Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 23/01/2010 @ 19:07:54, in Segnalazioni, linkato 102 volte)
«“Socializzeremo tutto, eccetto i barbieri”» disse Paolo Ferrero, esausto, posando l’AK 47 su un tavolo del Viminale. «E’ una frase bellissima. Lenin?» chiese Oliviero Diliberto, mentre cercava di togliere la polvere dalla divisa grigioverde. Alle sue spalle Marco Rizzo, suo eterno contestatore, stava posando con precauzione il bazooka. «Ma che stronzata. Lenin non si è mai occupato di barbieri. Sarà un altro teorico.»
«Infatti» sorrise Ferrero. «Si tratta di Mario Tanassi, segretario del Partito Socialdemocratico prima di Mani Pulite.» «Perché i barbieri no?» chiese Diliberto. «Tanassi rettificò durante una Tribuna Politica. Anche i barbieri erano da socializzare.» Il dialogo si svolgeva mentre nelle strade si combatteva ancora. Le milizie del CPO Gramigna avevano ormai preso Montecitorio. Quelle del Crash di Bologna occupavano tutta l’area da Ponte Milvio a Piazza del Popolo. Il Vittoria di Milano presidiava la Stazione Termini. Il colpo di Stato era fallito, si combatteva in ogni città italiana. A tutti era chiaro che a Roma si svolgeva la battaglia decisiva, specie dopo la fuga del papa ad Avignone. Dai cortili giungeva il fragore delle fucilazioni. «Questo deve essere Gasparri, oppure La Russa» osservò Ferrero, trasognato. «No, è D’Alema» disse secco Ferrando, che entrava in quel momento. «Come ultimo desiderio ha chiesto di avere l’estremo rapporto carnale con Berlusconi. Non è stato possibile accontentarlo.» Si curvarono tutti sulla carta geografica, come se potesse fornire chissà quali risposte. Ferrero guardò da sopra gli occhiali, che gli erano scesi sulla punta del naso, come sempre. La forma del suo naso era adatta allo scopo. «Adesso si tratta di realizzare il comunismo. Qualche idea?» Ferrando parlò con sicurezza. «A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità. E’ facile.» «Facile?» Ferrero rialzò gli occhiali. Era la prima volta in vita sua che lo faceva. «Barbieri a parte, chi potrebbe gestire enormi complessi industriali? Le ferrovie? Le telecomunicazioni? Gli impianti siderurgici?» «Forse dovremmo sentire Toni Negri» propose Sergio Bologna dal fondo della sala. «Lui aveva in merito idee ben precise.» Ferrero annuì. «Ottima proposta. Portatemi qua Negri. O magari Casarini.» Ferrando assunse un’espressione desolata. «Fucilati tutti e due. Pochi minuti fa.» «Ma perché?» «Il Comitato di Salute Pubblica li ha definiti deviazionisti. Sostenevano l’assimilazione degli ex ceti medi al proletariato.» Senza dare nell’occhio, Sergio Bologna infilò la porta. Ferrero sospirò e scartò la mappa. «Basta. Dobbiamo fare il comunismo. Siamo nella fare transitoria definita “dittatura del proletariato”. Non c’è che lo Stato che possa gestire strutture produttive di grande ampiezza. E’ il socialismo. A ciascuno secondo il suo lavoro, da ciascuno secondo le sue capacità.» Guardò Ferrando. «Dico bene?» «In teoria sì» rispose il leader trotzkista «però sarebbe capitalismo di Stato. Nulla a che vedere con il comunismo.» «D’accordo, però a chi faremmo gestire i grandi impianti?» «Si può pensare a soviet di lavoratori che eleggano i loro manager.» «Per un periodo transitorio.» «Certo, transitorio.» Si fece avanti Marco Rizzo. «Se permettete. Andrebbe individuato un capitalista che guidi mezzi di informazione, attività finanziarie, banche e sistemi di comunicazione, gruppi assicurativi. Il soviet voterebbe per lui come primo manager, a larga maggioranza. Lo fecero anche in Russia, durante la NEP.» Ferrero scosse il capo. «Non esiste un tipo così.« «Sì che esiste» disse Ferrando. «Silvio Berlusconi.» «Non lo hai già fucilato?» «No. E’ lì in cortile che aspetta il plotone d’esecuzione.» «Portalo qui subito!» Poco dopo Berlusconi faceva il suo ingresso, scortato da due guardie dell’Officina 99 di Napoli. Diliberto gli lanciò un’occhiata carica di disprezzo. L’ex presidente del Consiglio appariva invecchiato e affaticato, tuttavia non mancava di vivacità. «Eccolo qua, il fascista.» «Mai stato fascista, non credete alle calunnie dei giornali.» Berlusconi frugò sotto la giacca tutta spiegazzata. «Posso anzi mostrarvi la tessera del partito bielorusso Comunisti per la Democrazia, firmata dal compagno Lukashenko in persona.» «Non ci basta» replicò Diliberto, a muso duro. «Non siate ingrati. Quando tutti sostenevano che i comunisti non esistevano più, ero l’unico a dire che c’eravate ancora.» L’osservazione colpì positivamente tutti i presenti. Ferrero finì con l’annuire. «C’è un fondo di verità. Ma non è sufficiente a salvarle la vita.» Berlusconi non si lasciò smontare. «Cosa diceva il compagno Lenin? Che il comunismo sono i soviet più l’elettrificazione. Voi mettete i soviet, io l’elettrificazione. Credetemi, sarò un presidente proletario.» Ferrando, che sembrava il più perplesso, parve convincersi. Si accarezzò la barba che non pettinava da trent’anni. «Be’, si può provare» mormorò. «Sì, sono d’accordo» disse Rizzo. Ferrero guardò Diliberto, che gli fece un cenno di consenso. «E sia.» Chiamò un miliziano del CPO Gramigna. «Metti quest’uomo in libertà. Fallo scendere in cortile.» «Subito.» Il miliziano accompagnò Berlusconi alla finestra e lo gettò di sotto. Si udirono un urlo e un tonfo. «Ma che ti prende?» urlarono tutti. Il miliziano tolse la pistola dalla fondina e la brandì. «Compagni, la dittatura del proletariato è finita. Inizia la fase successiva. Quella dell’estinzione dello Stato.»

