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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Fedele (del 06/10/2009 @ 20:24:44, in Video, linkato 38 volte)
Curzio Maltese su la Repubblica di oggi scrive … “Minzolini … non è l'ennesimo portavoce del premier, ma un dipendente del servizio pubblico, pagato coi soldi del canone versato anche dai manifestanti. Anzi, forse più da loro che da altri. Dovrebbe tenerne conto e dare qualche notizia in più, invece di propinarci per la seconda volta il Berlusconi-pensiero mascherato da editoriale.” …
Il giudizio di Curzio Maltese è corretto, ma ora non è pi0 il tempo di inviti ed esortazioni agli squali dell’informazione servile, ma di azioni concrete: raccogliamo le firme per cacciare Minzolini dalla direzione del TG1; facciamo pesare che il canone lo paghiamo anche noi cittadini che non stiamo con Berlusconi. Non compriamo le merci ed i servizi delle aziende che acquistano spazi pubblicitari sulle tv di Mediaset ! Noi vogliamo continuare a vedere “Anno zero”,” Report”, “Parla con me”, “Che tempo che fa” , "Presadiretta" "Blunotte"e “Ballarò”. E se raccoglieremo le firme per cacciare Minzolini, aggiungiamo la richiesta di toglierci dalle palle Vespa. Se deve fare il tirapiedi del premier, che lo stipendio almeno glielo paghi Mediaset !
Di Fedele (del 03/10/2009 @ 13:58:49, in Video, linkato 62 volte)
Di Fedele (del 01/10/2009 @ 20:12:22, in Video, linkato 39 volte)
La rabbia dei derelitti sta fratturando il Paese, suddividendolo in accampamenti cui non attracca la politica tradizionale. Alle estremità dello spettro politico si stanno sviluppando movimenti che hanno perduto la fede nei meccanismi del cambiamento democratico. Non li si può biasimare. Ma a meno che noi, a sinistra, non ci muoviamo rapidamente, di questa rabbia si impadronirà una destra virulenta e razzista, una destra alla ricerca di un inquietante proto-fascismo. Ogni giorno conta. Ogni rinvio della protesta fa danno. Questa settimana dovremmo, se ne abbiamo il tempo e la possibilità, andare a Pittsburgh per l’incontro dei G20, invece di far ciò che l’elite al potere si aspetta da noi, ovvero che ce ne stiamo a casa. La compiacenza ha un prezzo terribile. “Dopo tutto ciò che è andato storto, i leader del G20 si incontrano per tentare di trarre in salvo il proprio potere e il proprio denaro”, ha detto Benedicto Martinez Orozco, co-presidente del Frente Autentico del Trabajo (FAT) messicano, che è a Pittsburgh per le manifestazioni. “Ecco su cosa verte questo incontro”. Le misure di sicurezza draconiane adottate per mettere a tacere il dissenso a Pittsburgh sono sproporzionate rispetto a qualsiasi effettiva questione di sicurezza. Non sono la risposta ad una minaccia reale, ma piuttosto alla paura che attanaglia i centri consolidati del potere. L’elite al potere ha ben chiari – anche se a noi sfuggono – l’enorme frode e il furto colossale intrapresi per salvare la classe dei criminali a Wall Street e speculatori internazionali di una risma che in altri periodi della storia umana finiva al patibolo. L’elite conosce il tremendo costo che questo saccheggio delle casse statali imporrà ai lavoratori che saranno ridotti ad uno stato di permanente sottoproletariato. E sa anche che quando questo diverrà chiaro a tutti, la ribellione non sarà più un concetto estraneo. Di conseguenza, i delegati al G20 – il raduno delle nazioni più ricche del mondo – saranno protetti da un battaglione d’assalto della Guardia Nazionale recentemente rientrato dall’Iraq. Il battaglione chiuderà l’area attorno al centro della città, fornirà uomini ai posti di blocco e pattuglierà le strade in tenuta da combattimento. Pittsburgh ha aumentato la propria forza di polizia cittadina, generalmente composta di mille unità, aggiungendo tremila