Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 15/02/2009 @ 18:02:47, in Video, linkato 119 volte)
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Di Fedele (del 11/02/2009 @ 01:01:52, in Segnalazioni, linkato 124 volte)
Repubblica di oggi, un giornale che ha sostenuto con pervicacia la linea della cosiddetta "modernizzazione" dei rapporti di lavoro attraverso i precari privi dei diritti dei lavoratori "tipici",
si accorge dell'enormità del disastro sociale che si è creato e vi dedica una attenzione che non dovrebbe sfuggire ai sindacati, ai politici, a quei settori della sinistra che si sono fatti infinocchiare
dall'idea di una serie di opzioni lavorative assai attraenti messe una dietro l'altro e tra queste una rete di protezione.
Naturalmente la realtà è assai più squallida e tetra per i precari. Vengono assunti in genere di tre mesi in tre mesi e magari sempre dalla stessa azienda dal momento che la condizione di precario è assai più conveniente per questa. Alcuni addirittura di settimana in settimana esclusi i festivi. La media delle retribuzioni dei precari credo non superi i seicento euro al mese . Diritti quasi inesistenti. Una intera generazione è stata umiliata
Gli studi fatti spesso con tanta passione sono diventati carta straccia. La laurea che rappresentava il passaporto di ingresso non solo verso le professioni, ma anche per un lavoro ed una vita sicuri è diventata inutile dal momento che, come spiega benissimo Vandana Shiva, oggi il padrone non si accontenta della tua forza lavoro ma vuole l'essenza di ciò che sei per farne ciò che vuole. Si è voluto diffondere la falsa ideologia della continua trasformazione della economia che comporta una mobilità lavorativa senza fine.
La responsabilità di quanto è accaduto e delle sofferenze sociali che si sono create si deve ad una corrente giuslavorista, che va da Treu e Sacconi, da D'Antoni a Biagi, da Boeri ad Ichino, a Cazzola. Corrente che si può assimiliare ai monetaristi nella politica economica. Come i monetaristi hanno provocato disastri fino alla crisi planetaria sostenendo la libertà assoluta del mercato e dell' imprenditore, cosi i giuslavoristi che ho citato hanno provocato un enorme distrastro umano e sociale, condannato alla miseria da quattro a cinque milioni di giovani e non hanno arrecato alcun beneficio al sistema paese, dal momento che le aziende si dichiarano in crisi e chiedono nuovi aiuti che verranno dati da questo governo senza condizioni.Non è vero che il lavoro precario ha creato nuovi posti di lavoro. Ha trasformato il lavoro stabile in lavoro insicuro,a termine, ricattato.
Gravi sono le responsabilità della CGIL che, dopo essersi pronunziata prima con Cofferati e poi con Epifani contro la legge Biagi alla fine ha smesso di combatterla e con gli accordi di welfare dello anno scorso l'ha addirittura rafforzata. Gravi sono le responsabilità del PD che ha dentro di sé da Treu a Letta a Damiano ad Ichino e naturalmente Colaninno e Calearo.
Ma tutto continua ad andare come decide la Confindustria . Tutti gli scioperi indetti dalla CGIL non si pongono il problema di abolire la legge trenta e si limitano a chiedere un poco di elemosina che non sarà maggiore della socialcard e non per tutti i precari.

Pietro Ancona (già membro dell'esecutivo cgil, già membro del cnel)

