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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
I disastri di queste settimane hanno riaperto l'ormai annosa discussione sui mutamenti climatici. Sono solo prevedibili per un futuro non meglio definito, o sono già in atto? Quel che sappiamo è che i vertici mondiali che vorrebbero affrontare la questione falliscono sistematicamente (vedi Il fiasco di Copenaghen), mentre le condizioni generali del pianeta peggiorano. Tra i vari indicatori della salute della Terra c'è sicuramente quello della quantità di CO2 presente nell'atmosfera. Di questo dato fondamentale, certo non l'unico da prendere in considerazione ma sicuramente uno dei più significativi, si occupa l'articolo di Giorgio Nebbia che potete leggere di seguito.
Gli eventi di quest’estate confermano l’esistenza di mutamenti climatici dovuti al riscaldamento planetario. Devastanti alluvioni nell’Europa centrale; più a Oriente, una eccezionale siccità ha provocato incendi di boschi e di giacimenti di torba in Russia; ancora più a Oriente, alluvioni nell’Asia meridionale e in Cina. Piogge intense, alluvioni e siccità si sono già verificati nei decenni e secoli passati, ma mai su una scala così vasta e con così grande frequenza, proprio come le previsioni avevano indicato.
Il fenomeno del riscaldamento globale si può schematizzare come dovuto all’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera; di conseguenza aumenta la frazione del calore solare che resta “intrappolata” dentro l’atmosfera, ciò che fa aumentare la temperatura media della superficie terrestre nel suo complesso. Ne derivano cambiamenti nella circolazione delle acque oceaniche e nell’intensità e localizzazione delle piogge sui continenti. Bastano relativamente piccole variazioni per far aumentare le piogge in alcune zone della Terra o per rendere aride altre zone. Pochi numeri aiutano a comprendere tali fenomeni; per tutto l’Ottocento e per la prima parte del Novecento l’atmosfera conteneva circa 2200 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, corrispondenti ad una concentrazione di circa 280 ppm (parti in volume di anidride carbonica per milione di parti dei gas totali dell’atmosfera). In quei decenni l’industrializzazione era già cominciata in Europa e nel Nord America con crescente combustione di carbone e di legna e con la diffusione di numerose fabbriche; queste attività immettevano nell’atmosfera anidride carbonica che però veniva assorbita, più o meno nella stessa quantità generata ogni anno dalle attività umane, da parte della vegetazione, soprattutto delle grandi foreste, e da parte degli oceani nelle cui acque l’anidride carbonica è ben solubile. Foreste e oceani, insomma, erano capaci di depurare l’atmosfera dai gas immessi dalle attività umane.
La svolta si è avuta a partire dalla metà del Novecento con due fenomeni concomitanti: è aumentata la quantità dell’anidride carbonica immessa ogni anno nell’atmosfera in seguito alla combustione di crescenti quantità di carbone, petrolio e gas naturale e alla crescente produzione di cemento, che pure libera anidride carbonica dalla scomposizione delle pietre calcari, e, nello stesso tempo, è diminuita la superficie e la massa delle foreste e del verde, tagliati e bruciati, anche con incendi intenzionali, per recuperare spazio per pascoli e coltivazioni intensive, per ricavarne legname da costruzione e da carta, per nuovi spazi da edificare. Mentre è relativamente costante la capacità degli oceani di “togliere” anidride carbonica dall’atmosfera (circa cinque miliardi di tonnellate all’anno), è andata aumentando (da 20 a 40 miliardi di tonnellate all’anno, dal 1950 al 2010), la quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera dai combustibili fossili e dalle attività “economiche” di una popolazione in aumento e da un crescente livello di consumi, ed è diminuita, da circa otto a cinque miliardi di tonnellate all’anno, la quantità dell’anidride carbonica che la biomassa vegetale è stata capace di portare via dall’atmosfera. Questo insieme di fenomeni ha fatto aumentare, in mezzo secolo, la quantità dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera (da circa 2400 a 3000 miliardi di tonnellate) e la sua concentrazione da circa 320 a 390 ppm. Le conferenze internazionali che si succedono ogni anno (la prossima sarà in dicembre a Cancun, nel Messico) danno per scontato che tale concentrazione possa arrivare a 450 ppm nei prossimi decenni e poi aumentare ancora: un aumento di concentrazione, e di temperatura globale, insostenibile.
Uno dei movimenti ambientalisti che si sta diffondendo dagli Stati Uniti (il paese più ricco ma anche più attento alla fragilità della propria opulenza) indica in 350 ppm il livello di anidride carbonica a cui si deve tendere per attenuare le conseguenze catastrofiche dei mutamenti climatici. Per raggiungere tale obiettivo la quantità di anidride carbonica totale nell’atmosfera dovrebbe diminuire da 3000 a 2600 miliardi di tonnellate. Un obiettivo che richiederebbero almeno un secolo, durante il quale (1) dovrebbe gradualmente diminuire il consumo di combustibili fossili e di energia; (2) dovrebbe rallentare la distruzione dei boschi esistenti fermando incendi e diminuendo l’estrazione di legname commerciale e le superfici coltivate e dei pascoli e allevamenti da carne e rallentando le attività minerarie che oggi si estendono in terre finora occupate dalle foreste; (3) dovrebbe aumentare la biomassa vegetale, piantando alberi e verde in qualsiasi ritaglio utile della superficie terrestre.
