Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Alessandro (del 14/12/2006 @ 20:03:30, in Considerazioni, linkato 220 volte)
Nasce SPARTACO, un movimento che si propone di mettere in contatto lavoratori precari in età matura e giovani col fine di combattere una battaglia comune, quella contro lo sfruttamento del lavoro precario.

Spartaco, simbolo storico della lotta contro la schiavitù, è l'immagine più forte e solida per rappresentare il nostro movimento che nasce per spezzare le catene, con la determinazione di una sorte migliore della sua

Spartaco (Tracia, 104 a.C. – Lucania, 71 a.C.) è stato un gladiatore romano che capeggiò una rivolta di schiavi, la più impegnativa delle guerre servili che Roma dovette affrontare: viene per questo motivo soprannominato "lo schiavo che sfidò l'impero" (fonte: Wikipedia)
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Di Fedele (del 15/12/2006 @ 17:46:40, in Considerazioni, linkato 214 volte)
Dal sito web dell'amico e socio ATDAL Over40 e Lavoro Over40 Pietro Pacelli (www.pietropacelli.com) il quale ha dedicato una sezione del sito all'argomento che interessa le nostre Associazioni

Una società dove non c’è posto per tutti Gli over 40? A riposo forzato (e non retribuito) Per non parlare di chi ha superato i 50 anni; in una Società dove vale solo la giovinezza, il successo, la forma fisica, la bellezza, i lustrini e le luci sfavillanti, non c’è posto per chi ha un qualsivoglia problema, sia esso fisico, psicologico o anche anagrafico.
Le discriminazioni sono in una fase crescente.
Dopo gli handicappati, i diversi e i poveri, tocca alle persone considerate anziane subire processi di allontanamento e di delegittimazione intollerabili.
Questa doveva essere la Società delle opportunità (per tutti) e della solidarietà (per chi ne aveva bisogno).
Ma ormai si avvia, sempre più, a divenire il luogo dove vale soltanto la ricchezza (di chi la possiede già), senza che nessuna si chieda come sia stata costruita. Vi sono persone che nuotano nell’oro e delle quali si conosce il passato non certo lodevole. Nessuno gli fa domande; quasi tutti li trattano con riverenza.
Un tempo, nelle Società che noi amiamo definire barbare, il culto della persona anziana era sacro ed inviolabile; spesso ad esse competeva occuparsi non solo dell’educazione dei più giovani, ma anche del controllo dello stato.
A loro spettava proclamare una guerra, firmare una pace, emanare una legge, stilare una costituzione.
Oggi non è più così; la nostra Società è passata con disinvoltura, cinismo e spietatezza all’eccesso opposto.
In questo caso, però, esiste un problema.
Gli over 40 (o gli over 50-60…etc.) non sono un peso, ma una risorsa.
A parte il fatto che a quell’età qualcuno deve ancora mettere su famiglia, e quindi ripiombare, per dovere d’ufficio, nella fascia “giovanile”, un quaranta-cinquantenne dispone di conoscenze, esperienze, professionalità e capacità che potrebbero e dovrebbero essere valorizzate anche dalla più dura Società del profitto e dell’apparire.
Ma allora perché si discrimina una risorsa? La triste ragione va ricercata nell’assunto che il pregiudizio, una volta tanto, supera le ragioni dell’economia, la sovrastruttura si vendica della struttura, l’effimero del concreto, l’esteriorità della sostanza.

E’ triste ma è così: esistono controtendenze in qualche realtà sensibile, dove Amministratori dotati di rispetto, coscienza e intelligenza agiscono in controtendenza, invertendo la rotta e adottando politiche mirate ed efficaci; è giusto dare questi riconoscimenti laddove essi si verifichino. Purtroppo, però, si tratta di gocce che evaporano in un mare di indifferenza e di ostilità.
Allora è indispensabile, come sempre avviene, che chi si trova in quella situazione reagisca.
Chi si limita a subire soltanto è destinato inevitabilmente alla più crudele delle prospettive: l’accettazione del proprio destino che non è mai barbaro e cinico, ma sempre imposto o subito.
In questa Società prevale la forza. Allora gli over 40 o 50 devono divenire una forza e pretendere con la determinazione e l’organizzazione quel rispetto e quella dignità che vengono loro negate senza nemmeno troppo nasconderlo.
Le attuali organizzazioni ATDAL E over 40 costituiscono un buon inizio, ma occorre un forte salto di qualità e di potenza.
Non ci si deve affidare alle leggerissime leggi di tutela leggiadra e ininfluente che ogni tanto vengono qua e là abbozzate, discusse e, talvolta, anche promulgate. Bisogna essere consapevoli che questi sono problemi strutturali, duri e tenaci, che hanno fortemente radicato nell’economia più profonda,che si sedimentano nella coscienza delle giovani generazioni e si consolidano, si solidificano, formano nuove culture della separazione, della differenza, della discriminazione.
Chi sta in quella posizione non deve rinchiudersi in casa, deve uscire, partecipare alle battaglie giustissime che vengono condotte e impegnarsi al massimo. Perché vincere questa battaglia per la dignità non è soltanto possibile.
E’ anche bello.


