Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 25/02/2009 @ 19:10:52, in Video, linkato 134 volte)
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Di Fedele (del 23/02/2009 @ 14:29:00, in Segnalazioni, linkato 119 volte)
Lo slogan, già usato per la crisi Argentina, riecheggia ora nelle piazze di mezzo mondo. Perché al crollo provocato dal libero mercato i governi oppongono le stesse ricette colpendo i più deboli. Ma saranno spazzati via a breve. L'atto di accusa della scrittrice canadese (Naomi Klein n.d.r.). La folla che in Islanda ha sbattuto pentole e tegami, fino a provocare la caduta del governo contestato, mi ha fatto tornare alla mente lo slogan in voga nei circoli anticapitalistici nel 2002: 'Voi siete l'Enron. Noi siamo l'Argentina'. Il messaggio era molto semplice: voi, politici e amministratori delegati riuniti in qualche summit economico, siete come quei dirigenti sconsiderati e truffaldini della Enron (e naturalmente non conoscevamo che la punta dell'iceberg). Noi, ovvero la plebaglia lì fuori, siamo come il popolo argentino che, nel bel mezzo di una crisi economica spaventosamente simile alla nostra, scese in piazza sbattendo pentole e tegami.
Gridando 'Que se vayan todos' (devono andare via tutti) costrinsero alle dimissioni quattro presidenti, uno dopo l'altro, in tre settimane. La rivolta in Argentina nel 2001-2002 è stata unica perché non mirava a un particolare partito politico o alla corruzione in generale. L'obiettivo era il modello economico dominante. È stata infatti la prima rivolta nazionale contro il moderno capitalismo deregolamentato. È servito un po' di tempo, ma dall'Islanda alla Lettonia, dalla Corea del Sud alla Grecia, alla fine anche per il resto del mondo è arrivato il momento del 'Que se vayan todos'.
Le stoiche matriarche islandesi che battevano le loro pentole, con i figli che saccheggiavano il frigo in cerca di proiettili (va bene le uova, ma lo yogurt?) richiamano alla mente le tattiche divenute famose a Buenos Aires. Ma anche la rabbia collettiva verso chi deteneva il potere, portando alla rovina un Paese un tempo florido pensando di poterla fare franca. Gudrun Jonsdottir, una trentaseienne impiegata islandese, ha sintetizzato così: "Ne ho abbastanza di tutto quanto. Non ho fiducia nel governo, non ho fiducia nelle banche, non ho fiducia nei partiti politici e neanche nel Fondo monetario internazionale. Avevamo un Paese forte e loro lo hanno rovinato". Ecco un altro richiamo alla situazione argentina: a Reykjavik i manifestanti ovviamente non si accontentano di un volto nuovo posto al vertice (anche se il neo primo ministro è una donna omosessuale). Vogliono aiuti per la popolazione, non solo per le banche, indagini sulle responsabilità del collasso e una profonda riforma elettorale.
Richieste simili le sentiamo in questi giorni anche in Lettonia, dove l'economia ha subito una contrazione più forte che negli altri paesi europei e dove il governo vacilla pericolosamente. Per diverse settimane le proteste hanno messo in subbuglio la capitale, e il 13 gennaio si sono verificati anche tafferugli e lanci di pietre. Come in Islanda, anche i lettoni sono sconcertati di fronte al rifiuto dei governanti di assumersi le responsabilità del disastro. Alla domanda dell'emittente televisiva Bloomberg su quali fossero le cause della crisi, il ministro dell'Economia lettone ha risposto: "Nulla di particolare".  I problemi della Lettonia invece sono davvero 'particolari'. Le stesse politiche che nel 2006 avevano consentito alla 'Tigre del Baltico' di crescere del 12 per cento, sono anche la causa della violenta contrazione di quest'anno, che secondo le previsioni dovrebbe arrivare al 10 per cento. Quando il denaro è liberato da qualsiasi vincolo, defluisce con la stessa rapidità con cui affluisce, considerando anche che una buona quantità finisce nelle tasche dei politici. (Non è una coincidenza che molti dei casi disperati di oggi siano i 'miracoli' di ieri: Irlanda, Estonia, Islanda e Lettonia).
