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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
La destra usa la crisi per ridisegnare assetti di potere e relazioni sociali. La sinistra, come l'Ue, non esiste. Il lavoro italiano ai lavoratori italiani. E' difficile contestare ai nostri operai il diritto a difendersi dalla crisi, dentro una globalizzazione che scarica su di loro le conseguenze della caduta mondiale della domanda. Tanto più che spesso è lo stesso prodotto marchiato «made in Italy» a vedere la luce in paesi più convenienti, dove lavoro e diritti sono low cost. Anche se è innegabile che una vittoria degli operai italiani si trasformerebbe automaticamente nella sconfitta di altri lavoratori, cinesi d'Italia o di Cina, o magari polacchi di Polonia. Anche i francesi che rilocalizzano in patria il lavoro che per convenienza era stato trasferito all'estero hanno le loro ragioni, peccato che contrastino con quelle dei lavoratori sloveni a cui vengono sottratti modelli di automobili e dunque lavoro. E che dire dei polacchi, pronti a offrire copiosi incentivi alle nostre aziende purché trasferiscano in Slesia la produzione italiana? Il primo leader europeo a lanciare la campagna di protezione degli operai «indigeni» contro lo «straniero» è stato Gordon Brown, con una parola d'ordine subito assunta dai lavoratori di un porto del Lincolnshire che protestavano contro la concorrenza di colleghi italiani e portoghesi: «Lavoro inglese ai lavoratori inglesi». Poi il premier inglese s'è pentito, ma ormai la frittata era fatta. Gli esempi di come la concretissima crisi economica in atto possa essere utilizzata per trasformare i tradizionali conflitti verticali tra lavoro e capitale in conflitti orizzontali tra i lavoratori sono già moltissimi. In assenza di una risposta politica di sinistra e di una battaglia sindacale almeno europea, il valore della solidarietà rischia di lasciare il posto alla competitività, in una guerra di tutti contro tutti, o meglio in una guerra tra poveri. I lavoratori tessili di Prato non individuano nel padrone il loro nemico, anzi si schierano con il padrone contro il nemico comune, un altro blocco sociale anomalo che mette insieme imprenditori e dipendenti cinesi. Gli operai francesi della Renault si ritrovano insieme al presidente Sarkozy che lega i sostegni all'impresa alla difesa delle fabbriche e dell'occupazione in Francia, al punto che l'azienda semipubblica annuncia l'intenzione di riportare nell'Esagono la Clio costruita nello stabilimento di Novo Mesto (Slovenia). Anche i lavoratori Fiat di Ternini Imerese, che quando terminerà la produzione della Lancia Ypsilon potrebbero restare senza nuovi modelli, vorrebbero che il Lingotto facesse costruire a loro la futura Topolino, assegnata invece agli operai serbi di Kragujevac, nella fabbrica della Zastava rasa al suolo dalle bombe intelligenti e umanitarie. Ma il caso più clamoroso di tutti è forse quello denunciato dai licenziandi della Indesit di None. La storia è esemplare per i conflitti che incorpora, per l'inesistenza dell'Unione europea, di un sindacato europeo e di una sinistra italiana. Dunque, Merloni prende i soldi pubblici per acquisire la Indesit, poi ne prende altri come sostegnio pubblico all'industria degli elettrodomestici. Ma vuole chiudere la fabbrica in Piemonte licenziando 6-700 dipendenti per trasferire la produzione di lavastoviglie a Radomsko. Non solo perché in Polonia gli stipendi sono poco più di un terzo che a None: un accordo di Merloni con il governo polacco prevede aiuti pubblici in cambio di assunzioni. Trattasi di guerra tra due paesi aderenti all'Unione europea, con la Polonia che paga un'azienda italiana perché licenzi i suoi lavoratori italiani e assuma i polacchi. Il massimo di internazionalismo sindacale è un articolo di un sindacalista di Solidarnosc che esprime solidarietà agli operai piemontesi. Ciliegina sulla torta, Maria Paola Merloni, amministratrice dell'azienda paterna, è una pregiata parlamentare del Pd, lo stesso partito dell'ex ministro Cesare Damiano che alza le bandiere degli operai di None. Se la sinistra non fa politica non resta che il modello della destra, capace di guardare con lungimiranza al dopo-crisi, anzi di costruirlo ridisegnando rapporti di forza e relazioni sociali. Creando cioè un contesto favorevole all'egemonia culturale della destra. Se non esiste un vero sindacato europeo, ogni sindacato nazionale si batterà - se va bene - per la difesa dei suoi lavoratori, con il rischio di perdere paese per paese e di rinunciare a definire e imporre con il conflitto un pacchetto di diritti universali. Se non esiste un' Europa politica, tanti piccoli Tremonti lavoreranno al servizio delle proprie imprese. Se la domanda continuerà a cadere, infine, si potrebbe sempre riconvertire la produzione di automobili e frigoriferi in produzione di cannoni. Non è già successo ottant'anni fa, al tempo di un'altra crisi?
dal Manifesto del 24/03/2009
Il vento contro (Tropea, pp.190, € 13,00) è l’ultimo romanzo di Stefano Tassinari, dedicato alla figura del militante trotskista Pietro Tresso detto Blasco, espulso per deviazionismo da quello stesso Partito Comunista d’Italia che nel 1921 aveva contribuito a fondare. Il libro ripercorre gli ultimi giorni dell’esistenza di Tresso, tenuto prigioniero e poi giustiziato da partigiani di fede stalinista (autunno 1943) nei pressi di un campo/rifugio dell’Alta Loira. Una storia scomoda a lungo rimossa. Una vicenda dagli esiti tragici inserita nella lotta sanguinosa e fratricida che oppose stalinisti e trotskisti.
