Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 06/09/2010 @ 13:02:48, in Video, linkato 4 volte)
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Di Fedele (del 05/09/2010 @ 13:33:47, in Segnalazioni, linkato 6 volte)
Buongiorno a tutti,
La storia è questa.
Una nostra Socia over50 lavora da diversi anni in un ufficio composto da lei e dal suo capo. Lui è un bastardo che la tratta come una pezza da piedi condendo il tutto con insulti pesantissimi e rimproveri continui. L’uomo è però molto attento a comportarsi in questo modo solo quando sono soli in ufficio mentre in presenza di testimoni  è di una gentilezza squisita.
Circa un anno fa la signora viene tamponata in auto da un SUV. La portano all’ospedale di Niguarda, una visita veloce (nessuna radiografia o altro esame diagnostico) , le mettono il collare di ordinanza e la spediscono a casa. La denuncia dell’incidente segue il suo iter e si conclude con il rimborso per i danni all’auto. Circa un mese dopo l’incidente la signora comincia ad avvertire fortissimi dolori alle spalle al punto da non riuscire più a dormire. Si rivolge all’osteopata che conosce da anni il quale esclude una relazione con l’incidente automobilistico e la sottopone ad una serie di trattamenti. I dolori aumentano al punto che lei non riesce più a muovere le braccia in modo normale ed è costretta a mettersi in malattia. Comincia la trafila delle visite specialistiche quasi tutte e a pagamento data l’urgenza determinata dai dolori. Valanghe di antiinfiammatori e cortisone con conseguente inizio di ulcera gastrica. Una risonanza magnetica determina la presenza di un ernia alla cervicale certamente dovuta all’incidente cui si aggiunge l’ipotesi di una seconda ernia lombare probabilmente causata dalle manipolazioni dell’osteopata.
Viene riaperta la pratica con l’assicurazione dell’investitore, pratica che per poter essere definita necessita di una diagnosi del danno riportato e delle possibili conseguenze future. Ovviamente, non essendo ancora concluso l’iter diagnostico occorre attendere tutti i necessari approfondimenti medici.
Intanto passano i mesi e a fine luglio scorso la signora riceve la lettera di licenziamento giustificato dall’aver superato i 6 mesi di malattia. Lei si reca dal sindacato che non può fare altro che dirle che l’unica cosa che si può fare è minacciare una improbabile denuncia per maltrattamenti, improbabile in quanto non sostenuta da testimoni. Poi le consigliano di fare domanda per l’indennità di disoccupazione e le preparano tutta la necessaria documentazione. Con la pratica in mano la signora si reca all’INPS. L’impiegato studia la pratica e le domanda se lei nel frattempo è guarita. La signora risponde di no. Allora in questo caso l’Inps non può riconoscerle la disoccupazione perché questo è un istituto che spetta solo a chi è in grado di lavorare. Quindi, dice l’impiegato, lei mi lasci la domanda così non rischia di far passare i 60 giorni previsti per la richiesta dell’indennità poi, quando sarà guarita, venga qui con il certificato del medico che lo attesta e noi accoglieremo la sua domanda.
Cerco di farvi capire la situazione. La signora vive da sola, l’unico parente prossimo è l’anziana madre ammalata di Alzheimer  che vive in un’altra casa assistita da una badante alla quale va tutta la sua pensione.
Ora, si potrebbe pensare di convincere il proprio medico a rilasciare un certificato di guarigione ma in realtà questa alternativa è inesistente perché facendo questo si creerebbe un problema con l’assicurazione che deve rifondere il danno subito nel tamponamento e che andrebbe a nozze di fronte ad un certificato che attesta una guarigione peraltro falsa.
Ho contattato un esperto in materia di Inps e affini che mi ha confermato quanto sostenuto dall’impiegato dell’ente aggiungendo anche una considerazione sul fatto che questa “perla“ legislativa non è la sola e che molte altre si stanno profilando all’orizzonte. Non ultima la norma varata dalla finanziaria che, sull’onda della campagna per allungare l’età pensionabile delle lavoratrici pubbliche, ha, nei fatti, usato la chiusura delle finestre di accesso alla pensione prolungando di un anno l’età pensionabile (18 mesi per gli autonomi) per tutti i lavoratori indistintamente.
Nel caso della signora esisterebbe la possibilità teorica di una richiesta di invalidità il cui iter richiede di norma più di un anno. Ma in questo caso c’è un' ulteriore truffa che l’esperto in questione mi dice essere ampiamente utilizzata dall’Inail. Ve lo riferisco sperando non vi debba mai servire ma in ogni caso meglio essere informati.
Ecco l’esempio illuminante. Un lavoratore ha una causa aperta con una assicurazione per un danno subito e inoltra domanda di invalidità all’Inail prima che la causa si sia conclusa. L’Inail riconosce, supponiamo il 50% di invalidità e, immediatamente avanza una richiesta di rimborso da parte dell’assicurazione coinvolta nel sinistro. L’ente comincia ed erogare l’invalidità ma, a causa conclusa, incamera gran parte della cifra rimborsata dall’assicurazione. Non bastasse, succede spessissimo che al successivo controllo medico la percentuale di invalidità venga ridotta di un 10 o 20% con relativa riduzione dell’ammontare della pensione.
Insomma una truffa in piena regola, una delle tante del Bel Paese.
Quindi, molta attenzione, se abbiamo una causa per risarcimento in corso, prima di tutto concludere la causa e incassare il rimborso e solo dopo avere in tasca i nostri soldi fare l’eventuale richiesta di invalidità
Tornando alla nostra Socia la situazione è semplicemente drammatica. Reddito azzerato, salute malandata e la prospettiva di dover trovare i soldi per curarsi e non rischiare di finire su di una sedia a rotelle.
Ma, secondo diversi nostri politici, lo Stato italiano non abbandona mai nessuno dei suoi cittadini.
Cordiali saluti