ulteriori agenti. Gli elicotteri hanno cominciato a sorvolare a bassa quota sui raduni nei parchi cittadini, sono stati confiscati alcuni autobus diretti a Pittsburgh per portare cibo ai dimostranti, alcuni attivisti sono in stato di fermo e sono stati negati i permessi per accamparsi nei parchi. Si sono verificati atti di hacking e vandalismo ai danni di siti internet appartenenti ai gruppi di resistenza; molti gruppi sospettano inoltre la presenza di infiltrati e che telefoni e caselle di posta elettronica siano sotto controllo. Ho incontrato Larry Holmes, un organizzatore proveniente da New York City, fuori da un accampamento di tende montate su un terreno di proprietà della Monumental Baptist Church nel distretto Hill della città. Holmes è uno dei leader del movimento Bail Out the People [N.d.T.: il nome del movimento riprende lo slogan “Bail out the people – not the banks”, ovvero ‘salvate dalla bancarotta la gente comune, non le banche’]. Attivista veterano per i diritti dei lavoratori, domenica ha guidato un corteo di disoccupati diretto al Convention Centre. Nel corso della settimana, coordinerà ulteriori manifestazioni. “Si tratta di legge marziale de facto”, ha detto, “e i veri sforzi per sovvertire il lavoro di chi protesta devono ancora cominciare. Andare a votare non porta lontano. Spesso alle elezioni non c’è molta scelta. Quando si costruiscono movimenti democratici su temi come la guerra o la disoccupazione si ottiene un’espressione più autentica di democrazia. È più organica. Fa la differenza. Questo è ciò che ci ha insegnato la storia”. La nostra economia globale e il nostro sistema politico sono stati sequestrati e dirottati da una minuscola oligarchia composta principalmente da uomini bianchi benestanti al servizio delle corporation. Essi hanno vincolato o raccolto la sbalorditiva cifra di diciottomila miliardi di dollari – in larga misura saccheggiando erari statali – per puntellare banche e altri enti finanziari impegnati in atti speculativi suicidi che hanno rovinato l’economia mondiale. Hanno elaborato accordi commerciali sulla base dei quali le corporation possono effettuare speculazioni transfrontaliere su valute, cibo e risorse naturali anche quando, secondo la FAO, 1,02 miliardi di persone nel pianeta lottano con la fame. La globalizzazione ha distrutto la capacità di molti Paesi poveri di proteggere, mediante sovvenzioni o tasse sulle merci di importazione, i propri generi alimentari di prima necessità, come mais, riso, fagioli e frumento. L’abolizione di tali misure di salvaguardia ha permesso a gigantesche fattorie meccanizzate di spazzare via decine di milioni di piccoli agricoltori – due milioni nel solo Messico – portando alla bancarotta e scacciando dai propri terreni molta gente. Persone che in passato erano in grado di nutrirsi ora non riescono a trovare cibo a sufficienza, mentre i governi più ricchi usano istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio come fossero mastini, per stabilire la propria supremazia economica. Sembra che la maggior parte dei governi sia in grado di fare poco per contrastare tutto questo. Ma ora la verità è venuta a galla e l’inganno è svelato. I sogni utopici della globalizzazione sono stati smascherati per l’imbroglio che sono. All’elite rimane solo l’uso della forza. Stiamo vivendo uno dei grandi capovolgimenti sismici della civiltà. L’ideologia della globalizzazione – come ogni utopia spacciata come ineluttabile e irreversibile – si è trasformata in una farsa.L’elite al potere, perplessa e confusa, si aggrappa ai disastrosi principi della globalizzazione e al suo linguaggio obsoleto per mascherare il vuoto politico ed economico che ci si prospetta. La crisi è stata causata dall’assurda idea che il mercato debba, da solo, determinare i costrutti