1) Come nasce il tuo interesse per Tresso? In che direzione si sono mosse le tue ricerche per raccontare la sua scomoda vicenda?
Il mio interesse per la figura di Pietro Tresso nasce a metà degli anni Ottanta, quando lessi di lui per la prima volta su una rivista della nuova sinistra.
Fin da allora mi sembrò un personaggio affascinante e drammatico nel contempo (quindi anche molto letterario), oltre a risultare emblematico di quel processo autodistruttivo iniziato dalla sinistra comunista alcuni decenni prima e destinato a portare, nel giro di poco tempo, alle conseguenze disastrose che ben conosciamo. A quei tempi, però, le informazioni su di lui erano troppo scarne per pensare di metterlo al centro di una narrazione, sebbene la sua storia mi stimolasse molto in tal senso. Dopo la pubblicazione di una sua biografia politica e di un saggio sugli assassinii compiuti nei maquis francesi (testi che cito in appendice al romanzo) ho pensato di avere a disposizione sufficiente materiale di base per provare a scrivere un lavoro letterario su Tresso e sulla sua compagna Barbara Seidenfeld. A quel punto mi sono recato in Francia, nell’Alta Loira, a cercare altri elementi e, soprattutto, a raccogliere spunti per ambientare il romanzo. Proprio in quella zona, infatti, un gruppo di stalinisti tenne prigionieri Tresso e altri tre militanti trotskisti, e fu nel campo partigiano di Raffy, a circa venti chilometri da Le-Puy en Velay, che i quattro furono visti vivi per l’ultima volta, verso la fine di ottobre del 1943.
2) Calunnie e menzogne create ad arte furono sistematicamente diffuse per sminuire e stravolgere l’operato di Tresso. Un’arma sottile e subdola. In che modo l’azione diffamatoria degli stalinisti screditò la sua immagine?
Direi moltissimo, purtroppo. Tresso era stato uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia, nel 1921, e in quel partito aveva ricoperto incarichi delicati, tra cui quello di responsabile dell’attività clandestina. Tra l’altro, era uno dei compagni più vicini, anche sul piano personale, ad Antonio Gramsci, ma tutto questo non lo mise al riparo da attacchi violentissimi e campagne diffamatorie altrettanto violente, il tutto perché aveva osato contrastare Togliatti in merito alla sua assurda analisi della situazione italiana del 1929 (per Togliatti, e quindi per Stalin, l’Italia di allora viveva una fase pre-rivoluzionaria, mentre, com’era evidente, il fascismo godeva di un consenso enorme e i militanti comunisti in circolazione non arrivavano a un migliaio). Sulla scorta di quell’analisi, Togliatti obbligò tutti i dirigenti del PCd’I riparati all’estero (tranne se stesso…) a rientrare in Italia per “dirigere il processo rivoluzionario”, con la conseguenza, ampiamente prevista e denunciata da Tresso, di farli arrestare tutti dalla polizia del regime. Quando Tresso, Leonetti e Ravazzoli, durante una riunione dell’Ufficio Politico tenutasi l’anno successivo, chiesero conto a Togliatti di quanto era successo, lui rispose proponendo la loro espulsione, che fu approvata con un solo voto di margine, quello del giovane Pietro Secchia, il quale, però, non aveva diritto di voto… . Da quel momento cominciò, da parte dei vertici stalinisti del partito, una sistematica campagna di diffamazione e di odio nei confronti di Tresso, acuita dalla sua scelta successiva di aderire al movimento trotskista.
3) Combinando realtà e finzione ricostruisci la storia sentimentale tra la militante Barbara Seidenfeld e P.Tresso. La decisione assunta da Barbara di condividere - per affinità di pensiero - le scelte politiche del suo compagno, ha ripercussioni nell’ambito degli affetti: il rapporto con la sorella Serena (funzionaria del Comintern) risulterà compromesso. La rottura tra le due donne come avvenne?