dal blog il pane e le rose del 10 febbraio 2009
fonte: pietroancona@tin.it   
                     
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Di Fedele (del 08/02/2009 @ 01:42:10, in Segnalazioni, linkato 141 volte)
Con l'approvazione del decreto sicurezza, l'Italia si avvia ad una decisa svolta autoritaria e razzista. L'insieme di norme denominata "pacchetto sicurezza", voluta e desiderata soprattutto da AN e Lega si accinge a diventare una delle pietre angolari di questo governo. Dalla legittimazione delle ronde (padane) alla negazione effettiva del diritto alla salute per gli immigrati irregolari, tra l'altro, il governo spinge per l'affermazione della figura del cittadino "spione" e infame che per strada o in ospedale svolge il ruolo di delatore ed informatore delle milizie governative.
Curiosamente in questi giorni impazza la vicenda della signora Englaro. Aldilà delle uscite del nostro premier che strappano il sorriso ("Eluana è in grado di generare un figlio" - al resto, perdonateci la battuta di bassa lega, supponiamo ci penserà lui), Berlusconi apre su questo caso un precedente pericoloso. Se riesce con una legge a sovvertire il risultato di una sentenza di Cassazione, in effetti creerebbe le condizioni per sovvertire qualsiasi altra sentenza, a colpire cioè anche retroattivamente la giurisprudenza ed il sistema legislativo e giuridico italiano. Allora si che la magistratura sarebbe davvero cancellata.
Con questo non ce la sentiamo di promuovere Napolitano, che ha firmato il "lodo Alfano" e supponiamo firmerà tranquillamente anche il pacchetto sicurezza. In fondo lui è un laico vero e coerente: nessun accanimento terapeutico per Eluana, e nessun accanimento terapeutico nemmeno per i clandestini. Diciamo questo per l'ultima volta, però. Perchè criticare il presidente della repubblica è un fatto disdicevole ed offensivo.
Accanimento giudiziario invece per Cesare Battisti, il pericoloso latitante terrorista rosso, per il quale l'Italia impiega più mezzi e risorse che per verificare dove finiscono i miliardi per il meridione. Ma attenti a difenderlo, il pacchetto sicurezza prevede tra l'altro l'oscuramento di tutti i siti fiancheggiatori del terrorismo (sfortunati i francofoni).
Veniamo al punto.
Diventa gioco facile per le sinistre, comuniste e non, ritirare fuori la parola "fascismo". Ma sarebbe sviante, perché qualcuno griderebbe allo scandalo, qualcun altro minimizzerebbe. Ed a furia di gridare da 15 anni che questi sono dei luridi fascisti, a furia di indignarci anche noi finiamo di perdere il corso delle cose ed a non capire noi stessi la strategia di governi come questo.
Il problema non è "quanto" è grave (ma certamente, lo è) e come si possa paragonare al ventennio la politica di questo governo. Il problema è che questo governo, forte dell'assenza di una vera opposizione politica, può fare strappi e violare tutte le conquiste di cinquant'anni di diritti civili e sociali. Non deve ricorrere all'uso della forza. Non deve assediare le città contro manifestazioni imponenti. Non deve fare troppa fatica per sgomberare qualche centro sociale o soffocare qualche opposizione troppo allegra.
Questa è una indubbia differenza rispetto al '21 dove il fascismo hanno dovuto imporlo con la violenza, le spranghe e i cadaveri. Così ancora oggi: se quasi dieci anni fa erano costretti ad usare la violenza (pensiamo a Napoli ed a Genova) per soffocare le opposizioni, oggi non ne hanno quasi bisogno.
Ma la differenza principale sta negli obiettivi: non c'è bisogno di nessun fascismo, di quel fascismo che storicamente si è affermato nel secolo scorso, perché non c'è da stroncare nessuna alternativa ideologica e di "sistema" al capitalismo stesso. Ci sembra più evidente piuttosto che questo governo Berlusconi sia piuttosto un laboratorio politico per le destre europee e non, un esperimento che coniuga liberismo, autoritarismo, xenofobia e intolleranza in tempo di crisi.
Centocinquanta anni di storia del movimento operaio insegnano su questo una cosa: che le leggi e le normative si cambiano non per vincere la partita, ma dopo aver vinto la partita. Cambiare le leggi, sovvertire le costituzioni, cancellare le sentenze e scrivere pacchetti sicurezza sono semplici atti notarili che esplicitano un cambiamento effettivo e reale dei rapporti di forza tra le classi sociali.

Sarebbe utile pensare a come cambiare di nuovo questi rapporti di forza.

da lottacontinua.net 7 febbraio 2009         
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Di Fedele (del 06/02/2009 @ 20:04:54, in Video, linkato 135 volte)
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Di Fedele (del 04/02/2009 @ 19:15:14, in Segnalazioni, linkato 126 volte)
Due righe sui giornali. Un accenno in TV, e non in tutti i telegiornali. Le solite promesse dei parolai istituzionali di turno e poi il silenzio. Chi muove lavorando è un fantasma da rimuovere per la maggioranza dei media. Tranne per pochi casi di truculenta audience, vedi i lavoratori assassinati alla Thyssen Krupp, la quotidiana moria di lavoratori è entrata a far parte della normalità.

