Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 05/12/2009 @ 15:58:08, in Video, linkato 51 volte)
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Di Fedele (del 04/12/2009 @ 15:11:44, in Video, linkato 41 volte)
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Di Fedele (del 02/12/2009 @ 20:20:11, in Eventi, linkato 100 volte)
Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.
Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.

Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.


Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.
Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre  

L'autore Pier Luigi Celli è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.

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Di Fedele (del 29/11/2009 @ 15:44:09, in Segnalazioni, linkato 90 volte)
È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporre.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro.
Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”. Essendo Palermo retta da una giunta di centro-destra, si potrebbe essere tentati di non stupirsene: fenomeni del genere non sono forse espressione di quel laissez faire, laissez passer che la destra reca inscritto nel proprio dna? E cosa è in fondo il “mercato” se non codesto brulichÌo di iniziative autonome, ciascuna espressione della “soggettività” di chi la realizza e sempre insofferente nei confronti dei “lacci e lacciuoli” della regolamentazione pubblica?
Sennonché, ogni medaglia ha il suo rovescio e il “lasciar fare” dell’amministrazione palermitana non fa eccezione. Il motivo sta nel fatto che nessuna attività economica può prender piede se non vi è una qualche forma di garanzia dei diritti di proprietà. Nessuno, per dirla altrimenti, può guadagnare qualche soldo pulendo i vetri ad un semaforo o vendendo chincaglierie sul marciapiede o facendo il posteggiatore abusivo se non è sicuro che nessun altro (indigeno o migrante che sia) gli toglierà quel posto. Un ordine, una “legalità”, deve dunque pur sempre emergere; la differenza semplicissima è che, in mancanza di quella assicurata dalle istituzioni pubbliche, che certo non possono ergersi a protettrici di situazioni contrarie alla legge, ne emerge una privata, basata – non meno semplicemente – sulla legge del più forte