Conosco bene le obiezioni; si avrebbe un rallentamento dei consumi e quindi “della civiltà”. Ma anche se continua il riscaldamento globale si va incontro a un rallentamento dell’economia e “della civiltà”, lento, quasi inavvertibile fino a quando le conseguenze non assumono carattere catastrofico come quest’estate. I danni dei mutamenti climatici, infatti, comportano, anche se non ce ne accorgiamo, distruzione di ricchezza monetaria; ne sono colpiti paesi ricchi (pensiamo alla Russia e alla Germania oggi) e paesi poveri e poverissimi come, oggi, il Pakistan e certe zone della Cina. Pensiamo invece alla ricchezza monetaria che sarebbe messa in moto dalla diffusione di processi produttivi che consumano meno energia, meno materiali, che usano meno legname, dai prodotti ottenibili dalle nuove foreste, e ai vantaggi che ne verrebbero sia ai paesi ricchi, sia, ancora di più, a quelli poveri. Probabilmente la ricchezza complessiva aumenterebbe perché tanti paesi sarebbero alluvionati di meno e meno esposti alla siccità, e aumenterebbe la vegetazione dei continenti; forse la ricchezza sarebbe distribuita diversamente fra i vari paesi. Siamo sicuri di perderci in questa prospettiva?
da www.campoantimperialista.it 21 Agosto 2010
L'uomo sta consumando la Terra. Quanto manca perché un qualsiasi Paese vada in default per fame? Perché si diffonda la bancarotta alimentare? Le decine di "Stati Falliti" dal punto di vista economico non sono nulla in confronto a quelli che falliranno per la mancanza di sostenibilità del loro territorio. Gli Stati morti di fame. Mathis Wackernagel ogni anno ci informa di quando cade l' "Overshoot Day", il giorno in cui sono state utilizzate tutte le risorse prodotte dalla Terra in un anno. Nel 2010 cade oggi, il 21 agosto, quattro mesi prima della fine dell'anno e un mese prima rispetto al 2009. Ci vorrebbe un pianeta e mezzo per coprire l'attuale fabbisogno pari al 150%. Non abbiamo scelta: o emigriamo su Marte, come suggerisce Stephen Hawking, o usiamo le risorse in modo responsabile. Il cemento non si mangia e il CO2 non si respira.
Intervista a Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network.
"Sono Mathis Wackernagel del Global Footprint Network. Il 21 agosto raggiungeremo il giorno dell'Overshoot Day 2010, il giorno in cui le risorse utilizzate a partire dal primo gennaio 2010 saranno pari a ciò che la Terra è in grado di rigenerare in un anno intero. Calcoliamo integralmente gli indicatori dell'impronta ecologica ogni anno per tener conto dei nuovi dati e del miglioramento delle metodologie di calcolo. Il nostro metodo tenta di non sovrastimare il calcolo del giorno dell'overshoot. Ogniqualvolta non c'è certezza, sottostimiamo il sovraconsumo di risorse da parte dell'umanità. Oggi c'è una maggiore consapevolezza del fatto che l'aumento della concentrazione di CO2 nell'atmosfera è dovuto all'aumento delle emissioni di CO2 da parte degli esseri umani, le riserve di pesca sono minacciate, le riserve di acqua potabile sono sempre più scarse in molti luoghi del mondo, abbiamo città più popolose, eccetera. Questi sono i sintomi ecologici. Tali sintomi si manifestano in economia in primo luogo nelle economie vulnerabili. Posti dove le risorse diventano davvero scarse vedono aumenti repentini del prezzo del cibo, come si è visto poco tempo fa, anche a causa dell'aumento del costo dell'energia. Le persone ai margini sono maggiormente colpite da questi fenomeni. Haiti, per esempio, si trovava in una situazione molto debole fin da prima del terremoto. Poi è stata colpita da questa disastrosa calamità. È molto difficile per un Paese così uscire dalla condizione di scarsità di risorse e devastazione economica. È però possibile affrontare questo problema. Tutto dipenderà dalle priorità e dal valore che assegneremo alle azioni sulle quali intendiamo investire. Se non si considera come massima priorità invertire il trend, sarà molto difficile per qualsiasi Paese migliorare la propria situazione. Ciò che mi sorprende maggiormente è il fatto che i Paesi non hanno ancora preso consapevolezza di quanto tutto ciò li interessi. Se non si adattano oggi le economie dei Paesi alla scarsità di risorse che si prospetta all'orizzonte, i Paesi non saranno pronti. Non c'è bisogno di un accordo internazionale per preparare il proprio Paese. Si potrebbe dire: "Aspetta il consenso globale e manda all'aria il tuo futuro!". Se si guarda al trend di consumo di risorse del proprio Paese, ci si rende conto che obiettivi più stringenti per la riduzione del consumo rispondono agli interessi del Paese stesso meglio di quanto accordi come quello di Cancun o altri saranno mai in grado di fare". Mathis Wackernagel
da www.beppegrillo.it 21 agosto 2010
Di Fedele (del 20/08/2010 @ 01:08:16, in Video, linkato 15 volte)
Odio la Sinistra, odio la Sinistra dei cantori del nulla ideologico, dei moralisti, degli intellettuali, dei filosofi impegnata sempre a impartire lezioni. Odio la Sinistra delle trattative sotto il tavolo, degli inciuci, dei silenzi, delle votazioni in aula per l'indulto e dell'assenza dall'aula per lo Scudo Fiscale. Odio la Sinistra che ha trasformato l'opposizione in una caricatura, la Sinistra autoreferenziale che non tollera nessuno alla sua sinistra e dialoga con mafiosi e piduisti. Odio le ottusità e le furbizie della Sinistra, il distacco dagli operai, dai precari, l'altezzosità dei suoi giornalisti maestri del pensiero unico. Odio la Sinistra che ha dimenticato gli operai, i precari, i disoccupati, la Sinistra dei sindacati scomparsi, quella degli inceneritori, dell'acqua privata, del nucleare sicuro e dei parlamentari che maturano la pensione dopo due anni e mezzo. Odio la Sinistra dei tesorieri di partito che incassa centinaia di milioni di rimborsi elettorali e che organizza feste di partito tutto l'anno. Odio la Sinistra che non è più comunista, né socialista e neppure socialdemocratica, la Sinistra che candida De Luca in Campania e Carra in Parlamento e che elogia Tronchetti e Marchionne. Odio la Sinistra che attacca in pubblico Berlusconi e che gli ha regalato televisioni, ricchezza, impunità e che non ha mai fatto una legge sul conflitto di interessi, la Sinistra che fa 10 domande su Noemi e la D'Addario per un'intera estate e che per 15 anni non ne fa una sui mandanti della morte di Borsellino. Odio la Sinistra che ha dimenticato Pasolini, Berlinguer, Pertini e che vuole riabilitare Craxi, la Sinistra che se non sei di sinistra sei di destra e se sei di sinistra devi fare una coalizione delle forze progressiste. Odio la Sinistra che si nutre di berlusconismo e di anti berlusconismo per sopravvivere, la Sinistra che non discute mai di programmi, ma di persone, avversari, equilibri, poltrone, percentuali di voto, candidati. Odio la Sinistra della TAV, della base americana di Dal Molin e delle sue cooperative del cemento, la Sinistra del "Lavoro, lavoro, lavoro!" di Fassino e sua moglie mantenuti in Parlamento da generazioni di italiani. Odio la Sinistra dei consigli regionali in galera per tangenti, della Campania trasformata in discarica da Bassolino, dei "termovalorizzatori" di Chiamparino, della spocchia dei funzionari di partito. Odio la Sinistra dei richelieu da strapazzo che costruiscono alleanze e coalizioni nell'ombra. Odio la Sinistra che, per non perdere voti, soffoca i movimenti dei cittadini nel suo recinto razionale e riformista dove pascolano le vacche sacre con la barba bianca e, se non ci riesce, ne inventa di fasulli per occupare uno spazio politico. Odio la Sinistra, così come la Destra, per la loro capacità di togliere ossigeno alle idee, per la divisione dei cittadini in fazioni una contro l'altra armata con i politici a fare da arbitro, per la distruzione della sola idea di un futuro.