Partiamo da Barbara e dal suo rapporto con Pietro. I due si conoscono nel ’23, a Berlino, ed entrambi sono già dei rivoluzionari di professione, provenienti da ambienti diversissimi. Tresso, figlio di operai veneti poveri e molto cattolici, è stato costretto a interrompere gli studi a otto anni per andare a lavorare come apprendista sarto e ha alle spalle una vita molto dura, segnata anche dalla partecipazione alla prima guerra mondiale in un reparto punitivo, a causa delle sue battaglie pacifiste. Barbara, più giovane di lui di otto anni, è invece figlia di un diplomatico ungherese, ha la possibilità di crescere in una città piccola ma cosmopolita come Fiume e persino di frequentare il liceo classico e di iniziare l’università. Due storie opposte, che però s’intersecano e si fondono a causa della passione politica e della voglia di cambiare il mondo di entrambi, colpiti e affascinati dalla Rivoluzione d’Ottobre. Quando Tresso viene espulso dal partito Barbara lo segue, e lo fa perché ne condivide le stesse idee e non, come racconteranno gli stalinisti, perché è “l’amante” di Pietro. Quella scelta le costerà parecchio sul piano degli affetti personali, in particolare nel rapporto con Serena, la maggiore delle sue due sorelle (con l’altra, Gabriella, compagna di Ignazio Silone, il legame resterà molto forte). Serena, infatti, è una stalinista di ferro, a tal punto da trasferirsi a vivere in Unione Sovietica, dove resterà dal 1929 al 1955. Quando Serena verrà a sapere delle posizioni espresse da Barbara deciderà di cancellarla dalla propria vita e di non vederla mai più, chiedendo a Gabriella di comunicare tutto ciò alla sorella minore, in modo tale da non avere nemmeno quell’ultimo contatto. All’interno del romanzo questa rottura – così come altre – ha un peso notevole, perché ho voluto dare molto spazio al tema della lacerazione famigliare dovuta alle scelte politiche. Oltre all’episodio gravissimo della rottura tra Serena e Barbara, va sottolineato il fatto che nessuna delle tre sorelle rivedrà mai più il padre Morioz (che morirà durante la seconda guerra mondiale), così come Pietro non vedrà mai più l’amatissima madre, che gli sopravvivrà. Quegli anni sono stati tanto drammatici quanto straordinariamente intensi, e raccontandone alcuni protagonisti ho voluto anche sottolinearne da un lato la coerenza (oggi impensabile anche per il più rivoluzionario di tutti noi) e dall’altro lato la passione (potrei addirittura dire “passionalità”) di tanti giovani, come, ad esempio, Gaby Brausch o Rudolf Klement, disposti a mollare tutto per trasferirsi in un’isoletta turca ad aiutare Leone Trotsky. Molti di noi hanno fatto cose simili negli anni Settanta, ma correndo rischi di gran lunga inferiori.
4) Molte pagine sono riservate a Barbara Seidenfeld. La ritrai come un’attivista sicura delle proprie idee politiche, autonoma e non influenzabile. Cosa ti ha colpito di più della sua biografia?
Beh, in parte credo di averti già risposto. Aggiungerei che in lei mi hanno colpito due sentimenti: il coraggio e la dignità. Pensa che Barbara, in pieno fascismo, attraversava il confine tra Francia e Italia con nascosti sotto i vestiti i cliché per stampare l’Unità clandestina, li portava fino a Napoli e poi rientrava a Parigi. All’epoca aveva venticinque anni e, per l’appunto, molto coraggio. La dignità, invece, ha dimostrato di averla per tutta la vita, da quando rifiutò il corteggiamento politico di Togliatti (disposto a conferirle un incarico importante se si fosse dissociata da Pietro) fin quando, per circa trentacinque anni, continuò a cercare la verità sulla scomparsa di Pietro reagendo con durezza alle tante falsità diffuse dai dirigenti del PCI, Togliatti in testa. Insomma, Barbara fu davvero una donna notevole e una comunista da indicare come esempio, ancor più perché capace di essere “critica” in tempi in cui per un atteggiamento critico si rischiava la pelle, a maggior ragione se vivevi – come accadde a Barbara e Pietro – tra l’incudine del fascismo e il martello della stalinismo.
5) Nel libro descrivi con efficacia l’incontro tra il surrealista Pierre Naville e “Blasco” nella Parigi degli anni ‘30: il racconto fatto dall’artista sulle problematiche sorte all’interno del movimento surrealista presenta, per certi aspetti, assonanze con la situazione vissuta da Tresso dentro il PCd’I. La figura di Pierre Naville che ruolo riveste nel romanzo?
Direi un ruolo importante, anche sul piano simbolico, oltre che storico. Pierre Naville fu amico personale di Pietro (conosciuto in Francia come “Blasco” o come “Julien”) e fu anche il suo tramite con il movimento trotskista da un lato, e con un certo ambiente culturale dall’altro. Pietro, malgrado il suo scarno percorso scolastico, era un uomo di una certa cultura, appresa da autodidatta. Va da sé che l’esperienza dei surrealisti lo affascinava, anche per la loro carica trasgressiva (poco amata, invece, da Barbara) e per la loro capacità di mettere insieme la dimensione artistica e quella politica. Il parallelismo che hai colto è assolutamente reale, anche perché da una parte Naville abbandona i surrealisti perché ritiene che la fase storica imponga, almeno nell’immediato, di sacrificare l’arte a favore dell’impegno politico diretto, e dall’altra parte perché molti surrealisti – a parte l’ultra-ortodosso Aragon – furono trattati dai dirigenti del PCF allo stesso modo in cui Tresso e i suoi compagni furono trattati dai dirigenti del PCd’I, e cioè con l’espulsione dal partito e con durissime campagne diffamatorie. Pensa che Naville, ad esempio, venne cacciato dal Partito comunista francese perché era stato visto parlare con Trotsky durante un proprio soggiorno a Mosca. In sostanza, era stato visto chiacchierare con l’uomo che guidò realmente la Rivoluzione d’Ottobre (in quei giorni Lenin era nascosto nel quartiere operaio di Vyborg) e fu ministro degli esteri e della difesa, nonché capo dell’Armata Rossa (e con questo ruolo sconfisse i “bianchi” del generale Kornilov). Per queste ragioni Naville fu espulso dal Pcf… . Bizzarro, eh?