Ma c'è qualche altra cosa di 'argentino' nell'aria. Nel 2001 in Argentina i leader risposero alla crisi con un pacchetto all'insegna dell'austerity, sollecitato dal Fondo monetario internazionale: 9 miliardi di dollari furono tagliati alla spesa pubblica, in particolare alla sanità e all'istruzione. Questo si è dimostrato un errore fatale. I sindacati organizzarono uno sciopero generale, gli insegnanti portarono le loro classi nelle piazze e le rivolte sembrarono non aver fine.  Il medesimo rifiuto popolare a sopportare il peso maggiore della crisi accomuna le proteste attuali. In Lettonia, gran parte della rabbia dei cittadini è provocata dalle misure di austerity prese dal governo - licenziamenti in massa, servizi assistenziali ridotti, stipendi dei dipendenti pubblici diminuiti - e tutto per poter accedere al prestito d'emergenza del Fmi (no, non è cambiato nulla). In Grecia i tafferugli di dicembre sono seguiti all'uccisione da parte della polizia di un ragazzo quindicenne.
Ma quello che li ha alimentati, anche quando gli studenti hanno ceduto il comando agli agricoltori, è stata la diffusa rabbia per la risposta del governo alla crisi: le banche hanno ottenuto un finanziamento di 36 miliardi di dollari, mentre i lavoratori si sono visti tagliare le pensioni e gli agricoltori non hanno ricevuto quasi nulla. Malgrado i grandi inconvenienti causati dai blocchi stradali posti dai manifestanti, il 78 per cento dei greci ha dichiarato che le loro richieste erano giustificate. In modo simile, in Francia il recente sciopero generale, provocato in parte dai piani del presidente Sarkozy per ridurre drasticamente il numero degli insegnanti, ha ottenuto l'approvazione del 70 per cento della popolazione.
È probabile che il principale filo conduttore di questa violenta reazione a livello mondiale sia il rigetto per la logica della 'terapia dello shock' - espressione coniata dal politico polacco Leszek Bacerowicz, per descrivere come nel corso di una crisi i governanti possano accantonare le leggi e andare dritti verso 'riforme' economiche impopolari. Questo espediente è diventato obsoleto, come ha recentemente scoperto il governo della Corea del Sud. A dicembre il partito al potere ha cercato di servirsi della crisi per far approvare a tutti i costi un contrastato accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Interpretando in maniera estrema la politica 'delle porte chiuse', i legislatori si sono rinserrati nell'aula per votare in privato, barricando la porta con tavolini, sedie e divani. I parlamentari dell'opposizione non sono rimasti a guardare, e servendosi di mazze e persino di una sega elettrica, hanno fatto irruzione, occupando il Parlamento per 12 giorni. Il voto è stato rimandato per consentire un dibattito più prolungato. Una vittoria sulla 'terapia dello shock'. Qui in Canada la politica è decisamente meno da filmato suYouTube, ma è stata comunque sorprendentemente movimentata. In ottobre il partito conservatore ha vinto le elezioni nazionali con un programma poco ambizioso.
Sei settimane dopo, il nostro primo ministro 'tory' ha scoperto l'ideologo che è in lui, presentando una legge finanziaria che privava i dipendenti statali del diritto allo sciopero, eliminava i fondi pubblici ai partiti e non conteneva alcun incentivo allo sviluppo economico. I partiti dell'opposizione in risposta hanno formato una coalizione storica, che non ha potuto prendere il potere solo a causa dell'improvvisa sospensione del Parlamento. I conservatori si sono da poco ripresentati con un piano modificato, in cui sono spariti i provvedimenti preferiti della destra e sono apparsi numerosi incentivi all'economia.
 Il concetto è chiaro: i governi che reagiscono alla crisi provocata dall'ideologia del libero mercato insistendo sullo stesso programma contestato, avranno vita breve. Come gridavano gli studenti italiani in piazza durante i cortei dello scorso autunno: 'Non pagheremo noi la vostra crisi'.