La mafia siciliana, la camorra napoletana, la ’ndrangheta calabrese, le triadi cinesi, la yakuza giapponese, le loro non meno temibili “consorelle” balcaniche e, più in generale, tutte le “istituzioni” di questo genere, alla cui genesi assistiamo là dove i pubblici poteri chiudono un occhio (o tutti e due) sull’osservanza della legalità costituita, assolvono primariamente questo compito: proteggere le transazioni che si svolgono nel circuito economico extralegale, si tratti di un posto da lavavetri, di una partita di eroina o di un appalto truccato. È per questo che il variegato e multicolore suq che si inscena quotidianamente nei quartieri popolari di Palermo non degenera mai in caos: nonostante le apparenze, c’è sempre chi controlla, assegna posti, garantisce pagamenti, dirime controversie (e riscuote tributi). Ed è per questo che è sbagliato credere che la mafia sia puramente e semplicemente un’organizzazione criminale: se così fosse, ce ne saremmo sbarazzati già da un pezzo.
Ora, c’è un fatto che non è quasi mai posto in correlazione con il quadro macroeconomico sparagnino già impostoci da Maastricht e ora dai tempi di crisi e che però, a ben guardare, ne è un figlio naturale, ed è lo sviluppo delle attività economiche illegali. È un fenomeno che ha interessato anche quelle economie periferiche su cui, anni addietro, si sono abbattute le famigerate misure di “aggiustamento strutturale” dell’Fmi, e ha alla base una semplicissima motivazione: se si prosciuga l’acqua per l’economia legale, i pesci debbono trovarne altra, più sporca, in cui nuotare. Insomma, debbono “arrangiarsi”.
È questa la ragione principale per cui l’illegalità endemica in cui vivono Palermo e il Mezzogiorno non può essere efficacemente contrastata da alcuna azione repressiva. Il problema, infatti, è che oggi le classi dirigenti possono continuare a godere del consenso dei “governati” soltanto se, in cambio dei diritti che prima erano tenute ad assicurare, sono disposte a “lasciar fare”. Detto altrimenti, esse possono evitare che i governati si ribellino alla mortificazione della loro cittadinanza sociale imposta da bilanci pubblici in costante contrazione solo garantendogli l’impunità sul versante del “sommerso” o dell’“abusivismo di necessità”.
Sta qui la vera ratio della “tolleranza” delle istituzioni nei confronti delle piccole (e spesso nemmeno piccole) illegalità di cui al Sud siamo quotidianamente testimoni; si spiega così la crescita esponenziale delle zone – quartieri, sobborghi, talora interi paesi – letteralmente sottratte all’imperio della legge. E sta qui, specularmente, la ragione del persistente (e verosimilmente duraturo) successo della mafia, della camorra e della ’ndrangheta: organizzazioni come queste, per quanto paradossale possa sembrare, svolgono un’importante funzione di mediazione sociale e di composizione delle controversie nel territorio eslege in cui operano e proprio su tale ruolo fondano quel consenso sociale diffuso che è indispensabile per la buona riuscita delle loro attività criminali. Non a caso Giovanni Falcone disse che, essendo in Sicilia la struttura statuale del tutto deficitaria, la mafia aveva saputo riempire questo vuoto a suo vantaggio, ma tutto sommato aveva contribuito a evitare per lungo tempo che la società siciliana sprofondasse nel caos. Perché mai, altrimenti, l’80% degli imprenditori siciliani pagherebbe il pizzo?
Un ruolo del genere, discreto, lontano dai clamori delle stragi, “invisibile” ma non per ciò meno significativo e lucroso, candida peraltro le organizzazioni mafiose a interlocutori privilegiati delle classi dirigenti nei loro rapporti con le classi medie e, soprattutto, con i ceti popolari. Non è certo nuova la capacità delle classi dirigenti meridionali di utilizzare la forza paramilitare delle organizzazioni mafiose come strumento di controllo capillare del territorio, da impiegare ora in funzione anticentralista ora antipopolare, ora innalzando il vessillo del “meridionalismo” ora quello dell’ordine costituito, ma è certo che, nel quadro attuale, non c’è patto elettorale coi ceti popolari che possa reggere senza una “garanzia” mafiosa: la “fine delle ideologie”, che poi è la fine di appartenenze politiche segnate da idealità e valori, rende l’elettorato erratico e ancor più diffidente che in passato verso i “politici”, e non si dà per questi ultimi alcuna possibilità di controllarlo se “qualcuno” non si fa garante che le loro promesse – per quanto miserabili – saranno mantenute.
Si obietterà che in quanto detto non c’è nulla di nuovo, ché storicamente è stato questo il rapporto fra governanti, governati e mafia nel Mezzogiorno. In certa misura è vero, purché non si dimentichi la differenza fondamentale: oggi l’illegalità diffusa è in certa misura necessitata, perché, se volessero realmente procedere lungo la strada della repressione, le classi dirigenti dovrebbero fare qualcosa che il quadro macroeconomico non consente più, cioè accordare in forma di diritti quei beni e servizi di cui i governati non dispongono e che attualmente conseguono ricorrendo ai circuiti illegali; altrimenti, scoppierebbe una rivolta. (Che poi le classi dirigenti abbiano solo da guadagnare, in termini di potere e denaro, dalla criminalità dei diseredati, e anzi storicamente abbiano usato quest’ultima come paravento per i propri crimini, è fatto ben noto e sul quale non vale certo immorare.)
Un “continuum” fra organizzazione mafiosa, concorrenti “esterni” e semplici conniventi assai simile a quello qui descritto è alla base del concetto di “borghesia mafiosa”, elaborato una quarantina d’anni fa da un marxista siciliano ormai dimenticato, Mario Mineo. In quel tempo, Leonardo Sciascia ammoniva che la “linea della palma” era salita già oltre Roma. Oggi che, complice l’incipiente desertificazione, la palma è giunta fino a Modena (e a Duisburg), quel concetto spiega l’ostilità diffusa verso il tentativo della magistratura di impiegare il “concorso esterno” per attrarre nell’ambito della rilevanza penale pratiche bipartisan che il senso comune giudica quasi “necessitate” (per fare un solo esempio: se il mafioso o il camorrista controlla voti ci debbo pur parlare, no?). Giustifica lo iato persistente fra i proclami bellicosi dei governi che si alternano a Palazzo Chigi e la realtà di un territorio che sempre più si auto-organizza secondo le uniche logiche disponibili (quelle mafiose, appunto). Conferma che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti ancora invano.

