Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 18/09/2009 @ 13:52:13, in Segnalazioni, linkato 105 volte)
Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un mio talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato Satyricon. In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto che aveva pubblicato da un mese un libro di cui nessuno parlava. Il libro s'intitolava L'odore dei soldi e riguardava le origini misteriose dell'impero economico di Berlusconi. Parlammo dei fatti emersi nel processo a Marcello Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi, fondatore di Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed ex-capo di Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Berlusconi).
Berlusconi fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2 Carlo Freccero che con coraggio aveva mandato in onda l'intervista. Da me Berlusconi voleva 20 miliardi di lire. Quattro anni dopo quell'intervista, Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2005 ho vinto la causa e Berlusconi è stato condannato a pagare 100mila euro di spese legali. Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (5 miliardi di lire), Fininvest (5 miliardi di lire) e Forza Italia (11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell'intervista non diffamava nessuno. Informava in modo corretto.
Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, durante una visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato «editto bulgaro»: disse alla stampa che Enzo Biagi, Michele Santoro e «quell'altro» avevamo fatto un «uso criminoso» della tv di Stato, pertanto lui si augurava che questo non si ripetesse. Sentire adesso Franceschini che, dopo i recenti attacchi di Berlusconi alla stampa, dice «Non vorrei che si passasse ad attaccare i singoli giornalisti» mi fa quasi tenerezza. Qualcuno avverta Franceschini che è tutto già successo.
Biagi, Santoro e io venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero «autonomamente» di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come «scelta editoriale». Il problema è politico.
La satira dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. Colpisce Berlusconi ma anche la religione organizzata e l'opposizione inesistente del Pd.
La libertà della satira in tv è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni.
Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d'accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Berlusconi nel frattempo ha fatto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente.
Nel ventennio fascista l'unica agenzia di stampa era quella del regime, l'Agenzia Stefani: i giornali si attenevano a quello che scriveva l'Agenzia Stefani. I giornali liberi venivano chiusi e gli oppositori al regime perdevano il posto di lavoro, erano mandati al confino o peggio. Oggi non uccidono fisicamente gli oppositori, ma ti mandano al «confino mediatico»: ti tolgono gli spazi di espressione che avevi e che ti eri conquistato col tuo lavoro. Un esempio recente: a Berlusconi non piacciono Mieli e Anselmi? Mieli e Anselmi perdono il posto e nessuno fiata. Questa è la minaccia sempre presente.
Tutto origina dall'enorme conflitto di interessi di Berlusconi. È un capo di governo che ha aziende tv, imprese mediatiche, di assicurazione, di distribuzione pubblicitaria e cinematografica. Questo inquina la libertà del mercato. Un'inchiesta recente ha dimostrato che, da quando è al governo Berlusconi, molte aziende hanno tolto pubblicità dalle reti Rai per spostarle su quelle Mediaset.
Berlusconi inoltre controlla la politica economica e i servizi segreti. La sua influenza si estende su OGNI settore della vita italiana. È un potere di ricatto enorme. Uno dei pochi giornali di opposizione vera, questo che state leggendo, stenta a sopravvivere perché le aziende italiane non comprano spazi pubblicitari. Ecco un altro tipo di strozzatura. Non stupisce allora che i passi della quasi totalità della stampa e della tv italiana siano felpati. Il caso recente Lario/Noemi/D'Addario ha dimostrato una volta per tutte l'esistenza di una sorta di Agenzia Stefani contemporanea, prontissima a ubbidire alle esigenze del Capo e a massacrare la vittima di turno. Fra giornalisti e testate, la lista dell'inquinamento berlusconiano è lunga.
L'Italia è un Paese in cui vige un «fascismo light» che non mi piace per niente.
L'Italia è un incubo da cui mi auguro gli italiani si sveglino presto.
L'Italia è il Paese che amo.

da Il Manifesto del 16/09/09
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Di Marco (del 14/09/2009 @ 12:36:59, in Segnalazioni, linkato 103 volte)

La lega, si sa, è sempre stata contraria all'odioso nepotismo di "Roma Ladrona" ed assolutamente estranea al clientelismo tipico della cara e vecchia Dc (e diciamo pure di ogni partito politico esistente). Il partito del Carroccio, anche questo è risaputo, ha sempre fatto della coerenza la sua più gran virtù e, difatti, Calderoli si è subito precipitato a far la pace con la Chiesa; ribadendo le sue radici cristiane (il fatto che si fosse sposato con un paganissimo "rito celtico" è un trascurabile dettaglio). Umberto Bossi, da sempre un convinto anti-meridionalista, si è sposato invece una siciliana e, sempre lo stesso Senatùr, promotore dell'inferiorità culturale dei terroni, ha visto il figliolo Renzo bocciato per ben tre volte all'esame di maturità.

