Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 12/01/2009 @ 14:37:45, in Segnalazioni, linkato 138 volte)
Nel "Gattopardo" il nipote garibaldino così si rivolge allo zio, barone siciliano fedele ai Borboni, per convincerlo a schierarsi con i piemontesi: "Perché non cambi nulla bisogna che cambi davvero tutto". A questo fa pensare l'incontro di politici ed economisti europei, presenti tra gli altri Merkel, Blair, Tremonti, Sarkozy, dal quale è emersa una critica radicale al capitalismo finanziario e speculativo crollato nello scorso autunno. Cos'è il tutto che deve cambiare? La follia speculativa e il ruolo predominante della casta dei manager, il dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale, del sistema bancario su quello delle imprese industriali. Cos'è però che deve restare? La sostanza della globalizzazione liberista, cioè la distruzione dello stato sociale ove c'era, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, la concorrenza salariale al ribasso, la precarietà e la flessibilità spinte all'estremo. Non una parola finora, tra tante critiche e autocritiche dei governanti, è stata rivolta alle condizioni del lavoro. La flessibilità è sempre la via maestra dello sviluppo e il salario resta sempre il nemico del sistema: guai a dire semplicemente "più salario". Anche quando si parla di una maggiore giustizia sociale, al massimo si pensa a un po' di esenzioni fiscali, e qualche elargizione per i disoccupati e i più poveri. La riduzione degli orari di lavoro, per contenere i licenziamenti, deve avvenire riducendo i salari e nessuno, ma proprio nessuno, pensa di mettere in discussione i contratti precari in quanto tali. Il rappresentante italiano nella Banca Europea, Bini Smaghi (successore di Padoa Schioppa, evidentemente il doppio cognome è indispensabile per accedere a quegli incarichi), ha proposto di finanziare le indennità per i disoccupati con l'aumento dell'età pensionabile. L'obiezione che sarebbe più sensato far andare prima in pensione e assumere così più disoccupati, invece che produrne ancora di più con l'allungamento del tempo di lavoro, è considerata ideologica. E a proposito di pensioni, è ideologico dubitare che non sia più vera la favola dei fondi. Quella secondo la quale ciò che manca nella pensione pubblica, può essere sostituito dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci che avverrebbe con i fondi pensionistici privati. Ma se Borse e mercati crollano, come faranno i fondi a mantenere le loro promesse? Non lo faranno, ed infatti ai lavoratori della General Motors, in cambio dei possibili aiuti di stato, viene chiesto di rinunciare a gran parte della pensione aziendale, per ridurre il costo del lavoro.
Qui sta il punto. Le critiche al capitalismo liberista si fermano sulla soglia dei rapporti di lavoro, dei salari, delle condizioni e della dignità concreta dei lavoratori. Ai quali anzi vengono richiesti nuovi sacrifici, questa volta non in nome di promesse di guadagni magici, ma secondo la più antica favola di Menenio Agrippa. E chi non ci sta, chi prova a collegare la sua condizione di sfruttamento con il capitalismo in crisi, è un nemico da stroncare ed allontanare e le lacrime di coccodrillo degli imprenditori coprono una prepotente crescita dell'autoritarismo aziendale. Si licenziano i precari dalla sera alla mattina. Si licenziano delegati, come alla Maserati, si impongono continui peggioramenti delle condizioni di lavoro, si distribuiscono provvedimenti disciplinari e minacce continue. Cresce in ogni luogo di lavoro la paura, che galleggia ancor di più nel brodo della dilagante cassa integrazione, che aggiunge dramma sociale al degrado. Le ragioni della dignità del lavoro sono calpestate e coloro che le sollevano sono considerati e trattati come nemici dell'azienda e dell'economia. Alla fine avremo un capitalismo più regolato nei piani alti e ancor più feroce e ingiusto in quelli bassi.
Qual è il ruolo assegnato al sindacato in tutto questo? In Italia ne abbiamo avuto un primo saggio nella vicenda Alitalia. Chi ha firmato, il sindacalismo confederale, non ha contato nulla, è stato messo all'angolo in un ruolo ridicolo e impotente. Chi non ha firmato è stato posto alla gogna riservata ai nemici della nazione. Del resto le parole sono sempre chiare. Oggi al sindacato non si chiede più soltanto collaborazione, ma complicità. Il maxiaccordo sul sistema contrattuale, rispetto al quale destra e sinistra, Confindustria e grandi giornali, premono per l'adesione della Cgil, dovrebbe sanzionare tutto questo. Si dovrebbe finalmente abbandonare le rigidità del contratto nazionale e accettare flessibilità e sfruttamento, azienda per azienda, territorio per territorio, nel nome della comune lotta per la produttività. I lavoratori perderebbero definitivamente il diritto a rivendicare aumenti salariali "a prescindere", come ha detto il segretario della Cisl, e potrebbero solo sperare di guadagnare di più lavorando di più. E il sindacato, complice di tutto questo, ne verrebbe premiato con l'accesso a fondi, Enti, ruoli economici, ai quali il capitalismo riformato promette di lasciare spazio.