da www.beppegrillo.it 17 agosto 2010
Il decano del giornalismo italiano compie novanta anni e racconta la sua carriera. Fino ai giorni nostri:"Berlusconi è peggiore di Mussolini".
Giorgio Bocca sarà festeggiato per i suoi novant’anni, il 18 agosto, in un momento complicato per il Paese, “difficile per la democrazia”, dice. Partigiano, giornalista, ha fatto un pezzo della storia del giornalismo italiano. E oggi assiste allo spettacolo di giornali e tv poveri di notizie e ricchi invece di silenzi, omissioni, dossier e ricatti.
Cominciò negli anni Sessanta, dopo la gavetta alla Gazzetta del popolo, con il Giorno di Italo Pietra, che cambiò la maniera di fare giornalismo: “Era il 1962 – racconta – Pietra mi chiama e mi dice: devi scoprire che cos’è l’Italia reale. Vai a vedere che cosa c’è a Vigevano. E io pensavo: ma questo che cosa dice? Chi se ne importa di Vigevano! Invece ci sono andato e ho scoperto che c’era davvero un mondo da raccontare. Era il boom economico, il grande cambiamento dell’Italia. Come editore avevamo Enrico Mattei: un avventuriero con grande passione per il giornalismo e grandi mezzi. Ha profuso miliardi nel giornale”.
C’era anche un gruppo di giornalisti che cambiato il modo di raccontare la politica e soprattutto la società italiana. Certo, è vero. Il giornalismo, la notizia, l’inchiesta erano preminenti su tutto. Ma devo dire che avere alle spalle un editore che non badava a spese aiutava… Poi il Giorno è finito già subito dopo la morte di Mattei. È arrivato Gaetano Afeltra, la negazione del giornalismo. E l’Eni di Raffaele Girotti viveva il Giorno come un fastidio.
Sarà forse morto il Giorno, ma non la maniera di fare giornalismo che avevate inventato. Il nostro gruppo è passato quasi tutto a Repubblica. Lì la cosa nuova è che c’era come direttore un grande giornalista, Eugenio Scalfari, che è un vero direttore d’orchestra. Vedo che nel Fatto quotidiano ci sono gli stessi principi ispiratori. A volte siete un po’ disordinati ed eccessivi, e pretendete di poter scrivere tutto. Ma almeno ogni tanto dite qualcosa, e questo spiega il vostro successo. Forse vi manca quello che avevamo noi al Giorno: molti mezzi, un grande editore alle spalle.
Oggi il giornalismo prevalente, in tv e nei giornali, le notizie proprio non le ama… Non ci sono più editori che credono nel mercato delle notizie. Conta di più la pubblicità. Come si fa a essere liberi di scrivere tutto quello che si vuole, se poi gli inserzionisti ti tolgono la pubblicità? E poi è arrivato il gossip, il pettegolezzo si è impossessato di tutti i giornali. Anche i migliori (compresa Repubblica) sparano pagine e pagine di pettegolezzi e istruzioni su come si fanno le marmellate. In passato, lo scontro politico era durissimo, eppure la destra non ha mai attaccato Palmiro Togliatti per il fatto che andasse a letto con Nilde Iotti. C’era comunque un rispetto delle persone e della loro vita privata. Oggi invece tutto può essere usato come arma per la lotta politica. Non ci sono più direttori capaci di stabilire confini di tipo etico. Imperversa lo stile di giornalismo di Vittorio Feltri, uno che è stato cacciato dal Corriere perché faceva scandalismo e ora, da direttore, ha imposto il suo modello a tutti.
Anche tu hai ricevuto attacchi duri, hanno scritto che il partigiano Bocca era stato fascista. Sì, dopo aver fatto venti mesi di guerra partigiana, mi hanno rinfacciato un articoletto scritto su un giornaletto del Guf a 17 anni, quando ancora non avevo conosciuto che cos’era il fascismo. Quando l’abbiamo capito, l’abbiamo combattuto con le armi. È stato doloroso ricevere quell’attacco. Ho scoperto che gli uomini sono carogne. Nella vita puoi fare quello che vuoi, puoi diventare anche un eroe, ma c’è sempre chi cerca di inchiodarti per sempre a un particolare del tuo passato. Non ho mai risposto. Mia moglie mi ha detto: se ciò che ti possono rimproverare in una vita è tutto qui, allora stai tranquillo.
