, di organizzazione, di azione, men che mai la libertà di coscienza. Del resto, Monsignor Amato è lo stesso che, in un convegno di un paio d'anni fa, dedicato ai problemi della comunicazione cattolica, spiegò che, ahimé, "il Magistero della Chiesa" subisce oggi una certa "indocilità" da parte degli stessi fedeli e perfino "da parte di alcuni teologi". Cioè, gli stessi cattolici, e pensatori cattolici, non tendono più, nel 2008, a comportarsi come un gregge: si rifiutano di essere pecore e pecorelle. Ciò è un gran male, ribadiva l'allora segretario della "Dottrina della fede": vuol dire che il "nichilismo, il relativismo e la biopolitica stanno prendendo il sopravvento". E minano non solo la necessaria "docilità" delle masse, ma la libertà stessa dell'uomo che, secondo questo pensiero, sta tutta e soltanto in Dio e nei suoi rappresentanti in terra. Certo che ha un bel fegato, questo monsignor Amato: un integralista classico, in fondo. Uno che certamente rimpiange, in cuor suo, la Spagna franchista o la considera un modello da riproporre: giacché era un bell'esempio di regime clerico-fascista, retto da un blocco di potere che aveva alla sua testa giusto la Chiesa cattolica. Infatti, in più di trent'anni di dittatura, vescovi, cardinali o teologi ufficiali quando mai si sono sognati di accusare il franchismo di una qualche tendenza "statolatrica" - leggi adorazione a-critica del ruolo dello Stato e della sua funzione repressiva in specie - o almeno di una qualche propensione autoritaria? Del resto, a chiarimento delle idee dell'alto prelato, vale la pena di ricordare che, anche recentemente, proprio lui ha dichiarato che in Italia "i cattolici sono sotto tiro" - perseguitati e vilipesi. Roba da chiodi, come avrebbe detto mia nonna. Roba che fa pensare, lì per lì, che le stanze vaticane sono percorse da una vera e propria ondata di follia. Ma molto probabilmente la follia non c'entra nulla. C'entra, piuttosto, la radicalizzazione a cui sta andando, in gran parte è già andato, l'attuale pontificato, nella direzione, come dicevamo, integralista, clericale, medioevaleggiante. Sepolto, o quasi, il Concilio Vaticano II e le sue tematiche sociali, abbandonato ogni interesse concreto per i poveri, i deboli, gli affamati, le vittime della guerra, Ratzinger ha deciso, chissà, che l'unica attività in cui oggi la Chiesa (ufficiale) può, chissà, primeggiare è quella delle crociate (uno sport antico e mai del tutto autocriticato). E' di questi giorni un'altra violenta polemica, che ha come bersaglio l'attuale presidente della Camera: Gian Franco Fini è sotto accausa di "opportunismo" perché ha detto che, quando furono varate le leggi razziali del 1938, la Chiesa, sostanzialmente tacque - ovvero, come si usa dire, acconsentì. Fini è diventato un nemico del Vaticano (e certo sulla sua futura carriera politica si accettano scommesse) solo perché si è permesso di dire apertamente quello che Veltroni, D'Alema o qualche altro leader anche illustre che li ha preceduti non hanno mai osato dire apertamente: vale a dire che l'antisemitismo cattolico c'è stato, e come, al di là dei tanti e meritevoli sacerdoti che hanno aiutato gli ebrei (e i perseguitati in genere dal fascismo). Ecco un altro incredibile paradosso che ci regala questa fase confusa e torbida della storia: un leader postfascista, comunque un uomo della destra, che batte la sinistra in laicità e anche coraggio. Ma, appunto, il principale nemico del Vaticano è oggi proprio la laicità: quel principio e quella pratica fondativi dello Stato di diritto, che non dividono il mondo in fedeli e miscredenti, ma sanciscono la libertà di tutti - e dell'irriducibile libertà dell'individuo. La libertà di credere e di non credere. La libertà di pensare e di amare. La libertà di nascere, di non nascere - e anche di morire in pace.