Se vogliamo che qualcosa cambi davvero nel sistema economico e sociale, bisogna allora prima di tutto impedire, anzi rovesciare, la soluzione gattopardesca. Bisogna ripartire dai salari, dalle condizioni di lavoro, dagli orari, dalla salute e dai diritti. Bisogna costruire un nuovo antagonismo sindacale e sociale che rifiuti le compatibilità che servono a salvare la sostanza profonda del sistema che ci ha portato alla crisi. Solo dalla rottura di questo disegno possono partire un'altra politica economica e un diverso sviluppo fondato sulla giustizia e l'uguaglianza.

dal sito Rete 28 Aprile in data 11 gennaio 2009


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Di Fedele (del 09/01/2009 @ 19:52:37, in Segnalazioni, linkato 365 volte)
Nel discorso di Capodanno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha proposto di fare della crisi un´occasione "per impegnarci a ridurre sempre più le acute disparità che si manifestano nei redditi e nelle condizioni di vita". Supponiamo per un momento che il governo o l´opposizione prendano sul serio le sue parole. Caso mai lo facessero, dovrebbero elaborare una politica rivolta a ridurre in modo stabile le disparità, ovvero le disuguaglianze socio-economiche osservabili nel nostro paese. Il percorso da seguire a tale scopo comprenderebbe diverse tappe. Vediamo quali sarebbero le principali.
Anzitutto, parlando dell´Italia, è poi vero che da noi le disuguaglianze sono maggiori che in altri paesi? Ammesso che lo siano, perché mai il potere politico dovrebbe preoccuparsene? Una risposta alla prima domanda l´ha fornita l´Ocse con un rapporto pubblicato un paio di mesi fa. Sui trenta paesi aderenti all´Ocse, soltanto 5 presentano indici di disuguaglianza superiori all´Italia, mentre ben 24 presentano indici inferiori. D´altra parte i ricercatori della Banca d´Italia forniscono da anni dati analoghi. In Italia il 20 per cento della popolazione più povera percepisce meno del 7 per cento del reddito totale; il 20 per cento più ricco riceve più del 41 per cento. Se si guarda al patrimonio, le disuguaglianze sono anche più grandi: il 10 per cento formato dalle famiglie più ricche detiene la metà della ricchezza reale e finanziaria, mentre la metà formata da quelle più povere possiede appena il 10 per cento della ricchezza totale. Soltanto gli Usa, il Brasile e pochissimi altri paesi mostrano disuguaglianze altrettanto piramidali.
La politica, sostiene la destra, non dovrebbe occuparsi delle disuguaglianze socio-economiche. Perché in fondo, essa dice, sono giuste. Coloro che stanno in alto lo debbono nell´insieme a un impegno nello studio e sul lavoro superiore a quello di coloro che stanno in basso. Se lo Stato interviene in tale processo, sminuisce il riconoscimento dovuto ai primi e compensa i secondi che non se lo meritano. Sostenendo questo la destra commette due errori. Il primo fattuale, perché la spiegazione vale per casi individuali, ma per un fenomeno collettivo come le disuguaglianze socio-economiche non c´è evidenza disponibile che la confermi. Il secondo errore è politico.
Chi si trova nella parte bassa della distribuzione del reddito e della ricchezza ha in media una vita più corta di qualche anno; svolge un lavoro più faticoso; si nutre come può; tende ad ammalarsi più spesso; stenta a mandare i figli all´asilo da piccoli come alle superiori o all´università da grandi; spreca in media un paio d´ore al giorno a fare il pendolare; a suo tempo, avrà una pensione da fame. Soprattutto, chi si trova nelle predette condizioni non conta niente nelle decisioni che vengono assunte dal potere politico giusto in tema di organizzazione del lavoro, salari, sanità, prezzi, costo e disponibilità di asili, scuola, trasporti pubblici, pensioni. Ora, finché si tratta d´una parte modesta della popolazione, un problema politico non si pone per chi sta in cima alla piramide: quelli che stanno alla base sono semplicemente invisibili. Quando invece capita che la base diventi maggioranza, o si affronta la questione delle disuguaglianze sul piano politico, oppure esse corrompono in profondità le strutture della società che le ha tollerate fino a quel punto. Che è il limite al quale l´Italia pare si stia approssimando.