da Chainworkers 23 febbraio 2009
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Di Fedele (del 19/02/2009 @ 15:50:00, in Considerazioni, linkato 140 volte)
E' di questi giorni la debacle di Soru e del PD in Sardegna, è di martedì sera a Ballarò la lezione di politica impartita da La Russa e Casini agli italiani: Berlusconi è un grande premier, gli italiani lo amano e lo premiano con il voto; è di questi giorni l' incidente diplomatico con l'Argentina per la battuta infelice del nostro presidente del consiglio sui  trentamila desaparacidos ai tempi della dittatura di Videla (1976-1983).
Ciò che gli italiani non hanno capito oppure hanno capito benissimo, perché in buona parte si identificano perfettamente con lui, è che Berlusconi è come uno scolaretto perennemente in gita: l'importante è diverttirsi sempre, facendo le corna in una foto di gruppo con altri primi ministri, gridando "cucù" alla Merkel in visita ufficiale in Italia, e così via scherzando, ed intanto l'Italia affonda e gli italiani vanno in malora.
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Di Fedele (del 15/02/2009 @ 18:02:47, in Video, linkato 118 volte)
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Di Fedele (del 11/02/2009 @ 01:01:52, in Segnalazioni, linkato 123 volte)
Repubblica di oggi, un giornale che ha sostenuto con pervicacia la linea della cosiddetta "modernizzazione" dei rapporti di lavoro attraverso i precari privi dei diritti dei lavoratori "tipici",
si accorge dell'enormità del disastro sociale che si è creato e vi dedica una attenzione che non dovrebbe sfuggire ai sindacati, ai politici, a quei settori della sinistra che si sono fatti infinocchiare
dall'idea di una serie di opzioni lavorative assai attraenti messe una dietro l'altro e tra queste una rete di protezione.
Naturalmente la realtà è assai più squallida e tetra per i precari. Vengono assunti in genere di tre mesi in tre mesi e magari sempre dalla stessa azienda dal momento che la condizione di precario è assai più conveniente per questa. Alcuni addirittura di settimana in settimana esclusi i festivi. La media delle retribuzioni dei precari credo non superi i seicento euro al mese . Diritti quasi inesistenti. Una intera generazione è stata umiliata
Gli studi fatti spesso con tanta passione sono diventati carta straccia. La laurea che rappresentava il passaporto di ingresso non solo verso le professioni, ma anche per un lavoro ed una vita sicuri è diventata inutile dal momento che, come spiega benissimo Vandana Shiva, oggi il padrone non si accontenta della tua forza lavoro ma vuole l'essenza di ciò che sei per farne ciò che vuole. Si è voluto diffondere la falsa ideologia della continua trasformazione della economia che comporta una mobilità lavorativa senza fine.
La responsabilità di quanto è accaduto e delle sofferenze sociali che si sono create si deve ad una corrente giuslavorista, che va da Treu e Sacconi, da D'Antoni a Biagi, da Boeri ad Ichino, a Cazzola. Corrente che si può assimiliare ai monetaristi nella politica economica. Come i monetaristi hanno provocato disastri fino alla crisi planetaria sostenendo la libertà assoluta del mercato e dell' imprenditore, cosi i giuslavoristi che ho citato hanno provocato un enorme distrastro umano e sociale, condannato alla miseria da quattro a cinque milioni di giovani e non hanno arrecato alcun beneficio al sistema paese, dal momento che le aziende si dichiarano in crisi e chiedono nuovi aiuti che verranno dati da questo governo senza condizioni.Non è vero che il lavoro precario ha creato nuovi posti di lavoro. Ha trasformato il lavoro stabile in lavoro insicuro,a termine, ricattato.
Gravi sono le responsabilità della CGIL che, dopo essersi pronunziata prima con Cofferati e poi con Epifani contro la legge Biagi alla fine ha smesso di combatterla e con gli accordi di welfare dello anno scorso l'ha addirittura rafforzata. Gravi sono le responsabilità del PD che ha dentro di sé da Treu a Letta a Damiano ad Ichino e naturalmente Colaninno e Calearo.
Ma tutto continua ad andare come decide la Confindustria . Tutti gli scioperi indetti dalla CGIL non si pongono il problema di abolire la legge trenta e si limitano a chiedere un poco di elemosina che non sarà maggiore della socialcard e non per tutti i precari.