da Liberazione del 19 dicembre 2008
Milioni di donne e di uomini scioperano sotto la pioggia. Ma per cosa? Qual è l'obiettivo dello sciopero generale organizzato dalla Cgil? Manca per il momento una indicazione capace di unificare precari, disoccupati, lavoratori più o meno garantiti, lavoratori pubblici e privati. Nel frattempo il Senato americano ha bocciato il finanziamento statale destinato a salvare le grandi aziende dell'auto. Il settore automobilistico crolla in tutto il mondo, anche in Cina, dove le vendite sono cadute del 16% nel mese di novembre. La decisione dei senatori americani è dettata dal cinismo liberista, ma non è detto che sia sbagliata. Forse adesso cominceremo a renderci conto del fatto che non c'è nessuna possibilità di restaurare il sistema industriale. Il capitalismo industriale è defunto, con tutte le sue regole. Purtroppo rischia di portare nella tomba la civiltà sociale costruita negli ultimi cent'anni, e rischia di distruggere la vita di milioni di lavoratori, spinti nella miseria e nella disoccupazione. Come salvare la società dal cataclisma provocato dal crollo del capitalismo industriale? Negli ultimi decenni il salario si è ridotto dovunque. La quantità di lavoro erogata e l'intensità del lavoro sono aumentate enormemente. I profitti si sono moltiplicati. Ora è necessario porre il problema della redistribuzione del reddito, della redistribuzione del tempo di lavoro. Abolizione degli straordinari, riduzione della giornata lavorativa, reddito di cittadinanza sganciato dal tempo di lavoro. Non vi è salvezza se non in questa direzione. La forma-salario non ha più ragione di essere, è finito il tempo in cui il diritto alla vita poteva essere legato al tempo di lavoro prestato. E' giunto il momento di lanciare una campagna europea per il reddito di cittadinanza. Di questo hanno bisogno i lavoratori, di questo ha bisogno la società se non vogliamo sprofondare nella barbarie. Questo e soltanto questo può essere il terreno su cui si ricostituisce un fronte del lavoro, un fronte dell'autonomia sociale, un fronte del progresso e della libertà. Non ha diritto di esistere una sinistra che non abbia una parola decisiva da dire in questo frangente. E la parola decisiva, oggi, non è altro che questa: reddito di cittadinanza, redistribuzione del tempo di lavoro. Reddito di cittadinanza non è una formula nuova. In varie maniere se ne è parlato fino dagli anni 60, e alcuni stati europei hanno sperimentato negli anni forme di erogazione di reddito ai disoccupati. Ma ora si tratta di compiere un salto, che prima di tutto è un salto culturale. Non vi può più essere nessun rapporto diretto tra reddito e lavoro. La frammentazione della giornata lavorativa sociale, la precarizzazione dei rapporti di lavoro hanno reso obsoleto il principio stesso del salario. Nell'epoca classica delle relazioni industriali il salario pagava la disponibilità di una persona a prestare il suo tempo a un imprenditore. Quella persona era portatrice di diritti, bisogni, forza contrattuale. Ma oggi non è più così: ora il sistema d'impresa paga frammenti di tempo separati dalla persona, frammenti di tempo precario e cellulare, e il committente non è più un imprenditore ma un'agenzia che fornisce lavoro a imprenditori diversi. Sempre meno si può identificare il lavoratore come persona, perché esso diviene sempre più un pulviscolo di frammenti di tempo cellulare. In questo condizioni si determina una situazione di sottosalario che produce effetti di sottoconsumo, o piuttosto di sovrapproduzione. La debolezza dei salariati è diventato un problema per lo stesso capitale. Il capitalismo si è inceppato perché ha avuto mano libera al punto da distruggere le condizioni del consumo di massa, e quindi della sua propria riproduzione. Perciò il reddito di cittadinanza diventa oggi un terreno di contrattazione realistica tra capitale e lavoro. Perciò il tema del reddito di cittadinanza esce dalla sfera dell'utopia per divenire oggetto della