Armando Rinaldi -  vicepresidente di Atdal
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Di Fedele (del 01/09/2010 @ 14:20:39, in Segnalazioni, linkato 8 volte)
“L’Italia ha bisogno di fascismo”. Ha ragione Giorgio Bocca, che in una recente intervista rilasciata a Il fatto ricordava come questo Paese possieda, nel suo dna, una sorta di gene politico e culturale della devianza democratica, un gene insano e mai totalmente sradicato, non ravvisabile nel resto di un’Europa che pure il totalitarismo ha conosciuto e, se vogliamo, addirittura vissuto in forma più aspra e duratura del ventennio italico. Ha  ragione nel sostenere che questa patologia nazionale è testimoniata dalla tenuta del potere di Berlusconi, inteso come neo-autoritarismo che domina da oltre 15 anni e che appare un unicum rispetto al resto del Vecchio Continente, segnato anch’esso dai totalitarismi ma capace di non ripetere in epoca moderna gli errori passati.

In Europa c’è solo Berlusconi, un politico a lui assimilabile non esiste. Solo Berlusconi attacca la magistratura, solo Berlusconi parla della Costituzione come di un deterrente alla modernizzazione dello stato, solo Berlusconi azzera il dibattito parlamentare imponendo l’approvazioni di leggi a colpi di fiducia, solo Berlusconi delegittima le istituzioni (come la Consulta o la presidenza della Repubblica) affermando che sono espressioni della sinistra. Ha ragione dunque Bocca a lanciare l’allarme su come questo gene antidemocratico che cova nel  dna italiano possa oggi essere pericoloso per la democrazia, in grado di produrre, nonostante il sofferto Novecento, i suoi frutti amari: una stagione di regime apparentemente nuovo nelle modalità e nella forma, ma sostanzialmente antico nell’illiberalità imposta.
La criminalizzazione del migrante, perseguito e perseguitato perché clandestino (la clandestinità è diventata da infrazione amministrativa a reato penale, secondo le norme razziste volute dalla Lega) è una riedizione della vecchia colpa d’autore di Hitler, dove sotto accusa di fronte alla legge (del più forte) è posta la condizione esistenziale e non il comportamento dell’essere umano. Quel costante richiamo alla volontà popolare – che Berlusconi afferma sarebbe tradita se non si andasse dritti dritti al voto in caso di crisi del governo – riecheggiava ai tempi del nazismo e del fascismo, certo anche della Russia stalinista, per giustificare le scelte di censura con l’alibi falso della copertura popolare. Quanti tribunali del popolo e tribunali speciali sono stati invocati per perseguitare il dissenso politico in nome della ‘base’? Il popolo, che secondo questa concezione investe il rappresentante politico della legittimità a guidarlo, diventa uno strumento per giustificare ogni condotta del potere e per eludere le regole che vigono in un sistema democratico. La Costituzione e i diversi soggetti istituzionali, che pongono limiti alle possibili incontinenze dell’esecutivo, sono concepiti come ostacoli all’azione dell’uomo solo al comando. E quindi? Quindi vanno elusi, svuotandoli di senso. Come? Per esempio col ricorso al mito della volontà popolare, brandita in opposizione ad essi e alle loro funzioni. Con la precondizione che la volontà popolare viene, forzatamente e arbitrariamente, fatta coincidere con quella del sovrano. Ma la volontà popolare si riconosce nella Costituzione, nelle procedure e nelle regole democratiche, quindi non rispettare le seconde vuole dire non rispettare la prima. Ma per Berlusconi & company questa coerenza è superflua e lo stiamo vedendo in questi giorni, in cui l’Italia si fa sempre più simile alla Repubblica di Weimar, cioè a quel momento prima del buio integrale che inghiottì la Germania del secolo scorso. Ci sono ancora, nella democrazia italica bistrattata e offesa da oltre 15 anni, un sistema di norme che sono indicate nella Carta e che vanno rispettate nei passaggi politici più delicati. Lo sostiene anche chi, come me, crede che le elezioni sono la strada politicamente più opportuna. Soltanto un regime morente che si sta giocando il tutto per tutto, nella speranza di non tracollare ma anche di rilanciarsi, può sostenere il contrario. Per questo va contrastato, soprattutto da parte di quel popolo che per primo vuole espropriare e silenziare nel momento in cui lo invoca come materia passiva che legittima solo il sovrano, come alibi per la sua infrazione della Costituzione e della prassi democratica che ha un unico scopo: salvarsi. Uccidendo però un paese democratico.

da Il Fatto Quotidiano del 23/08/10
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Di Fedele (del 01/09/2010 @ 14:15:59, in Segnalazioni, linkato 5 volte)
PUBBLICHIAMO LA LETTERA DEI GRUISTI DELLA INNSE AGLI OPERAI DI MELFI