Riguardo "Una società dove non c'è posto per tutti", concordo con la Sua analisi, ed aggiungo: finora ATDAL ha battuto la strada di smuovere le istituzioni (Parlamento, Regione Lombardia) per ottenere leggi di sostegno al reddito ed accompagnamento alla pensione per chi ha almeno trent'anni di contributi, mentre Lavoro Over 40 almeno a Milano cerca il dialogo con le imprese per eliminare la discriminazione anagrafica dalle ricerche di personale.
Mi rendo conto che siamo ancora all'anno zero, ma la realtà milanese è rappresentata da persone non facili da mobilitare (alla manifestazione del "may day" dei precari il 1° maggio di quest'anno con lo striscione di ATDAL eravamo in dodici su centomila persone); d'altra parte Lavoro Over 40 a Milano è su posizioni assai più moderate, si rifiuta di fare politica, scambiando la pratica politica con la pratica partitica.

Ed invece il Suo documento è giustamente molto politico, almeno nell'accezione con cui si intendeva la politica nel '68! E da qui possiamo ricominciare.
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Di Fedele (del 15/12/2006 @ 17:54:42, in Eventi, linkato 240 volte)
Un'immagine del direttivo di ATDAL alla manifestazione del Primo Maggio 2006 a Milano.

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Di Fedele (del 16/12/2006 @ 17:09:34, in Considerazioni, linkato 241 volte)
Presentando per la prima volta il nostro sito Spartaco - Movimento per la liberazione dalla schiavitù del precariato, affermai la mia volontà  di costruire un sindacato dei precari giovani e maturi per liberarci da questa condizione.
Questo è il grande problema del mondo sviluppato in Italia, in Europa come in Nordamerica: in tutto il mondo i lavoratori vivono una situazione di sfruttamento paragonabile forse alla condizione dei proletari degli albori del novecento.
Infatti sostengo che i precari di oggi sono come i proletari di allora, anche se conosco le condizioni di lavoro e di vita degli operai, seppure inquadrati come dipendenti.
Ma la nostra lotta ed il nostro movimento non vuole mettersi in contrapposizione agli operai ed agli impiegati, inquadrati regolarmente, anche loro a rischio precarizzazione, ma piuttosto cercare dei punti di contatto e fare un'alleanza contro i padroni di sempre.
Padroni che nei paesi del primo mondo sfruttano come quelli "delle ferriere" e nei paesi dell'Europa dell'Est sfruttano e riducono in schiavitù uomini e donne, con l'aggiunta della schiavitù sessuale per le giovani donne, spedite come carne da marciapiede nell'Europa più ricca. Per non dire di quanto succede nei paesi dell'estremo oriente come il Nepal o la Birmania, in cui le ragazze e le bambine vengono costrette con l'inganno nei bordelli indiani o thailandesi.
Se quello che abbiamo oggi è l'impero del Bene, evviva l'impero del Male, viene da esclamare!
Dal crollo dell'Unione Sovietica le condizioni di lavoro e di vita sono peggiorate per i lavoratori in tutto il mondo industrializzato, i paesi del terzo e quarto mondo sono almeno trenta volte più poveri che nel 1968.
E allora che fare?
Oggi l'unico faro di socialismo rimasto acceso è la Cuba di Fidel Castro, che con la sua stoica resistenza all'embargo imposto dagli Stati Uniti, ha costituito un punto di riferimento per i paesi del Sudamerica ed ha permesso così l'affermarsi di governi progressisti in quella parte del globo, con l'eccezione del Messico, in odore di brogli elettorali.
Ma come non rallegrarsi che oggi Brasile, Argentina, Cile, Bolivia, Venezuela ed altri ancora sono governati da presidenti democratici, e non più da assassini e torturatori!
Io credo che i lavoratori europei e nordamericani oggi debbano guardare all'anelito di liberazione che spira dal Sudamerica, in primis dalla Cuba di Fidel Castro, per rovesciare questo mondo di sfruttatori e predoni.
Come dimostrano le guerre combattute in Iraq ed in Afghanistan, dove i paesi capitalisti mandano truppe perché c’è il petrolio; dove non c'è, come in Ruanda e Darfur le popolazioni locali sono lasciate libere di scannarsi, anzi qui l'affare è vendere loro le armi, così si possono rinnovare ed ammodernare gli arsenali dei paesi ricchi.
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Di Fedele (del 16/12/2006 @ 17:40:08, in Eventi, linkato 261 volte)
Queste sono le locandine delle ultime iniziative di Atdal, l'associazione dalla quale nasce Spartaco. L'incontro si è tenuto a fine settembre con un discreto successo.