Il monumento alla coerenza della predica, però, i bravi Leghisti lo hanno eretto solo qualche giorno fa; nominando proprio il piccolo e neo-diplomato Renzo Bossi membro di un "osservatorio" dell'Expo di Milano (che i più maliziosi considerano creato ad hoc per far guadagnare qualche soldino a "Bossino"). Non solo: il Senatùr ha pensato proprio a tutto e, per sistemare al meglio il suo ram(pollo), ha fatto in modo che, l'altro campione leghista di ottime prediche e pessimi razzolamenti Francesco Speroni, nominasse suo portaborse in Europa indovinate chi? Ma è semplice: Renzo Bossi. Lo stipendio mensile di questo diplomato che è già "Team Manager" della Nazionale Padana sarà di "soli" 12.000 euro.

Ma non scandalizzatevi, signori: non prendetevala se voi, poveri plurilaureati 30enni, dovete vivere con 1000 euro al mese e, questa "trota" (così lo definisce affettuosamente il papà) guadagnerà 12 volte di più. Del resto, chi parla di plateale ed intollerabile caso di nepotismo, non conosce il fulgido curriculum del preparatissimo Renzo Bossi. Lo riassiumiamo di seguito per buona pace dei lettori. -Bocciato tre volte all'esame di stato -Team manager della Nazionale Padana -Inventore e promotore di "Rimbalza il clandestino" Insomma: 12.000 euro netti mensili strameritati!

By Angelo Stelitano dal blog: http://www.angelostelitano.blogspot.com/

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Di Fedele (del 13/09/2009 @ 00:55:54, in Video, linkato 76 volte)


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Di Fedele (del 12/09/2009 @ 20:41:29, in Segnalazioni, linkato 98 volte)
La riflessione che nasce sui media italiani dopo il trionfo del presidente venezuelano Ugo Chavez a Venezia per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che la nostra informazione non vuole dire la verità, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti-contro insulti, e sembra malata di autismo nelle sue certezze, anche quando sono smentite dai fatti, com'è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo. Questa informazione è così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi perché il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo, abbia sentito il bisogno di raccontare l'America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Chavez al brasiliano Lula da Silva, all'argentina Cristina Kirchner con suo marito Nestor (che l'ha preceduta nella presidenza), all'ecuadoriano Rafael Correa, al paraguaiano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.
Oliver Stone compie la traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d'oltreoceano. Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c'era anche Chavez, Stone mi ha ribadito: «Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un'indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come "non democratici", perchè le loro nuove scelte economiche e politiche nuociono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la forza di denunciarlo».
Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino come Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell'epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l'iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione. Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d'assalto alla ricerca del pettegolezzo. Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso.
In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare che i leader progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall'inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l'11 settembre 2001, quando gli Stati Uniti, distratti da due guerre inventante in Oriente, hanno perso di vista il «cortile di casa». Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leader democratici del continente, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dagli Stati Uniti.
Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità. Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione. Il Giornale di Berlusconi aveva un sommario, nell'articolo di Michele Anselmi, che recitava: «Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime». Una simile dizione - che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall'occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili con l'appoggio degli Usa della tragedia dei desaparecidos - è, infatti, fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perché, oltretutto, Chavez è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. È un dato che, per chiarezza, dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono. Una volta Gad Lerner ha detto in tv «Chavez non ci piace». Giudizio legittimo, che però suggerisce una domanda: il voto è forse uno strumento che vale solo quando vince il candidato che ci piace? A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c'era pure l'ex presidente americano Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.
A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l'indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. «Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio - ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione - Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell'Opec, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati Uniti?».
Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti si addentrino su questi argomenti, ma mi aspetterei più correttezza sul problema dell'informazione in Venezuela. Quando, nell'aprile del 2002, con l'appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l'oligarchia locale e parte della Chiesa tentarono il golpe contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell'accadimento, le tv, per il 95% in mano all'imprenditoria privata, ostile a Chavez, incitavano all'eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati. Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati Uniti e ovunque, a quelle che incitavano all'eversione e all'assassinio del presidente, il permesso non è stato rinnovato. Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l'Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all'opposizione.
Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.