Un segno del suo approssimarsi è evidente nel prolungato peggioramento delle disparità di salario tra l´Italia e i maggiori paesi europei. I rapporti dell´Ocse e alcuni recentissimi dell´Organizzazione Internazionale del Lavoro, datati addirittura 2009, non lasciano dubbi. Tra il 1995 e il 2005 le retribuzioni reali al netto dell´inflazione sono cresciute in Italia d´un misero 1,5 per cento, contro il 9,5 della Germania, il 14,5 della Francia e il 25,5 del Regno Unito. Se però i salari vengono misurati tenendo conto, oltre che dell´inflazione, anche della parità di potere d´acquisto, i salari italiani risultano diminuiti del 16 per cento tra il 1988 e il 2006. L´Oil precisa che questo è il maggior declino delle retribuzioni osservato in 11 paesi dell´eurozona per cui erano disponibili dati comparabili. Il declino ha un riflesso diretto nella quota che i salari rappresentano sul Pil: tra il 1979 e il 2007 tale quota è diminuita in Italia di quasi il 13 per cento. Al presente costituisce solamente il 55 per cento del Pil, sebbene i lavoratori dipendenti regolarmente occupati, quindi captati dalle rilevazioni Istat, siano cresciuti nel frattempo di alcuni milioni. A ragione l´Oil parla di "una vera emergenza salariale in Italia".
Superata la tappa dell´accertamento dei dati, una politica volta a ridurre le disuguaglianze dovrebbe interrogarsi sulle loro numerose cause. Basta scegliere quelle su cui concentrarsi. La produttività delle imprese italiane, che dovrebbe essere fatta anzitutto di ricerca e sviluppo, prodotti innovativi, organizzazione del lavoro ad elevato contenuto professionale, nonché mezzi di produzione idonei a migliorare la qualità di prodotti e servizi e non soltanto a risparmiare lavoro, ristagna da circa un decennio. Le imprese piccole pagano salari molto più bassi in media che non quelle grandi, e l´Italia ha un numero spropositato di esse. Alle politiche attive e passive del lavoro, intese a facilitare un rapido ritorno al lavoro di chi lo ha perso, l´Italia destina poco più dello 0,5 per cento del Pil; Germania, Francia e Spagna, quasi cinque volte tanto. Infine la finanziarizzazione delle imprese ha dirottato masse di capitali che potevano andare agli investimenti verso impieghi improduttivi, come il riacquisto di azioni proprie e i compensi astronomici ai manager sotto forma di stock option, bonus, paracadute e pensioni d´oro in aggiunta allo stipendio.
In compenso è cresciuto il numero dei miliardari in dollari facenti parte del decimo al top delle persone più ricche del mondo. Quelli italiani formano ora il 7 per cento di tale decimo, appena un punto meno della Germania che ha una popolazione molto più grande, e tra 1 e 3 punti in più rispetto a Regno Unito, Francia e Spagna.
Allo scopo di elaborare una politica diretta a ridurre stabilmente le disparità di reddito, come richiesto dal Capo dello Stato, occorre coraggio e consenso sociale. Il primo, è noto, se uno non ce l´ha non se lo può dare. Quanto al consenso, il governo in carica pensa evidentemente di averlo trovato distribuendo qualche euro una tantum ai poverissimi e ad una frazione minima dei precari. L´opposizione farebbe invece bene a pensare di accrescere il proprio prendendo sul serio l´invito di Napolitano. Tenendo conto che in assenza d´una simile politica l´emergenza salariale di cui scrive l´Oil, con le sue componenti finanziarie, potrebbe notevolmente peggiorare nel corso del 2009.

da la Repubblica del 7 gennaio 2009
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Di Fedele (del 04/01/2009 @ 17:46:22, in Video, linkato 183 volte)
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Di Fedele (del 03/01/2009 @ 17:41:37, in Segnalazioni, linkato 157 volte)
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Sachs  (Jeffrey Sachs, l’esponente più illustre della Scuola di Economia di Chicago n.d.r.) ammira Keynes, ma non sembra interessato al fatto che ciò che rese il keynesianesimo possibile nel suo Paese furono le richieste confuse e militanti dei sindacalisti e dei socialisti, la cui forza crescente rese credibile la minaccia di una soluzione più radicale, il che trasformò il New Deal in un compromesso accettabile. Non aver compreso l’ importanza dei movimenti di massa nel mutare la marea della Storia condusse Sachs a gravi errori.
Per esempio gli impedì di vedere la concreta realtà politica che aveva di fronte in Russia: non ci sarebbe mai stato un piano Marshall per la Russia, e questo perché il piano Marshall originario era stato varato a causa della Russia (dell’U.R.S.S. n.d.r.)
Quando Eltsin abolì l’Unione Sovietica, la “pistola carica” che aveva costretto a sviluppare il piano originario fu disarmata. Senza di essa il capitalismo fu improvvisamente libero di assumere la sua forma più selvaggia e non solo in Russia ma in tutto il mondo.
Con il collasso dell’Unione Sovietica, il capitalismo poteva contare su un monopolio globale, il che voleva dire che tutte le “distorsioni” che avevano interferito con il perfetto equilibrio del libero mercato non erano più necessarie.
Era questo il vero lato tragico della promessa  fatta ai polacchi ed ai russi: che se avessero seguito la schokterapia, si sarebbero risvegliati all’improvviso in “un normale Paese europeo”.