Avete la nostra più completa solidarietà e con questa alcune osservazioni che
speriamo vi possano servire.
Ci siamo già passati, nel 2001 la direzione aziendale licenziò 3 operai, 3 delegati
della Fiom. Il giudice li reintegrò al lavoro, condannando l’azienda per attività
antisindacale. Il padrone decise di lasciarli a casa, pagando loro lo stipendio. Gli
operai licenziati chiesero comunque di essere accompagnati in fabbrica dall’ufficiale
giudiziario. Il capo del personale con i suoi avvocati li ricevette in una stanza
isolata, ripeteva che non li avrebbe fatti entrare. Fu a quel punto che gli operai in
corteo uscirono dall’officina, presero i 3 delegati e li accompagnarono in reparto.
La direzione dovette accettare il dato di fatto, ma per sei mesi ancora li tenne al
confino, in un angolo del reparto, senza dargli il lavoro. I delegati riuscivano lo
stesso a fare attività sindacale, il loro rapporto con gli operai era sempre più
forte, alla fine la direzione dovette cedere ed ognuno tornò a fare il proprio
lavoro. L’esperienza ci ha insegnato che senza l’intervento diretto degli operai non
è possibile difendersi.
Ora che a Melfi si è provato a chiedere sostegno ai grandi capi delle istituzioni,
ora che anche eminenti rappresentanti della chiesa hanno manifestato la loro
compassione, ma non è successo niente, non è meglio abbandonare queste illusioni?
Cinquemila operai non contano niente? Siamo al punto che per riportare in fabbrica 3
operai che hanno in tasca una sentenza di reintegro bisogna mettersi nelle mani di
chi non ha nessuna intenzione di inimicarsi la Fiat ed a mezza voce chiede come buona
azione di trovare una soluzione?
Chi può imporre a Marchionne il reintegro reale al lavoro? Forse la legge? Ma la
legge si è fermata davanti ai cancelli di Melfi. Chi comanda in fabbrica è il
padrone, è sua proprietà.
Ma una possibilità c’è: una ribellione degli operai di Melfi. La produzione non la
fanno quelli che applaudono Marchionne a Rimini, i giornalisti e i politici che
appoggiano le sue scelte. La produzione la fanno notte e giorno sulle linee gli
operai e la possono fermare in qualunque momento, devono solo trovare l’unità e
l’organizzazione per farlo.
Si è fatto un gran parlare di questioni di dignità. Ma la dignità noi come operai la
perdiamo quando siamo costretti , in migliaia, a passare di fronte ai nostri compagni
licenziati senza muovere un dito, sapendo che non hanno commesso niente, che erano in
sciopero per una ragione collettiva e che lo stesso giudice gli ha dato ragione. Di
fronte a questa realtà è la nostra dignità di operai che è messa in discussione.
La dignità degli operai è la ribellione, altrimenti è solo paura, sottomissione, non
avere più la forza di guardarsi in faccia. Non serve cercare giustificazioni.
E’ vero, ci sono sindacalisti collaborazionisti, che svolgono un lavoro per
dividerci, ricattarci, giocano a chi si fa più bello con la Fiat per ricavarne favori
e privilegi. Ma è così difficile metterli in un angolo, superarli con la nuova unità
costruita fra gli operai stessi?
E’ vero, la repressione colpisce chi si espone, ma se ad esporsi sono centinaia se
non migliaia, la musica cambia. La paura deve finire, voi siete gli operai di Melfi,
21 giorni di sciopero non li abbiamo dimenticati, la Fiat fu costretta ad abbassare
la cresta e così ci avete reso tutti più forti. Il coraggio e la forza non vi manca,
il giudice ha deciso il rientro dei 3 operai, tocca a voi riportarli dentro.
                        I gruisti della INNSE
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Di Fedele (del 01/09/2010 @ 13:03:17, in Segnalazioni, linkato 6 volte)
Per Marchionne, per la Marcegaglia e per molti altri che hanno frequentato il meeting
di Comunione e liberazione la lotta di classe è un residuo di un passato da superare,
così come lo è la conflittualità sindacale o la lotta «tra operai e padroni». Così si