Eppure le cifre parlano di centinaia di morti all'anno, un conto che purtroppo non tiene conto delle migliaia di infortuni sul lavoro non denunciati. Lavoratori in nero, collaboratori, familiari, precari, extracomunitari: sono queste le categorie a cui la consuetudine impedisce di denunciare l'infortunio se non a costo di perdere il reddito, il permesso di soggiorno o in alcuni casi la stessa vita.

Abbiamo telefonato a diverse delle aziende in cui nelle ultime settimane, tragiche per numero dei morti sul lavoro, sono avvenuti incidenti mortali. In alcuni casi, vista la difficile reperibilità dei titolari abbiamo provato a contattare i sindacati del luogo. Rovigo, Vicenza, Gela, Pescara, Limbiate, Casalmaggiore, Dalmine. La domanda è banale ma non appare se non in pochi degli articoli di cronaca che riportano freddamente la notizia: " Con che contratto erano assunti?".

Il gelo che questa semplice domanda provoca negli interlocutori, non solo aziendali ma anche sindacali, è sintomo del clima culturale in cui la precarietà ha messo radici. Quasi che pronunciare la stessa parola, 'Contratto' fosse una bestemmia, una colpa, o peggio una condanna. "Per che giornale scrive?", è stata la risposta più educata in un mix che parte da cornette sbattute in faccia, attese infinite e insulti di vario genere. "Fatti i fatti tuoi", "E' stata una disgrazia", "Comunista del cazzo" fino a "Ma come si permette siamo in lutto".

Grazie a controlli semplici e incrociati però, siamo riusciti a scoprire che 2 morti su 3 di quelle indagate (42 tra novembre, dicembre e gennaio 2009)) sono di lavoratori precari. Lavoratori sottoposti a ritmi di lavoro intensi, subappalti crudeli, mandati allo sbaraglio su macchinari e situazioni lavorative complesse, senza uno straccio di collega 'maturo' in grado di trasmettere insegnamenti appropriati.

L'indagine, inoltre, ci racconta di un mondo lavorativo che non è quello di 'Camera Caffè". Non assomiglia alle immagini asettiche della TV quando racconta i luoghi del lavoro. Le "Tragiche fatalità" che di casuale hanno poco o nulla succedono in cantieri non protetti, dove vi sono macchine complesse, miscelatori, carichi sospesi e in movimento, muletti, tubi. E ancora silos, gas tossici, solventi, cantieri edili. Rumore, grasso e pavimenti sporchi.

Luoghi in cui la parola produttività perde ogni suo connotato positivo e diventa il sinonimo di fretta, di superficialità. Proprio lì e in quei momenti dove servirebbe invece prudenza, calma, attenzione.

Dalle storie di molti di quei morti, emerge il nodo cruciale e nascosto della precarietà: il ricatto. Mentre esperti, politici e sindacalisti continuano a lamentarsi della mancanza di controlli, di norme insufficienti o leggi più restrittive che nessuno poi farà rispettare, il vero motivo delle tante morti precarie non viene minimamente toccato: la paura di perdere il lavoro. Tanti infortuni sono dettati dalla paura. Sei appena arrivato. Non sai se ti riconfermeranno. Fai il bravo. All'inizio fai finta di non vedere per non doverti disperare subito del nuovo lavoro che hai trovato, magari con fatica.

"Vuoi disturbare?". "Vuoi far vedere che rompi i coglioni per un difetto sulla macchina?". "Sei una femminuccia?". "Dai su che non possiamo perdere tempo". "Se dovessimo mettere la sicurezza ogni volta ci impiegheremmo 4 minuti invece che due a fare uno stampo". E' per questi motivi che è necessario ribaltare i concetti che stanno alla base dei documenti di riforma del mondo del lavoro. Da Sacconi a Boeri, da Ichino a Treu, da Morando fino a molti sindacalisti di Cisl Cgil e Uil e agli gli economisti liberisti che dettano le regole su tutti i media italiani.