da il manifesto del 17 dicembre 2009
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Di Fedele (del 20/01/2010 @ 01:05:13, in Video, linkato 68 volte)
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Di Fedele (del 18/01/2010 @ 14:40:48, in Video, linkato 30 volte)
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Di Marco (del 11/01/2010 @ 12:05:00, in Segnalazioni, linkato 74 volte)

Posto di seguito un articolo tratto dal Corriere della Sera.

Da questo e altri segnali ho l'impressione che ormai sia iniziato il conto alla rovescia verso il collasso di un sistema che non regge più. Delle due l'una: o un rapido declino della nostra storia occidentale e italiana verso uno stile di vita da sopravvissuti subalterni come gli armeni in Turchia nel corso del '900 quando furono depredati e spogliati di tutto; oppure la rivolta contro un sistema i cui leader ho la sensazione abbiano già abbandonato la nave dopo aver arraffato l'arraffabile. La notizia che segue può essere letta anche come una notizia di costume ma ovviamente abbiamo a che fare con qualcosa di inquietante e incombente simile al senso di oppressione che si prova davanti a una minaccia sconosciuta.

Si sono laureati in quattro. I gemelli d'Italia hanno trent'anni: cinque su sei sono precari.

 I Giannini, dallo spot del detersivo alla crisi economica. Giorgio, revisore dei conti, è l'unico con il posto fisso BIBBIENA (Arezzo) - Trent’anni dopo. «Che bel gioco del destino. La nascita dei gemellini di Benevento mi fa rivivere quella mia straordinaria maternità», dice mamma Rosanna. Già, perché proprio oggi i suoi sei figli, i gemelli Giannini, due femmine e quattro maschi, compiono trent’anni. Nacquero, dalle 4.17 alle 4.22 dell’11 gennaio del 1980, all’ospedale di Careggi a Firenze, e su di loro si abbatté un’onda mediatica straordinaria: tv, giornali, riviste, persino spot pubblicitari di un detersivo che li resero ancora più famosi. Divennero i «Gemellini tricolori» e gli italiani si identificarono con quella famiglia toscana della vallata del Cansentino, tra Arezzo e la Romagna, semplice e schietta, col babbo Franco impiegato, la mamma Rosanna maestra e con Linda, Roberto, Francesco, Fabrizio, Letizia e Giorgio, i gemellini da coccolare e far crescere sani e forti. «Anche oggi i miei figli sembrano un po’ l’emblema di questa Italia - dice la signora Rosanna -. Non solo perché sono bravi ragazzi che abbiamo fatto studiare (quattro laureati e due diplomati) con tanta fatica, ma perché cinque di loro ancora non hanno un lavoro fisso o rischiano di perderlo. Insomma vivono nella precarietà assoluta».