capisce meglio dove mirassero le tante polemiche fuori tempo massimo contro il '68 e
la sua cultura distruttiva. Però, come giustamente ha fatto notare Adriano Sofri
sulla sua piccola posta, la frase «basta lotta tra padroni e operai» prende una
sfumatura diversa a seconda che a pronunciarla sia un operaio oppure un padrone. In
effetti per tutti costoro quello che è o va superato è la lotta degli operai contro i
padroni, o dei lavoratori contro le imprese e i loro imprenditori, perché l'altra,
quella dei padroni contro gli operai è in pieno corso e va a gonfie vele. Come altro
si può intendere, infatti, la situazione di quelle migliaia di lavoratori lasciati
sul lastrico da padroni, spesso bancarottieri, che si sono
impossessati di un'impresa per distruggerla o ridimensionarla grazie ai meccanismi
messi in campo dalla finanza internazionale? O le delocalizzazioni fatte per
liberarsi di una manodopera troppo costosa? O la diffusione del lavoro precario che
distrugge qualsiasi possibilità di costruirsi una vita e un futuro? O la tesi di
Tremonti, secondo cui la normativa sulla sicurezza sul lavoro (L. 626) è ormai
insostenibile per le imprese, nonostante le morti sul lavoro ufficialmente accertate
siano più di mille all'anno, e altrettante, e forse più, siano non accertate, perché
morti «bianche» provocate dal lavoro «nero»?
L'accondiscendenza politica e sindacale verso il primato assoluto dell'impresa - che
è l'ideologia sottostante a queste prese di posizione - ha impregnato talmente il
sentire comune che nell'affrontare questi temi i loro corifei non si rendono nemmeno
più conto di quel che dicono. Sentite Marchionne al meeting di Rimini: «Non credo sia
onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti». Pensa di parlare
di tre degli operai che ha fatto licenziare per rappresaglia contro la Fiom, ma la
stessa frase potrebbe essere letta in un altro modo. Quali sono «i diritti di pochi»?
Non sono forse quelli dei padroni della fabbrica? O, meglio, degli azionisti di
riferimento (gli altri sono «parco buoi») e dei manager che si sono scelti e che
guadagnano, tutti quanti, milioni di euro all'anno: 3-400 volte di più dei «molti»
che lavorano per loro. E chi sono quei «molti» i cui diritti vengono «piegati» dai
«pochi»: quelli che un picchetto o un'assemblea in fabbrica ha magari
dissuaso dal cedere al ricatto dell'azienda? O quelli «piegati» a dire di sì in un
referendum sotto la minaccia di perdere per sempre il loro posto di lavoro? E ancora
(è sempre Marchionne che parla): «La dignità e i diritti non possono essere
patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a
tutti». Certo la dignità e i diritti di alcuni «tre», per esempio Marchionne, Elkann
e Montezemolo, oppure Tremonti, Sacconi e la Sig.ra Marcegaglia, non sembrano messi
in discussione. Ma che dire di migliaia di lavoratori posti di fronte al diktat di
accettare condizioni di lavoro inaccettabili, contrarie alla loro dignità (ma si è
mai vista la «pausa mensa» a fine turno, dopo otto ore di lavoro quasi senza pause? E
perché non li si lascia andare a mangiare a casa loro? Perché siano pronti per il
lavoro straordinario) e contrari ai loro diritti (quello, sacrosanto di garantirsi un
brandello di vita familiare libera da turni e straordinari; o quello di
scioperare). Questa storia della fine della lotta tra operai e padroni, con cui i
vincenti di oggi si riempiono la bocca trattando i diritti dei perdenti come carta
straccia, ricorda da vicino la storia della «fine delle ideologie». In realtà, a
scomparire dai radar è stata solo l'ideologia socialista, con le sue varianti
anarchica e comunista. Le altre, quella liberale, trasformata in liberismo e in
«pensiero unico» è più viva che mai (anche se è più che mai un morto che cammina). E
la dottrina della chiesa, trasformata in fondamentalismo cattolico («diritto alla
vita» contro i diritti di chi vive), anche.