6) In occasioni differenti hai suggerito ciò che accomuna il tuo ultimo libro a quelli scritti in passato parlando di “memoria non condivisa di questo paese”. Puoi spiegare nel dettaglio cosa intendi?
Intendo, innanzi tutto, la memoria non condivisa della sinistra politica del nostro Paese. Nei miei ultimi cinque romanzi ho cercato di far emergere un po’ di contraddizioni in tal senso, relative a vicende degli anni Trenta/Quaranta, Settanta e del 2001, in particolare della vicenda genovese. Come dico da tempo, c’è una sinistra “perdente” che è stata letteralmente cancellata ma che, oggi, potrebbe rappresentare il punto di riferimento ideale e anche pratico per far ripartire un progetto politico in grado di farci uscire da una crisi terribile. Quando penso che ancora oggi c’è chi nega la persecuzione dei dissidenti comunisti da parte degli “ortodossi” comunisti, non posso che indignarmi, così come m’indigno quando penso che, quando si celebra giustamente la Resistenza, ci si dimentica sempre di commemorare chi è morto combattendo il nazifascismo da militante di formazioni trotskiste o semplicemente antistaliniste, come accadde ad oltre trecento partigiani del gruppo “Stella Rossa” di Roma, oltre cinquanta dei quali fucilati dai nazifascisti alle Fosse Ardeatine. Io penso che nel pensiero di quei compagni “perdenti” (da Rosa Luxemburg a Leone Trotsky, da Andreu Nin a Victor Serge fino a Ernesto “Che” Guevara) ci siano tutti gli elementi per ricostruire un pensiero critico in questo momento di omologazione totale.
7) Qualcuno ha scritto “Certi uomini sono quello che i tempi richiedono”. Alla luce di ciò che hai narrato su quel particolare momento storico, che tipo di uomo è stato, secondo te, Pietro Tresso?
Non so dirti se sia stato un uomo “che il tempo ha richiesto”, ma senza dubbio è stato un uomo che il suo tempo ha cercato di cambiarlo, pur con quella convinzione un po’ millenarista in base alla quale un’azione la si compie perché è giusto farlo, anche se le sue conseguenze positive si dovessero vedere tra mille anni. Comunque sia, Tresso è stato un uomo corretto, capace di assumersi sempre le proprie responsabilità e coerente con se stesso. Un uomo a cui la dignità è stata prima sottratta e poi calpestata. Con il mio romanzo ho cercato di restituirgliene almeno un po’.
da Carmilla on-line 26 febbraio 2009
Cari compagni molte indicazioni lasciano intuire che per almeno una o due generazioni l'umanità italiota, sempre ammesso che non si autodistrugga prima, ha deciso di vivere secondo le regole ciniche e spietate del neocapitalismo. Molti di noi sperano sperando che la disperazione degli italiani ridotti in miseria in un prossimo futuro possa indurli alla ribellione. L'assioma su cui si regge questa speranza da disperati tuttavia è quanto mai pericolosa. Siete così sicuri compagni che di fronte al baratro della miseria gli italiani solleveranno la testa ? Io non ne sono affatto sicuro. Per mettere in discussione un sistema bisogna avere delle chiavi interpretative alternative a quelle che fornisce il sistema stesso. Così, ad esempio, per mettere in discussione un sistema capitalista occorre avere nel proprio bagaglio culturale degli strumenti critici di tipo marxista o cattolico o di sintesi fra i due. Se mancano è perfino inconcepibile qualsiasi tipo di critica. E del resto nei paesi del terzo mondo non accade già ? E' almeno un trentennio che le masse oppresse del terzo mondo non si sollevano. In India come in Congo come nel Bangladesh i poveri muoiono di fame sui marciapiedi senza il minimo moto di ribellione. Ci sono, è vero, dei sollevamenti di tanto in tanto ma sono causati da conflitti religiosi o etnici non certo dalla volontà di preparare una rivoluzione sociale. Allora non è affatto detto che di fronte allo spettro dell'indigenza gli italiani si ribellino: del resto lo abbiamo visto anche negli ultimi mesi. Nonostante le ondate di nuovi poveri e il drammatico impoverimento generale nessuno si è mosso e nessuno si è mosso perchè è andato perso il patrimonio di strumenti di lettura alternativi agli strumenti offerti dal capitale. L'idea che "lo stato delle cose" sia inalterabile perchè "questo è il corso della storia" prende sempre più piede e in nome di questa pseudo logica razionale perfino gli istinti di sopravvivenza o il bisogno etico di giustizia cadono lentamente nell'oblio. E' Il concetto di "normalità" che sta mutando per assumere i tratti del darwinismo sociale di cui si fa forte la destra capitalista : meritano di sopravvivere solo i più forti nel destreggiarsi nella competizione per accappapararsi le ultime briciole di un pianeta in via di esaurimento. La parola d'ordine ormai è "adattamento" di cui il termine "flessibilità" è solo un aspetto e nemmeno il più tragico. In questo clima da "rompete le righe" qual'è il nostro ruolo ? Confesso tutta la mia impotenza e la mia frustrazione dicendo che non riesco a immaginarlo nemmeno io.