Per loro efficienza, produttività, e competitività sono le parole magiche che ci faranno uscire dalla crisi (oggi) oppure che potranno permettere lo sviluppo del paese (domani). Chi si oppone a questi ragionamenti viene considerato un 'conservatore'. Chi si permette di far notare l'evidenza delle cifre che abbiamo riportato sopra viene considerato alla stregua di un 'Terrorista'. Guai a toccare i dogmi su cui ormai si fonda il sistema: la precarietà del reddito e della stessa vita per i lavoratori.

E' invece necessario dire che è proprio la produttività che genera quella fretta esiziale per tante vite umane. E' la competitività che produce quella foga di mettersi in mostra tra i colleghi davanti ai datori di lavoro, a provocare tanti infortuni. E' l'efficienza che esclude da lavori qualificati donne incinte, categorie protette, ultraquarantenni, scaricandoli sulle spalle della collettività tramite sussidi, fondi per la formazione e se va bene posti di lavoro nel pubblico impiego.

E' la flessibilità che ha spezzato i legami tra i lavoratori giovani e anziani, gli unici ad avere conservato nella memoria gli strumenti per opporsi a quello che hanno già conosciuto un tempo e che ora torna con prepotenza.  Sono loro i depositari delle ricette per uscire dall'abbattimento prodotto dalla precarietà. Ascoltare i loro racconti, le esperienze passate, riallacciare il filo della memoria spezzato da anni di bugie liberiste, è un antidoto che può riuscire lì dove oggi sembrano non esserci risposte.

La storia del lavoro è uno strumento tanto necessario quanto facile da reperire. E' la storia orale dei tanti che ci sono passati, e dei modi in cui sono riusciti ad ottenere non sussidi ma diritti, non fondi per la formazione ma aumenti di salario, la mensa e i trasporti pagati.

Provate a parlare della precarietà a diversi lavoratori delle generazioni che hanno lavorato tra 1950 al 1965. Loro si che ne sanno qualcosa di futuro incerto, infortuni, ricatto del reddito, e totale mancanza di diritti visto che hanno provato sulla loro pelle cosa vogliano dire. Provate a sentire cosa vi raccontano, come la pensano. E fatevi anche dire, secondo loro, come se ne può venir fuori. Nelle loro parole non troverete teorie, nessuna disquisizione da intellettuali. Ma concretezza. Fatti. Azioni. Le uniche luci che possano squarciare il grigiore di un futuro che fa paura, illuminandolo dalla speranza di un giusto riscatto.

da Chainworkers in data 4 febbraio 2009
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Di Fedele (del 02/02/2009 @ 18:49:08, in Eventi, linkato 164 volte)
"Stamattina Giuseppe Gatì è morto.
Incredibile, vero? Noi l’abbiamo visto con i nostri occhi e ancora non ci crediamo.
Giuseppe è morto mentre lavorava: era andato a prendere il latte da un pastore ed è morto fulminato mentre apriva il rubinetto della vasca refrigerante del latte. E’ morto dentro una bettola di legno, sporca.
E’ morto un amico, una persona pulita, con sani principi. Chi ha avuto modo di conoscerlo sa che raro fiore fosse.
Voleva difendere la sua terra, non voleva abbandonarla, era rimasto a Campobello di Licata, un paesino nella provincia di Agrigento che offre poco e dal quale è facile scappare. Lavorava nel caseificio di suo padre, con le sue “signorine”, le sue capre girgentane, che portava al pascolo. Era un ragazzo ONESTO, con saldi principi volti alla legalità e alla giustizia. Aveva fatto di tutto per coinvolgere i dormienti giovani campobellesi, affinchè si ribellassero contro questa società sporca e meschina.
Era troppo pulito per vivere in mezzo a questo fetore e a questo schifo.
Aveva urlato “VIVA CASELLI! VIVA IL POOL ANTIMAFIA!” (guarda il video della contestazione a Sgarbi, postato il 1° gennaio n.d.r.) era stato anche criticato per questo, ma aveva smosso queste acque putride e stagnanti che ci stanno soffocando.
Era un ragazzo dolcissimo, dava amore, desiderava amore.
Suo padre oggi ha detto, distrutto dal dolore, in lacrime: “Sono sempre stato orgoglioso di mio figlio, anche se a volte ho dovuto rimproverarlo, solo perchè mi preoccupavo per lui. Ma sono orgoglioso di lui per tutto quello che ha fatto.” Giuseppe questo lo sapeva.
Anche noi, Alessia, Alice e tutti i suoi amici siamo orgogliosi di lui. Non sappiamo come esprimere il nostro dolore. Ancora non riusciamo a crederci.
Vi lasciamo con le sue parole:
'E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci'."