da il Manifesto   31 agosto 2010
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Di Fedele (del 31/08/2010 @ 15:21:58, in Video, linkato 7 volte)
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Di Fedele (del 27/08/2010 @ 15:02:06, in Segnalazioni, linkato 8 volte)
Vale la pena ricordarsi ogni tanto, a parte le vuote chiacchiere, quali sono le priorità e dove veramente vanno a finire i soldi del cittadino. Anche se poi viene da piangere.

034 – Debito pubblico    40,48%
003 – Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali    14,27%
025 – Politiche previdenziali    9,82%
029 – Politiche economico-finanziarie e di bilancio    8,70%
022 – Istruzione scolastica    5,90%
024 – Diritti sociali, politiche sociali e famiglia    3,31%
004 – L’Italia in Europa e nel mondo    3,29%
005 – Difesa e sicurezza del territorio    2,57%
033 – Fondi da ripartire    1,83%
007 – Ordine pubblico e sicurezza    1,35%
023 – Istruzione universitaria    1,14%
006 – Giustizia    1,00%
013 – Diritto alla mobilita’    0,98%
028 – Sviluppo e riequilibrio territoriale    0,80%
011 – Competitivita’ e sviluppo delle imprese    0,63%
014 – Infrastrutture pubbliche e logistica    0,54%
008 – Soccorso civile    0,51%
017 – Ricerca e innovazione    0,49%
001 – Organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e Presidenza del Consiglio dei
           ministri    0,42%
026 – Politiche per il lavoro    0,37%
032 – Servizi istituzionali e generali delle amministrazioni pubbliche    0,34%
027 – Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti    0,20%
021 – Tutela e valorizzazione dei beni e attivita’ culturali e paesaggistici    0,18%
018 – Sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell’ambiente    0,14%
015 – Comunicazioni    0,14%
009 – Agricoltura, politiche agroalimentari e pesca    0,13%
019 – Casa e assetto urbanistico    0,12%
030 – Giovani e sport    0,11%
020 – Tutela della salute    0,10%
002 – Amministrazione generale e supporto alla rappresentanza generale di Governo e
           dello Stato sul territorio    0,05%
016 – Commercio internazionale ed internazionalizzazione del sistema produttivo    0,03%
031 – Turismo    0,01%
010 – Energia e diversificazione delle fonti energetiche    0,01%
012 – Regolazione dei mercati    0,00%
Grazie ad Alberto Cottica (via Massimo Mantellini) che ha richiamato l’attenzione sui dati della Ragioneria dello Stato. I numeri fanno riferimento al 2007, stanziamenti di competenza del disegno di legge di bilancio 1° anno. Ma rendono l’idea.