Di Fedele (del 10/03/2009 @ 20:25:46, in Video, linkato 122 volte)
Di Fedele (del 06/03/2009 @ 20:32:18, in Video, linkato 123 volte)
La cosa più sconfortante, per una persona di sinistra che segue le vicende politiche solo sui giornali, è che nel momento di massima crisi nella storia repubblicana - la crisi della democrazia intrecciata in maniera perversa con la crisi economica e sociale - le forze politiche escluse dal Parlamento da cui vorrebbe sentirsi rappresentata siano capaci solo di dividersi e di litigare su questioni che nulla hanno a che fare con le emergenze in atto: con il razzismo seminato quotidianamente nella società dai media e da leggi discriminatorie; con la precarizzazione non più solo del lavoro, ma della vita di milioni di persone. Con la crisi della legalità repubblicana e con l'attacco alla Costituzione da parte della maggioranza di governo; con la regressione nel senso comune dei valori dell'uguaglianza, della laicità e della dignità della persona; con la crisi di consenso e di rappresentatività, perfino nel mondo del lavoro, dei partiti di opposizione all'egemonia berlusconiana. Su nessuna di queste questioni le forze politiche alla sinistra del Partito democratico sembrano seriamente divise. Le divisioni e la disgregazione riguardano soprattutto i simboli e le ascendenze da esse rivendicate.
E' difficile spiegare questa vocazione della sinistra alla divisione e all'autolesionismo politico. C'è certamente, alla sua base, il distacco dalla società dei gruppi dirigenti dei partiti. Ma c'è soprattutto un virus antico e oggi del tutto incontrastato: la mancanza di rispetto e l'incapacità di convivere tra persone con idee anche solo minimamente diverse; l'intolleranza per il pluralismo delle opinioni, pur nella condivisione dei medesimi valori; l'aspirazione autoritaria e settaria, più o meno consapevole, a un pensiero unico che tutti dovrebbe accomunare. L'appello sottoscritto ormai da centinaia di persone per la presentazione di una lista unica della sinistra alle prossime elezioni europee è stato motivato dallo sconforto e dallo sconcerto per questa deriva. Siamo convinti che esiste, nel paese, un'area vasta di persone di sinistra - forse il 10 per cento dell'elettorato - che non si riconosce nel Partito democratico o che è comunque delusa dai suoi mille compromessi; e che nessuno ha il diritto, favorendo la dispersione dei voti o la fuga nell'astensionismo, di privare tale area di un'adeguata rappresentanza politica. Ma soprattutto pensiamo che mai come oggi tale rappresentanza sarebbe necessaria alla difesa intransigente della Costituzione e della democrazia, alla salvaguardia dei diritti e delle condizioni di vita di milioni di lavoratori e alla costruzione di un'alternativa credibile al berlusconismo, oggi trionfante per l'assenza di una seria opposizione. La proposta che i partiti della sinistra, nel promuovere questa lista unica e unitaria, facciano un passo indietro, non candidando nessuno dei loro dirigenti ma solamente comuni cittadini, disposti nella lista in ordine alfabetico, non è diretta soltanto a evitare concertazioni, competizioni e rivalità, oggi sempre meno comprensibili e accettabili dagli elettori. Essa riflette un'esigenza teorica di fondo: il superamento della (auto-)designazione dall'alto dei rappresentanti e la rifondazione, insieme alla distinzione tra rappresentanti e rappresentati, del rapporto di rappresentanza e di responsabilità dei primi rispetto ai secondi. Le elezioni europee fornirebbero infatti l'occasione per sperimentare per la prima volta una regola di salute istituzionale, quella dell'incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali, la cui attuazione varrebbe a restituire i partiti alla loro natura originaria (e al loro ruolo costituzionale) di organi della società, anziché dello Stato, deputati alla formulazione dal basso dei programmi e degli indirizzi politici, nonché alla designazione dei candidati alle istituzioni elettive, e dotati, perciò, dell'autorevolezza e della credibilità proveniente da questa loro radicale e radicata collocazione sociale. Questo nostro appello è insomma al buon senso e alla ragione. Ma è anche un appello al senso di responsabilità di coloro dalle cui decisioni dipende il futuro della sinistra.