commento sul blog di Beppe Grillo del 1° febbraio 2009
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Di Fedele (del 29/01/2009 @ 19:10:19, in Segnalazioni, linkato 162 volte)
Questa settimana ho avuto il piacere di intervistare Alessandro Rimassa autore insieme ad Antonio Incorvaia del libro e sito di successo "Generazione Mille Euro" www.generazione1000.com . Con questo neologismo introdotto in Italia nel 2005, gli autori descrissero la generazione dei giovani precari. Ad aprile uscirà la versione cinematografica tratta dal loro romanzo.
Sulla scia di "Generazione Mille Euro", il 17 febbraio 2009 sarà disponibile il loro nuovo libro “Jobbing: la guida alle 100 professioni più nuove e più richieste- come costruire o inventare la propria carriera” pubblicato dalla casa editrice Sperling & Kupfer www.sperling.it .
Nell’intervista Alessandro Rimassa constata come negli ultimi quattro anni la situazione dei giovani precari sia effettivamente peggiorata e di come la politica ha fatto poco o nulla per migliorare la loro situazione, ma il punto fondamentale è: da chi dobbiamo aspettare un possibile cambiamento? Nell’intervista trovate la risposta.
Che cosa pensi del precariato giovanile?
“Purtroppo il precariato è una condizione che sta diventando stabile. E da cui difficilmente si tornerà indietro. Credo però che in Italia, come avviene nel Nord Europa, si dovrebbero mettere in campo quelli strumenti di “security” per i giovani che trasformino il precariato in flessibilità. Il che significa sussidi di disoccupazione, trasparenza nella ricerca del personale, meritocrazia.”
Siamo la generazione mille euro, ma anche ottocento, settecento e cinquecento euro, si parla tanto di precariato però mi sembra che si fa davvero poco per i precari e le loro condizione non sembrano affatto migliorare. che cosa né pensi?
“In effetti quando abbiamo scritto Generazione Mille Euro, era l'ottobre del 2005, la situazione ci pareva grave ma... oggi è peggiorata. Decisamente peggiorata. E nulla hanno fatto, per giovani e precari, né il centro-sinistra né il centro-destra. Questo è un male non solo per chi fa parte di questa generazione, ma per tutto il Paese. Credo però che dalla politica ci sia da aspettarsi davvero poco".                                                                                
Ultimamente trasmissioni televisive e film si stanno occupando sempre di più del fenomeno.
Segno di una presa di consapevolezza da parte dei professionisti della necessità di testimoniare e documentare i danni del precariato ? O esiste lo spettro della “mercificazione” del problema precariato e precarI, con il rischio che il precariato continui ad essere una sorta di enigma impossibile da risolvere o che non si vuole risolvere?
“Mercificazione. Punto. In Tv, come sui giornali, tirano le storie tragiche, quelle di difficoltà. Insomma, se ne parla perché fa notizia, ma il punto è che i Media non hanno colpe in questo senso, sono il Governo e le Istituzioni, che dovrebbero intervenire. In gioco c'è il futuro dell'Italia, perché ridurre in condizioni di perenne difficoltà i giovani significa non costruire il futuro del Paese”.
Il precariato può frenare il talento e la creatività di un giovane ? oppure può essere uno stimolo a migliorarsi e a crescere?
“Credo che le due cose siano a sé stanti, non legate quindi”.
Il precariato sembra contenere in se una sorta di “forza disgregante” siamo cioè tutti più disuniti, soli e indifesi, secondo te c’è la possibilità di ritrovare quella “unione sociale” che tra precari sembra mancare rispetto ai c.d lavoratori standard?
“No. Perché i lavoratori standard hanno da difendere privilegi e per la difesa di quelli si uniscono. I precari invece dovrebbero unirsi per conquistare privilegi ma, in Italia, siamo tendenzialmente troppo individualisti., Ognuno quindi mira a risolvere il proprio problema e a dimenticarsi degli altri, a disinteressarsi di chi è nelle stesse condizioni. E questo egoismo di massa fa sì che non ci si unisca, ma – lo dico dopo tre anni di esperienza su queste tematiche – poco si può fare se gli stessi precari non credono davvero nell'unione”.