Oggi si fa anche di peggio, si organizzano campagne di denigrazione e ricatti, da Boffo a Fini. E si accumulano dossier. Fini oggi dice cose politicamente intelligenti. Ma io non riesco a fidarmi di uno che, potendo scegliere tra democrazia e Repubblica di Salò, sceglie Salò e i nazisti e diventa missino. E dopo, come mai non si è accorto che la moglie e il cognato sono dei profittatori e dei traffichini? Sta di fatto, però, che l’opinione pubblica italiana oggi accetta come normale che il presidente del Consiglio usi anche i Servizi segreti per le sue lotte politiche personali.
Al centro di questa scena, a controllare sistema mediatico e apparati dello Stato, c’è Silvio Berlusconi. Credo che sia ingenuo pensare che l’attuale situazione politica dell’Italia sia determinata soltanto dalla presenza di Berlusconi. Lui è l’uomo fatale che ha capito che cosa vogliono gli italiani, che il Paese ha bisogno di fascismo. È l’uomo giusto al momento giusto, con la sua capacità di menzogna, di raccontare cose che non ci sono, di trasformare quattro casette in Abruzzo nel miracolo della ricostruzione… Non è Berlusconi ad aver provocato questa situazione, sono gli italiani ad amare questa maniera di fare politica. Siamo l’unico Paese dell’occidente che per due volte sceglie una strada autoritaria, prima il fascismo e ora Berlusconi. In Germania, in Francia, vicende così non si sono ripetute. Negli Stati Uniti, l’opinione pubblica si fa sentire. Dopo i Nixon e i Bush, arriva Obama. Qui no.
Berlusconi è diverso da Mussolini. Ma non migliore. Semmai è peggiore: nel fascismo di Mussolini c’era una reazione etica, il suo regime è stato meno corrotto della precedente amministrazione liberale. Oggi Berlusconi riesce invece a essere autoritario (i dissidenti li licenzia, è naturalmente incompatibile con la democrazia) e anche a imporre le cricche come metodo di governo. Riesce a far apprezzare anche il suo malgoverno. In fondo, le cricche che vengono scoperte hanno schiere di ammiratori segreti, i quali pensano: capitasse anche a noi di essere come loro, di ottenere finanziamenti dello Stato, di avere soldi e potere…
Ma Berlusconi oggi è all’inizio della sua crisi o alla vigilia di un suo nuovo trionfo? Riccardo Chiaberge ha scritto che teme di essere non al 24 luglio 1943, vigilia della caduta di Mussolini, ma al 6 aprile 1924, quando il Partito nazionale fascista prese il 61 per cento dei voti e il regime si consolidò. L’unica speranza che ho è che alla fine tutti i regimi cadono. È caduto anche il nazismo, che aveva sistemi di controllo più violenti, finirà anche il berlusconismo. Non so quando, la crisi potrà essere lunga. Del resto, è un regime senza opposizione: la sinistra ragiona con la stessa testa del berlusconismo, ha dimenticato, per esempio, l’egualitarismo e fa ogni giorno l’elogio delle differenze sociali. La crisi però c’è, questo tardocapitalismo senza regole, né etiche, né religiose, è destinato ad andare verso una sua apocalisse: divora tutto ciò che c’è, le fonti d’energia, il territorio, l’ambiente, senza curarsi del domani. Consuma il presente senza avere più una idea di futuro. Quanto potrà durare tutto ciò?
Una visione un po’ cupa… Uno come me in un periodo come questo ha il dubbio: sono io che sono troppo pessimista, che non capisco il presente? Ma vedo il mondo del tardo capitalismo diventare feroce. Il crollo del comunismo si è dimostrato una fregatura: quel modello opposto almeno obbligava anche il capitalismo a stabilire regole e un ordine di valori. Adesso invece vale tutto e contano solo i soldi. Niente regole etiche. L’unica regola è fare soldi, anche rubando. E l’unico disonore è perdere soldi. Una volta se un industriale faceva bancarotta, si sparava. Oggi onorabilità, amor proprio, rispetto, professionalità non contano niente. Mi stupisce che la Chiesa su questo sia assente: ha rinunciato del tutto a proclamare la necessità di un’etica. Uno considerato un grande manager, come Sergio Marchionne, dice che l’unica cosa che importa sono i conti e mette in discussione il diritto di sciopero. E se non vi va bene, dice, sposto la produzione in Serbia: non si era vista una cosa così dal tempo degli imperi. E di questo i giornali non si occupano, o fanno finta che non sia importante.
Nel 1992 hai sdoganato la Lega, votando a Milano il sindaco Marco Formentini. Nell’amministrazione i leghisti erano gente in gamba e Umberto Bossi, dopo Tangentopoli, poteva dire: nel mio partito non si ruba. Adesso anche lui ha cedimenti, con quel figlio che ha: una roba un po’ coreana…
Citi spesso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Un uomo di cui pure non condividevi i metodi antiterrorismo, a cui hai fatto l’ultima intervista prima che fosse ucciso dalla mafia. Siamo tutti e due piemontesi, ma il generale Dalla Chiesa può sembrare il mio opposto: io sono azionista, giellista, mentre lui era un carabiniere, diceva di avere gli alamari cuciti sulla pelle. Però era una persona rigorosa che ha combattuto il terrorismo più con l’intelligenza che con la forza. Finalmente un funzionario dello Stato che fa il suo mestiere: era carabiniere e faceva il carabiniere. E poi aveva capito le connivenze tra Stato e mafia. Nella sua intervista-testamento mi ha confermato che metà dei ministri lo aveva abbandonato: e la mafia ti uccide quando sei solo. Come Mattei, come Falcone e Borsellino, è stato ammazzato sapendo che sarebbe stato ucciso. In Italia succede così.