 Linda e Letizia, laureate in Lettere e Filosofia, sono precarie della scuola. Fabrizio, laurea al Dams, è precario part time in un centro commerciale. Roberto, diplomato, è precario in una fabbrica tessile, Francesco è un impiegato in cassa integrazione. Solo Giorgio, laureato in Economia aziendale, ha un posto fisso in una società di revisione dei conti a Firenze. «È stata dura tirare su queste creature e continua ad esserlo - racconta Rosanna -. Perché sa, uno si affanna tutta la vita per cercare di dare una posizione a questi figlioli. Li vede crescere, li segue, si sacrifica e poi si commuove pure quando si diplomano e si laureano. E poi, a trent’anni suonati quando solitamente si ha casa, famiglia un lavoro solido e magari pure qualche figlio, te le ritrovi sempre con un futuro pieno di incertezze. E tutto questo nonostante siano stati ragazzi in gamba, che a me a mio marito hanno dato tante soddisfazione, ma perché così oggi gira il mondo». Mamma Rosanna, 58 anni e babbo Franco, 63, ricordano divertiti quando i loro amici gli dicevano che sarebbero diventati nonni di un esercito di nipoti. «Metterete su tre squadre di calcio ci dicevano e noi sorridevamo e pregavamo il Signore che i ragazzi crescessero in fretta nel modo migliore. Ai nipoti non avevamo tempo di pensarci, c’erano loro a prenderci tutto il tempo libero dopo il lavoro.

Ma lo sa quanti nipoti abbiamo oggi? Uno solo, Tommaso, 8 mesi figlio di Letizia, insegnante precaria, che convive da qualche anno con un bravo ragazzo. Loro hanno avuto tanto coraggio, ma quando manca il lavoro e se ne va all’improvviso non fare figli è complicato. Noi non siamo pessimisti. Ogni giorno diciamo che forse domani questo precariato finirà. Ogni giorno, da tanti anni ormai». Nella casa di Soci, una frazione di Bibbiena, vivono ancora oggi in otto. Con babbo emamma ci sono nonna Vera, 84 anni compiuti ieri, Linda, Letizia, Francesco, Roberto e Fabrizio. I precari appunto. Oggi, nel giorno del compleanno, non festeggeranno. Lo faranno quando tutti saranno sistemati. «Nessuno di noi è un bamboccione - dice Linda -. Quando c’è un incarico cerchiamo di renderci indipendenti e non pesare sulla famiglia. Babbo e mamma e i nonni sono stati fantastici, ci hanno coccolato e tirato su con amore e sacrifici. Eppure mia sorella Letizia, l’unica ad avere un bambino, non riesce ancora a farsi un casa con il marito e il piccolo. Sta un po’ con noi e un po’ con i suoceri. Abbiamo studiato una vita, sette anni tra laurea e specializzazione, mai un anno fuori corso. Oggi siamo tutti dottori in precariato». I primi anni dei gemellini sono un romanzo pedagogico. «Quando se ne addormentava uno se ne svegliava un altro - racconta Rosanna -: Linda guariva dall’influenza, Roberto si ammalava. E poi c’erano il morbillo, la scarlattina, la quarta malattia». Quando germi e virus davano un po’ di tregua ecco le birbanterie. Nulla di grave, per carità.

Ma provate a immaginare sei bambini alla scoperta del mondo. La prima birichinata a un anno. Babbo e mamma avevano appena ristrutturato la camera grande e prima di mettere i sei lettini avevano isolato le pareti con polistirolo per rendere la stanza più calda. «Misi a letto i piccoli dopo la pappa - racconta mamma Rosanna -. Quando poco dopo entrai in camera, li trovai tutti svegli. Con le manine avevano staccato il polistirolo e stavano muovendosi dentro uno sciame bianco. Mi misi le mani dei capelli. E mi rimboccai le maniche. Come sempre». Rosanna e Franco hanno ancora voglia di combattere. Non salgono in cattedra. Però qualche consiglio ai genitori di Benevento lo danno volentieri. «Cercate aiuto dai parenti, dagli amici e magari anche dai servizi sociali. Ci saranno tempi duri, a volte avrete la sensazione di essere sopraffatti dalla fatica a dalla depressione, dovrete rinunciare a molto. Però, allevare questi figli, vivere in una famiglia così numerosa, è un’esperienza unica. Anche oggi, con l’amarezza di un lavoro che non c’è o si rischia di perdere. La famiglia è anche un rifugio dell’anima. Ti rigenera sempre».