da Il Manifesto del 10/09/09
 
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Di Fedele (del 11/09/2009 @ 16:54:01, in Considerazioni, linkato 162 volte)

E’ uno strano Paese il nostro, in cui i magistrati che cercano la verità, per rendere giustizia alle vittime delle stragi  di mafia del 1992 (Falcone con la moglie, e Borsellino più le rispettive scorte ) e 1993 (diversi cittadini innocenti),  vengono accusati di sciupare i soldi pubblici dal  premier, che con i voli di Stato si porta in Sardegna regolarmente la sua corte di amici, nani e puttane. Vorremmo comprendere  fino in fondo la logica di un tale elevato ragionamento, ma forse di logiche che sottendono un  pensiero così alto, ce ne sono almeno due:
la prima è che lo Stato italiano è Cosa Sua, come le Sue aziende, le Sue reti televisive. i Suoi giornali, come noi  tutti, a cui ha preso il cervello da almeno un quarto di secolo con i Suoi programmi tv;
la seconda è che se si scopriranno finalmente i mandanti politici di quelle stragi, forse almeno un volo di Stato dovrà fare rotta rapidamente per le isole Cayman.
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Di Fedele (del 11/09/2009 @ 01:33:39, in Segnalazioni, linkato 32 volte)
Mentre in Italia l'informazione si combatte a colpi di querele, e non con altra informazione; mentre gli articoli vengono rimossi dal web sotto la minaccia di denunce o sotto ordinanze di sequestro, magari solo per un commento di un lettore - ma non basta far rimuovere il commento? - ; e mentre la nostra classe politica internet-fobica fa di tutto per promulgare leggi che riportino la rete alle potenzialità della scrittura amanuense, in Germania 15 tra blogger di punta e giornalisti online redigono un manifesto di quello che credono dovrebbe essere il giornalismo nell'era di internet.
 
Copiatevelo, stampatevelo, distribuitelo, attaccatevelo di fianco al monitor, rispettatelo e, soprattutto, intasateci le caselle email di tutti i parlamentari e di tutti i senatori. Quando l'avrete digerito, ed eventualmente integrato, prepareremo un logo che ogni blog che aderisce al manifesto potrà inglobare nelle proprie pagine web.

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INTERNET MANIFESTO
Come funziona il giornalismo oggi. Diciassette dichiarazioni.

1. "Internet è diverso" - Il nuovo mezzo di comunicazione è molto differente rispetto agli altri media. Chi vuol lavorare nel campo dell'informazione deve adattare i propri metodi di lavoro alla realtà tecnologica di oggi invece di ignorare e contestare il mondo multimediale. Bisogna produrre prodotti giornalistici nuovi e migliori.

2. "Internet è un impero mediatico tascabile" - Grazie a internet è possibile fare dell'ottimo giornalismo anche senza immensi investimenti. Il web riorganizza le strutture esistenti dei media abbattendendo gli antichi confini che esistevano tra giornali, televisione, radio etc.

3."Internet è la nostra società e la nostra società è internet" - Wikipedia, YouTube e i social network sono diventati una parte della vita quotidiana per la maggioranza delle persone nel mondo occidentale. I mezzi di comunicazione, se intendono sopravvivere alla rivoluzione tecnologica contemporanea, devono capire i legittimi interessi dei nuovi utenti e abbracciare le loro forme di comunicazione.

4. "La libertà di internet è inviolabile" - Il giornalismo del XXI secolo che comunica digitalmente deve adattarsi all' architettura aperta di Internet. Non è ammissibile che si limiti questa libertà in nome di interessi particolari commerciali o politici, spesso presentati come interessi generali. Bloccare parzialmente l'accesso a internet mette a repentaglio il libero flusso delle informazioni e il diritto fondamentale di informarsi.

5. "Internet è la vittoria dell'informazione" - Per la prima volta grazie a Internet l'utente può scegliere realmente come informarsi e attraverso i motori di ricerca attingere a un patrimonio d'informazione immenso.

6. "I cambiamenti apportati da Internet migliorano il giornalismo" - Grazie a internet il giornalismo può svolgere un'azione socio-educativa completamente nuova. Ciò significa presentare notizie in continuo cambiamento attraverso un processo inarrestabile. Chi vuol praticare il giornalismo deve essere stimolato da un nuovo idealismo e capire che le risorse offerte da internet sono un incredibile stimolo a migliorare.