discussione economica ufficiale. Fin dai licenziamenti Fiat del 1980 i sindacati si opposero alla rivendicazione di reddito sganciato dal lavoro, perché, comprensibilmente, temevano che il reddito garantito potesse permettere agli industriali di licenziare masse di operai e di ristrutturare gli impianti in modo da attaccare la composizione del lavoro. Ma la battaglia in difesa dell'occupazione è stata persa in maniera sistematica: gli industriali hanno licenziato, il salario operaio si è immiserito, la ristrutturazione ha precarizzato il lavoro. Si può accettare che ancora oggi, come negli anni 80, il sindacato si limiti a difendere l'occupazione in settori in cui l'occupazione non ha più ragione di esserci? Non sarebbe meglio far crescere l'idea che in certi settori non c'è più bisogno di lavoro, e dunque la giornata lavorativa deve complessivamente essere ridistribuita e ridotta? Non sarebbe forse meglio far crescere la consapevolezza del fatto che il reddito va separato dal lavoro? Non si tratta di ammortizzatori, come si dice in giro. Qua non c'è niente da ammortizzare. Il tempo di vita dei lavoratori è stato spremuto per tre decenni, ora è necessario ridistribuire il reddito attraverso l'imposizione fiscale. Si tratta di garantire reddito a ogni cittadino e cittadina che abbia compiuto diciotto anni di età. Al tempo stesso è necessario modificare il sistema delle attese sociali, ridimensionare le attese di consumo, de-privatizzare il consumo, creare strutture di consumo collettivo. Il mondo che ci attende può essere un mondo povero e miserabile e aggressivo, ma potrebbe essere invece un mondo ricco allegro e creativo. Dipende da come predisponiamo il sistema delle attese, dipende dalla capacità di riattivare il circuito della solidarietà sociale. Dipende dalla nostra disponibilità a rinunciare al pregiudizio della crescita e del consumo crescente. Dipende dalla nostra capacità di intendere la ricchezza secondo criteri diversi da quelli proprietari
da Liberazione del 15 dicembre 2008
Di Fedele (del 12/12/2008 @ 19:55:55, in Video, linkato 138 volte)
Di Fedele (del 09/12/2008 @ 18:26:38, in Eventi, linkato 163 volte)
Nostro compito non è quello di salvare il "capitalismo terminale" dalla crisi, ma quello di salvare i lavoratori e le loro famiglie dalla crisi del capitalismo.
Lo SCIOPERO GENERALE del 12 dicembre sarà solo il primo passo.
Sulla scorta dell’«emergenza crisi» pare si stia già verificando che le ricadute sul lavoro (cassa integrazione, mobilità, licenziamenti di massa) stiano correndo assai più delle crisi di Borsa. Segno evidente che per i padroni (come già accadde per le ristrutturazioni degli anni ’80, che segnarono forti riduzioni di personale a fronte d’una crescente produttività tecnologica mai rivendicata, né contrattata, né distribuita) questa crisi è una ghiotta occasione per riplasmare la composizione quantitativa, qualitativa e organizzativa della forza lavoro. Le cifre ufficiali fornite dai media non descrivono la profondità e la gravità della crisi capitalistica in atto, né l’impatto devastante e prolungato che essa avrà sulla vita di noi lavoratori. I rapporti ad oggi pubblicati per i paesi europei evidenziano il rischio inquietante di una disoccupazione di massa. Di qui la domanda ricorrente: che possiamo fare noi lavoratori rispetto alla crisi? E perché in un momento così drammatico la CGIL decide di riprendere il conflitto sociale proclamando lo sciopero generale per il 12 dicembre? Cominciamo allora col dire che questa crisi non è banalmente dovuta alla «mancanza di regole dei mercati finanziari» (come vien detto nei salotti televisivi “inquinati”). E nemmeno muove dalla finanza per impattare su un economia reale sana e virtuosa che bisognerebbe preservare dal contagio). Non serve essere economisti per capire che economia reale e finanza sono indissolubilmente intrecciate fin dalla nascita del capitalismo e che il progressivo accentuarsi dei processi di finanziarizzazione