da il manifesto, del 26/02/2009
Fino a non molto tempo fa, chi avesse definito un governo (sia pure di destra) il "comitato d'affari della borghesia", sarebbe stato tacciato di essere un paleomarxista o un analista superficiale e piuttosto rétro. Adesso, inanellando tutti i provvedimenti assunti dal Ministero Berlusconi, o in via di realizzazione, o annunciati, o, infine, "allo studio", anche un liberale serio - specie quasi estinta, in questo Paese, dove peraltro non ha mai goduto di buona salute - converrebbe sul fatto che la borghesia di cui il governo è esecutore segue la via più torbida e melmosa per raggiungere i risultati che si prefigge. Ossia, massimizzare i profitti, minimizzare le perdite, e possibilmente affibbiarle alla collettività, eliminando quei fastidiosi "impacci" e "inciampi" costituiti dal sistema normativo, a partire dalla Costituzione Repubblicana fino alle leggi specifiche relative alle libertà individuali, ai diritti dei singoli, dei gruppi, dei movimenti.
Non è un caso che da tempo sentiamo denigrare la Carta entrata in vigore il 1° gennaio 1948, un documento che, a giudizio pressoché unanime degli studiosi, rimane quanto di meglio la civiltà giuridica e politica occidentale abbia prodotto, e che il nostro ineffabile duce chiama "sovietica". Il cammino verso una "postdemocrazia" pienamente dispiegata pare inarrestabile, sotto l'impulso dei gruppi di comando finanziari e industriali, il robusto aiuto di settori della comunicazione, il sostegno di larga parte delle gerarchie vaticane. Il disegno di legge che forse porterebbe il nome del ministro Sacconi - quegli che pretendeva di annullare una sentenza della Suprema Corte con un suo atto amministrativo, in relazione al caso della povera Eluana - rappresenta uno dei punti più bassi toccati dall'inciviltà giuridica di un sistema che vorrebbe essere liberaldemocratico. Bisogna risalire all'Italia post-Marcia su Roma per rintracciare un precedente di questo indecente attaco a uno dei diritti-base della moderna cittadinanza. I Fasci di Combattimento nacquero (nel 1919) come un confuso movimento di reduci della Grande Guerra, con istanze contraddittorie, unificate dalla dichiarata "difesa" della "vittoria", e dall'attacco alle forze che alla guerra si erano invano opposte, in primis i socialisti. La guerra aveva esaltato l'ideologia della "solidarietà nazionale", già preparata dagli ideologi nazionalisti fin dall'inizio del secolo, perfezionata dopo la rotta di Caporetto, quando si trattò di convincere i fanti-contadini che avevano gli stessi interessi degli ufficialetti subalterni e delle alte gerarchie militari, e che combattevano per la medesima patria. Il fascismo vinse grazie all'uso sistematico della violenza organizzata su base militare contro il movimento operaio, nella connivenza delle istituzioni, dalla monarchia ai carabinieri. E il primo obiettivo che si pose il movimento di Mussolini (diventato pienamente guardia pretoriana dei ceti agrari e industriali) fu quello di imporre la "pace sociale": la creazione di "sindacati nazionali" anticipò la legislazione che metteva fuori legge sindacati, leghe, partiti e quant'altro non fosse legato al Partito fascista (nato nel '21, dai Fasci). Era l'anticamera del corporativismo, che, già ben chiaro nella mente di Alfredo Rocco fin dal 1914, divenne nella seconda metà degli anni Venti l'approdo dell'Italia messa sull'attenti dal domatore Benito. I sindacati vennero dichiarati roba vecchia (come fa qualche commentatore oggi, indicando nella Cgil un'organizzazione antiquata, non all'altezza delle famose "sfide della modernità"); e vennero sostituiti con le corporazioni, nelle quali si "componevano" gli interessi: padroni e proletari organizzati insieme per ciascun settore produttivo, partendo dal presupposto che Agnelli avesse il medesimo interesse di Pautasso: due nomi che oggi fanno quasi sorridere, ma che a lungo a Torino indicavano i soggetti idealtipici dello scontro di classe. Pace sociale all'interno per poter proiettare all'esterno le tensioni, sotto forma di aggressività militare: le guerre di cui il fascismo si sarebbe nutrito e che alla lunga l'avrebbero portato alla catastrofe. "Sciopero" divenne parola proibita, e si dovè aspettare un ventennio, il marzo '43, per vederla riaffacciarsi sulla scena sociale e politica: quegli scioperi operai, che costarono morti, furono il primo passo verso la Liberazione. Nel cammino verso la "modernità reazionaria" dei Tremonti e degli Ichino, dei Giavazzi e dei Sacconi, dei Brunetta e delle Marcegaglia, la riduzione, con una chiara propensione alla eliminazione tout court, del diritto di sciopero, architrave della democrazia. Guai se non si comprendesse oggi che - fermo restando la mia critica a scioperi devastanti per l'utenza, messi in essere da decine di microsettori lavorativi - difendere il diritto dei ferrovieri, per esempio, significa difendere un interesse generale. Oggi a loro; e domani? Domani toccherà ai professori, agli infermieri, ai medici, e, soprattutto, a tutto il mondo operaio. L'attacco alla classe operaia, ricordiamocelo, condotto dalla Thatcher a metà degli anni '80, fu l'apogeo della lady di ferro (il celebre sciopero dei minatori durato 53 settimane, conclusosi con una disfatta) e fu il momento decisivo di una ridefinizione dei rapporti sociali, una criminalizzazione di ogni forma di conflitto sociale, con una serie di leggi e norme, che i successivi governi Blair sostanzialmente conservarono. Ormai il danno era fatto. E dietro la flessibilità e la competitività, si affacciava un'intensificazione mai vista dello sfruttamento e del dominio di classe; dietro la governabilità e il decisionismo, una riduzione gigantesca degli spazi di democrazia. Questo è il percorso sul quale non da oggi l'Italia "modernizzata" dal Cavaliere si sta avviando. Questi gli elementi da tenere presenti, per mobilitarci contro un progetto che, in modo volutamente ambiguo, parla di diritto alla mobilità, alla libertà di circolazione, pretende di imporre soglie di "rappresentatività" (altissime) e affida l'esercizio di diritti individuali (tale è lo sciopero) ai sindacati che si pretende di trasformare in neocorporazioni, controllate dall'esecutivo. Come i pubblici ministeri. Come i rettori. Come i direttori di testate giornalistiche. E poi? Che cos'altro?