Luigi Cavallaro, 24 luglio 2009
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Di Marco (del 25/11/2009 @ 19:31:31, in Considerazioni, linkato 146 volte)

Il caso Marrazzo potrebbe costituire la trama di un romanzo di F.S. Fitzgerald: un uomo ricco, potente, di successo, un uomo con cui la vita è stata estremamente generosa insospettabilmente si rivela fragile, debole. Egli infatti frequenta da anni un trans conducendo una inimmaginabile seconda vita. Sarebbe interessante sapere il perchè di questa scandalosa frequentazione.

Forse, come per Lapo Elkann, la necessità di trovare un confidente comprensivo deborda verso una vicenda sessuale dai contorni inquietanti in cui la necessità di scavarsi una nicchia di autenticità nella selva dei doveri da assolvere diventa una necessità insopprimibile. Forse questa nicchia gli era necessaria per poter reggere la parte dell'uomo affidabile, integerrimo, "perbene" così come gli ha richiesto, e anzi ha preteso, la sua classe di appartenenza: da una parte la necessità di soddisfare la sua immagine pubblica, dall'altra la necessità di concedersi delle pause di autenticità, sia pure con un trans, dal momento che la sua, a questo punto menzognera biografia costruita per il pubblico borghese artefice del suo successo, non gli avrebbe mai consentito una confessione pubblica delle sue debolezze.

Ma la verità è emersa e subito per Marrazzo, assieme alla condanna sociale, è scattata la corsa per metterlo al riparo dal cannibalismo di classe: la moglie dichiara di amarlo ancora, i benedettini gli mettono a dipsosizione un convento in cui ritirarsi, gli avvocati si mobilitano per proteggerlo, il mondo della politica segue un basso profilo nel valutare l'intera faccenda. Possiamo immaginare che la carriera politica di Marrazzo si concluda qui, ma possiamo immaginare anche che la sua vita continuerà all'insegna del benessere materiale e riscaldata dal calore degli affetti di familiari, amici, conoscenti, colleghi. Tutto chiaro e risolto quindi ?

No. Come in un romanzo esiste un cono d'ombra in cui nessuno pare abbia voglia di gettare un fascio di luce: qui giace, ormai inerte, la figura del trans Brenda forse suicida, la cui vicenda è stata liquidata in quattro e quattr'otto . La vicenda del trans è infatti, per il pubblico borghese, ossia per il pubblico tout court, assolutamente marginale. E' infatti la storia, sempre secondo l'interpretazione borghese, di un vizioso depravato che sostanzialmente ha avuto quel che si meritava. Massima protezione per Marrazzo, massima indifferenza per Brenda: a ciascuno il suo come direbbe Leonardo Sciascia. Infatti del trans Brenda, a parte il fatto che sia un trans, non sappiamo niente, nemmeno il vero nome. Non ne conosciamo la storia, non conosciamo i motivi che l'hanno condotto in Italia, non sappiamo niente di niente per il semplice fatto che i mass media ne hanno decretato la morte sociale anticamera, come spesso accade per i suicidi, della morte fisica. Indifferenza beninteso non solo dei mass media ma anche del mondo politico sia di destra che di sinistra. Per la destra e i cattolici il trans Brenda è una aberrazione. Nè uomo, nè donna ma certo amorale. Per la sinistra vale la pena di parlarne solo nell'ambito di una generica battaglia a favore del relativismo sessuale cioè una battaglia ideologica magari in chiave anticattolica portata avanti dai soliti radical intellettualoidi di buona famiglia spocchiosi e supponenti. Insomma di lui come persona non se n'è occupato nessuno. Nemmeno le autorità se ne sono occupate non foss'altro che per proteggerlo da eventuali vendette considerato l'ambiente altolocato ( e quindi pericoloso )in cui è maturato il caso Marrazzo.

