Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 06/08/2009 @ 13:40:43, in Video, linkato 59 volte)
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Il presidente boliviano Evo Morales, presentando la fondamentale legge sull’autonomia indigena, che mette il paese andino all’avanguardia nel mondo per la difesa dei diritti delle comunità native, ha denunciato “la guerra sporca che viene dall’impero statunitense” contro i governi integrazionisti latinoamericani e in particolare “contro quello venezuelano ed ecuadoriano con l’obbiettivo di delegittimare i presidenti legittimi, in particolare con campagne diffamatorie che tentano di legarli alle FARC colombiane” ed ha attaccato il probabile successore di Álvaro Uribe in Colombia, Juan Manuel Santos, “una minaccia per tutto il continente”.
Per il presidente boliviano, contro il quale fin dalle origini della carriera politica sono state montate campagne diffamatorie per l’essere stato sindacalista dei contadini della coltivazione tradizionale della pianta di coca e che ha visto nel corso del suo mandato finanziare dagli Stati Uniti movimenti eversivi e secessionisti di estrema destra, fin troppi sono gli elementi dell’incrudelirsi di una nuova guerra sporca. Ha ricordato, tra gli altri esempi, il colpo di stato in Honduras contro il governo di Mel Zelaya e la campagna di accuse contro il presidente guatemalteco Álvaro Colom per la morte di un avvocato.
Secondo Morales il motivo di questi attacchi è proprio l’avanzamento dei processi democratici nei paesi integrazionisti: “tanto più avanzeremo nel restituire al popolo il controllo dell’economia tanto più dovremo subire questi attacchi”.
Le parole più dure però Evo Morales le ha riservate al precandidato delle destre colombiane ed ex-ministro della difesa di Álvaro Uribe, Juan Manuel Santos: “se dovesse vincere le elezioni presidenziali sarebbe un vero pericolo per la pace nella regione già che questo signore [nella logica più ortodossa della guerra al terrorismo di bushiana memoria] ripete di avere diritto di attaccare militarmente i paesi vicini come già fece quando nel marzo 2008 attaccò il territorio ecuadoriano”.
La Colombia, con Uribe o con Santos, dimostra di poter sempre più essere una enorme Guantanamo (la base militare illegale statunitense in pieno territorio cubano) puntata contro l’America latina. Questo fine settimana, mentre Evo Morales denunciava le sue preoccupazioni, è giunto con tutti gli onori a Cartagena il capo del Comando Sud statunitense Douglas Fraser. Il generale nordamericano dovrà gestire il passaggio delle tre enormi basi concesse dalla Colombia agli Stati Uniti come rappresaglia politico-militare alla decisione ecuadoriana di chiudere l’enorme base di Manta in osservanza alla nuova Costituzione del paese andino.
Oltre a quello boliviano i governi del Brasile, Venezuela, Ecuador, Cile e Nicaragua, e lo stesso Consiglio di Stato colombiano, hanno finora espresso la loro preoccupazione e il loro dissenso per la scelta di Bogotà. In particolare il Ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amorim ha messo in chiaro che “le basi non rispondono a una logica bilaterale colombiano-statunitense ma nella loro sproporzione rappresentano una preoccupazione per tutto il continente” e che “la Colombia non è stata finora né chiara né trasparente sui motivi di una così importante presenza militare straniera”. Di questo si parlerà il 10 agosto a Quito nel Consiglio di Difesa Sudamericano. Ma Álvaro Uribe ha già fatto sapere che non ci sarà.

fonte www.gennarocarotenuto.it
(04 agosto 2009)
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Di Fedele (del 04/08/2009 @ 17:20:21, in Segnalazioni, linkato 40 volte)
Gli amici di ATDAL del Lazio ci girano questa e-mail:

Da: marina
Data: 03/08/2009 10.54
Ogg: comunicato

Questo è il mio ex istituto, hanno appena messo fuori 200 persone e
altre 200 le metteranno fuori a fine anno. Per i precari non si può
parlare di licenziamento, ma di fatto lo è.

Io ho subìto la stessa cosa oltre 3 anni e mezzo fa ed allora
succedeva alla fine del contratto di ogni singolo per cui non eravamo così tanti
insieme da poter "manifestare".