Pietro Ancona (già membro dell'esecutivo cgil, già membro del cnel)

dal blog il pane e le rose del 10 febbraio 2009
fonte: pietroancona@tin.it   
                     
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Di Fedele (del 08/02/2009 @ 01:42:10, in Segnalazioni, linkato 139 volte)
Con l'approvazione del decreto sicurezza, l'Italia si avvia ad una decisa svolta autoritaria e razzista. L'insieme di norme denominata "pacchetto sicurezza", voluta e desiderata soprattutto da AN e Lega si accinge a diventare una delle pietre angolari di questo governo. Dalla legittimazione delle ronde (padane) alla negazione effettiva del diritto alla salute per gli immigrati irregolari, tra l'altro, il governo spinge per l'affermazione della figura del cittadino "spione" e infame che per strada o in ospedale svolge il ruolo di delatore ed informatore delle milizie governative.
Curiosamente in questi giorni impazza la vicenda della signora Englaro. Aldilà delle uscite del nostro premier che strappano il sorriso ("Eluana è in grado di generare un figlio" - al resto, perdonateci la battuta di bassa lega, supponiamo ci penserà lui), Berlusconi apre su questo caso un precedente pericoloso. Se riesce con una legge a sovvertire il risultato di una sentenza di Cassazione, in effetti creerebbe le condizioni per sovvertire qualsiasi altra sentenza, a colpire cioè anche retroattivamente la giurisprudenza ed il sistema legislativo e giuridico italiano. Allora si che la magistratura sarebbe davvero cancellata.
Con questo non ce la sentiamo di promuovere Napolitano, che ha firmato il "lodo Alfano" e supponiamo firmerà tranquillamente anche il pacchetto sicurezza. In fondo lui è un laico vero e coerente: nessun accanimento terapeutico per Eluana, e nessun accanimento terapeutico nemmeno per i clandestini. Diciamo questo per l'ultima volta, però. Perchè criticare il presidente della repubblica è un fatto disdicevole ed offensivo.
Accanimento giudiziario invece per Cesare Battisti, il pericoloso latitante terrorista rosso, per il quale l'Italia impiega più mezzi e risorse che per verificare dove finiscono i miliardi per il meridione. Ma attenti a difenderlo, il pacchetto sicurezza prevede tra l'altro l'oscuramento di tutti i siti fiancheggiatori del terrorismo (sfortunati i francofoni).
Veniamo al punto.
Diventa gioco facile per le sinistre, comuniste e non, ritirare fuori la parola "fascismo". Ma sarebbe sviante, perché qualcuno griderebbe allo scandalo, qualcun altro minimizzerebbe. Ed a furia di gridare da 15 anni che questi sono dei luridi fascisti, a furia di indignarci anche noi finiamo di perdere il corso delle cose ed a non capire noi stessi la strategia di governi come questo.
Il problema non è "quanto" è grave (ma certamente, lo è) e come si possa paragonare al ventennio la politica di questo governo. Il problema è che questo governo, forte dell'assenza di una vera opposizione politica, può fare strappi e violare tutte le conquiste di cinquant'anni di diritti civili e sociali. Non deve ricorrere all'uso della forza. Non deve assediare le città contro manifestazioni imponenti. Non deve fare troppa fatica per sgomberare qualche centro sociale o soffocare qualche opposizione troppo allegra.
Questa è una indubbia differenza rispetto al '21 dove il fascismo hanno dovuto imporlo con la violenza, le spranghe e i cadaveri. Così ancora oggi: se quasi dieci anni fa erano costretti ad usare la violenza (pensiamo a Napoli ed a Genova) per soffocare le opposizioni, oggi non ne hanno quasi bisogno.
Ma la differenza principale sta negli obiettivi: non c'è bisogno di nessun fascismo, di quel fascismo che storicamente si è affermato nel secolo scorso, perché non c'è da stroncare nessuna alternativa ideologica e di "sistema" al capitalismo stesso. Ci sembra più evidente piuttosto che questo governo Berlusconi sia piuttosto un laboratorio politico per le destre europee e non, un esperimento che coniuga liberismo, autoritarismo, xenofobia e intolleranza in tempo di crisi.
Centocinquanta anni di storia del movimento operaio insegnano su questo una cosa: che le leggi e le normative si cambiano non per vincere la partita, ma dopo aver vinto la partita. Cambiare le leggi, sovvertire le costituzioni, cancellare le sentenze e scrivere pacchetti sicurezza sono semplici atti notarili che esplicitano un cambiamento effettivo e reale dei rapporti di forza tra le classi sociali.

Sarebbe utile pensare a come cambiare di nuovo questi rapporti di forza.

da lottacontinua.net 7 febbraio 2009         
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Di Fedele (del 06/02/2009 @ 20:04:54, in Video, linkato 134 volte)
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Di Fedele (del 04/02/2009 @ 19:15:14, in Segnalazioni, linkato 126 volte)
Due righe sui giornali. Un accenno in TV, e non in tutti i telegiornali. Le solite promesse dei parolai istituzionali di turno e poi il silenzio. Chi muove lavorando è un fantasma da rimuovere per la maggioranza dei media. Tranne per pochi casi di truculenta audience, vedi i lavoratori assassinati alla Thyssen Krupp, la quotidiana moria di lavoratori è entrata a far parte della normalità.