Quei normali Paesi europei - con la loro solida rete di sicurezza sociale, le tutele per i lavoratori, i potenti sindacati e la sanità socializzata - erano emersi  come compromesso tra comunismo  e capitalismo. Ora che non c’era più bisogno di compromesso, tutte le politiche sociali moderate furono prese d’assedio nell’ Europa occidentale, come  lo erano in Canada, Australia e negli Stati Uniti.
Tali politiche non sarebbero state introdotte neppure in Russia, e certo non con i soldi degli occidentali.
Questa liberazione da ogni vincolo è l’essenza della Scuola di Chicago (anche nota come neoliberismo, o negli  Stati Uniti, neoconservatorismo): non una nuova invenzione, ma il capitalismo liberato da tutti i suoi fronzoli keynesiani, il capitalismo nella sua fase monopolistica, un sistema che non deve più sforzarsi di conservarci come suoi clienti, che può essere antisociale, antidemocratico e disumano quanto vuole.
Finché il comunismo è rimasto una minaccia il gentleman’s agreement  del  keynesianesimo è sopravvissuto; una volta che quel sistema ha perso terreno, ogni traccia del keynesianesimo  ha potuto finalmente essere estirpata, ottenendo così l’obiettivo che Friedman (Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago n.d.r. ) aveva posto per il movimento mezzo secolo prima (anno 1957 n.d.r.).

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da Schokeconomy di Naomi Klein
 
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Di Fedele (del 01/01/2009 @ 18:28:15, in Video, linkato 144 volte)
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Di Fedele (del 30/12/2008 @ 19:02:39, in Segnalazioni, linkato 162 volte)
LA QUESTIONE MORALE
Veltroni e Pio Laghi. Dimmi con chi vai...
È bene che il Pd insista sulla questione morale, ma la sua attenzione non dovrebbe riguardare solo le amministrazioni locali. Anche i diritti umani sono importanti. Ieri Walter Veltroni ha partecipato ad un incontro della rivista Limes per discutere con il cardinale Pio Laghi sull'arrivo alla Casa bianca di Barack Obama. Sì, Pio Laghi, proprio lui, l'ex Nunzio apostolico, amico dei dittatori argentini, poi trasferitosi a Washington per curare i rapporti tra Santa Sede e amministrazione Bush.
Dal 1974 al 1980 Laghi è stato ambasciatore del Vaticano in Argentina, rappresentando la Santa Sede nel periodo più sanguinario della dittatura militare (1976-83). Con il risultato che per oltre vent'anni Giovanni Paolo II non ha mai ricevuto le Madri di Piazza di Maggio che si sono recate più volte in Vaticano perché intercedesse per salvare i loro figli. Allora molti di loro erano ancora vivi. Ma la chiesa, in silenzio, ha assecondato il genocidio. Nel 1997, in Italia, le Madri hanno presentato una denuncia alla magistratura per processare Pio Laghi per le sue responsabilità. E, consapevoli della sua immunità in virtù del Concordato, le Madri, con una denuncia alla Commissione pontificia Iustitia e pax, ne hanno chiesto la sospensione. Nulla di fatto. Infine nel 1999 la pazienza delle Madri è finita e con una lettera a Wojtyla hanno accusato la gerarchia della Chiesa cattolica di connivenza con la sistematica violazione dei diritti umani, la tortura e la desaparicion di 30.000 persone. La Chiesa, diceva la lettera «non si oppose al massacro, non alzò la voce a favore delle migliaia di nostri figli negli anni dell'orrore».
Durante la dittatura il cardinale Pio Laghi, prefetto emerito della Congregazione per l'educazione cattolica del Vaticano, è stato più volte interpellato dai familiari delle vittime ma non ha fatto nulla. «Se sono stati molto torturati, i militari non li lasceranno in libertà» disse nel 1979 a Lita Boitano che, disperata, voleva conoscere la sorte dei suoi due figli. Nulla. Ancora oggi sono desaparecidos.
Non è possibile che Walter Veltroni non ricordi nemmeno le famose partite a tennis tra Pio Laghi e l'ammiraglio Emilio Massera, capo della giunta militare, oltre che membro della P2 di Licio Gelli. Laghi era al corrente di quanto stava accadendo in Argentina, testimoni del principale campo di concentramento di Buenos Aires, la famigerata Esma, hanno dichiarato di aver visto entrare varie volte al campo una macchina con i vetri oscurati e la targa diplomatica del Vaticano. Era lui. Proprio da quel campo partivano i «voli della morte» che una o due volte alla settimana caricavano i camion con detenuti che erano poi portati su aeri e gettati vivi in mezzo al mare. Questa è la testimonianza del capitano Adolfo Scilingo che per aver partecipato a questi voli sconta in Spagna una pena di 640 anni. Scilingo ha pure raccontato che dopo i «voli» un cappellano consolava i militari sostenendo che si trattava «di una morte cristiana» e che «perfino nella Bibbia era previsto l'eliminazione dell'erba cattiva dai campi di grano».
Walter Veltroni si è seduto accanto a Pio Laghi, gli ha stretto la mano e ha discusso sul futuro dell'America di Obama. E la questione morale?