Questo personale garantiva la realizzazione della ricerca ambientale PUBBLICA in Italia. E
garantisco per esperienza diretta che non potrà più essere fatta senza tutte queste
persone.

L'obiettivo del Governo non è tagliare gli sprechi bensì togliere
la  ricerca ambientale dal pubblico e passarla al privato (c'è già una S.p.A a
Roma, pronta ad assumere, diretta "di fatto" dall Prestigiacomo), in modo
che sia meglio controllabile e manovrabile in settori delicati come i
rifiuti, l'inquinamento e la gestione (soprattutto edilizia) delle aree
protette.
Campi che tutti voi sapete quali implicazioni comportano e da parte
di quali organizzazioni.

Vi invio questo comunicato perchè qui di precari (o meglio, ex-
precari) ce ne sono e chi sta a Roma può avere l'opportunità di incontrarli

*
"Non sparate alla ricerca" - 4 agosto Piazza Navona<
 http://precariispra.blogspot.com/2009/08/non-sparate-alla-ricerca-4-agosto.html
> >
Martedì 4 agosto, a Piazza Navona, dalle ore 16.30 alle 19.30, messa
in scena dal vivo del clip "Non sparate alla ricerca", realizzato dai precari
ISPRA.
Passate parola e accorrete numerosi
L'ASSEMBLEA DEI PRECARI ISPRA



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Per quei pochi che non avessero capito lo ridiciamo in maniera chiara perché è una roba da matti ed è la tipica notizia alla quale uno tende a non dare importanza quando invece ne ha moltissima:

1) il padrone di Sky, nonché capo del complotto comunista Rupert Murdoch (come Ugo Tognazzi era capo delle BR), offriva alla RAI 50 milioni di Euro l’anno in gettoni d’oro, come a Rischiatutto, per 7 anni (totale 350 milioni, 700 miliardi del vecchio conio, una manovrina) per trasmettere Rai Sat Extra, Rai Sat Premium eccetera, nonché RaiUno, Due e Tre (che saranno da ora in parte criptati) nei suoi pacchetti.

2) La Rai, in cambio di nulla, ha deciso di dire “no” a quest’offerta. Insomma a deciso di tagliarsele per far dispetto a Murdoch e impedirgli di poter dire ai suoi quattro milioni e dispari di utenti di avere un’offerta completa. Considerate che con quei 50 milioni di Euro il servizio pubblico ripianava la metà del suo passivo, che è pari a 120 milioni l’anno, e che non c’è nessun altro soggetto sul mercato disposto a pagare né di più né di meno della cifra offerta da SKY. Insomma dire “no” a Murdoch è una perdita secca e quei canali, sui quali pure qualche doblone era stato investito nell’ultimo lustro, per un bel pezzo diverranno clandestini e non li vedrà più nessuno. Che ci guadagna la RAI a rinunciare ai soldi di Murdoch? Nessuno è riuscito a spiegarlo.

3) Murdoch pagava (troppo poco?) per offrire agli abbonati della parabola un servizio aggiuntivo. Così tutti erano contenti, Murdoch che vendeva, la RAI che incassava e gli spettatori che guardavano. Situazione intollerabile per il fido scudiero Mauro Masi, che a Berlusconi deve tutto, da aprile direttore generale della RAI. Detto fatto: adesso Murdoch non offre più il servizio, gli spettatori hanno bisogno di un altro decoder (e se vogliono vedere tutto spenderanno fino a 120 Euro al mese) e la RAI perde 50 milioni l’anno. Un affarone! In cambio il servizio pubblico sale col suo principale concorrente, che incidentalmente è il capo del governo, sul carro di Tivusat (la piattaforma satellitare di Mediaset+RAI) della quale nessuno al mondo sentiva l’esigenza e dalla quale non guadagna una lira. Non solo: obbliga gli spettatori a comprare un altro decoder, il terzo, oppure a rinunciare a SKY e magari comprare i pacchetti Calcio su “Mediaset premium” che stranamente sembra molto più avanti della RAI nel monetizzare la digitalizzazione. In pratica sono (quasi) tutti scontenti: Sky, la RAI, che ha ai suoi vertici uomini imposti dalla concorrenza e i telespettatori.