dal blog Generazione P  in data 28 gennaio 2009 
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Di Fedele (del 24/01/2009 @ 18:42:43, in Segnalazioni, linkato 139 volte)
Ho letto da qualche parte che la Presidente della Confindustria Emma Marcegaglia ha tentato in un incontro durato cinque ore di convincere Epifani a firmare la riforma dei contratti già accettata dalle altre confederazioni. Cinque ore alla fine delle quali Epifani ha confermato il no della Cgil. Mi è venuto da pensare: perchè la Confindustria vuole a tutti i costi la firma della CGIL? Certamente non si tratta di una organizzazione filantropica che chiede ai possibili beneficiari della sua generosità di accettarla! Sappiamo bene come gli accordi di oggi peggioreranno le condizioni generali del rapporto di lavoro e con i meccanismi già adottati con la legge trenta si creeranno i fumus per sostanziali decurtazioni dei minimi salariali nelle regioni e nelle aziende. Inoltre avanza il processo di scardinamento dell’art.18 e dei contratti a tempo indeterminato. Oggi nasce una specie di diritto sindacale che è sopratutto diritto delle aziende alle quali bisognerà piegarsi dopo essere stati spogliati di ogni possibile tutela e possibilità di resistenza sindacale o legale. Mi è venuto da pensare che cinquanta anni fa Giuseppe Di Vittorio intratteneva per cinque ore il Presidente della Confindustria Costa perchè aderisse ad un progetto di miglioramento della condizione dei lavoratori italiani , riconoscesse loro diritti a cominciare da un salario equo. Oggi siamo in un universo capovolto. E’ la Confindustria che ha interesse a ricevere dai sindacati quanto era stato da Di Vittorio in poi conquistato. La cosa stupefacente e sconcertante è che riesce perfettamente nel suo scopo e non c’è obiettivo che non si sia posto che non abbia realizzato alla grande sui contratti, sui salari, sulle pensioni, su tutto. Non solo ai lavoratori non resterà niente ma saranno impaniati come passerotti presi dall’ uccellatore. Difficilmente potranno fare niente. Squadre di esperti giuslavoristi da anni introducono in tutti i decreti di Berlusconi trasformati in legge norme che rendono ai lavoratori difficile anche il ricorso alla magistratura.