da Liberazione del 01/03/09
Di Fedele (del 25/02/2009 @ 19:10:52, in Video, linkato 134 volte)
Lo slogan, già usato per la crisi Argentina, riecheggia ora nelle piazze di mezzo mondo. Perché al crollo provocato dal libero mercato i governi oppongono le stesse ricette colpendo i più deboli. Ma saranno spazzati via a breve. L'atto di accusa della scrittrice canadese (Naomi Klein n.d.r.). La folla che in Islanda ha sbattuto pentole e tegami, fino a provocare la caduta del governo contestato, mi ha fatto tornare alla mente lo slogan in voga nei circoli anticapitalistici nel 2002: 'Voi siete l'Enron. Noi siamo l'Argentina'. Il messaggio era molto semplice: voi, politici e amministratori delegati riuniti in qualche summit economico, siete come quei dirigenti sconsiderati e truffaldini della Enron (e naturalmente non conoscevamo che la punta dell'iceberg). Noi, ovvero la plebaglia lì fuori, siamo come il popolo argentino che, nel bel mezzo di una crisi economica spaventosamente simile alla nostra, scese in piazza sbattendo pentole e tegami. Gridando 'Que se vayan todos' (devono andare via tutti) costrinsero alle dimissioni quattro presidenti, uno dopo l'altro, in tre settimane. La rivolta in Argentina nel 2001-2002 è stata unica perché non mirava a un particolare partito politico o alla corruzione in generale. L'obiettivo era il modello economico dominante. È stata infatti la prima rivolta nazionale contro il moderno capitalismo deregolamentato. È servito un po' di tempo, ma dall'Islanda alla Lettonia, dalla Corea del Sud alla Grecia, alla fine anche per il resto del mondo è arrivato il momento del 'Que se vayan todos'. Le stoiche matriarche islandesi che battevano le loro pentole, con i figli che saccheggiavano il frigo in cerca di proiettili (va bene le uova, ma lo yogurt?) richiamano alla mente le tattiche divenute famose a Buenos Aires. Ma anche la rabbia collettiva verso chi deteneva il potere, portando alla rovina un Paese un tempo florido pensando di poterla fare franca. Gudrun Jonsdottir, una trentaseienne impiegata islandese, ha sintetizzato così: "Ne ho abbastanza di tutto quanto. Non ho fiducia nel governo, non ho fiducia nelle banche, non ho fiducia nei partiti politici e neanche nel Fondo monetario internazionale. Avevamo un Paese forte e loro lo hanno rovinato". Ecco un altro richiamo alla situazione argentina: a Reykjavik i manifestanti ovviamente non si accontentano di un volto nuovo posto al vertice (anche se il neo primo ministro è una donna omosessuale). Vogliono aiuti per la popolazione, non solo per le banche, indagini sulle responsabilità del collasso e una profonda riforma elettorale. Richieste simili le sentiamo in questi giorni anche in Lettonia, dove l'economia ha subito una contrazione più forte che negli altri paesi europei e dove il governo vacilla pericolosamente. Per diverse settimane le proteste hanno messo in subbuglio la capitale, e il 13 gennaio si sono verificati anche tafferugli e lanci di pietre. Come in Islanda, anche i lettoni sono sconcertati di fronte al rifiuto dei governanti di assumersi le responsabilità del disastro. Alla domanda dell'emittente televisiva Bloomberg su quali fossero le cause della crisi, il ministro dell'Economia lettone ha risposto: "Nulla di particolare". I problemi della Lettonia invece sono davvero 'particolari'. Le stesse politiche che nel 2006 avevano consentito alla 'Tigre del Baltico' di crescere del 12 per cento, sono anche la causa della violenta contrazione di quest'anno, che secondo le previsioni dovrebbe arrivare al 10 per cento. Quando il denaro è liberato da qualsiasi vincolo, defluisce con la stessa rapidità con cui affluisce, considerando anche che una buona quantità finisce nelle tasche dei politici. (Non è una coincidenza che molti dei casi disperati di oggi siano i 'miracoli' di ieri: Irlanda, Estonia, Islanda e Lettonia). Ma c'è qualche altra cosa di 'argentino' nell'aria. Nel 2001 in Argentina i leader risposero alla crisi con un pacchetto all'insegna dell'austerity, sollecitato dal Fondo monetario internazionale: 9 miliardi di dollari furono tagliati alla spesa pubblica, in particolare alla sanità e all'istruzione. Questo si è dimostrato un errore fatale. I sindacati organizzarono uno sciopero generale, gli insegnanti portarono le loro classi nelle piazze e le rivolte sembrarono non aver fine. Il medesimo rifiuto popolare a sopportare