4) E’ evidente che Murdoch aveva beneficiato finora di una Mammì satellitare diventando monopolista delle parabole così come la Mammì di Craxi (quello celebrato da Veltroni) aveva consegnato l’Italia nelle mani di Silvio Berlusconi. Chissà, qualcosa di diverso si poteva fare, magari democratizzando l’accesso al mercato televisivo e non semplicemente redistribuendo risorse tra tre soli soggetti per avvantaggiare Mediaset. Siamo troppo visionari se pensiamo che l’IPTV, l’investire nell’aumento di banda disponibile, abbasserebbe l’assicella della concentrazione necessaria all’accesso al mercato televisivo permettendo a molti soggetti di stare sul mercato mentre invece le “piattaforme satellitari” cristallizzano l’esistente intorno ai soliti 2-3 soggetti?

5) Dovrebbe essere chiarito innanzitutto agli spettatori/elettori di Raiset che da quello che bolle o è bollito in pentola sul mercato televisivo hanno solo da perdere. La Gasparri, con l’invenzione del digitale terrestre, obbliga a buttar via (e smaltire!) milioni di vecchie ma funzionanti televisioni analogiche, magari in seconde case usate dieci giorni l’anno, in cambio di servizi a pagamento che potevano essere offerti altrimenti. Quest’ultima decisione della rinuncia della RAI ai soldi di Murdoch obbliga inoltre gli spettatori a comprare un ulteriore decoder per vedere quello che avevano già incluso nel pacchetto SKY fino a ieri. L’unico che ci guadagna è sempre lui, Silvio Berlusconi.

Insomma che ci scandalizziamo per l’illusionismo sulla sorte dei terremotati dell’Aquila o per le prestazioni della prostituta Patrizia D’Addario, tutto è solo fumo perché quando guardi al flusso del denaro e del potere torni sempre lì, alla scatola magica con la quale fa e disfa carriere, compra e vende come al mercato e soprattutto manipola l’opinione pubblica, la tivù, il vero, unico cuore del potere berlusconiano.

da www.GennaroCarotenuto.it  (2 agosto 2009)

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Ad ogni guerra, colpo di stato, aggressione condotta dall'Occidente, i grandi media applicano cinque “regole della propaganda di guerra”. Usate voi stessi questa griglia di lettura durante i prossimi conflitti, sarete colpiti di ritrovarle ogni volta: 1. Nascondere la Storia. 2. Nascondere gli interessi economici. 3. Demonizzare l'avversario. 4. Discolpare i nostri governi e i loro protetti. 5. Monopolizzare l'informazione, escludere il vero dibattito.

Applicazione al caso dell'Honduras nel luglio 2009...

1. Nascondere la Storia. L'Honduras è l'esempio perfetto della “repubblica della banane” nelle mani statunitensi. Dipendenza e saccheggio coloniale hanno portato a un enorme abisso tra ricchi e poveri; secondo l'ONU, 77% della popolazione sarebbe povera. L'esercito honduregno è stato formato e guidato -fin nei peggiori crimini- dal Pentagono. L'ambasciatore statunitense John Negroponte (1981-1985) era soprannominato “il vicere dell'Honduras”.

2. Nascondere gli interessi economici. Oggi, le multinazionali statunitensi (banane Chiquita, caffè, petrolio, big pharma...) vogliono impedire a questo paese di ottenere l'indipendenza economica e politica. L'America del Sud si è unita e si dirige a sinistra, e Washington vuole impedire all'America Centrale di prendere la stessa strada.

3. Demonizzare l'avversario. I media hanno accusato il presidente Zelaya di volersi far rieleggere per preparare una dittatura. Silenzio sui progetti sociali: aumento del salario minimo, lotta all'ipersfruttamento nelle fabbriche-inferno delle ditte statunitensi, diminuzione dei prezzi dei medicinali, aiuto ai contadini oppressi. Silenzio sul suo rifiuto di coprire gli atti terroristici made in USA. Silenzio sull'impressionante resistenza popolare.

4. Discolpare i nostri governi e i loro protetti. Viene nascosto il finanziamento del golpe da parte della CIA. Obama è presentato come neutrale, quando in realtà rifiutava di incontrare e sostenere il presidente Zelaya. Se avesse applicato la legge e soppresso l'aiuto statunitense all'Honduras, il colpo di stato sarebbe stato fermato in fretta. Le Monde e gli altri media hanno discolpato la dittatura militare parlando di “conflitto tra poteri”. Le immagini di repressione cruenta non vengono mostrate al pubblico. Insomma, una contrapposizione sorprendente tra la demonizzazione dell'Iran e la discrezione sul colpo di stato in Honduras “made in CIA”.