Marco Gasperetti; Corriere della Sera, 11 gennaio 2010

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Di Fedele (del 09/01/2010 @ 17:28:16, in Segnalazioni, linkato 101 volte)
La Presidente di Liberate Barabba risponde al discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con un pamphlet che denuncia la condizione della meglio gioventù del nostro paese. 

Sono Nicoletta, vivo e frequento l'università a Milano, ho 28 anni, una laurea magistrale e sto per concludere un dottorato di ricerca durato tre anni. Sono stati nove anni in totale di studio e lavoro massacrante, borse di studio, lavori sempre diversi (ne ho contati 16 sono passata dalla barista, alla cameriera, al call centre e molto altro) non avendo voluto/potuto godere dell'appoggio economico della mia famiglia. Ora che per me sarebbe il momento di raccogliere i frutti di tanti sacrifici, mi vedo solo sbattere porte in faccia dai vari parrucconi che occupano i posti di "potere" nella nostra società. Dall'università ho ricevuto ridicole e inaccettabili proposte che, a livello economico eguagliano, forse, una paghetta.

L'amarezza che provo nel guardarmi indietro, non sta nel tanto tempo e nei sacrifici che ho dovuto affrontare per arrivare a questo punto, ma nel dover prendere atto che forse sono stata io a sbagliare tutto. Forse avrei dovuto semplicemente continuare, dopo il liceo, il lavoro di mio padre, nel suo negozio, senza avere il desiderio di farmi una cultura e di arrivare con le mie sole forze ad un risultato. La cultura in questo paese non ha valore, per accorgersene basta vedere come vengono trattati e considerati gli intellettuali, i giornalisti, gli insegnati. E' evidente che in questo paese contano solo gli intrallazzi (mi riferisco per esempio alla vicenda del pluribocciato supremoAsino figlio di Bossi) e che la meritocrazia è una favola per bambini.
Caro presidente Napolitano i giovani sono scoraggiati, ci sono stati sottratti i sogni, le speranze, in una parola il futuro. Ero molto motivata fino a poco tempo fa, ma quando ho iniziato a capire davvero come funzionano le cose in Italia, ho perso ogni speranza, la mia formazione (specie quella del dottorato di ricerca) pagata con i soldi dei contribuenti andrà sprecata, nel calderone, insieme ai celebri sprechi italiani. Le parole "talenti" e "merito" in questo periodo storico sono vuote, non significano nulla.
Caro presidente Napolitano, un ultimo esempio: considerare una produzione di grande valore culturale il cinepanettone di Natale, la dice lunga sullo stato della "cultura" nel nostro paese; stato, che io definirei "teminale".
A questo punto direi che sarebbe ora di pensare ad una legge sul fine vita anche per la povera Cultura.
Un saluto.