Eppure le cifre parlano di centinaia di morti all'anno, un conto che purtroppo non tiene conto delle migliaia di infortuni sul lavoro non denunciati. Lavoratori in nero, collaboratori, familiari, precari, extracomunitari: sono queste le categorie a cui la consuetudine impedisce di denunciare l'infortunio se non a costo di perdere il reddito, il permesso di soggiorno o in alcuni casi la stessa vita.

Abbiamo telefonato a diverse delle aziende in cui nelle ultime settimane, tragiche per numero dei morti sul lavoro, sono avvenuti incidenti mortali. In alcuni casi, vista la difficile reperibilità dei titolari abbiamo provato a contattare i sindacati del luogo. Rovigo, Vicenza, Gela, Pescara, Limbiate, Casalmaggiore, Dalmine. La domanda è banale ma non appare se non in pochi degli articoli di cronaca che riportano freddamente la notizia: " Con che contratto erano assunti?".

Il gelo che questa semplice domanda provoca negli interlocutori, non solo aziendali ma anche sindacali, è sintomo del clima culturale in cui la precarietà ha messo radici. Quasi che pronunciare la stessa parola, 'Contratto' fosse una bestemmia, una colpa, o peggio una condanna. "Per che giornale scrive?", è stata la risposta più educata in un mix che parte da cornette sbattute in faccia, attese infinite e insulti di vario genere. "Fatti i fatti tuoi", "E' stata una disgrazia", "Comunista del cazzo" fino a "Ma come si permette siamo in lutto".

Grazie a controlli semplici e incrociati però, siamo riusciti a scoprire che 2 morti su 3 di quelle indagate (42 tra novembre, dicembre e gennaio 2009)) sono di lavoratori precari. Lavoratori sottoposti a ritmi di lavoro intensi, subappalti crudeli, mandati allo sbaraglio su macchinari e situazioni lavorative complesse, senza uno straccio di collega 'maturo' in grado di trasmettere insegnamenti appropriati.

L'indagine, inoltre, ci racconta di un mondo lavorativo che non è quello di 'Camera Caffè". Non assomiglia alle immagini asettiche della TV quando racconta i luoghi del lavoro. Le "Tragiche fatalità" che di casuale hanno poco o nulla succedono in cantieri non protetti, dove vi sono macchine complesse, miscelatori, carichi sospesi e in movimento, muletti, tubi. E ancora silos, gas tossici, solventi, cantieri edili. Rumore, grasso e pavimenti sporchi.

Luoghi in cui la parola produttività perde ogni suo connotato positivo e diventa il sinonimo di fretta, di superficialità. Proprio lì e in quei momenti dove servirebbe invece prudenza, calma, attenzione.

Dalle storie di molti di quei morti, emerge il nodo cruciale e nascosto della precarietà: il ricatto. Mentre esperti, politici e sindacalisti continuano a lamentarsi della mancanza di controlli, di norme insufficienti o leggi più restrittive che nessuno poi farà rispettare, il vero motivo delle tante morti precarie non viene minimamente toccato: la paura di perdere il lavoro. Tanti infortuni sono dettati dalla paura. Sei appena arrivato. Non sai se ti riconfermeranno. Fai il bravo. All'inizio fai finta di non vedere per non doverti disperare subito del nuovo lavoro che hai trovato, magari con fatica.

"Vuoi disturbare?". "Vuoi far vedere che rompi i coglioni per un difetto sulla macchina?". "Sei una femminuccia?". "Dai su che non possiamo perdere tempo". "Se dovessimo mettere la sicurezza ogni volta ci impiegheremmo 4 minuti invece che due a fare uno stampo". E' per questi motivi che è necessario ribaltare i concetti che stanno alla base dei documenti di riforma del mondo del lavoro. Da Sacconi a Boeri, da Ichino a Treu, da Morando fino a molti sindacalisti di Cisl Cgil e Uil e agli gli economisti liberisti che dettano le regole su tutti i media italiani.

Per loro efficienza, produttività, e competitività sono le parole magiche che ci faranno uscire dalla crisi (oggi) oppure che potranno permettere lo sviluppo del paese (domani). Chi si oppone a questi ragionamenti viene considerato un 'conservatore'. Chi si permette di far notare l'evidenza delle cifre che abbiamo riportato sopra viene considerato alla stregua di un 'Terrorista'. Guai a toccare i dogmi su cui ormai si fonda il sistema: la precarietà del reddito e della stessa vita per i lavoratori.