da www.gaspartorriero.it       26/08/2010
 
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Di Fedele (del 26/08/2010 @ 14:16:31, in Segnalazioni, linkato 8 volte)
Odio la caccia,
chi uccide un capriolo, un gallo cedrone, una beccaccia,
chi spara ai passeri o alle cinciallegre per divertimento,
per farsi la mano,
odio chi acceca gli uccelli da richiamo, chi dissemina trappole, esche, tagliole,
odio chi usa il fucile, ma dice di proteggere la natura,
odio i boschi, i prati trasformati in poligoni da tiro,
odio l'odore del cuoio, della polvere da sparo, delle cartucce rosse, gialle e arancione
grandi spesso come il bersaglio,
odio il massacro spaventoso (*)1 di animali che ogni anno avviene in Italia,
chi spara agli uccelli migratori, ai falchi, alle rondini, agli aironi,
odio il cacciatore buono che difende l'habitat naturale
e quello incosciente che ammazza l'amico o un parroco mentre dorme,
odio i ristoranti con gli animali impagliati come trofei,
scoiattoli, marmotte, civette e gufi che ti osservano con gli occhi di vetro,
odio chi spara vicino alle abitazioni, i pallini di piombo nel tuo giardino,
odio la legge fascista (*)2 che permette di entrare nei fondi privati,
i cacciatori che si aggirano a meno di 100 metri dalle case (*)3
con il fucile e il colpo in canna quando la legge lo proibisce,
odio chi mi toglie il piacere della vista di un cervo, di una ghiandaia,
di animali che i miei figli vedranno solo allo zoo o nei parchetti,
odio non poter andare a funghi senza la paura di essere scambiato per un cinghiale
e ascoltare il rumore cupo e cadenzato delle doppiette invece che il canto degli uccelli,
odio la scomparsa dal cielo degli arabeschi formati dagli stormi,
odio l'esproprio della natura fatto per il piacere di pochi (*)4,
il non poter vedere su un tetto i nidi delle cicogne che non migrano più per l'Italia
per sopravvivere ai cacciatori,
odio i riti della caccia, i coltellacci per squartare gli animali, il cameratismo tra uomini veri,
odio chi uccide per piacere, chi definisce sport l'annientamento di una creatura,
una di quelle con cui parlava San Francesco,
odio chi caccia perché "si uccidono anche gli animali d'allevamento"
odio chi libera i fagiani allevati in cortile per poi fulminarli dopo pochi metri,
odio chi usa la caccia e i cacciatori per fini politici,
odio chi non rispetta gli animali e dice di rispettare l'uomo.

(*)1. La stima è di 150 milioni di animali uccisi ogni anno
(*)2. Art. 842 Caccia e pesca - Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l'esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno.
(*)3. La caccia è vietata per una distanza di 100 metri da case, fabbriche, edifici adibiti a posto di lavoro. E' vietato sparare in direzione degli stessi da distanza inferiore di 150 metri.
(*)4. 1.2% della popolazione italiana (dati 2007).

Ps: aderisci ai Comitati contro la caccia

da www.beppegrillo.it      25 agosto 2010
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Di Fedele (del 26/08/2010 @ 13:01:52, in Video, linkato 9 volte)
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Di Fedele (del 24/08/2010 @ 16:36:04, in Segnalazioni, linkato 11 volte)
Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e
odorava di olio e lamiera.
 
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e
scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.
 
L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla
produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.
 
L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
 
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di
farmi frequentare l’università.
 
L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di
lavoro.
 
L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che
era troppo vecchio per le loro esigenze.
 
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho
visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la
globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai
non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il
bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare
indietro.
 
Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “ La Stampa” di Torino, ho
letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i
“diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la
“difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della
continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari
erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere
quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della
controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di
Martedì 27 luglio 2010).
 
Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace,
arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché
non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria.
 
Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino.
 
Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la
labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole
a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in
cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era
gratis.
 
Odorava di dignità.
 
(Luca Mazzucco)

da Operai Contro   16 agosto 2010 
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