Da Il Fatto Quotidiano del 15 agosto 2010
È pur vero che è ferragosto e il sole picchia sulle teste, soprattutto se scarse o prive di capelli, come quelle del nostro ministro dell’Interno e del nostro ministro della Giustizia: "La Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo quindi un governo che vede all'opposizione chi ha vinto le elezioni viola la Carta costituzionale", ha dichiarato Alfano e: "La Lega non è disponibile ad esecutivi diversi da quelli usciti dalle urne". "Non siamo disponibili a giochi di palazzo, a ribaltoni...” ha ribadito Maroni. Tutte balle! La Costituzione, come ha detto Napolitano, affida al Presidente della Repubblica il compito di esplorare la possibilità dell’esistenza di un’altra maggioranza in Parlamento, qualora quella esistente non avesse più i numeri per governare, e soltanto nel caso che questa eventualità non fosse praticabile, dovrebbe indire nuove elezioni. Angelino, impara! In quanto a Maroni, che la Lega non sia disponibile a ribaltoni è una favola bella: basta ricordare quel che successe al primo governo Berlusconi nel 1994. La prima esperienza di governo di Silvio Berlusconi, avviata il 10 maggio 1994, ha vita dura e breve, e si conclude nel dicembre dello stesso anno, quando la Lega Nord ritira l'appoggio al Governo e avvia una violenta campagna ai danni dell'ex alleato Berlusconi, esplicitamente accusato di appartenere alla mafia. Il 22 dicembre Berlusconi rassegna le proprie dimissioni al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Al suo posto viene formato un governo tecnico guidato dal ministro del Tesoro uscente, Lamberto Dini. Berlusconi, che aveva chiesto invano le elezioni anticipate, non sosterrà il nuovo governo. Negli anni successivi, Berlusconi attribuirà la responsabilità della caduta del suo governo all'inaffidabilità di Bossi. (Fonte WIKIPEDIA)
Bisogna fare le primarie di coalizione, il Pd deve accettare la sfida. Serve una figura che segni la discontinuità con il passato. “La situazione politica sta precipitando verso le elezioni e l’Italia dei Valori deve esprimere al più presto una squadra di centrosinistra alternativa a Silvio Berlusconi per poi lanciare un proprio candidato per le primarie di coalizione. Se il partito mi appoggiasse, io non mi tirerei indietro. Serve un uomo nuovo in grado di attirare i giovani, gli astensionisti e di parlare direttamente con gli elettori”. Parola di Luigi De Magistris.
Non le sembra prematuro parlare oggi di elezioni? L’offerta di Berlusconi a Fini di ripartire dai quattro punti del programma mi sembra strumentale. Berlusconi si prepara alle elezioni mentre dall’altro lato mi sembrano fermi. Il Pd ha paura del voto e si accontenterebbe persino di un governo Tremonti.
È favorevole all’apertura di Di Pietro ad un esecutivo di transizione per cambiare la legge elettorale? Tutti vorremmo un governo di fedeltà costituzionale in grado di intervenire sul conflitto di interessi e sulla legge elettorale in pochi mesi per poi andare a votare. Ma non mi sembra un’ipotesi probabile. Già sento Berlusconi e Bossi che gridano al golpe dei partiti contro gli elettori. Una posizione formalmente sbagliata perché la nostra resta una democrazia parlamentare ma anche una posizione politicamente molto redditizia.
E quindi siete favorevoli ad andare a votare subito? Dobbiamo prepararci a questa eventualità. Il mio partito deve prendere la guida del centrosinistra. Abbiamo i numeri per farlo sull’economia e sulla politica estera, come sulla legalità l’Idv in questi mesi ha guidato un’opposizione vera e dura. Il Pd continua a essere incerto sul da farsi, tentato dal Terzo polo di Casini e Rutelli. Intanto l’Italia dei Valori non può stare ferma ma deve lanciare subito una squadra che unisca l’Idv, la parte migliore del Pd, Vendola, la sinistra e i movimenti. Dobbiamo cominciare a girare l’Italia tutti insieme per mostrare che c’è un’alternativa.
Di cosa c’è bisogno nel centrosinistra per battere Berlusconi? Innanzitutto la credibilità delle persone. Io sono convinto che in questo momento l’Italia ci chiede più trasparenza, più onestà e più legalità. E queste parole d’ordine devono viaggiare sulle gambe di persone credibili.
Pensa sia possibile un’alleanza con i finiani? No. Io avevo previsto un anno fa quello che sta accadendo: Rutelli, Casini e Fini si uniscono e creano il polo dei moderati per puntare al dopo-Berlusconi. Questa per l’Italia è un’eventualità sciagurata. Fini e Casini hanno sostenuto tutte le peggiori leggi ad personam e se il Paese scegliesse il Terzo polo sarebbe una normalizzazione. Il fronte che va da Vendola a Casini può essere utile solo in questa legislatura per fare la riforma elettorale e la legge sul conflitto di interessi. Poi basta, ognuno per la sua strada. Comunque è un’ipotesi poco praticabile nel concreto. Secondo me l’alleanza con i finiani resterà un sogno del Pd e non si realizzerà mai.
Qual è lo scenario per le prossime elezioni e come si deve presentare il centrosinistra? Io vedo tre schieramenti: il polo del vecchio centrodestra con il Pdl e la Lega Nord; il Terzo polo di Rutelli e Casini, magari con una parte dei finiani e poi ci siamo noi. Ci vuole una coalizione che unisca Italia dei Valori, Vendola, la sinistra e il popolo dei movimenti.
E il Partito democratico? Il Pd deve decidere a breve se stare con noi o con il Terzo polo di Casini e Rutelli. Altrimenti l’Italia dei Valori deve lanciare un’Opa, per usare un termine economico, un’offerta pubblica per conquistare l’elettorato in libera uscita a sinistra. Non possiamo farci spiegare da Ciriaco De Mita come dobbiamo costruire l’alternativa a Berlusconi con Lorenzo Cesa e Totò Cuffaro. Mi viene da pensare a Nanni Moretti. Lui implorava di dire qualcosa di sinistra. Noi dobbiamo dire qualcosa di forte. Di sinistra e di centro.