speculativa degli ultimi 25/30anni sono stati necessari per surrogare la progressiva difficoltà del capitalismo produttivo nel mantenere livelli accettabili di “accumulazione del capitale” (senza i quali esso sarebbe già collassato da un pezzo). Oggi, in realtà, siamo di fronte all’esplodere di una crisi drammatica che affonda le sue radici proprio nell’economia reale capitalistica, in quel gigantesco processo di redistribuzione del reddito avvenuto negli ultimi 20/25 anni, in cui una parte enorme della ricchezza prodotta è passata dai salari e le pensioni ai profitti e alle rendite. Ed è stata proprio questa enorme divaricazione tra redditi da capitale e redditi da lavoro - prodotta dall’enorme deregulation del mercato del lavoro (leggi sulla precarietà, depotenziamento del CCNL, smantellamento dei sistemi di Welfare, agiti per rilanciare la competitività contro la concorrenza asiatica) – che ha prodotto la crisi della domanda, a cui, per tenere in piedi i consumi (ovvero continuare ad accedere all’immensa quantità di merci prodotte), si è pensato di far fronte con l’espansione smisurata del credito, ovvero, mediante l’indebitamento e, a partire dal 2001, attraverso le cartolarizzazioni dei mutui e l’esplosione della piramide di quei prodotti finanziari chiamati “derivati”. Le politiche che fino ad oggi hanno accompagnato i processi di liberalizzazione dei movimenti del capitale voluti dal WTO e quelli di deregulation del mercato del lavoro (che in Italia continuano ad essere tenacemente perseguite da governi e padroni), sono state ispirate dalle teorie economiche neoliberiste che imperversano ormai dagli anni ’80, negli USA con Reagan, Clinton e Bush, in Europa con tutti i governi di centrosinistra o centrodestra che si sono succeduti (Blair, Schroeder, Berlusconi, Prodi) e che attraverso gli accordi di Maastricht, il Patto di Stabilità e quello di Lisbona, hanno puntato ad impedire qualsiasi politica in deficit di spesa, imponendo agli stati nazionali, in nome del rigore monetario, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la progressiva privatizzazione dei servizi sociali. La durata ultra trentennale di queste politiche fallimentari induce a ritenere che la crisi che esse hanno prodotto sia molto più grave e strutturale della Grande Depressione del '29. Quanto alle ricette propagandate per uscire dalla crisi, oggi abbiamo che gli stessi artefici della crisi si ripropongono come i medici che dovrebbero farci uscire dal mare di guai in cui ci hanno precipitati. I salvataggi bancari da loro attuati (che non modificano né gli assetti proprietari, né i consigli d’amministrazione delle banche in crisi) non sono affatto una “soluzione” alla Crisi, bensì il presupposto per ulteriori crolli. Trasferire grandi quantità di denaro pubblico (pagate da tutti i contribuenti) nelle mani di finanzieri privati, porterà infatti ad un aumento pazzesco del debito pubblico ed a una centralizzazione senza precedenti del potere bancario.
Se quanto detto corrisponde a realtà, ne consegue che sia gli interventi attuati sulla sfera monetaria, sia i “pannicelli caldi” propinati da Tremonti/Berlusconi o dal PD, sono del tutto insufficienti. Per tentare di attutire gli effetti di questa crisi capitalistica (che si protrae almeno da 35 anni e che noi riteniamo irreversibile) ci vuole ben altro: è necessario tornare a rilanciare la spesa pubblica, rilanciare l’intervento pubblico nell’economia, andando ben oltre i vincoli del Patto di stabilità europeo; ci vogliono forti investimenti pubblici per sostenere la domanda interna, altrimenti l’economia non ripartirà. Ancora: bisogna legare gli incentivi dati alle imprese ad un progetto strategico di politica industriale che riqualifichi la capacità produttiva del sistema paese; ma soprattutto, bisogna fare di tutto, anzi di più, per far crescere i salari, sia attraverso la leva fiscale che attraverso una vera politica di redistribuzione della ricchezza attraverso il Contratto Nazionale.