5. Monopolizzare l'informazione, escludere il vero dibattito. La parola è riservata alle fonti e agli esperti “accettabili” per il sistema. Qualsiasi analisi critica sull'informazione è censurata. In questo modo, i nostri media impediscono un vero dibattito sul ruolo delle multinazionali, degli USA e dell'UE nel sottosviluppo dell'America Latina. In Honduras, i manifestanti gridano “TeleSur! TeleSur!” per salutare l'unica televisione che li informa correttamente.

Michel Collon
Fonte: /www.michelcollon.info
(6.07.2009)
Traduzione di MARINA GERENZANIi per www.comedonchisciotte.org
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Di Fedele (del 02/08/2009 @ 01:42:20, in Segnalazioni, linkato 71 volte)
I contratti a pre-getto dovrebbero riguardare una forma di lavoro autonomo, ma nella pratica sappiamo che in Italia non è così"
"Lo stagista appena arrivato deve fare i lavori più schifosi. Solo così si capisce se è davvero valido"

La prima frase è della stagista dell'agenzia intratterinale che mi ha fatto il colloquio.
La seconda pillola di saggezza, invece, proviene direttamente dalla brillante mente di Adolf.

Sembrerà strano ma queste due frasi sono collegate tra loro e il filo che le unisce ha un nome e cognome: Roberto Saviano.

Oggi attendevo disperata alla fermata del 13 bis. A fine luglio gli autobus passano meno del solito e il caldo si fa pressante. Ma nella borsa ho "La bellezza e l'inferno" a tenermi compagnia.
Non è una di quelle marchette che faccio al lavoro quando vendo pellicce di lupo selvatico a vecchie rincoglionite. Voglio solo dirvi che Saviano ha dato voce al sentimento univoco che hanno suscitato in me queste due massime.

Da noi tutto viene considerato normale, non viene raccontata la Verità. Anche in contesti formali, dove essa dovrebbe venire fuori perché non ci sono frizzi e lazzi, è coperta dall'aurea della Normalità. E' normale, è da anni così e non può essere diversamente.

Fai la stragista per un anno, lo fanno tutti. Va così se vuoi fare carriera. E' lo so, è dura, non è giusto, ma funziona così.
Il contratto a progetto detta che sei tu a scegliere gli orari di lavoro, non hai vincoli. Il tuo capo però ti uccide se lunedì non ti presenti in ufficio, vero? Bè uccide tutti i coccodè come te.
In realtà non muore nessuno per la Normalità, al massimo si rischia di morire per la Verità.

Dice Roberto: "Spesso, quando gli altri mi parlano dell'Italia con i suoi problemi di disorganizzazione, i drammi burocratici, l'urbanistica sregolata, il traffico che sottrae tempo e vita, come di una parte scadente d'Europa che è pur sempre Europa, è come se sentissi di vivere in un paese che non conosco. Io conosco un Paese dove la vita di ciascuno sconta l'assenza dei principi primi. Decidere di non emigrare. Decidere di chiedere uno straordinario senza venir licenziati, decidere di aprire un negozio senza doversi orientare automaticamente su determinate forniture, decidere di prestare la propria testimonianza senza temere ripercussioni. Poter lavorare ad un'indagine senza aver contro l'intera regione. Ciò che sembra assodato altrove, ciò che è sancito per diritto, meccanismo cui si accede per default come direbbero gli informatici, qui non ha valore"

E Saviano sta rischiando la vita per aver detto la Verità. Dire che la camorra non è la normalità a meno di 30 anni, vuol dire fare un grande passo per tutti i giovani della mia generazione.