dal Manifesto del  23/12/2008
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Di Fedele (del 23/12/2008 @ 22:57:41, in Segnalazioni, linkato 147 volte)
Il 10 dicembre 2008 è stato il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Quale diritto umano è più universale, più naturale, più vitale, del diritto all'acqua? Eppure L'Onu, L'Ue, i G8, la stragrande maggioranza dei governi del mondo compreso il nostro, si rifiutano di dichiarare l'acqua come Diritto umano e si rifiutano di definire 50 litri di acqua di buona qualità per persona al giorno, come la quantità minima per vivere dignitosamente, così come afferma l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L'Onu non si pronuncia e il suo Consiglio dei diritti umani nel marzo scorso ha rinviato di tre anni il rapporto sui diritti umani.

Ma nel nostro paese nessuno sembra indignarsi per questo. L'acqua è un Bene comune? Lo afferma il Compendio alla dottrina sociale della Chiesa, il Cnel sostiene che non è un prodotto commerciale e persino il ministro Tremonti dichiara che non può essere regolato dal mercato. Ma il 6 agosto il parlamento italiano ha votato la legge 133 dove all'articolo 23 bis, si fa obbligo ai comuni di privatizzare tutti i servizi pubblici locali, compresi i servizi idrici, dichiarandoli servizi di «rilevanza economica», in una parola l'acqua potabile diventa un bene economico la cui gestione è affidata al mercato. Inoltre, cosa vuol dire privatizzare tutti i servizi pubblici locali? E' lo svuotamento più clamoroso della funzione dei comuni e della democrazia. Cosa resta ai comuni? Gestire le paure dei cittadini? Vendere territorio, parchi e coste agli speculatori di sempre per fare cassa? Mettersi a giocare in borsa con i derivati?
Succede in Italia. E alla Lega vorremmo dire: che senso ha parlare di federalismo quando i beni comuni fondamentali dei territori, vengono consegnati a multinazionali? Privatizzare tutta l'acqua potabile del nostro paese è un terribile salto nel buio, è privatizzare la vita stessa dei cittadini italiani, giocarla in borsa, consegnarla al profitto privato, nelle mani di un cartello monopolistico di 4 multiutility (Acea- Iride- Hera-A2A) , di 2 multinazionali francesi Suez-Lyonnais des eaux e Veolia, di alcune banche come il Monte dei Paschi e a imprenditori come Caltagirone e Pisante. E' inutile girare attorno alle parole: le privatizzazioni, la legge 133, l'art. 23 bis sono una nuova tangentopoli italiana, la conferma che nel nostro paese la questione morale è completamente trasversale.
Succede in Italia, mentre il comune di Parigi toglie a Suez e Veolia il servizio idrico e lo riprende nelle proprie mani pubbliche, mentre paesi dell'America latina dichiarano nelle Costituzioni che l'acqua è un diritto umano e un bene comune pubblico. Mentre nella stessa Europa il Belgio dichiara con leggi che l'acqua è un bene comune da gestire come servizio pubblico, in Italia la politica nel suo insieme partorisce la legge 133 art. 23 bis. Eppure pochi sembrano indignarsi col governo che mette ai voti una simile legge e con l'opposizione che lo attacca perché non ha privatizzato con più decisione. Nessuno si ribella né scende nelle piazze o sommerge con una valanga di mail i propri partiti. Qualche sindaco ha un moto di dignità, protesta, oppone resistenza, qualche coraggioso giornalista denuncia con forza la gravità di quanto sta accadendo, ma l'indifferenza della società civile sconcerta. Per l'acqua potabile, nelle mani delle multinazionali o della criminalità organizzata, per l'aria di cui si vendono le quote di inquinamento, per le morti sul lavoro, il cibo, la privatizzazione delle Università e della conoscenza, per i grandi diritti universali, sociali e collettivi, non c'è indignazione, né mobilitazione, nemmeno tra i lavoratori, chiusi di fatto in una dimensione corporativa. Solo gli studenti, con la loro lotta si collocano in questo passaggio epocale che è la mercificazione dei beni comuni di cui la 133 è la concretizzazione.
L'acqua che pure è donna e madre, è fertilità, non suscita reazioni nei movimenti femminili e femministi, e come nei movimenti per i diritti degli omosessuali. Eppure il diritto negato all'acqua, discrimina chi non ha i mezzi per pagarla e è la negazione d'ogni civiltà. Il bene comune chiede a tutti di cogliere l'interesse generale, il contenuto che unifica l'intera comunità e la chiama alla partecipazione.
Ecco perché In occasione della giornata Mondiale dei Diritti Umani, come Comitato italiano per un contratto mondiale sull'acqua lanciamo un appello a tutti i movimenti, affinché condividano la nostra indignazione e lottino con noi.
E' un appello che rivolgiamo anche alla Chiesa italiana e alle sue massime autorità che proclamano il diritto alla vita nelle scelte personali, ma tacciono sulla vendita obbligata del dono di dio e non denunciano il mancato riconoscimento dell'universale diritto sociale e collettivo all'acqua per tutti.