da Liberatebarabba (5 gennaio 2009)
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Di Fedele (del 03/01/2010 @ 15:30:02, in Considerazioni, linkato 47 volte)
Grazie ministro, con le Sue dichiarazioni di inizio anno gli italiani hanno finalmente  capito  di essere stati presi per il culo per oltre sessant'anni: la Repubblica nata dalla Resistenza non è fondata sul lavoro, come recita l'articolo uno della Costituzione, ma sulla disoccupazione, sulla precarietà del lavoro, sulle pensioni da fame e sul malaffare, sulla connivenza cioè della politica ai più alti vertici dello Stato con mafia, 'ndragheta e camorra.
Grazie per averci ricordato che è necessario cambiarla, di averci fatto realizzare che questa è l' Italia oggi e prendere atto a sessantacinque anni dalla fine della guerra di Liberazione, di dover " ritornare in montagna"!
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Di Fedele (del 02/01/2010 @ 20:35:36, in Segnalazioni, linkato 42 volte)
"Buon anno ai disoccupati, ai padri di famiglia senza lavoro, ai precari lasciati a casa a decine di migliaia, ai detenuti uccisi in carcere senza giustizia, ai lavoratori che passeranno le feste sui tetti per difendere il loro posto di lavoro, agli studenti senza un futuro, ai ricercatori senza fondi, ai malati senza assistenza e ai loro familiari che si sostituiscono giorno e notte allo Stato, ai giudici che fanno ancora i giudici, ai giornalisti che fanno ancora i giornalisti, agli insegnanti che fanno ancora gli insegnanti, a coloro che pagano tutte le tasse anche per chi non le ha mai pagate e viene condonato da Tremorti con un miserabile 5%, agli emigrati che vengono derisi a causa del loro Paese, e a quelli il cui conto corrente è stato svuotato dallo Stato attraverso i conti dormienti, agli emigrati che si fanno passare per greci, francesi, spagnoli per la vergogna, agli italiani che tengono ancora in vita il Paese con la loro testardaggine: operai, impiegati, imprenditori, a chi ha perso il TFR e a chi perderà parte della pensione dall'anno nuovo, alle mamme delle città più inquinate del mondo e ai loro bambini con la tosse cronica, a chi viaggia per lavoro e non sa mai quando e se arriverà, ai morti di Viareggio, dell'Aquila, di Messina: tutti uccisi dall'incuria delle istituzioni e nessuno mai pagherà per loro, ai blogger che hanno prodotto un'informazione mai vista in Italia attraverso la Rete, ai familiari delle vittime di mafia sbeffeggiati da politici cialtroni, a chi ha perso la propria casa perché non è riuscito a pagare la rata del mutuo, alle forze dell'Ordine svilite da ministri che non le rappresentano, a chi ha tenuto la schiena dritta. Buon Natale e buon anno ad Antonio Di Pietro, lasciato solo come un bersaglio da un'opposizione che si è venduta da almeno vent'anni, a Nichi Vendola, brutalmente defenestrato dal PD in Puglia, a Travaglio definito "terrorista mediatico" da un vecchio piduista, alla Gabanelli che ci precipita ogni domenica nello sconforto di vivere in un Paese dominato da ladri e farabutti, ai preti che fanno sentire ancora, alta e forte, la voce di Cristo: Ciotti, Gallo, Farinella, Zanotelli, a chi si è messo l'elmetto ed è uscito fuori, armato solo della sua indignazione, a far sentire la sua voce, a quelli che cambiano in silenzio il Paese, a chi si incazza ogni volta che vede un sopruso e non china la testa, reagisce senza pensare alle conseguenze, a quelli che pretendono la verità sulla strage di Capaci, a Greenpeace e a tutti i movimenti che si oppongono alla follia del nucleare, a tutte le organizzazioni di volontariato che sono la vera struttura portante del Paese: senza di loro si fermerebbe in pochi giorni. Ho forse dimenticato qualcuno e me ne scuso in anticipo."

Liberamente tratto dal blog di Beppe Grillo

da www.Peppinoimpastato.com
( 31 dicembre 2009 )
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Di Fedele (del 28/12/2009 @ 15:14:22, in Segnalazioni, linkato 105 volte)
I sensori della destra italiana sono stati attivati per verificare la possibilità di una operazione che vale 35 miliardi di euro. Si tratta della tredicesima mensilità percepita da tutti i lavoratori dipendenti e dai pensionati italiani fin dal 1960 in vigore per quanto riguarda i soli impiegati dell'industria dal 1937 e poi estesa agli operai nel 1946 con un accordo interconfederale patrocinato dal Governo di unità nazionale presieduto da Alcide de Gasperi. I sensori attivati dal padronato debbono esplorare la possibilità di una soppressione soft, dissimulata, della tredicesima mensilità .constatare se c'è una disponibilità dei lavoratori e dei loro sindacati a "spalmarla" incorporandola nel salario o nello stipendio che viene percepito durante l'anno. Si tratterebbe appunto di aumentare del dodici per cento fittiziamente le buste paga. Gli argomenti addotti a favore sono speciosi e riguardano il diritto del lavoratore di avere la disponibilità immediata della sua tredicesima, istituto esistente soltanto in Italia essendo all'estero sconosciuto se non in forma di benefict, di elargizione una tantum e non per tutti.