Il mio mito non è la velina rossa, il mio idolo non è il Grande Capo che di notte si infarina il naso e di giorno vende fumo. Il mio mito è Saviano che rappresenta la Verità.
"Una verità detta in solitudine non è altro che una condanna in molta parte di questo Paese. Ma se rimbalza sulle lingue di molti, se viene protetta da altre labbra, se diviene pasto condiviso, smette di essere una verità e si  moltiplica, assume nuovi contorni, diviene molteplice e non più ascrivibile solo a un viso, a un testo, a una voce".
Saviano, classe 1979. Solidarietà a Saviano.

da www.vitadastRagista-Luce (30 luglio 2009)
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Di Fedele (del 29/07/2009 @ 22:15:20, in Video, linkato 156 volte)
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Di Fedele (del 28/07/2009 @ 12:18:24, in Segnalazioni, linkato 141 volte)
Detto in sintesi: la sicilia ha infrastrutture per trasporti – zero, fabbriche – quasi zero, cattedrali nel deserto, ovvero opere realizzate grazie ai contributi per il mezzogiorno da ricchi imprenditori del nord che sono venuti hanno elevato pilastri e superfici di cemento armato, hanno incassato i contributi e se ne sono andati lasciando le opere incompiute, cattedrali nel deserto – dicevamo – parecchie, speculazioni transitanti nell’isola sempre per arricchire il nord – abbastanza, monnezza delle fabbriche del nord seppellita un po’ qua e un po’ la’ con la collaborazione della mafia – un bel po’, lavoro – una cippalippa, disoccupazione – a iosa, manodopera a basso costo sfruttata e disponibile per gli imprenditori del nord – assai.
Alla sicilia, che ha questi e molti altri problemi, il governo attuale impone le seguenti soluzioni: il ponte sullo stretto (al quale noi arriveremo con il carretto trainato dai muli passando per le mulattiere assai più sicure delle strade e dei ponti crollati perchè costruiti con cemento depotenziato), appalto assegnato alla impregilo (sede legale Sesto San Giovanni – Milano) – la stessa che è sotto inchiesta per la gestione della monnezza napoletana e per l’ospedale dell’aquila (non dimenticate la manifestazione a messina no ponte l’8 agosto); il MUOS a Niscemi, una enorme stazione di telecomunicazione satellitare della Nato che ha un altissimo impatto ambientale e che è l’ennesima riprova che la sicilia per il governo altro non è se non una enorme piattaforma sul mar mediterraneo per l’esercito USA; la centrale nucleare, forse in provincia di agrigento, in territorio altamente sismico, con una ricaduta di rischio altissimo, con una dequalificazione del territorio che avrebbe voluto rilanciare una economia basata sull’agricoltura e il turismo, che rende la sicilia – come dice più giù agostino spataro – un serbatoio d’energia al servizio del nord industriale (I siti destinati alla costruzione delle centrali saranno decisi dall’alto ed è già stato detto che saranno militarmente presidiati in caso di opposizione degli abitanti locali).
Il grande piano di berlusconi sta tutto qui. Siamo monnezza, gli industriali del nord sarebbero quelli civilizzati che vengono a colonizzarci per massacrarci la vita, l’ambiente, le prospettive future. Ogni soggetto del nord arrivato in sicilia a fare l’imperialista non è stato diverso da quell’uomo delle stelle del film di Tornatore che della sicilia prese i doni più generosi, i racconti, le  narrazioni private e una splendida ragazza, usata e poi lasciata a crepare in un manicomio.
Alla sicilia viene detto di tutto, sarebbero siciliani quelli che fanno un danno ovunque, senza considerare che quei siciliani sono ampiamente foraggiati, che quelli onesti che mostrano capacità di ribellarsi in forma autonoma vengono uccisi, esiliati, lasciati a crepare da ben altro centro di affari economici che ha interesse ad avere un sud controllato dalle mafie affinchè non cresca, non si sviluppi e resti il posto di merda che è. Un posto in costante emergenza dove la strategia della shock economy, della economia allegra di intervento nella zona sottosviluppata, dove la strategia della paura (la mafia! fatta sempre e solo di buzzurri e contadini e mai di colletti bianchi che siedono in parlamento o che controllano l’economia del nostro paese), della militarizzazione per difenderci "da noi stessi" (come dice oggi il quotidiano Libero), fa dell’isola un centro di interesse presidiato con una popolazione che mai viene fatta sentire autonoma (abbiamo sempre bisogno di pull, maxi pull, generali, super magistrati, rambo e superman che vengono a salvarci). Non un gesto di reazione indipendente è stato incoraggiato. Il movimento antimafia dei primi anni novanta, per esempio, fu ridotto in cenere e la sicilia fu militarizzata perchè i siciliani si sentissero dipendenti, succubi, fragili, insicuri, mai liberi, con una eterna spinta alla delega.
La sicilia è un posto in cui le speranze vengono alimentate con bugie di ogni genere. E’ il sud di Salvatores, quello in cui ogni stronzo calato dall’altro, candidato a rappresentarci nelle istituzioni, viene a promettere specchietti e collanine di bijotteria. Basta che brillino, a noi piaceranno uguale.
Non è questo – più o meno – che verrà a dirci per l’ennesima volta berlusconi? Grandi opere, edificabilità di quello che ancora non è stato occupato dalle disastrose costruzioni abusive, e la "possibilità" di diventare l’hub energetico del mediterraneo. Che culo! Prometteranno posti di lavoro e tanto benessere, come sempre, come hanno fatto tutti mentre ci fottevano da sotto i piedi la nostra terra e i nostri sogni senza restituirci niente. Ci aspetta un futuro di merda, in una isola spazzatura del nord, che al meglio diverrà un bersaglio di un altro missile impazzito di gheddafi. Al peggio resterà quello che è, più sporca, più radioattiva, più cementificata, senza un solo angolo nel quale non ci sentiremo scippati delle nostre vite e del nostro futuro.