economici e politici. Quest’idea ha portato il G20 a sacrificare sull’altare del libero scambio altre questioni importanti per l’umanità: condizioni di lavoro, tassazione, lavoro minorile, fame, sanità e inquinamento. Ha lasciato i poveri del mondo in condizioni ancora peggiori, e gli Stati Uniti con i più ingenti disavanzi della storia umana. La globalizzazione è divenuta una scusa per ignorare il caos. Ha prodotto un’elite mediocre che cerca disperatamente di salvare un sistema insalvabile e, cosa più importante, salvare se stessa. “La speculazione”, ha una volta detto l’allora Presidente della Francia Jacques Chirac, “è l’AIDS delle nostre economie”. Abbiamo raggiunto lo stadio terminale. “Tutti i punti di forza della Globalizazzione hanno in qualche modo rivelato un significato opposto”, ha scritto John Ralston Saul nel suo The Collapse of Globalism. “L’attenuazione degli obblighi di residenza in territorio nazionale per le corporation si è trasformato in un imponente strumento di evasione fiscale. L’idea di un sistema economico globale ha misteriosamente fatto sì che la povertà locale sembrasse irreale, persino normale. Il declino della classe media – vera e propria base della democrazia – è sembrato semplicemente una di quelle cose che capitano, incresciosa ma inevitabile. Il fatto che gli appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe medio-bassa, persino a porzioni della classe media, potessero sopravvivere solo con più di un lavoro a persona sembrava essere la naturale punizione per non essere riusciti a tenere il passo. In un mondo globalizzato sembrava inevitabile il contrasto tra i bonus senza precedenti assegnati a manager qualsiasi, al vertice, e le famiglie con quattro lavori, in basso. Per due decenni un elitario consenso ha insistito sul fatto che l’insostenibile debito del terzo mondo non potesse essere accantonato in una sorta di ‘riserva svalutazione crediti’ se non al costo di tradire i principi essenziali e gli obblighi morali della Globalizzazione, tra i quali figurava l’irriducibile rispetto della santità dei contratti internazionali. Nel 2009 agli stessi individui sono bastate due settimane per dimenticare detta santità e proporre – quando si è trattato dei propri debiti, di gran lunga più consistenti – banche speciali per la gestione dei crediti inesigibili”. Le istituzioni che un tempo fornivano una fonte alternativa di potere – la stampa, il governo, le istituzioni religiose, le università e i sindacati – hanno dato prova di essere in bancarotta morale. Non costituiscono più uno spazio per voci di autonomia morale. Nessuno ci salverà ora, a parte noi stessi. “La cosa migliore capitata all’Establishment è l’elezione di un presidente nero”, ha detto Holmes. “Questo frenerà la gente per un po’, ma il tempo sta per scadere. Supponiamo che succeda qualcos’altro. Supponiamo che si versi un’altra goccia. Cosa succederà quando ci sarà una crisi delle carte di credito o un collasso nel settore degli immobili commerciali? Il sistema finanziario è molto, molto fragile. Gli stanno togliendo la terra da sotto i piedi”. “Obama è nei guai,” ha continuato Holmes. “Questa crisi economica è una crisi strutturale. La ripresa è ripresa solo per Wall Street. Non è sostenibile, e Obama ne sarà incolpato. Sta facendo tutto ciò che Wall Street esige. Ma non sarà un vicolo cieco. È piuttosto una ricetta per il disastro tanto per Obama, quanto per i Democratici. Solo i gruppi come il nostro danno speranza. Se i sindacati muovessero il culo e smettessero di concentrarsi solamente sulle vertenze dei propri iscritti, se tornassero ad essere associazioni sociali che abbracciano cause più ampie, avremmo una possibilità di riuscire produrre un cambiamento. Se questo non avviene, ci sarà un disastro destroide”.