Chiediamo al Parlamento europeo che concretizzi i principi della risoluzione del marzo 2006 sul carattere pubblico dei servizi idrici, alla commissione europea affinché al 5° Forum Mondiale di Istanbul riconosca il diritto all'acqua e affidi all'Onu il Forum mondiale. Ai parlamentari italiani chiediamo un ripensamento sull'articolo 23 bis e un piano di investimenti pubblici per riparare le reti idriche e per finanziare progetti pubblici che portino l'acqua potabile a chi nel mondo non ne ha.
L'Onu nel 2006 ci ha informato che c'è una Crisi Mondiale dell'Acqua, che entro 30 anni il 60 per cento della popolazione vivrà al di sotto della soglia del conflitto idrico di 1000 metri cubi all'anno per persona, che il 48 per cento della domanda di acqua resterà senza risposta, che gli epicentri della crisi saranno: Cina-India, Usa, Mediterraneo, che 820 milioni di contadini oggi al livello di sussistenza verranno spazzati via e che 1 miliardo di profughi idrici si aggirerà disperata per il mondo.
Ma 4 Forum Mondiali dell'Acqua, presieduti dalle multinazionali Suez Lyonnais des eaux e Veolia, hanno impedito l'affermarsi del diritto umano all'acqua, l'Onu nel marzo di quest'anno ha conferito a un gruppo di imprese multinazionali utilizzatrici dell'acqua (Nestlè, Coca Cola, Pepsi Cola, Unilever, Levi Strauss, General Electric) il mandato di redigere un «Patto Mondiale per l'Acqua» che assieme al 3° Rapporto sui Programmi di gestione mondiale dell'acqua, saranno presentate come proposte per il 5° Forum Mondiale dell'acqua (marzo 2009 Istanbul) .
Tacere di fronte a queste scenari è un crimine, che ci rende tutti responsabili di aver firmato una cambiale per le prossime terribili guerre. Denunciare questa indifferenza è il modo migliore per onorare la Dichiarazione universale dei diritti umani .
E il Comitato italiano che ha partecipato alla manifestazione promossa da una Coalizione europea di venti e più associazioni impegnate a difesa dell'acqua che si è svolta il 10 dicembre davanti al Parlamento europeo, intende farlo con questo appello.

Emilio Molinari, Rosario Lembo
* Comitato italiano Contratto mondiale sull'acqua-Onlus  (www.contrattoacqua.it)

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Di Fedele (del 20/12/2008 @ 17:59:51, in Segnalazioni, linkato 227 volte)
Un attacco clamoroso, di inusuale violenza verbale e arroganza, quello che il Vaticano ha scagliato ieri contro, nientemeno, che la Spagna di Zapatero. L'accusa è anch'essa inusuale: il governo di Madrid, guidato dal leader socialista, sarebbe colpevole, nientemeno, che di "statolatria". E' toccato a Monsignor Amato, un vescovo-teologo che oggi è addetto alle "cause dei Santi" (e che presto Ratzinger, suo amico personale, eleverà alla porpora cardinalizia), lanciare l'incredibile provocazione: tutte le così dette "leggi etiche" del governo Zapatero, secondo il nostro Vescovo, implicano uno smisurato allargamento del ruolo dello Stato, anzi una indebita "ingerenza" nella vita dei singoli. In breve: le questioni etiche spettano tutte all'autorità religiosa, è il pensiero nemmeno tanto recondito del Monsignore, e al massimo un Governo (come per esempio fa quello italiano) le può supinamente ratificare. La vita, la nascita, la morte, la sessualità - queste bazzecole che riguardano ciascuno di noi e la libertà di ciascuno di noi - appartengono alla Chiesa. Come accadeva, all'incirca, nel Medio Evo, magari prima delle celebre "lotta per le investiture".
Incredibile, poi, gli esempi concreti che Amato cita, nella sua intervista alla rivista Il Consulente Re , a sostegno della sua tesi.Sapete perché Zapatero sarebbe "statolatrico"? Perché ha introdotto, come materia obbligatoria nelle scuole, l'educazione civica. Perché la legislazione laica del suo governo "obbliga le famiglie a scegliere" tra determinate scuole "dove si insegnano determinate materie". Sono argomenti di tale assurdità e prepotenza, da lasciare basito il più incallito dei mangiapreti. A parte l'ossimoro dell'"obbligo alla scelta" (in genere, almeno in italiano, si dice "consentire" una scelta), l'unica cosa che si capisce è che il Vaticano non sopporta la libertà. Nessuna libertà, di pensiero, di stampa, di organizzazione, di azione, men che mai la libertà di coscienza. Del resto, Monsignor Amato è lo stesso che, in un convegno di un paio d'anni fa, dedicato ai problemi della comunicazione cattolica, spiegò che, ahimé, "il Magistero della Chiesa" subisce oggi una certa "indocilità" da parte degli stessi fedeli e perfino "da parte di alcuni teologi". Cioè, gli stessi cattolici, e pensatori cattolici, non tendono più, nel 2008, a comportarsi come un gregge: si rifiutano di essere pecore e pecorelle. Ciò è un gran male, ribadiva l'allora segretario della "Dottrina della fede": vuol dire che il "nichilismo, il relativismo e la biopolitica stanno prendendo il sopravvento". E minano non solo la necessaria "docilità" delle masse, ma la libertà stessa dell'uomo che, secondo questo pensiero, sta tutta e soltanto in Dio e nei suoi rappresentanti in terra.