Ciò che non è più accettabile è la favola del «non ci sono i soldi», perché questa è una presa in giro “ideologica” che va avanti ormai da 20anni. I soldi ci sono, eccome! Se l’Europa nel giro di pochi secondi ha potuto decidere di sospendere i vincoli di Maastricht e i vincoli finanziari per il credito (iniettando una valanga di quattrini pubblici per salvare gli speculatori bancari e le imprese), allo stesso modo, quegli stessi vincoli non devono valere nemmeno per delle politiche anticicliche serie, a tutela del lavoro e dei sistemi di protezione sociale!
Da qui nasce la necessità di tornare al conflitto sociale e l’auspicio che esso possa crescere in tutto il Paese dopo lo Sciopero Generale del 12 dicembre. La CGIL deve prendere atto che gli spazi per qualsivoglia mediazione concertativa sono oggi dichiarati esauriti dalle imprese, che puntano ormai a distruggere ogni forma di sindacato contrattuale per sottomettere totalmente il lavoro al nuovo paradigma imposto loro dalla crisi. Mentre per quei sindacati che vogliano evitare la trincea, è lasciata aperta la via seguita da Cisl e Uil, a cui sarà concesso come condizione della propria sopravvivenza, la semplice convalida delle decisioni aziendali.
Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una significativa ripresa del conflitto sociale in tutto il Paese che fa ben sperare. Noi riteniamo che al movimento per la difesa della scuola pubblica, dell’università, della ricerca, si debba affiancare al più presto la lotta dei lavoratori. Lo sciopero generale del 12 dicembre sarà il primo passo di un lungo percorso di ricostruzione, orientato all’apertura di una nuova e autonoma fase sociale, politica e culturale, liberata finalmente dalla subalternità ideologica al "mercato" e allo strapotere dell'impresa sul lavoro.
RETE 28 APRILIE TREVISO
da www.rete28aprile.it in data 8 dicembre 2008
Nel libro “Voglia di cambiare” di Salvatore Gianella, tra gli altri argomenti viene presa in esame la legislazione svedese in tema di sicurezza sul lavoro. Vent'anni fa anche la Svezia aveva un problema di morti sul lavoro: fu allora che governo ed industriali decisero di capovolgere la scala dei valori della produzione. Fino a quel momento al primo posto c'era il profitto, al secondo la qualità del prodotto e la puntualità, al terzo la salute e l'incolumità dei lavoratori. Da allora al primo posto venne messa la salute e l'incolumità dei lavoratori, poi la qualità del prodotto e la puntualità, infine il profitto. La Svezia ha quasi azzerato le morti sul lavoro, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all'"ombudsman" dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza. Alla Scania (la Fiat svedese) da vent'anni non si registrano più morti sul lavoro, in Svezia la qualità dei prodotti è aumentata ed anche i profitti. In Italia il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza viene lasciato solo davanti alla direzione aziendale dai sindacati.
In un articolo uscito sull' Herald Tribune il 3 Novembre 2008, Thomas Friedman scriveva: «Dovremo tutti pagare perché il collasso avviene nel contesto di quello che può essere considerato forse il più grande trasferimento di ricchezza dalla rivoluzione bolscevica del '17. Non è un trasferimento di ricchezza dai ricchi ai poveri, ma un trasferimento di ricchezza dal futuro al presente. Mai nessuna generazione ha speso tanto della ricchezza dei suoi figli in un periodo di tempo così breve. L'America ha imposto alle generazioni future un immenso peso per finanziare i tagli delle tasse, le guerre e i salvataggi delle banche. Inoltre l'amministrazione Bush ci lascia in eredità un altro debito, quello con madre natura. Abbiamo aggiunto all'atmosfera sempre più CO2 senza nessuno sforzo di riduzione». Il futuro non c'è più: è stato speso, ipotecato, devastato dal capitalismo neoliberista. E adesso?