Come si dovrebbe scegliere il candidato del centrosinistra? Entro la fine dell’anno il centrosinistra deve esprimere il suo candidato. Bisogna fare le primarie di coalizione e il Pd deve accettare questa sfida.
Qual è secondo lei l’identikit del candidato che può battere Berlusconi? Primo: non deve essere un uomo del passato, bruciato dalle sue precedenti esperienze politiche. Il suo volto deve trasmettere un segnale di forte discontinuità all’elettorato e deve essere una persona in grado di parlare sia con il centro liberale che con la sinistra estrema; secondo: deve essere un personaggio credibile per la sua storia personale; terzo: deve saper comunicare con l’elettorato e con i movimenti nelle piazze e anche su Internet. Giochiamo una partita truccata dal dominio televisivo del premier. Non possiamo concedere nessun vantaggio all’avversario. Il nostro candidato deve essere in grado di sostenere il confronto mediatico.
Cosa pensa dei nomi in campo per le primarie di coalizione: Chiamparino, Bersani, Bonino e Vendola? Senza dubbio Vendola tra questi è il migliore ma non è un uomo nuovo. Anche la sua esperienza di governo in Puglia è stata segnata da luci e ombre. Bersani e Chiamparino sono persone stimate ma non segnano una discontinuità e potrebbero essere percepite come conservatrici.
E Luigi De Magistris come lo vede? Io credo che la riflessione sul punto non spetti a me ma al partito. Io sono disponibile. In questa situazione di emergenza anche chi non aveva immaginato una simile possibilità deve mettersi in gioco. Antonio Di Pietro deve scegliere se correre in prima persona per le primarie o se scegliere di puntare su di me. Comunque un esponente dell’Idv deve correre per le primarie di coalizione. Intanto però dobbiamo lavorare insieme per costruire una squadra che si muova in una logica di coalizione.
Chi sono i vostri interlocutori possibili nel Pd? Sicuramente Ignazio Marino ma anche gli europarlamentari Rita Borsellino, Debora Serracchiani e Rosario Crocetta.
E tra i finiani e i centristi? Non mi sembra il caso di correre dietro a Bocchino, Cesa o Cuffaro.
Gianfranco Fini dovrebbe dimettersi? Certamente non dovrebbe lasciare la presidenza della Camera solo perché ha litigato con Berlusconi. Sulla questione di Montecarlo le sue risposte non mi hanno convinto ma aspetterei i risultati dell’indagine della magistratura che il presidente della Camera, con grande senso istituzionale, ha accolto favorevolmente, per emettere un giudizio definitivo.
da Il Fatto Quotidiano del 12 agosto 2010
Gli impianti nucleari sono sicuri. Estremamente sicuri.
Allora sarà per un eccesso di zelo che i militari russi si stanno affannando da giorni a scavare chilometri di fossati intorno alle loro centrali, per difenderle dalle fiamme dell'incendio epocale che sta devastando la Russia, e a fare terra bruciata intorno ai reattori con enorme dispendio di forze (e di ansie). Le centrali insomma sono sicure: sono gli uomini ad essere a rischio.
Come se non bastasse, il pericolo maggiore non è neppure l'estendersi degli incendi. Lo dice la stessa Open Joint Stock Company «Concern for Production of Electric and Thermal Energy at Nuclear Power Plants» («Rosenergoatom» Concern OJSC), la compagnia russa responsabile non solo della sicurezza dei reattori e dei livelli di radiazione, ma anche della produzione e della vendita dell'energia elettrica di 10 centrali nucleari , per una capacità totale di 23.242 MW. In una nota del due agosto scorso, il gestore russo afferma che i pericoli arrivano dall'interruzione delle linee di approvvigionamento elettrico delle centrali. I danneggiamenti a cavi e tralicci inflitti dalle fiamme mettono infatti a rischio l'alimentazione dei sistemi delle centrali, che non possono sempre fare affidamento sul fatto che i generatori di emergenza si attivino in corrispondenza di ogni black-out. Andrei Ozharovsky - fisico nucleare laureatosi a Mosca, ecologista e scienziato rispettato e riconosciuto anche dalla stessa Rosenergoatom - rincara la dose. « Le interruzioni nell'approvvigionamento elettrico e i guasti al trasformatore causano l'arresto di emergenza del reattore. Per un reattore, ogni regime di transizione è molto pericoloso, perché può portare a situazioni imprevedibili. E' esattamente ciò che successe a Chernobyl quando, dopo numerosi tentativi di accendere e spegnere il reattore, questo finì fuori controllo. » Fonti interne alla Rosenergoatom hanno confessato al sito web russo Bellona che, nonostante le rassicurazioni ufficiali, ulteriori arresti di emergenza potrebbero verificarsi nelle centrali nucleari di Kalinin, Balakovo, Novovoronezh e Rostov. Le riserve dalle quali viene prelevata l'acqua per i sistemi di raffreddamento delle quattro centrali si stanno riscaldando progressivamente, con temperature che raggiungono i 30 gradi Celsius, cosa che può causare problemi ai reattori. “Se la temperatura dell'acqua si innalza di altri due gradi, dovremo arrestare le centrali", è la fosca previsione del gestore russo. Non solo, riprende Ozharovsky, i reattori dipendono fortemente anche dal livello delle acque nei laghi e nei fiumi dai quali si approvvigionano, e periodi prolungati di caldo torrido come questo, che da settimane soffoca la Russia Centrale con temperature al di sopra dei 40 gradi, abbassano l'asticella in maniera critica. Tra l'altro, la dominanza delle quote derivanti da fonti nucleari sul mix energetico russo rende estremamente pericoloso il fermo degli impianti, che oltretutto in situazioni di emergenza economica come questa, a causa del dilagare degli incendi, non potrebbero essere sostituiti da fonti energetiche di altra natura e lascerebbero così vaste aree dell'ex Unione Sovietica letteralmente al buio.