E' invece necessario dire che è proprio la produttività che genera quella fretta esiziale per tante vite umane. E' la competitività che produce quella foga di mettersi in mostra tra i colleghi davanti ai datori di lavoro, a provocare tanti infortuni. E' l'efficienza che esclude da lavori qualificati donne incinte, categorie protette, ultraquarantenni, scaricandoli sulle spalle della collettività tramite sussidi, fondi per la formazione e se va bene posti di lavoro nel pubblico impiego.

E' la flessibilità che ha spezzato i legami tra i lavoratori giovani e anziani, gli unici ad avere conservato nella memoria gli strumenti per opporsi a quello che hanno già conosciuto un tempo e che ora torna con prepotenza.  Sono loro i depositari delle ricette per uscire dall'abbattimento prodotto dalla precarietà. Ascoltare i loro racconti, le esperienze passate, riallacciare il filo della memoria spezzato da anni di bugie liberiste, è un antidoto che può riuscire lì dove oggi sembrano non esserci risposte.

La storia del lavoro è uno strumento tanto necessario quanto facile da reperire. E' la storia orale dei tanti che ci sono passati, e dei modi in cui sono riusciti ad ottenere non sussidi ma diritti, non fondi per la formazione ma aumenti di salario, la mensa e i trasporti pagati.

Provate a parlare della precarietà a diversi lavoratori delle generazioni che hanno lavorato tra 1950 al 1965. Loro si che ne sanno qualcosa di futuro incerto, infortuni, ricatto del reddito, e totale mancanza di diritti visto che hanno provato sulla loro pelle cosa vogliano dire. Provate a sentire cosa vi raccontano, come la pensano. E fatevi anche dire, secondo loro, come se ne può venir fuori. Nelle loro parole non troverete teorie, nessuna disquisizione da intellettuali. Ma concretezza. Fatti. Azioni. Le uniche luci che possano squarciare il grigiore di un futuro che fa paura, illuminandolo dalla speranza di un giusto riscatto.

da Chainworkers in data 4 febbraio 2009
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Di Fedele (del 02/02/2009 @ 18:49:08, in Eventi, linkato 164 volte)
"Stamattina Giuseppe Gatì è morto.
Incredibile, vero? Noi l’abbiamo visto con i nostri occhi e ancora non ci crediamo.
Giuseppe è morto mentre lavorava: era andato a prendere il latte da un pastore ed è morto fulminato mentre apriva il rubinetto della vasca refrigerante del latte. E’ morto dentro una bettola di legno, sporca.
E’ morto un amico, una persona pulita, con sani principi. Chi ha avuto modo di conoscerlo sa che raro fiore fosse.
Voleva difendere la sua terra, non voleva abbandonarla, era rimasto a Campobello di Licata, un paesino nella provincia di Agrigento che offre poco e dal quale è facile scappare. Lavorava nel caseificio di suo padre, con le sue “signorine”, le sue capre girgentane, che portava al pascolo. Era un ragazzo ONESTO, con saldi principi volti alla legalità e alla giustizia. Aveva fatto di tutto per coinvolgere i dormienti giovani campobellesi, affinchè si ribellassero contro questa società sporca e meschina.
Era troppo pulito per vivere in mezzo a questo fetore e a questo schifo.
Aveva urlato “VIVA CASELLI! VIVA IL POOL ANTIMAFIA!” (guarda il video della contestazione a Sgarbi, postato il 1° gennaio n.d.r.) era stato anche criticato per questo, ma aveva smosso queste acque putride e stagnanti che ci stanno soffocando.
Era un ragazzo dolcissimo, dava amore, desiderava amore.
Suo padre oggi ha detto, distrutto dal dolore, in lacrime: “Sono sempre stato orgoglioso di mio figlio, anche se a volte ho dovuto rimproverarlo, solo perchè mi preoccupavo per lui. Ma sono orgoglioso di lui per tutto quello che ha fatto.” Giuseppe questo lo sapeva.
Anche noi, Alessia, Alice e tutti i suoi amici siamo orgogliosi di lui. Non sappiamo come esprimere il nostro dolore. Ancora non riusciamo a crederci.
Vi lasciamo con le sue parole:
'E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci'."

commento sul blog di Beppe Grillo del 1° febbraio 2009
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