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Di Fedele (del 20/12/2006 @ 17:05:48, in Segnalazioni, linkato 249 volte)
La parola Mobbing viene dall'inglese "to mob" : significa "assalire in massa, malmenare, aggredire".
Allude ad un comportamento del mondo animale, in cui alcuni animali della stessa specie si alleano contro uno di loro, lo attaccano e lo emarginano fino alla morte.
Nei luoghi di lavoro è quell'insieme di comportamenti che portano al terrorismo psicologico, le cosiddette molestie morali, che producono situazioni di stress, di malattia, di autoesclusione e infine di vero e proprio autolicenziamento.

Ma perché di Mobbing si parla proprio oggi? In fondo le violenze morali, le molestie, i pessimi rapporti tra capi e dipendenti o tra gli stessi dipendenti sono sempre esistiti. In ultima analisi il "terrorismo psicologico", che spesso rende insopportabile il luogo di lavoro, è un elemento costante nel lavoro subordinato ed è sottinteso in una struttura gerarchica, qual è quella aziendale.
Se ne parla oggi probabilmente, perché il capitalismo è cambiato: non ha più regole, è scarsamente controllato dai sindacati, spesso non ha volto e sfugge ad ogni possibile riconoscimento.
In un sistema del genere la piccola-grande violenza non costituisce più l'eccezione alla regola, la trasgressione da controllare, la prevaricazione dalla quale il lavoratore può difendersi con i suoi strumenti. Essa diventa la regola generalizzata, la forma in cui si manifesta in modo subdolo, non dichiarato, il dominio.

Non è un caso che si cominci a parlare di Mobbing negli anni '80, quando inizia la grande ristrutturazione capitalistica; non a caso il problema esplode nel mercato globalizzato e destrutturato del 2000, in cui le regole prime sono la competizione selvaggia, il risparmio sui costi, il taglio della manodopera.
Il capitalismo senza volto agisce in modo sotterraneo, ma non per questo meno deciso, costringe all'obbedienza, non ha alcuna remora ad incutere quel terrore psicologico, di cui si lamentano oggi tanti lavoratori; che è terrore appunto perché è difficile da individuare e razionalizzare.

Mobbing , quindi, come uno dei modi in cui il capitalismo esprime il suo dominio, oggi.
E lo esprime anche quando le violenze e il terrorismo psicologico vengono dai "cattivi colleghi", quando è il gruppo e non la gerarchia aziendale ad emarginare, a molestare. La competizione, un ‘organizzazione del lavoro "a rete", in cui le relazioni orizzontali sono più importanti e più evidenti di quelle verticali, il timore di far parte degli emarginati, se non si fa parte del gruppo che emargina un altro, questi i motivi che spingono i colleghi "animali" a distruggere "l'animale più debole".

da "Liberazione" del 9/2/2000
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Di Fedele (del 01/01/2007 @ 16:48:41, in Segnalazioni, linkato 235 volte)


Apprendiamo da Repubblica del 30/12 che i lavoratori dei call-center e dei contact-center, 220.000 secondo il quotidiano (250.000 secondo altre stime) sparsi in 1.400 sedi in Italia, sono vittime del Tecnostress; sintomi: ansia costante, insonnia, mal di testa e disturbi alla vista. Non abbiamo dubbi anche sul dato che in una valorizzazione da 1 a 10, il tecnostress che affligge questi lavoratori è calcolato 10, anche perché in questi luoghi di lavoro ci abbiamo lavorato e ci lavoriamo tuttora. Durante questi anni di precariato,ormai più di cinque, ne abbiamo frequentati alcuni; comune denominatore: il contratto a progetto, o la prestazione occasionale, la paga oraria da € 3,2 a € 7,5 lordi, si capisce, la trattenuta fiscale da 6 al 20% a seconda dello scaglione dei lauti guadagni.
E' variato a seconda delle situazioni, lo spazio per ogni postazione, la luminosità, la pulizia a volte buona a volte scarsa, la qualità degli strumenti a disposizione da quelli fatiscenti a quelli più recenti (poltrone ergonomiche e schermi piatti di ultima generazione per i pc).
Nei posti in cui il clima aziendale era più “vivibile”, le pause, chissà perché, erano tagliate di cinque minuti (da 15 a 10), quando la legge prevede un quarto d'ora ogni due ore davanti allo schermo; dove il tempo della pausa era rispettato, l'aria era da caserma, in un paio di call-center addirittura da “lager”, senza le camere a gas, certo!