Pietro Ancona sindacalista cgil in pensione già membro del CNEL

da Bellaciao in data 24 Gennaio 2009

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Di Fedele (del 24/01/2009 @ 17:35:10, in Considerazioni, linkato 296 volte)
Ma che fine ha fatto l'onda, l'onda anomala, lo tsunami che doveva travolgere tutto e trascinare le lotte operaie e sociali?
Come, vi stanno rubando il futuro ed anche il presente, e siete tutti a casa a studiare, per far che? Un bel lavoro precario, una volta preso il sospirato "pezzo di carta", magari in un call center, dove team - leader ignoranti e presuntuosi vi maltrattano e svillaneggiano per un salario da fame!
Ma non capite che il lavoro precario è lo standard che i padroni vogliono introdurre  sempre di più e che domani, un domani non tanto lontano sarà l'unica forma di lavoro per tutti?
E' vero che illustri maitre a penser  vi avevano giudicato più informati e più preparati dei ragazzi  del '68, vi avevano convinto di essere dei rivoluzionari, ma almeno noi sessantottini eravamo dei ribelli. Avevamo dichiarato guerra all'autoritarismo e abbiamo combattuto senza tregua contro i padri, i professori. i capi ed i capetti nelle fabbriche e negli uffici.
Il sessantotto in Italia è durato dieci anni, ha spazzato via l'autoritarismo ed ha cambiato la società.
Per noi era una battaglia culturale irrinunciabile e l' abbiamo vinta.
E voi ragazzi dell' onda, cui stanno rubando tutto, vi siete già afflosciati.
Cosa pensavate, di poter vincere con tre/quattro mesi di manifestazioni?
Di poter andare allo scontro con celerini e carabinieri, a contrastare le provocazioni dei fascisti senza dotarvi di un servizio d'ordine?
Perché c'è un altro grande lascito del ' 68. oltre alla eccezionale elaborazione teorica degli studenti della facoltà di sociologia di Trento, la straordinaria efficacia ed efficienza di servizi d'ordine come quello del  quartiere Casoretto  e del Movimento studentesco di Milano.
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Di Marco (del 14/01/2009 @ 11:14:31, in Segnalazioni, linkato 123 volte)

Riporto un illuminante articolo di Federico Pace per Repubblica.it. Sembra una risposta ad hoc per la ragazza laureata e precaria che ha commentato il post precedente di Fedele. Per il resto superfluo qualsiasi commento.

 

Iperqualificati, con qualche sogno in testa e sempre meno pagati. Destinati a emigrare, pur di evitare la disfatta. I laureati mostrano sul loro volto i segni delle sempre più acute contraddizioni di un intero paese dove il merito e le qualifiche non vanno quasi mai di pari passo con le opportunità e i compensi.

Sul loro volto sono sempre più evidenti i segni del disagio provato di fronte a quella porta, quasi sempre socchiusa, che dovrebbe portarli al lavoro e alla maturità. Quando una ragazza o un ragazzo con in tasca la laurea cerca un posto, pare di vedere un gigante che prova ad entrare attraverso la piccola porticina di una minuscola casa di lillipuziani. Loro sono tanti mentre sembrano sempre più inadeguati i posti di lavoro che il sistema economico e il mondo delle aziende italiane mette a disposizione. Addetti per i call center o cassieri di negozio che siano. Con il paradosso, che a questo punto pare quasi logico, che sono proprio i più preparati, quelli che prendono i voti più alti di tutti a ritrovarsi con il più basso tasso di occupazione. Tanto che a un anno dalla laurea, trovano lavoro solo quattro su dieci di quelli che hanno preso 110 e lode.

Con la triste constatazione che nel 2006 un laureato guadagna al mese, in termini reali, meno di quanto percepiva cinque anni fa il fratello maggiore. Fenomeni conosciuti si dirà, ma il fatto è che quest'anno le cose sono andate ancora peggio. Tanto che per trovare un impiego non è neppure sufficiente aspettare un anno. I dati del triste record dicono che dopo la fatidica laurea, a un anno dal giorno della discussione della tesi, dai festeggiamenti e dai sorrisi e dalle congratulazioni, trova lavoro solo il 45 per cento dei laureati "triennali" (erano il 52 per cento l'anno scorso) e il 52,4 per cento dei laureati pre-riforma, ovvero il dato più basso dal 1999. I dati sono quelli della nona indagine sulla "Condizione Occupazionale dei laureati italiani" presentata a Bologna da AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario a cui aderiscono 49 università italiane. Ed è forse utile sapere che il convegno prevede per la mattina di sabato (3 marzo) anche una tavola rotonda che dibatterà su questi temi e a cui parteciperanno anche Fabio Mussi, il ministro dell'Università, e Cesare Damiano, il ministro del Lavoro, insieme ad Andrea Cammelli, il direttore di Almalaurea, e il presidente Crui Guido Trombetti. Secondo l'indagine, l'instabilità che caratterizzava già molti degli impieghi degli anni scorsi si è fatta ancora più acuta. Sia per i laureati "triennali" che per quegli ultimi che stanno uscendo dal percorso previsto dal vecchio ordinamento. Solo un giovane su tre che ha conseguito una laurea breve - e ha trovato un impiego - è riuscito a siglare un contratto a tempo indeterminato. L'anno scorso l'impresa era riuscita al 40 per cento di loro. Stessa storia per i giovani che hanno ultimato il percorso di laurea del "vecchio ordinamento", la quota di chi è riuscito ad avere un contratto stabile è scesa al 38,4 per cento. Il lavoro atipico dal 2001 a oggi è cresciuto di ben dieci punti percentuali. C'è poi lo stipendio. Quel sostegno che dovrebbe permettere alle nuove generazioni di prendere iniziative e decisioni, di mettere su famiglia, di provare a superare la sindrome di Peter Pan.