Chris Hedges (www.truthdig.com/) Fonte: http://globalresearch.ca/ Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=15327 20.09.2009
da www.comedonchisciotte.org traduzione a cura di ORIANA BONAN
Quando il ministro Scajola annuncia con gran rullo di tamburi di voler convocare i vertici RAI, dopo aver coperto di insulti la trasmissione Anno zero di Santoro del 24 settembre, probabilmente non sa nemmeno di non aver nessun titolo istituzionale per farlo. Scajola è ministro dello Sviluppo economico: per questo l'Italia è in pieno declino economico? D'altra parte forse non ricorda nemmeno, che gran prova di sé diede come ministro dell’Interno all’epoca del G8 di Genova 2001, quando lasciò la gestione della sala operativa dei Carabinieri a Gianfranco Fini, all'epoca vicepresidente del Consiglio, e lui se ne andò al mare. Con i risultati che tutti abbiamo potuto vedere. TV, video, foto, dirette radiofoniche hanno testimoniato, che per tre giorni a Genova furono sospesi i diritti costituzionali : fu perpetrato il massacro indiscriminato di gente inerme, che voleva solo manifestare il suo dissenso dalle politiche neoliberiste di Berlusconi. Il 20 luglio durante gl scontri morì Carlo Giuliani: l’estintore che stava scagliando dentro il Defender dei Carabinieri probabilmente gli era stato lanciato contro dall’interno, perché nessuno va in manifestazione con un estintore. Alla scuola Diaz di Genova l’ irruzione delle forze di polizia nella notte del 21 luglio portò al ferimento di decine di giovani, che stavano dormendo, parecchi in modo grave. Alla caserma di Bolzaneto in quei giorni ragazzi e ragazze arrestati, furono insultati, pestati a sangue e torturati per ore; le ragazze anche minacciate di stupro da parte delle forze dell’ordine. Il ministro era sempre al mare.
Ed ancora, il 19 marzo 2002 fu ucciso a Bologna dove abitava, il giuslavorista Marco Biagi da parte delle Nuove Brigate Rosse. Marco Biagi, consulente del ministero del Lavoro, della Cisl e della Confindistria, era senza scorta, benché ripetutamente minacciato di morte: la scorta gli era stata data per alcuni mesi, ma poi gli era stata tolta, ed invano l’aveva di nuovo richiesta al ministro delì’ interno Scajola . Quando arrivò la notizia della morte di Marco Biagi, in parlamento Scajola sbottò «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni (allora ministro del Lavoro n.d.r.) se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza».
Di Fedele (del 25/09/2009 @ 12:16:58, in Video, linkato 75 volte)
Di Fedele (del 25/09/2009 @ 11:53:21, in Video, linkato 71 volte)
Ieri sera DOC3, settimanale di approfondimento di RAI 3, ci ha rimandato le immagini dell’Argentina del 2001, quando lo Stato dichiarò fallimento e bloccò perfino i conti correnti dei privati cittadini buttando sul lastrico la popolazione intera, eccetto ovviamente gli amici del potere. che arraffato tutto quanto potevano, filarono all’estero con il malloppo. Giova ricordare chi aveva messo in ginocchio l’economia argentina, un tale Cavallo, ministro dell’Economia esponente della Scuola di Chicago, quella neoliberista di Milton Friedman e Jeffrey Sachs, che ha provocato con le sue teorie sballate il cataclisma economico planetario, che stiamo vivendo. Dunque Cavallo, per combattere l'iperinflazione si inventò la parità dollaro – peso, che non aveva alcun fondamento nella realtà economica mondiale e nel frattempo i compari al governo provvedevano a svendere le migliori aziende pubbliche alle multinazionali straniere. Così gli argentini si ritrovarono in un colpo solo senza soldi, senza lavoro e senza casa. Con l’unica possibilità di diventare un popolo di “Cartoneros” cioè di raccoglitori di carta da rivendere, per poter sopravvivere. A distanza di otto anni da quel tragico default i “Cartoneros” battono ancora le strade di Buenos Ayres frugando tra i rifiuti. Anche se a partire 2002 e poi con la presidenza Kirchner la situazione economica è gradualmente migliorata, in media muoiono di fame otto bambini al giorno, ed il più grande cruccio espresso da un intellettuale argentino è “che al mondo esistono paesi ricchi e paesi poveri, paesi poveri che si avviano al benessere e paesi ricchi che diventano più ricchi, ma l’ Argentina è stato il primo caso di un paese ricco diventato povero!