7. "La rete richiede collegamenti" - La rete è fatta di collegamenti. Chi non li usa si autoesclude dal dibattito sociale e ciò vale anche per i sitiweb dei tradizionali mezzi di comunicazione.

8. "Linkare premia, citare abbellisce" - Chi fa giornalismo online deve offrire all'utente un prodotto sempre più completo. Linkare le fonti e citarle permette di conoscere direttamente e più ampiamente i temi di cui si dibatte.

9. "Internet è la nuova sede per il discorso politico" - Il giornalismo del XXI secolo deve fare in modo che il dibattito politico si trasferisca sempre di più sulla rete così il pubblico potrà partecipare direttamente ai discorsi politici e dire la sua.

10. "Oggi libertà di stampa significa libertà d'opinione" - I giornalisti non devono temere che la rete possa sminuire il loro compito di selezionare le notizie e informare. La vera dicotomia che invece internet realizza è quella tra il buon e cattivo giornalismo.

11. "Sempre di più: le informazioni non sono mai troppe" - Sin dall'antichità l'umanità ha capito che più informazioni si hanno più è grande la libertà. Internet è il mezzo che può più di tutti può allargare la nostra libertà.

12. "La tradizione non è un modello di business" - Come dimostra già la realtà odierna è possibile fare buon giornalismo su internet e guadagnare denaro. Non bisogna ignorare lo sviluppo tecnologico solo perché secondo alcuni distruggerà le aziende giornalistiche, ma bisogna avere il coraggio di investire e ampliare la piattaforma multimediale.

13. “Il diritto d'autore diventa un dovere civico su Internet” - La rete deve rispettare il diritto d'autore, ma anche il sistema del copyright deve adattarsi ai nuovi modelli di distribuzione e non chiudersi nei meccanismi di approvvigionamento del passato.

14. "Internet ha molte valute" - Il modo più tradizionale di finanziare i giornali online è attraverso la pubblicità. Altri modi per finanziare i prodotti giornalistici devono esseri testati.

15. “Cio' che rimane sulla rete resta sulla rete” - Il giornalismo del XXI secolo non è più qualcosa di transitorio. Grazie alla rete tutto rimane nella memoria degli archivi e dei motori di ricerca e ciò fa in modo che testi, suoni e immagini siano recuperabili e rappresentino fonti di storia contemporanea. Ciò stimola a sviluppare un livello qualitativo sempre migliore.

16. "La qualità resta la più importante delle qualità" - Le richieste degli utenti sono sempre maggiori. Perché un utente resti fedele ad un particolare giornale online, quest'ultimo deve garantire qualità e soddisfare le richieste del lettore senza rinunciare ai propri principi.

17. "Tutto per tutti" - Internet ha dimostrato che l'utente giornalistico del XXI secolo è esigente e nel caso di un dubbio su un articolo è pronto a studiare la fonte per essere maggiormente informato. I giornalisti del XXI secolo ha dimostrato che il lettore cerca non sono quelli che offrono solo risposte, ma quelli che sono disposti a comunicare e a indagare.