da femminismo a sud  (28 luglio 2009)
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Di Fedele (del 28/07/2009 @ 11:17:51, in Segnalazioni, linkato 99 volte)
La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem. E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie. Dal 2003, anno di entrata in vigore della legge 30 (la cosiddetta Legge Biagi), che ha impresso la più significativa accelerazione alla destrutturazione del mercato del lavoro in Italia, il tasso di occupazione in Italia non è aumentato, e nei tempi più recenti è aumentata semmai la disoccupazione, anche al netto della crisi in atto. Può essere sufficiente ricordare che, come certificato dall’Istat, nel 2008, il tasso di disoccupazione è passato al 6,7%, dal 6,1% dell’anno precedente[2]. Per quanto riguarda i salari, nel rapporto OCSE del maggio 2009 si legge che con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al ventitreesimo posto della classifica dei 30 Paesi più industrializzati, e che – nel corso dell’ultimo decennio – è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro[3].
Vi sono due ordini di ragioni per le quali le politiche di flessibilità riducono l’occupazione e i salari:
1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Ciò accade perché se un’impresa può ottenere profitti mediante l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro, e, dunque, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo, difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e, di conseguenza, l’ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro dipendente[4].
2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di contratti a tempo determinato accresce, infatti, l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi oggi per far fronte all’eventualità di dover consumare domani senza reddito da lavoro. Contestualmente, per l’operare di ciò che viene definito ‘effetto di disciplina’, la minaccia di licenziamento accresce l’intensità del lavoro. Il corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di consumo in calo; dall’altro, possono produrre quantità maggiori di beni e servizi con un numero inferiore di lavoratori. L’esito inevitabile è il licenziamento o la non assunzione[5].
A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione. La compressione della domanda, conseguente alla riduzione dei salari e dunque dei consumi derivante dalle politiche di precarizzazione, incentiva le imprese a ridurre gli investimenti produttivi – dal momento che la produzione di merci non troverebbe sbocchi - e a dirottare quote crescenti del proprio capitale monetario in attività finanziarie[6]. Si tratta di un fenomeno noto come “divenire rendita del profitto”, che è alla base dei recenti processi di ‘finanziarizzazione’, e che è accentuato dall’accelerazione dei tempi necessari di produzione e vendita per far fronte alla concorrenza su scala globale. Si calcola, a riguardo, e con riferimento agli Stati Uniti (e l’economia italiana non ne è esente), che l’emissione netta di azioni da parte delle imprese non agricole e non finanziarie è diventata permanentemente negativa nel periodo compreso fra il 1994 e il 2007[7]. Ciò significa che l’acquisizione di profitti mediante la speculazione nei mercati finanziari è stata la strategia prevalente negli ultimi dieci anni, e preferita dalla gran parte delle imprese (soprattutto di grandi dimensioni) rispetto alla produzione “reale”, ovvero nella produzione di beni e servizi. Il processo ha dato luogo progressivamente a effetti di retroazione: la precarizzazione del lavoro, comprimendo la domanda, ha indotto le imprese a usare le proprie risorse in usi improduttivi, ovvero nella finanza ultra-speculativa, che dà rendimenti elevati e in tempi rapidi mediante il solo scambio di moneta contro moneta. Il che ha determinato un’ulteriore compressione della produzione e, dunque, dell’occupazione e dei salari. Letta in quest’ottica, la precarizzazione è stata - ed è - causa e, al tempo stesso, effetto della finanziarizzazione. Essa ha contribuito al venir meno di quel “patto implicito” sul quale, secondo Keynes, poteva reggersi la riproduzione capitalistica: consentire ai capitalisti di appropriarsi della “parte migliore della torta”, ma solo a condizione di farne investimenti produttivi per farla diventare più grande[8].