Gli italiani sono avvisati.
Si può avere il peggiore dei re, ed è il caso nostro con Berlusconi, ma quando anche il pessimo re va in crisi senza che ci sia un'alternativa democratica e forte, c'è da preoccuparsi. Ieri, per la prima volta, il cavaliere ha perso in casa: ha fatto flop in tv sconfitto da se stesso, visto che la fiction su Canale 5 ha avuto più ascolti del mega show da Vespa. Berlusconi non è Facta (il presidente del consiglio che anticipò Mussolini); ma un po' peggio, perché a differenza del povero Facta, lui vorrebbe essere il nuovo Mussolini. La politica, oggi in Italia, è in crisi come non mai. C'è una crisi nella destra storica (anche la Confindustria fa un po' piangere). C'è una crisi ancora più lacerante della sinistra: da quella che si passa per centrista (il Pd diviso in non so quante frazioni) e anche in quella che si passa per radicale (Rifondazione, Sinistra e Libertà e stralci seguendo).
A destra, che è più seria, c'è il tentativo di liberarsi di un vecchio leader pericoloso e in calo di prestigio come Silvio Berlusconi. Persona che non va più bene neppure all'attuale Confindustria e alle banche, rispetto alle quali Tremonti tenta anche lui (con il sostegno della Lega) il colpo della successione. A sinistra non va meglio. Per quella parte dell'elettorato che si riferisce al Pd c'è solo la sfida del congresso di ottobre e per chi vincerà. Nella sinistra, che si definisce estrema solo perché è periferica, non andiamo oltre i personalismi: chi potrò comandare e magari andare in Parlamento o in un Consiglio regionale. In queste ultime due settimane ho partecipato ad alcune assemblee di sinistra, tutte affollate di bravissimi compagni, di sinistra e per bene. Debbo però scrivere che l'argomento principale di tutti i dibattiti sono state solo e soltanto le liste elettorali. L'importante era di fare in modo che vincesse qualcuno e non qualche altro, ma le cose, i fatti, gli obiettivi materiali, i contenuti erano del tutto in seconda linea se non, addirittura, ignorati. Se la politica si riduce a una gara tra liste elettorali diverse e solo e soltanto liste di persone e non di cose siamo proprio messi male. Il contrasto politico prescinde totalmente dai fatti. Siamo stati (e a mio parere siamo ancora) in una crisi economica molto più grave e globale di quella del 1929 (Obama, a differenza di Roosevelt non ha neppure la «speranza» di una bella guerra mondiale) e tutti gli esperti ci annunciano che l'economia riprenderà, ma la disoccupazione si accrescerà. Se è così siamo di fronte a una fase nella quale l'economia sarà sostenuta dalla domanda opulenta, cioè dei ricchi, mentre masse crescenti di poveracci saranno condannati a una miseria insopportabile. Questa prospettiva - scritta e ripetuta anche sulla stampa di destra - sembra non abbia niente a che fare con l'attuale lotta politica: importanti sono le liste, dei soggetti che dovrebbero sostenere la prossima domanda economica di beni e servizi. In questa situazione un ripensamento delle sinistre sarebbe utile, o, almeno, augurabile. Altrimenti si cancelli la parola sinistra dal dibattito politico. E aspettiamoci qualcosa più a destra dell'attuale berlusconismo, che è un prodotto della nostra cultura e della nostra società.
da Il Manifesto del 17/09/09
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