Certo che ha un bel fegato, questo monsignor Amato: un integralista classico, in fondo. Uno che certamente rimpiange, in cuor suo, la Spagna franchista o la considera un modello da riproporre: giacché era un bell'esempio di regime clerico-fascista, retto da un blocco di potere che aveva alla sua testa giusto la Chiesa cattolica. Infatti, in più di trent'anni di dittatura, vescovi, cardinali o teologi ufficiali quando mai si sono sognati di accusare il franchismo di una qualche tendenza "statolatrica" - leggi adorazione a-critica del ruolo dello Stato e della sua funzione repressiva in specie - o almeno di una qualche propensione autoritaria? Del resto, a chiarimento delle idee dell'alto prelato, vale la pena di ricordare che, anche recentemente, proprio lui ha dichiarato che in Italia "i cattolici sono sotto tiro" - perseguitati e vilipesi. Roba da chiodi, come avrebbe detto mia nonna. Roba che fa pensare, lì per lì, che le stanze vaticane sono percorse da una vera e propria ondata di follia.
Ma molto probabilmente la follia non c'entra nulla. C'entra, piuttosto, la radicalizzazione a cui sta andando, in gran parte è già andato, l'attuale pontificato, nella direzione, come dicevamo, integralista, clericale, medioevaleggiante. Sepolto, o quasi, il Concilio Vaticano II e le sue tematiche sociali, abbandonato ogni interesse concreto per i poveri, i deboli, gli affamati, le vittime della guerra, Ratzinger ha deciso, chissà, che l'unica attività in cui oggi la Chiesa (ufficiale) può, chissà, primeggiare è quella delle crociate (uno sport antico e mai del tutto autocriticato). E' di questi giorni un'altra violenta polemica, che ha come bersaglio l'attuale presidente della Camera: Gian Franco Fini è sotto accausa di "opportunismo" perché ha detto che, quando furono varate le leggi razziali del 1938, la Chiesa, sostanzialmente tacque - ovvero, come si usa dire, acconsentì. Fini è diventato un nemico del Vaticano (e certo sulla sua futura carriera politica si accettano scommesse) solo perché si è permesso di dire apertamente quello che Veltroni, D'Alema o qualche altro leader anche illustre che li ha preceduti non hanno mai osato dire apertamente: vale a dire che l'antisemitismo cattolico c'è stato, e come, al di là dei tanti e meritevoli sacerdoti che hanno aiutato gli ebrei (e i perseguitati in genere dal fascismo). Ecco un altro incredibile paradosso che ci regala questa fase confusa e torbida della storia: un leader postfascista, comunque un uomo della destra, che batte la sinistra in laicità e anche coraggio. Ma, appunto, il principale nemico del Vaticano è oggi proprio la laicità: quel principio e quella pratica fondativi dello Stato di diritto, che non dividono il mondo in fedeli e miscredenti, ma sanciscono la libertà di tutti - e dell'irriducibile libertà dell'individuo. La libertà di credere e di non credere. La libertà di pensare e di amare. La libertà di nascere, di non nascere - e anche di morire in pace.


da Liberazione del 19 dicembre 2008
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Di Fedele (del 16/12/2008 @ 19:04:02, in Segnalazioni, linkato 196 volte)
Milioni di donne e di uomini scioperano sotto la pioggia. Ma per cosa? Qual è l'obiettivo dello sciopero generale organizzato dalla Cgil? Manca per il momento una indicazione capace di unificare precari, disoccupati, lavoratori più o meno garantiti, lavoratori pubblici e privati.
Nel frattempo il Senato americano ha bocciato il finanziamento statale destinato a salvare le grandi aziende dell'auto. Il settore automobilistico crolla in tutto il mondo, anche in Cina, dove le vendite sono cadute del 16% nel mese di novembre. La decisione dei senatori americani è dettata dal cinismo liberista, ma non è detto che sia sbagliata. Forse adesso cominceremo a renderci conto del fatto che non c'è nessuna possibilità di restaurare il sistema industriale. Il capitalismo industriale è defunto, con tutte le sue regole. Purtroppo rischia di portare nella tomba la civiltà sociale costruita negli ultimi cent'anni, e rischia di distruggere la vita di milioni di lavoratori, spinti nella miseria e nella disoccupazione.
Come salvare la società dal cataclisma provocato dal crollo del capitalismo industriale?