Nelle scuole e nelle università italiane è esploso un movimento che grida: "Questa crisi noi non la paghiamo". Non pagheremo il debito che avete accumulato. Non rinunceremo all'istruzione, al piacere della vita, ai servizi sociali solo perché una classe di accaparratori irresponsabili ha distrutto tutto prima che noi arrivassimo al mondo. Quello slogan è il segno della tempestività di questo movimento, della sua intelligenza. Ma più che uno slogan è un problema. Come si fa a non pagare questo debito? Il problema di adesso è proprio quello di una nuova dimensione dell'esistere collettivo, capace di rovesciare il dispositivo della crescita capitalista, di imporre una redistribuzione del reddito e di conquistare una riduzione del tempo di lavoro. Il vero nemico degli studenti non è il decreto Gelmini, puro e semplice atto di cieca devastazione. E' la Carta di Bologna del 1999, che sancì l'impegno dei paesi europei a subordinare i sistemi scolastici alle esigenze dell'economia d'impresa, e che avviò il processo di frammentazione dei saperi, e di precarizzazione della figura studentesca. La mobilitazione contro la legge Gelmini ha avuto una funzione importantissima, perché ha interpretato un sentimento diffuso tra la maggioranza degli studenti e degli insegnanti. Ma ha anche creato una situazione complicata, perché questo governo non ha un'opposizione parlamentare, gode di una maggioranza schiacciante, e controlla mediaticamente l'opinione. Di conseguenza non si può batterlo sul piano legislativo. Non è stato certo sbagliato andare allo scontro con la legge Gelmini, ma se vogliamo che l'esito della scontro non si risolva in una sconfitta dobbiamo ragionare sul lungo periodo, dobbiamo liberarci di alcuni limiti culturali che sono iscritti nelle forme stesse della soggettività contemporanea. Le grandi mobilitazioni producono effetti significativi quando filtrano nel tessuto della vita quotidiana, altrimenti svaniscono come la nebbia. E perché questa onda filtri nei circuiti della vita quotidiana occorre fare i conti con una fragilità che finora nessuno ha avuto il coraggio di mettere in questione: quella fragilità si chiama legalismo. Uno dei peggiori effetti che il berlusconismo ha prodotto nella cultura politica italiana (e nella formazione della generazione che è cresciuta sotto Berlusconi) è proprio l'antiberlusconismo. Non mi si fraintenda. Quello instaurato da Berlusconi è per me un regime di totalitarismo mediatico forse ancor più deleterio per la democrazia di quanto fu il fascismo mussoliniano. Non sono di quelli che consigliano di "non demonizzare Berlusconi". Berlusconi è il demonio, se demonio significa ignoranza, truffa, immiserimento, paura, razzismo arroganza. Ma l'antiberlusconismo corrente (rappresentato da persone degnissime come Grillo, Di Pietro, Travaglio o Moretti) è solo marginalmente una riflessione sull'effetto che i media hanno prodotto sull'immaginario e sulle forme di vita. Essenzialmente è una riflessione su legalità e illegalità. Sembra che tutti i mali derivino dal fatto che al governo ci sta una classe politica che viola la legge. Semplificazione del tutto fuorviante, ma come non capirla? Se al governo ci sta (come ci sta) un ceto politico di sistematici predatori e di violatori professionali delle leggi, è comprensibile che gran parte della società finisca per attribuire la miseria, la disoccupazione, la crisi della scuola pubblica e tutto il resto all'illegalità. Basterebbe allora che tutti rispettassero la legge? Credo proprio di no. La legge non è altro che la sanzione formale di un rapporto di forze. E' legale sfruttare la gente. E' legale costringerla a fare straordinario. E' legale uccidere sul lavoro. E' legale costringere la gente a subire una vita precaria. E' legale fin