Quel sostegno, è sempre più esile. I giovani laureati del post-riforma si ritrovano in tasca a fine mese solo 969 euro. Meno di quanto non fosse l'anno scorso (vedi tabella). Prendono qualcosa in più i laureati pre-riforma che a fine mese arrivano fino a 1.042 euro. Poco più dell'anno scorso ma, al netto del costo della vita, ancora meno di quanto un neolaureato guadagnava cinque anni fa. Senza dire che l'Italia vanta il minor numero di laureati che lavora a cinque anni dalla laurea (l'86,4 per cento contro una media europea pari all'89 per cento).

Scorrendo i dati dell'indagine di AlmaLaurea si ricava la triste conferma che nel cuore delle nuove generazioni, anche lì dove è opportuno che l'Italia sia più moderna e vicina all'Europa, covano e crescono le stesse antiche contraddizioni e disparità che gravano da tempo infinito sul corpo del malato Italia. Le donne sono meno favorite rispetto agli uomini, hanno un tasso di occupazione più basso, sono più precarie e guadagnano meno dei loro colleghi uomini. A un anno dalla laurea lavora il 49,2 per cento delle laureate pre-riforma contro il 57,1 per cento degli uomini. E il gap salariale nel tempo non fa che crescere, tanto che a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano un terzo meno di quanto non prendono gli uomini. Quanto alla precarietà a un anno dalla laurea il 52 per cento delle donne ha un contratto atipico contro il 41,5 per cento degli uomini. E la disparità è ancora più acuta per le laureate "triennali", visto che solo il 34 per cento delle donne ha un impiego stabile contro il 48 per cento dei loro colleghi uomini. Stesso discorso per le disparità territoriali. Nel 2006 sei laureati del Nord su dieci trova lavoro dopo un anno mentre per le regioni del Sud le cifre si fermano al 40 per cento. Ovvero le stesse quote nel lontano 1999. Senza dire che a cinque anni dalla laurea, i giovani del Mezzogiorno prendono 1.167 euro al mese mentre i ragazzi del Nord arrivano a 1.355 euro al mese.

Non c'è da stupirsi se allora molti di loro non si sentono valorizzati per quello che valgono e, seppure a malincuore, decidono di muoversi oltre confine per trovare migliori occasioni. All'estero, lì dove sembrano trovare rifugio e compenso. I laureati italiani che lavorano fuori dai confini nazionali, a cinque anni dalla laurea, arrivano a guadagnare quasi 2 mila euro, ovvero il 50 per cento in più di quanto non accada alla media complessiva dei laureati. Se non si mette mano a questo problema, se non si trova un articolato piano per valorizzare i talenti che escono dalle nostre facoltà, poco si potrà fare per dare slancio al nostro paese. "Seppure rimangono innegabili le miglior opportunità occupazionali e di retribuzioni di un laureato rispetto a quelle di un diplomato - conclude Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea - la ripresa economica del Paese ancora non coinvolge i giovani usciti dalle università che continuano a crescere una generazione di laureati invisibile e poco rappresentata. Il loro infatti non è solo un problema occupazionale, ma anche di esclusione dalla rappresentanza e dalla classe dirigente. Chi ha dai 25 ai 39 anni rappresenta il 30% della popolazione, ma è rappresentato da meno del 10% dei parlamentari."

 

Tratto da www.repubblica.it/lavoro a cura di Federico Pace (2 marzo 2007)

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