L'operazione ha grandi enormi vantaggi per il padronato che la userebbe come alternativa a miglioramenti salariali urgenti, urgentissimi dato il basso livello delle retribuzioni italiane e che non possono essere a lungo rimandati. Il padronato sa benissimo che la detassazione ha apportato un irrilevante miglioramento e che non c'è molto da aspettarsi dalla contrattazione integrativa o decentrata che oltretutto non agisce per tutti ma soltanto laddove esistono le condizioni per instaurarla. Gli ultimi miglioramenti derivanti dai contratti sono stati spalmati in un arco temporale triennale e producono effetti davvero minimi, nell'ordine di poche decine di euro. Non resta quindi che fare una operazione di ragioneria anticipando ogni mese la frazione di tredicesima per assorbirla del tutto nell'arco di quattro o cinque anni al massimo. Operazione che sarebbe ancora più negativa per i lavoratori della manipolazione del TFR.

Insomma la massa salariale è ancora una volta nel mirino nonostante lo scandaloso trasferimento di risorse avvenuto nel corso degli ultimi anni dal lavoro al profitto, alle rendite, all'interesse. Si calcola che i lavoratori abbiano perduto quindici punti di pil con un impoverimento allarmante della massa salariale che costituisce l'alimento dei consumi ed un arricchimento spropositato delle categorie imprenditoriali e del lavoro autonomo. Inoltre si è verificata una crescita delle distanze tra salari ed emolumenti dei managers pubblici e privati. Le distanze sono diventate abissali e spesso un solo managers percepisce da solo più di centinaia di lavoratori dipendenti.

Intanto il fiscal drag, causa di immiserimento costante, non viene restituito e non risulta una significativa pressione delle Confederazioni Sindacali per la sua riattivazione bloccata dal Ministro Tremonti da molti anni. Si tratta di qualcosa come quattro miliardi di euro dovuti ma non erogati.

In Sicilia si dice che ai poveri vengono contati i bocconi di pane. Dopo le ipocrite lamentazioni del Governatore della Banca d'italia e di altri ben pasciuti membri dell'Oligarchia sulla povertà dei salari si cerca di ridurli ancora. Ricordo che la tradicesima una volta effettivamente serviva per i regali natalizi che comunque spesso consistevano nell'acquisto di generi di abbigliamento come scarpe, vestiti, cappotti ed anche borse accessori o altro.Servivano anche per i pranzi familiari di Natale e Capodanno e comprare qualche giocattolo. Ora per almeno l'ottanta per cento dei lavoratori dipendenti la tredicesima serve sopratutto per pagare le scadenze annuali di assicurazione o altro.

I Sindacati stanno zitti e si limitano a piagnucolare per qualche sgravio fiscale. Si riconosce che l'economia è ferma perchè i consumi non ripartono ma non solo non si fa niente per recuperare il gap del trenta per cento tra salari italiani ed europei ma si assiste ad ulteriori colpi di maglio ad una condizione che è già al limite della tollerabilità sociale.

Il TFR serviva come gruzzoletto che veniva utilizzato per fronteggiare il matrimonio di un figlio, a volte purtroppo una malattia della età anziana, nei casi più fortunati per comprare una casetta. Ora difatto è diventato sostitutivo delle quote di pensione che il governo con varie leggi ha sottratto. La tredicesima mensilità in tantissime famiglie viene aspettata come il momento per pagare i debiti oppure per comprare un elettrodomestico oppure magari soltanto per riceverne un aiuto atteso per affrontare una situazione. La spalmazione cancellerà questa risorsa.

Questa malevola attenzione alle cose che si vorrebbero togliere ai lavoratori avviene mentre una pattuglia di parlamentari capeggiati da Cazzola ed Ichino lavora in silenzio ed in profondità per svuotare il diritto del lavoro, inventandosi norme spesso subdole e truffaldine che, nella disattenzione delle Confederazioni, vengono inserite nelle leggi finanziarie approvate spesso senza discussione con voto di fiducia. Bisognerebbe andare a cercare in centinaia e centinaia di commi dei cosidetti maxemendamenti le piccole medie e grandi malvagità che vengono perpetrate da questi signori. Ultima il divieto al giudice di intervenire nel merito delle controversie di lavoro.

da medioevosociale-pietro.blogspot.com
(21 dicembre 2009)
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Di Fedele (del 28/12/2009 @ 12:37:39, in Video, linkato 86 volte)
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Di Fedele (del 24/12/2009 @ 21:05:06, in Video, linkato 72 volte)
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