Ma il trans Brenda non è vittima solo del cinico perbenismo borghese, nè degli sproloqui intellettualistici di sinistra incapaci di vedere persone in carne e ossa dietro l'ideologia. Brenda è vittima soprattutto della povertà e della solitudine come dimostra il fatto che viveva in un ignobile abituro seminterrato di 28 metri quadri: tutti infatti fanno finta di non sapere che trans o prostitute/i, spesso si diventa per uscire dalla povertà così come, per lo stesso motivo, talvolta si diventa preti o militari nei paesi del secondo o terzo mondo. Gli amici trans della vittima confermano inoltre che il denaro guadagnato è mandato in gran parte in Brasile a favore dei genitori che possiamo supporre anch'essi in stato d'indigenza. Chi va in piazza a protestare contro il razzismo o l'omofobia di cui sono vittima anche i trans o è ingenuo o è in malafede perchè si dovrebbe innanzitutto andare in piazza contro la povertà. Ma certo è molto più semplice liquidare i trans come dei depravati pieni di soldi (idea borghese di destra) oppure come uomini che coraggiosamente hanno osato infrangere i tabù sociali per essere se stessi secondo le analisi dello psicologismo più disumano ( idea borghese di sinistra).

Insomma tutti gli appigli sono buoni per non avere troppi scrupoli di coscienza quando qualcuno di essi muore in circostanze violente. La verità è che la questione sociale del relativismo sessuale nel caso dei trans o della prostituzione femminile o maschile è una pura invenzione dei mass media borghesi. Diventare trans o prostitute non è una scelta di libertà, nè una propensione sessuale, ne una depravazione morale ma è il frutto di un orribile costrizione: Quella di non morire di fame con ogni mezzo necessario.

Se abbiamo il coraggio di chiamare le cose col loro nome, il vero scandalo allora è che l'altro giorno non è morto un trans ma è morto un povero.

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Di Fedele (del 22/11/2009 @ 15:52:17, in Considerazioni, linkato 101 volte)
Condivido pienamente l'iniziativa e ci sarò.
Tuttavia vorrei che il Noberlusconiday del 5 dicembre a Roma non si trasformasse in un'altra mattanza come accadde al G8  di Genova del luglio  2001.
Anche allora la società civile si mosse per contrastare le politiche neoliberiste  di quel governo Berlusconi, anche allora  i  DS,  come  oggi il PD si defilarono, e trecentomila persone, giovani, anziani, famiglie con bambini, associazioni tra le più tranquille andarono allo sbaraglio.
La repressione fu durissima: un morto, centinaia di feriti, molti gravi o gravissimi. decine di torturati e pestati.
Così una manifestazione pacifica e gioiosa di dissenso fu trasformata in una tragedia: molti giovani dopo quei fatti dichiararono che mai più avrebbero partecipato a cortei in piazza o si sarebbero occupati di politica.
E ciò era quanto il governo Berlusconi di allora voleva ottenere!
Oggi a distanza di otto anni non far tesoro di quell'esperienza sarebbe suicida per la società civile, i blogger, coloro che hanno organizzato la manifestazione.
Perciò rivolgo un appello ai partiti ed ai sindacati che sfileranno con noi: portate i vostri sevizi d'ordine a proteggere il corteo dei manifestanti.
Se FIOM, COBAS, RIFONDAZIONE COMUNISTA  e  IDV  distribuiranno  strategicamente  le loro strutture di autodifesa lungo tutto il percorso,  renderanno la vita  più  difficile ai provocatori infiltrati, ed ai carabinieri e ai celerini in tenuta antisommossa.

Ciao ed  in bocca al lupo.

www.spartaco.eu    22 novembre 2009
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Di Fedele (del 21/11/2009 @ 19:33:21, in Video, linkato 96 volte)
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Di Fedele (del 21/11/2009 @ 19:24:27, in Video, linkato 77 volte)
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Di Fedele (del 21/11/2009 @ 19:17:43, in Video, linkato 73 volte)
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Di Fedele (del 18/11/2009 @ 15:15:40, in Video, linkato 68 volte)
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