Intanto, nuovi pericolosissimi incendi si sono sprigionati vicino all'All-Russian Research Institute of Experimental Physics, una struttura di ricerca nucleare che si erge a Sarov, nella regione di Nizhny Novgorod. Ed è proprio a Sarov che sono stati dispiegati molti mezzi militari, insieme a un centinaio di veicoli di varia natura, come treni e aerei anti-incendio, dopo che il 2 agosto violenti roghi hanno assediato il pianoterra del centro di ricerca che ospita alcuni reattori nucleari in un'area militare segreta adibita ad operazioni di ricerca e sviluppo. Inconvenienti talmente trascurabili da avere richiesto l'immediata presenza del numero uno di Rosatom, la corporation nucleare di stato russa, Sergei Kiriyenko, che è subito accorso sul luogo. Andrei Ozharovsky ricorda come il fattore di efficienza di una centrale nucleare non superi il 33%, ragion per cui i due terzi del calore prodotto dagli impianti deve giocoforza essere assorbito dall'ambiente circostante, il chè rappresenta un'impresa ardua in condizioni di calura estrema come quelle attuali. Già nel 2006, in condizioni climatiche simili, numerosi reattori europei e statunitensi erano stati spenti, mentre la produzione energetica di molti altri era stata notevolmente ridotta. La Francia, in quella stessa estate, dovette importare 2.000 megawatts al giorno per affrontare la crisi. Molti sono i paesi ad avere introdotto o adeguato norme chiare circa la temperatura massima consentita alla quale le acque di raffreddamento utilizzate dalle centrali nucleari possono essere scaricate, per evitare ultioriori rischi di tipo ambientale. Secondo Ecodefense!, gruppo ecologista russo, i piani di costruzione di nuovi impianti porteranno la Russia verso l'instabilità energetica e verso nuovi incidenti, i quali si intensificheranno, dato che le condizioni climatiche estreme sono attese con sempre maggiore frequenza. Appare ovvio, secondo Ecodefense!, che in epoca di importanti cambiamenti climatici, la produzione di energia deve fondarsi su fonti rinnovabili, che stanno diventando sempre più economiche e soprattutto sono sicure per le persone e per l'ambiente. « Il governo russo si sta condannando con le sue stesse mani. E' solo questione di tempo prima che le correlazioni antropologiche con le mutazioni climatiche vengano provate definitivamente. Più il tempo passa senza che vengano prese le necessarie misure, più saranno ingenti le perdite economiche che dovrà affrontare », sostiene Vladimir Slivyak, co-responsabile di EcoDefense! Nel clima generale di garanzia verso la libertà di espressione che ormai accomuna sempre di più il nostro paese all'est europeo, meno di un anno fa Andrei Ozharovsky era stato arrestato ad Astraviec, in Bielorussia, mentre faceva ingresso nel cinema dove si teneva un dibattito sul rapporto preliminare delle valutazioni di impatto ambientale delle centrali nucleari bielorusse, nel corso del quale era stato invitato a parlare. Il suo speech era il terzo in scaletta. Andrei fu avvicinato nella hall da militari bielorussi in abiti civili che gli piegarono il braccio dietro la schiena e lo costrinsero a entrare in una macchina, e dovette scontare 7 giorni di galera, nonostante fosse atteso ad una conferenza a Stoccolma. I media russi lo definirono come un teppista, ma è difficile immaginare uno scienziato, ex esperto delle Nazioni Unite, con due figli, che si comporta male in uno stato confinante, nella hall di un teatro dove si tiene un evento pubblico nel quale è stato espressamente invitato in qualità di oratore. Ma si sa: paese che vai, repressione del dissenso che trovi. Se le centrali nucleari sono sicure per chi le costruisce, di sicuro non lo sono per chi le contesta.
da www.byoblu.com 8 agosto 2010
L’insistenza con cui tutti giornali italiani chiedono spiegazioni a Gianfranco Fini sull’affairemonegasco è una cosa positiva. È un bene che pure in questo Paese chi fa politica cominci finalmente ad abituarsi all’idea di dover rispondere alle domande poste dall’opinione pubblica. Ed è un bene che anche i Tg, per una volta, seguano con attenzione un caso controverso che riguarda un potente eletto in parlamento. Del resto, come si fa a non essere d’accordo persino con il Corriere della Sera quando, dopo aver letto l’articolato comunicato firmato presidente della Camera sulla questione dell’appartamento di Montecarlo, abbandona la sua proverbiale prudenza e scrive che, nonostante tutto, “i dubbi restano”. E poi, almeno in linea di principio, sempre il quotidiano di via Solferino, ha pure ragione quando ricorda che vendere una casa come ha fatto Alleanza Nazionale “a soggetti creati proprio per sfuggire al fisco (due società off shore ndr) non è forse il comportamento più lineare per un partito di governo”. Tutto bene, insomma. No, perché tranne pochissime eccezioni (e noi de Il Fatto ci consideriamo tra queste) le domande scomode i giornali e le tv italiane le fanno solo a senso unico. Cioè solo ai nemici o agli avversari del presidente del Consiglio. Eppure, se solo si volesse restare nel campo delle off shore, si potrebbe chiedere conto e ragione proprio a Silvio Berlusconi delle decine e decine di società domiciliate nei paradisi fiscali di mezzo mondo a lui direttamente riconducibili (lo ha stabilito la sentenza per la corruzione dell’avvocato inglese David Mills). Se invece si volesse parlare di residenze estere, abitate non da parenti o affini, ma direttamente dai proprietari poi entrati in politica, ci si potrebbe sbizzarrire tra Antigua e le Bermuda dove di ville, ovviamente controllate da off shore, il Cavaliere ne possiede almeno sei. Anche sulle tasse c’è poi solo l’imbarazzo della scelta. Per essere assolto – con la formula “perché il fatto non costituisce più reato” – dall’accusa di aver accantonato, sempre all’estero, più di millecinquecento