da byoblu 10 settembre 2009
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È uscito da pochi mesi in libreria un libriccino che ogni trentenne dovrebbe leggere e tenere in tasca. Si intitola Non è un paese per giovani (Marsilio), sottotitolo «L'anomalia italiana: una generazione senza voce». Gli autori sono Alessandro Rosina, 40 anni, docente di Demografia all'università Cattolica di Milano e collaboratore del sito Lavoce.info (qui un elenco dei suoi articoli) e la giornalista trentaquattrenne Elisabetta Ambrosi. Il libro si basa sui risultati di una ricerca realizzata da Rosina ed è una sorta di impietosa, lucida, acuta fotografia della generazione dei trentenni di oggi, che vivono compressi da una sorta di «tappo» che gli impedisce di emergere, prendere il volo e raggiungere posizioni di comando e autonomia.
Primo elemento del «tappo»: i (troppi) vecchi al potere, che malgrado i raggiunti limiti di età non vogliono lasciare le loro posizioni. Scrivono Ambrosi e Rosina: «Solo da noi un over 30 è considerato un sub-adulto. "Sei ancora giovane" è il leit-motiv più frequente per chi aspira a competere con le sole armi del merito a qualche ruolo di rilievo sociale e professionale. "C’è ancora tempo, aspetta il tuo turno". Ecco allora che il prolungamento della giovinezza diventa funzionale al blocco generazionale». Insomma: se i vecchi professori, politici, giornalisti, avvocati, medici non si levano fisicamente di mezzo, e se le nuove leve continuano ad accettare di attendere pazientemente il loro turno – anche se in altri Paesi nessuno si sognerebbe di definire un trentenne "giovane"! – come potrà avvenire il necessario ricambio generazionale?
Secondo elemento del «tappo»: le famiglie d'origine, accanto alle quali i giovani vivono in un’«inverosimile pace sociale». Il conflitto generazionale, la ribellione ai padri, le fughe da casa non esistono più: i trentenni resistono grazie al cordone ombelicale con i genitori, non per bamboccionismo ma nella maggior parte dei casi per pura necessità. Mamma e papà sono gli unici ammortizzatori sociali su cui  si può contare per arrivare alla fine del mese, per sopravvivere prima nel tunnel degli stage e poi tra un contratto precario e l’altro.
Terzo elemento del «tappo»: la sfiducia nel futuro, la rassegnazione di fronte alla difficoltà di trovare un buon lavoro e un buon stipendio.
«Gli attuali trentenni» sintetizzano «hanno assistito al drammatico deterioramento di garanzie e prerogative rispetto alle generazioni precedenti e ai coetanei europei», e sono stati «costretti a rivedere progressivamente al ribasso le proprie aspettative nel loro percorso di transizione alla vita adulta». Il che è chiaramente deprimente: «Una depressione giovanile specificamente italiana. Una condizione che crea un più o meno sottile disagio, scetticismo, inquietudine»; chiaramente il riferimento non è alla patologia psichiatrica, bensì a «una modalità di essere, una paradossale forma di espressione e di protesta insieme» che però purtroppo non porta a nulla, non permette di superare il problema.
Questa speciale depressione è insomma «l’esito di un soffocamento delle più intime motivazioni. È l’impossibilità di esprimere il proprio desiderio; è insomma, una speranza abortita, è il divieto di futuro».
Un divieto di futuro – e qui si arriva al quarto e più importante elemento del «tappo» – che ogni trentenne vive però in solitudine. «Il drastico cambiamento di valori, dal pubblico al privato, dal collettivo all’individuale, è sicuramente uno dei motivi per i quali i giovani – e non solo in Italia – non aprono contestazioni pubbliche, non scendono più in piazza, non inventano forme di mobilitazione contro l’esistente, anche laddove l’esistente è cattivo e dannoso come spesso accade», si legge nel libro:
«Lo sguardo è rivolto, al contrario, verso il privato». In questo «privato», al sicuro nella propria casa, con gli amici, gli amori, i familiari, gli oggetti, i giovani cercano rassicurazioni. Come una tana, un posto dove rifugiarsi per proteggersi dalle delusioni e dalle frustrazioni del mondo esterno. Il problema è che nella tana si è soli. Non ci sono coetanei e colleghi con cui condividere gli stati d'animo ed elaborare idee, strategie di riscossa, rivoluzioni.
Ognuno, insomma, è solo e isolato con le sue frustrazioni, solo a combattere per ottenere un pezzetto di visibilità, di riconoscimento, di indipendenza economica, un contratto decente, una prospettiva magari non a lungo ma almeno a medio termine. In più, oltre che soli si è anche contrapposti, tutti contro tutti, mors tua vita mea, della serie "arraffo questo contratto da niente, accetto questo stage gratuito, perchè altrimenti qualcuno potrebbe prenderlo al posto mio, e magari cavarci qualcosa di buono".
Ma da soli non si arriva a nulla: e allora i venti-trentenni italiani farebbero bene a uscire dalla tana e ritrovare, come i loro padri e zii sessantottini, «l'arrogante audacia di lottare senza timori reverenziali, il creativo coraggio di riattivare un conflitto generatore di cambiamento, la lucida determinazione di rompere una volta per tutte la lunga tregua generazionale che blocca in un abbraccio soffocante le energie più vigorose del nostro paese».Un libro da leggere. E poi rileggere. E poi agire, ognuno a modo suo, per cambiare il corso delle cose.

da Repubblica degli stagisti
06 settembre 2009
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Di Fedele (del 02/09/2009 @ 12:54:14, in Video, linkato 41 volte)
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Di Fedele (del 29/08/2009 @ 13:43:44, in Video, linkato 154 volte)
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Di Fedele (del 28/08/2009 @ 12:04:45, in Video, linkato 82 volte)
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