quando i principi su cui si scrive la legge sono quelli della competizione e della crescita illimitata. La legge non è che la sanzione di un rapporto di forza, e anche quando la legge è rispettosa dei bisogni della società (come in molti suoi punti è la Costituzione della Repubblica Italiana) se non esiste la forza per imporne il rispetto, la legge è scritta sull'acqua. Solo la forza può restituire alla società autonomia dal dominio del profitto. Solo la forza può dare ai lavoratori e agli studenti la possibilità di difendere la loro dignità e i loro diritti. Ma la forza cos'è? La forza sta nell'unità delle diverse componenti del lavoro sfruttato, sta nella ricomposizione del mosaico infinitamente complesso della vita di chi produce valore. La forza sta nella capacità di vivere in condizione di indipendenza, sta nella capacità di non subire le idee e le immagini e le paure di chi ha il potere. La forza sembra oggi sfuggirci perché la precarietà ha sgretolato i rapporti fra le diverse sezioni del lavoro sociale. E questa frammentazione la ritroviamo anche nei movimenti. In questo movimento c'è una gelosia dell'identità, una paura della contaminazione, un riflesso di chiusura e di settorialità che, prevalendo, preparerebbero la sconfitta. Dobbiamo allora curarli, dobbiamo allora superarli questo legalitarismo e questo identitarismo, che sono fattori di fragilità del movimento. Occorre curarli, occorre superarli, se vogliamo che il movimento conquisti il lungo periodo fino a divenire senso comune e forma della vita quotidiana.
da Liberazione del 29 novembre 2008
I
Di Fedele (del 03/12/2008 @ 19:49:51, in Video, linkato 148 volte)
Serenamente analizzata la situazione politica, sentiti con un piccolo sondaggio svariati amici elettori democratici, valutata la situazione economica, ecco una semplice ma decisiva conclusione: Bibì e Bibò hanno rotto i coglioni. E’ dal 1994 che assistiamo al trionfo di Berlusconi Silvio, ed è da allora, e pure da prima, che nel maggior partito della sinistra italiana Bibì e Bibò si fanno i dispetti come all’asilo. Uno diventa segretario, l’altro fa la fondazione; uno diventa ministro, l’altro fa le primarie col fax; uno diventa presidente del consiglio, l’altro gli tira una torta. Bibì fa il governo ombra, Bibò non ci sta. Bibì apre una televisione di condominio, anche Bibò apre una televisione di condominio. Bibì vuole il congresso, anzi no; Bibò è contro il congresso, anzi no. Bibì ha la Binetti, Bibò vuole Casini. Bibì scrive romanzi, Bibò si compra una banca. Bibì mette Bettini in una stanza a fare le liste elettorali (tra cui il noto Villari, chapeau!), Bibò ha un braccio destro come Latorre (e ho detto tutto). Bibì tenta di parlare di politica, ma diventa uno spot del libro di Bruno Vespa, e questo è il posto dove ci tocca vivere. Presto arriveremo al caffè versato sui pantaloni (ops! scusa, Massimo!), alla macchina rigata (ops! scusa, Walter!), allo sgambetto, al cuscino che scoreggia, alla stretta di mano con scossa elettrica: nemmeno Franco e Ciccio erano durati tanto con lo stesso repertorio. Dichiarano, esternano, cooptano sodali e complici per i loro dispettucci, muovono pedine ognuno per irritare l’altro. E non si rendono conto che il loro pubblico non ride più da un pezzo, che è più povero, più stanco, più precario, più cassintegrato, più solo. In platea le sedie vuote aumentano, manca poco al lancio di ortaggi, altro classico dell’avanspettacolo. Bibì, Bibò e Capitan Cocoricò che intanto, da Arcore, se la gode e se la spassa, fa e disfa, diventa ogni giorno più ricco e potente e arrogante e pericoloso. Che brutto spettacolo, compagni democratici. E il biglietto costa carissimo per tutti.
dal Manifesto del 23 novembre 2008
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