Negli ultimi decenni il salario si è ridotto dovunque.
La quantità di lavoro erogata e l'intensità del lavoro sono aumentate enormemente.
I profitti si sono moltiplicati.
Ora è necessario porre il problema della redistribuzione del reddito, della redistribuzione del tempo di lavoro. Abolizione degli straordinari, riduzione della giornata lavorativa, reddito di cittadinanza sganciato dal tempo di lavoro.
Non vi è salvezza se non in questa direzione. La forma-salario non ha più ragione di essere, è finito il tempo in cui il diritto alla vita poteva essere legato al tempo di lavoro prestato.
E' giunto il momento di lanciare una campagna europea per il reddito di cittadinanza. Di questo hanno bisogno i lavoratori, di questo ha bisogno la società se non vogliamo sprofondare nella barbarie. Questo e soltanto questo può essere il terreno su cui si ricostituisce un fronte del lavoro, un fronte dell'autonomia sociale, un fronte del progresso e della libertà.
Non ha diritto di esistere una sinistra che non abbia una parola decisiva da dire in questo frangente. E la parola decisiva, oggi, non è altro che questa: reddito di cittadinanza, redistribuzione del tempo di lavoro.
Reddito di cittadinanza non è una formula nuova. In varie maniere se ne è parlato fino dagli anni 60, e alcuni stati europei hanno sperimentato negli anni forme di erogazione di reddito ai disoccupati.
Ma ora si tratta di compiere un salto, che prima di tutto è un salto culturale.
Non vi può più essere nessun rapporto diretto tra reddito e lavoro.
La frammentazione della giornata lavorativa sociale, la precarizzazione dei rapporti di lavoro hanno reso obsoleto il principio stesso del salario. Nell'epoca classica delle relazioni industriali il salario pagava la disponibilità di una persona a prestare il suo tempo a un imprenditore. Quella persona era portatrice di diritti, bisogni, forza contrattuale. Ma oggi non è più così: ora il sistema d'impresa paga frammenti di tempo separati dalla persona, frammenti di tempo precario e cellulare, e il committente non è più un imprenditore ma un'agenzia che fornisce lavoro a imprenditori diversi.
Sempre meno si può identificare il lavoratore come persona, perché esso diviene sempre più un pulviscolo di frammenti di tempo cellulare. In questo condizioni si determina una situazione di sottosalario che produce effetti di sottoconsumo, o piuttosto di sovrapproduzione. La debolezza dei salariati è diventato un problema per lo stesso capitale. Il capitalismo si è inceppato perché ha avuto mano libera al punto da distruggere le condizioni del consumo di massa, e quindi della sua propria riproduzione.
Perciò il reddito di cittadinanza diventa oggi un terreno di contrattazione realistica tra capitale e lavoro. Perciò il tema del reddito di cittadinanza esce dalla sfera dell'utopia per divenire oggetto della discussione economica ufficiale. Fin dai licenziamenti Fiat del 1980 i sindacati si opposero alla rivendicazione di reddito sganciato dal lavoro, perché, comprensibilmente, temevano che il reddito garantito potesse permettere agli industriali di licenziare masse di operai e di ristrutturare gli impianti in modo da attaccare la composizione del lavoro. Ma la battaglia in difesa dell'occupazione è stata persa in maniera sistematica: gli industriali hanno licenziato, il salario operaio si è immiserito, la ristrutturazione ha precarizzato il lavoro.
Si può accettare che ancora oggi, come negli anni 80, il sindacato si limiti a difendere l'occupazione in settori in cui l'occupazione non ha più ragione di esserci? Non sarebbe meglio far crescere l'idea che in certi settori non c'è più bisogno di lavoro, e dunque la giornata lavorativa deve complessivamente essere ridistribuita e ridotta? Non sarebbe forse meglio far crescere la consapevolezza del fatto che il reddito va separato dal lavoro?
Non si tratta di ammortizzatori, come si dice in giro. Qua non c'è niente da ammortizzare.
Il tempo di vita dei lavoratori è stato spremuto per tre decenni, ora è necessario ridistribuire il reddito attraverso l'imposizione fiscale. Si tratta di garantire reddito a ogni cittadino e cittadina che abbia compiuto diciotto anni di età. Al tempo stesso è necessario modificare il sistema delle attese sociali, ridimensionare le attese di consumo, de-privatizzare il consumo, creare strutture di consumo collettivo. Il mondo che ci attende può essere un mondo povero e miserabile e aggressivo, ma potrebbe essere invece un mondo ricco allegro e creativo. Dipende da come predisponiamo il sistema delle attese, dipende dalla capacità di riattivare il circuito della solidarietà sociale. Dipende dalla nostra disponibilità a rinunciare al pregiudizio della crescita e del consumo crescente. Dipende dalla nostra capacità di intendere la ricchezza secondo criteri diversi da quelli proprietari



da Liberazione del 15 dicembre 2008
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Di Fedele (del 12/12/2008 @ 19:55:55, in Video, linkato 139 volte)
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