il peso maggiore della crisi accomuna le proteste attuali. In Lettonia, gran parte della rabbia dei cittadini è provocata dalle misure di austerity prese dal governo - licenziamenti in massa, servizi assistenziali ridotti, stipendi dei dipendenti pubblici diminuiti - e tutto per poter accedere al prestito d'emergenza del Fmi (no, non è cambiato nulla). In Grecia i tafferugli di dicembre sono seguiti all'uccisione da parte della polizia di un ragazzo quindicenne. Ma quello che li ha alimentati, anche quando gli studenti hanno ceduto il comando agli agricoltori, è stata la diffusa rabbia per la risposta del governo alla crisi: le banche hanno ottenuto un finanziamento di 36 miliardi di dollari, mentre i lavoratori si sono visti tagliare le pensioni e gli agricoltori non hanno ricevuto quasi nulla. Malgrado i grandi inconvenienti causati dai blocchi stradali posti dai manifestanti, il 78 per cento dei greci ha dichiarato che le loro richieste erano giustificate. In modo simile, in Francia il recente sciopero generale, provocato in parte dai piani del presidente Sarkozy per ridurre drasticamente il numero degli insegnanti, ha ottenuto l'approvazione del 70 per cento della popolazione. È probabile che il principale filo conduttore di questa violenta reazione a livello mondiale sia il rigetto per la logica della 'terapia dello shock' - espressione coniata dal politico polacco Leszek Bacerowicz, per descrivere come nel corso di una crisi i governanti possano accantonare le leggi e andare dritti verso 'riforme' economiche impopolari. Questo espediente è diventato obsoleto, come ha recentemente scoperto il governo della Corea del Sud. A dicembre il partito al potere ha cercato di servirsi della crisi per far approvare a tutti i costi un contrastato accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Interpretando in maniera estrema la politica 'delle porte chiuse', i legislatori si sono rinserrati nell'aula per votare in privato, barricando la porta con tavolini, sedie e divani. I parlamentari dell'opposizione non sono rimasti a guardare, e servendosi di mazze e persino di una sega elettrica, hanno fatto irruzione, occupando il Parlamento per 12 giorni. Il voto è stato rimandato per consentire un dibattito più prolungato. Una vittoria sulla 'terapia dello shock'. Qui in Canada la politica è decisamente meno da filmato suYouTube, ma è stata comunque sorprendentemente movimentata. In ottobre il partito conservatore ha vinto le elezioni nazionali con un programma poco ambizioso. Sei settimane dopo, il nostro primo ministro 'tory' ha scoperto l'ideologo che è in lui, presentando una legge finanziaria che privava i dipendenti statali del diritto allo sciopero, eliminava i fondi pubblici ai partiti e non conteneva alcun incentivo allo sviluppo economico. I partiti dell'opposizione in risposta hanno formato una coalizione storica, che non ha potuto prendere il potere solo a causa dell'improvvisa sospensione del Parlamento. I conservatori si sono da poco ripresentati con un piano modificato, in cui sono spariti i provvedimenti preferiti della destra e sono apparsi numerosi incentivi all'economia. Il concetto è chiaro: i governi che reagiscono alla crisi provocata dall'ideologia del libero mercato insistendo sullo stesso programma contestato, avranno vita breve. Come gridavano gli studenti italiani in piazza durante i cortei dello scorso autunno: 'Non pagheremo noi la vostra crisi'.
da Chainworkers 23 febbraio 2009
E' di questi giorni la debacle di Soru e del PD in Sardegna, è di martedì sera a Ballarò la lezione di politica impartita da La Russa e Casini agli italiani: Berlusconi è un grande premier, gli italiani lo amano e lo premiano con il voto; è di questi giorni l' incidente diplomatico con l'Argentina per la battuta infelice del nostro presidente del consiglio sui trentamila desaparacidos ai tempi della dittatura di Videla (1976-1983). Ciò che gli italiani non hanno capito oppure hanno capito benissimo, perché in buona parte si identificano perfettamente con lui, è che Berlusconi è come uno scolaretto perennemente in gita: l'importante è diverttirsi sempre, facendo le corna in una foto di gruppo con altri primi ministri, gridando "cucù" alla Merkel in visita ufficiale in Italia, e così via scherzando, ed intanto l'Italia affonda e gli italiani vanno in malora.
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