Con i team-leader e gli operatori senior a fare da kapò, con diritto di licenziarti in qualsiasi momento, anche soltanto perché non gli eri simpatico oppure il tuo comportamento sul lavoro non era abbastanza docile.
Queste le pressioni interne, che si estrinsecano spesso in urla di rimprovero, apprezzamenti poco lusinghieri, talvolta insulti nei confronti del malcapitato operatore; poi c'è il lavoro, il contatto telefonico con il cliente per vendere prodotti o servizi (outbound) oppure con l'utente per fornire assistenza o informazioni (inbound), da qui le pressioni esterne.

Il lavoro ad ogni buon conto deve produrre ordini (outbound) oppure ritmi elevati di evasione delle chiamate (inbound), in quest' ultimo caso la soddisfazione degli utenti non è la priorità.
Lo stress comunque è assicurato, perché produrre ordini significa ogni volta vincere duelli dialettici con i potenziali clienti, superando diffidenza ed obiezioni, spontanee in un colloquio telefonico, con argomentazioni efficaci ed una buona dose di pazienza; evadere un numero elevato di richieste di assistenza o informazioni vuol dire, essere rapidi nelle risposte, avere un' ottima memoria, perché le richieste sono le più disparate, a volte complesse… poi ci sono gli utenti che ti considerano il parafulmine delle loro frustrazioni, i famosi “asciugoni”, i maleducati, gli aggressivi, quelli che hanno solo bisogno di parlare con qualcuno, e per fortuna anche quelli gentili, insomma un bel campionario di varia umanità.

Su tutto domina il rumore assordante delle voci degli operatori e delle urla dei capi e capetti.
E a fine turno la testa scoppia!
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Di Fedele (del 05/01/2007 @ 16:40:04, in Segnalazioni, linkato 245 volte)


Riportiamo qui di seguito una mail di una socia di ATDAL riguardo l'iniziativa di Spartaco, che include un'analisi precisa e lucida della situazione attuale. Grazie

Plaudo all'idea del sindacato: è esattamente quello che ci vuole. Siamo in un'epoca di schiavitù (che non è nè vecchia nè nuova, semplicemente non ha mai smesso di esistere - se non cambiando forma) e quello che serve è ricreare una nuova forma di solidarietà. Non mi sento affatto responsabile dell'invidualismo imperante che non ho collaborato a costruire, anzi che personalmente ho contrastato in tutte le occasioni, prendendomi spesso anche l'etichetta di nostalgica e illusa (se non di peggio).

D'altronde si può solo andare avanti (almeno per limitare i danni) finchè non si sveglieranno anche quelli che ancora "dormono" nella beata illusione (quella sì) che l'attuale sia "l'unico dei mondi possibili" (anche se tutti vedono che non è affatto il migliore..).
Il messaggio a cui tutti fingono di dover credere è che non si possa avere nulla di diverso, che le regole del gioco siano ormai definite irreversibilmente una volta per tutte. Questo vedo nei discorsi dei colleghi - e conoscenti - giovani. Insoddisfazione, ma anche rassegnazione totale.

Individualismo? Sì, ma solo funzionale a una esasperata logica di "mercato". Un individualismo per spezzare la possibilità di aggregazione, stimolare la competizione, lusingando le persone con l'idea del valore individuale, che invece è totalmente negato. La tendenza è all'esagerata intercambiabilità degli esseri umani, come prodotti sullo scaffale di un gigantesco "usa e getta" delle persone (sono solo io a rabbrividire alla definizione "mercato del lavoro"?) Quella dalla quale si deve ripartire è la vera centralità del valore umano.
E non è solo l'individualismo a essere il problema della generazione più giovane. E' l'essere cresciuta senza doversi conquistare niente. Una generazione che ha trovato tutto scodellato dalle generazioni precedenti e non ha imparato a rimboccarsi le maniche, quindi si affloscia e non combatte. Questo semmai è stato il vero errore della nostra generazione (io personalmente non ho figli e non intendo colpevolizzare chi li ha. Non è stato il risultato della sola educazione genitoriale, ma anche molto dell'atmosfera collettiva): l'avere reso la vita troppo facile credendo forse anche in prima persona (almeno per un certo periodo) che "le lotte erano finite". Non sono un'estimatrice della lotta fine a sè stessa, ma dell'impegno sì.