[1] Con la precisazione – non irrilevante - che la precarietà riguarda prevalentemente le donne, che già costituiscono il segmento dell’offerta di lavoro meno presente nel mercato del lavoro italiano.
[2] Va considerato che nel periodo che intercorre fra il c.d. pacchetto Treu e il 2006 si è registrato, in Italia, un aumento dell’occupazione, imputato in ambito neoliberista, proprio alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. Tuttavia, come mostrato in particolare da Antonella Stirati, la crescita dell’occupazione si è avuta nei settori nei quali sono meno diffusi i contratti atipici, così che la crescita dell’occupazione nel periodo considerato deve essere attribuita ad altre variabili. Si veda A.Stirati, La flessibilità del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni, in P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà. Roma: Manifestolibri 2008, pp.181-191.
[3] Le premesse ideologiche di queste politiche sono state efficacemente individuate da Angelo Salento, su questa rivista. Per un’analisi degli aspetti economico-giuridici delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro si rinvia all’intervento di Luigi Cavallaio del 9 dicembre 2008 su questa rivista.
[4] Si rinvia, su questi aspetti, a G. Forges Davanzati and A. Pacella, Minimum wage, credit rationing and unemployment in a monetary economy, “European Journal of Economic and Social System”, 2009, vol.XXII, n.1. Per un inquadramento più generale del problema, sotto il profilo teorico ed empirico, si veda anche P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà, Roma: Manifestolibri, 2008.
[5] Per una trattazione analitica di questa tesi, si veda G. Forges Davanzati and R. Realfonzo, Labour market deregulation and unemployment in a monetary economy, in R. Arena and N. Salvadori (eds.), Money, credit and the role of the State, Aldershot: Ashgate, 2004, pp.65-74.
[6] In tal senso, risulta non recepibile la tesi secondo la quale la ‘finanziarizzazione’ dipenderebbe da una modifica delle preferenze degli operatori finanziari, che avrebbero assunto maggiore propensione al rischio. Sul tema, v. A.Graziani, La teoria monetaria della produzione, Arezzo: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, 1994, pp.155-156.
[7] Si veda K.H. Roth, Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca, in A. Fumagalli e S.Mezzadra (a cura di),  Crisi dell’economia globale, Verona: Ombrecorte 2009, pp.175-208.
[8] Si può incidentalmente osservare che ciò che può sembrare, in prima battuta, un luogo comune - i precari non possono permettersi di fare figli - è, a ben vedere, assolutamente vero. L’Eurispes registra che la scelta della maternità è strettamente legata alle condizioni economico-sociali delle donne e, in particolare, alla precarietà lavorativa. Circa i due terzi degli intervistati si dichiara impossibilitato a progettare un ampliamento del proprio nucleo familiare, imputando questa scelta alla ‘flessibilità’ del proprio contratto di lavoro. L’Istat certifica che, al 2008, l’Italia è tra i paesi al mondo col più basso indice di natalità, con una media di 1,30 figli per donna, il che innanzitutto non consente il cosiddetto “ricambio delle generazioni”, e il tasso di natalità degli italiani è in costante calo da almeno un decennio. Si può indurre che gran parte del fenomeno – che ovviamente attiene anche a modificazioni di ordine sociale e culturale – è imputabile alla straordinaria diffusione di contratti a termine, e ha un risvolto di lungo termine (etico ed economico) che è totalmente trascurato, se non altro perché la riduzione del tasso di natalità - al netto delle immigrazioni - implica una futura riduzione dell’offerta di lavoro e del PIL potenziale futuro.

Guglielmo Forges Davanzati 14 luglio 2009
   
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