miliardi di lire di fondi neri, il premier ha dovuto far approvare una legge apposita. E nonostante le promesse che andavano nel senso esattamente contrario ha quindi aderito a più o meno tutti i condoni fiscali varati dai suoi governi. Roba vecchia, diranno in molti. Berlusconi negli anni è cambiato. Sarà. Fatto sta che solo la legge sul legittimo impedimento lo mette oggi al riparo dal processo Mediatrade. Un procedimento in cui è accusato di “appropriazione indebita” e “frode fiscale” per aver concorso nel 2002-2005 (mentre era presidente del Consiglio) a rubare 34 milioni di euro dai bilanci di Mediaset (società quotata) e a frodare il fisco per 8 milioni di euro con effetti tributari sensibili ancora fino al settembre 2009. Ovviamente l’elenco delle domande che andrebbero fatte a Berlusconi (e che nessuno nei Tg e in quasi tutti i giornali fa) è molto più lungo. Se solo se ne avesse il coraggio, si potrebbe parlare con lui di mafia e di mazzette. O si potrebbero addirittura contestare al premier le ostentate frequentazioni con un pregiudicato per corruzione giudiziaria: l’avvocato Cesare Previti che comprò i giudici del caso Mondadori con soldi, e in nome e per conto, del suo più celebre cliente. In fondo l’accusa mossa al coordinatore del Pdl,Denis Verdini, almeno dal punto di vista politico, è una sola: essersi visto ripetutamente con un tipaccio (amico di Berlusconi e Dell’Utri) come Flavio Carboni. Intendiamoci, tutto questo non sposta di una virgola il dovere di Fini di spiegare, meglio di quanto non abbia fatto finora, che cosa è successo nel principato di Monaco. Ma chiarisce bene il motivo per cui le tv generaliste perdono ormai un milione di telespettatori all’anno e la stampa italiana è sempre più in crisi. I lettori e i telespettatori a poco a poco il gioco (sporco) dei media lo stanno capendo. E per tutti diventa ormai evidente come in Italia, quando si parla di giornalisti, ma non solo, il problema sia sempre quello evidenziato molti anni fa da Leo Longanesi: “Qui non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”.
da Il Fatto Quotidiano del 09/08/10
C'è un modo razionale, scientifico per prendere atto che la terra è troppo piccola per il numero crescente di uomini che ci vivono su. Il modo per esempio di Giovanni Sartori che scrive sul "Corriere" per informarci che se tutti consumassero i prodotti della terra come gli americani o i francesi o anche noi italiani, ci vorrebbero non uno ma tre pianeti come il nostro per sopravvivere. Ma questo modo scientifico, razionale, lascia, a quanto pare, il tempo che trova: leggiamo, ci pensiamo un attimo, ma dimentichiamo come se fosse passata una nube, un buio subito cancellato dallo splendore dei consumi trionfanti.
Forse più della ragione e della buona informazione conta l'arcano istinto di sopravvivenza per cui fra gli esseri umani va pian piano diffondendosi una crescente nausea per il consumismo dissennato, non certo fra chi deve vincere la fame e la sete, ma almeno fra noi dei paesi ricchi e spreconi.
Lo dico perché sono sazio e vecchio? Può essere, ma credo che ci sia altro, che fra i sazi vada diffondendosi o tornando un bisogno socratico o evangelico di leggerezza fisica e mentale, una nausea per questa soffocante abbondanza, un desiderio di magrezza che forse viene dallo spettacolo dell'umanità super sazia e ultra pingue visibile in qualsiasi bagno di folla televisivo: pance enormi, seni deformi, culi straripanti, esseri traballanti sotto il loro peso, ansimanti sotto i loro grassi. Giovanni Sartori scrive che nei paesi ricchi la superficie bioproduttiva necessaria a mantenere i super consumi è ormai arrivata a 2,2 ettari a persona, ma anche chi non lo sa deve aver capito che c'è qualcosa di sbagliato in questa corsa a consumare pur di consumare, che l'uomo ha bisogno di cibo e di panni ma anche di leggerezza, non di restare soffocato, schiacciato sotto il numero e il peso delle cose. Nel sonno della morale pubblica, nella corsa generale delle classi dirigenti al furto e al privilegio forse la nausea da consumismo può giocare il ruolo che in passato ebbero le religioni. Forse l'unico freno, l'unico rimedio alla follia consumistica degli uomini del fare e del consumare è il rifiuto dell'attivismo frenetico.
Una delle ragioni per cui dovunque nel mondo dei consumi trionfanti e della finanza divorante sta tornando un bisogno di misura, di moderazione, di etica è lo spettacolo indecente della società come l'hanno voluta e imposta gli adoratori del vitello d'oro. Filippo Ceccarelli ha scritto un saggio per Feltrinelli che ha per titolo: "La Suburra. Sesso e potere. Storia breve di due anni indecenti". Ceccarelli è uno scrittore erudito e brillante, non un Savonarola o uno Jacopone da Todi, ma il ritratto della nostra società, dell'Italia come la vogliono gli uomini del fare e del rubare è quasi incredibile nella sua assurdità. Ci vuole molto a capire che la vita dei ladri, dei prosseneti, dei servi, dei ruffiani è una vita infame? Ci vuole molto a capire che far parte della Cricca ha un prezzo altissimo anche fisico, che i ladri come i mafiosi sempre in attesa di carcere o di vergogna hanno vita breve e disonorata?
Cresce la noia, il fastidio, la ripugnanza per la Suburra, per questa Italia miserabile per cui si aggirano come topi di fogna affaristi, avventurieri, profittatori. C'è qualcosa che viene prima della morale, prima del rispetto delle leggi, prima dell'onorabilità: il disgusto per la Suburra, cioè per la servitù agli appetiti, ai vizi più degradanti. Ha ragione Ceccarelli. L'aggettivo giusto, calzante per questo tipo di classe dirigente è: indecente. Anche il demonio, anche i peccati mortali non possono superare il limite dell'indecenza, del gusto pessimo, del ripugnante.
da L'Espresso del 30/07/10
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