Ormai tutto è precario, a termine, flessibile, relativo... nel lavoro, ma anche nella vita relazionale e sociale. Cosa nasconde questo? La mancanza di impegno definitivo e totale verso un obiettivo.
Forse questo insegnamento, se abbiamo abdicato dal passarlo a tempo debito, è il momento che ci impegnamo (anche noi!) a passarlo adesso. Non penso che le nuove generazioni siano in grado di crearselo. E' mancato il modello.

Tocca a noi scrollarli dall'apatia e a loro stare sufficientemente male finchè non si daranno una mossa...
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Di Fedele (del 21/01/2007 @ 16:28:26, in Considerazioni, linkato 232 volte)
Oggi 21 gennaio 2007, 86° anniversario della nascita del Partito comunista d'Italia, mi viene spontanea una riflessione.
Il P.C.d.I. che in seguito divenne il P.C.I., ha attraversato dalla sua fondazione in poi la storia italiana ed europea, con la resistenza al fascismo, la lotta partigiana e la guerra di liberazione fino alla sconfitta del nazifascismo.
Oggi i suoi epigoni stanno lavorando alacremente non alla scomparsa del nome comunista, cui ha già provveduto Occhetto nel 1989, ma alla sparizione della parola sinistra, giacché nel volgere di pochi anni il P.D.S. è diventato D.S., ed ora fondendosi con la Margherita si appresta a diventare P.D.
Et voilà il gioco è fatto: dal più grande partito comunista dell' Europa occidentale, all'unico paese europeo senza un grande partito di sinistra!
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Di Fedele (del 21/01/2007 @ 16:35:58, in Considerazioni, linkato 329 volte)
...Infatti, se prendiamo qualunque manuale di storia del nazismo e cerchiamo di capire i motivi economici che avrebbero potuto spingere il Reich alla costruzione dei campi, ci accorgiamo senza troppe difficoltà che la deportazione fu un vero e proprio business. Le industrie più famose (dalla I.G. Farben, alla OSRAM, alla Bayer, alla stessa Organizzazione Todt solo per citarne alcune), traevano un profitto considerevole dalla deportazione. Le fabbriche private, che costituivano la maggior parte degli "acquirenti" dei deportati, pagavano, generalmente, circa tre marchi giornalieri ad operaio per una giornata lavorativa di dodici ore. Questi soldi, una cifra irrisoria rispetto ai soldi che avrebbero dovuto sborsare per un operaio civile, non erano pagati ai deportati, come sembra ovvio, ma alle SS. Considerando che un deportato di sesso femminile veniva a costare quotidianamente al Reich all'incirca un marco e 22 centesimi, mentre un deportato di sesso maschile costava un marco e 34 centesimi, i conti sono facilmente ottenibili. Il profitto medio giornaliero per ogni deportato maschio per il Reich era di circa uno e 66 centesimi, mentre per ogni deportato donna era di circa un marco e 78 centesimi. Non dimentichiamo che le imprese statali (come la Luftwaffe, la stessa Todt, l'esercito, gli armamenti, l'organizzazione Speer, etc.), evidentemente, avevano tutto da guadagnare su un lavoro effettuato (quasi) gratuitamente. Quindi, i detenuti hanno senza dubbio, almeno in molti casi, contribuito a mantenere il Reich, e quindi, paradosso dei paradossi, la stessa guerra e ideologia che li aveva resi schiavi e privati dell'individualità. (fonte: Wikipedia) Se per gioco sostituiamo alla parola Reich la parola globalizzazione, sistema economico mondiale attualmente vigente, alle industrie di allora le imprese economiche più potenti di oggi, alle SS gli imprenditori dei call-center e dei contact-center, che lavorano per i suddetti committenti, alla parola detenuti, i lavoratori, avremo in parallelo la condizione dei precari di oggi: sfruttati, sottopagati, a rischio sopravvivenza per l'immediato e per il futuro, quando andranno in pensione, se mai ci arriveranno...
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