Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 09/12/2008 @ 18:26:38, in Eventi, linkato 163 volte)
Nostro compito non è quello di salvare il "capitalismo terminale" dalla crisi, ma quello di salvare i lavoratori e le loro famiglie dalla crisi del capitalismo.

Lo SCIOPERO GENERALE del 12 dicembre sarà solo il primo passo.

Sulla scorta dell’«emergenza crisi» pare si stia già verificando che le ricadute sul lavoro (cassa integrazione, mobilità, licenziamenti di massa) stiano correndo assai più delle crisi di Borsa. Segno evidente che per i padroni (come già accadde per le ristrutturazioni degli anni ’80, che segnarono forti riduzioni di personale a fronte d’una crescente produttività tecnologica mai rivendicata, né contrattata, né distribuita) questa crisi è una ghiotta occasione per riplasmare la composizione quantitativa, qualitativa e organizzativa della forza lavoro.
Le cifre ufficiali fornite dai media non descrivono la profondità e la gravità della crisi capitalistica in atto, né l’impatto devastante e prolungato che essa avrà sulla vita di noi lavoratori. I rapporti ad oggi pubblicati per i paesi europei evidenziano il rischio inquietante di una disoccupazione di massa. Di qui la domanda ricorrente: che possiamo fare noi lavoratori rispetto alla crisi? E perché in un momento così drammatico la CGIL decide di riprendere il conflitto sociale proclamando lo sciopero generale per il 12 dicembre?
Cominciamo allora col dire che questa crisi non è banalmente dovuta alla «mancanza di regole dei mercati finanziari» (come vien detto nei salotti televisivi “inquinati”). E nemmeno muove dalla finanza per impattare su un economia reale sana e virtuosa che bisognerebbe preservare dal contagio). Non serve essere economisti per capire che economia reale e finanza sono indissolubilmente intrecciate fin dalla nascita del capitalismo e che il progressivo accentuarsi dei processi di finanziarizzazione speculativa degli ultimi 25/30anni sono stati necessari per surrogare la progressiva difficoltà del capitalismo produttivo nel mantenere livelli accettabili di “accumulazione del capitale” (senza i quali esso sarebbe già collassato da un pezzo).
Oggi, in realtà, siamo di fronte all’esplodere di una crisi drammatica che affonda le sue radici proprio nell’economia reale capitalistica, in quel gigantesco processo di redistribuzione del reddito avvenuto negli ultimi 20/25 anni, in cui una parte enorme della ricchezza prodotta è passata dai salari e le pensioni ai profitti e alle rendite. Ed è stata proprio questa enorme divaricazione tra redditi da capitale e redditi da lavoro - prodotta dall’enorme deregulation del mercato del lavoro (leggi sulla precarietà, depotenziamento del CCNL, smantellamento dei sistemi di Welfare, agiti per rilanciare la competitività contro la concorrenza asiatica) – che ha prodotto la crisi della domanda, a cui, per tenere in piedi i consumi (ovvero continuare ad accedere all’immensa quantità di merci prodotte), si è pensato di far fronte con l’espansione smisurata del credito, ovvero, mediante l’indebitamento e, a partire dal 2001, attraverso le cartolarizzazioni dei mutui e l’esplosione della piramide di quei prodotti finanziari chiamati “derivati”.
Le politiche che fino ad oggi hanno accompagnato i processi di liberalizzazione dei movimenti del capitale voluti dal WTO e quelli di deregulation del mercato del lavoro (che in Italia continuano ad essere tenacemente perseguite da governi e padroni), sono state ispirate dalle teorie economiche neoliberiste che imperversano ormai dagli anni ’80, negli USA con Reagan, Clinton e Bush, in Europa con tutti i governi di centrosinistra o centrodestra che si sono succeduti (Blair, Schroeder, Berlusconi, Prodi) e che attraverso gli accordi di Maastricht, il Patto di Stabilità e quello di Lisbona, hanno puntato ad impedire qualsiasi politica in deficit di spesa, imponendo agli stati nazionali, in nome del rigore monetario, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la progressiva privatizzazione dei servizi sociali. La durata ultra trentennale di queste politiche fallimentari induce a ritenere che la crisi che esse hanno prodotto sia molto più grave e strutturale della Grande Depressione del '29.
Quanto alle ricette propagandate per uscire dalla crisi, oggi abbiamo che gli stessi artefici della crisi si ripropongono come i medici che dovrebbero farci uscire dal mare di guai in cui ci hanno precipitati. I salvataggi bancari da loro attuati (che non modificano né gli assetti proprietari, né i consigli       d’amministrazione delle banche in crisi) non sono affatto una “soluzione” alla Crisi, bensì il presupposto per ulteriori crolli. Trasferire grandi quantità di denaro pubblico (pagate da tutti i contribuenti) nelle mani di finanzieri privati, porterà infatti ad un aumento pazzesco del debito pubblico ed a una centralizzazione senza precedenti del potere bancario.

Se quanto detto corrisponde a realtà, ne consegue che sia gli interventi attuati sulla sfera monetaria, sia i “pannicelli caldi” propinati da Tremonti/Berlusconi o dal PD, sono del tutto insufficienti. Per tentare di attutire gli effetti di questa crisi capitalistica (che si protrae almeno da 35 anni e che noi riteniamo irreversibile) ci vuole ben altro: è necessario tornare a rilanciare la spesa pubblica, rilanciare l’intervento pubblico nell’economia, andando ben oltre i vincoli del Patto di stabilità europeo; ci vogliono forti investimenti pubblici per sostenere la domanda interna, altrimenti l’economia non ripartirà. Ancora: bisogna legare gli incentivi dati alle imprese ad un progetto strategico di politica industriale che riqualifichi la capacità produttiva del sistema paese; ma soprattutto, bisogna fare di tutto, anzi di più, per far crescere i salari, sia attraverso la leva fiscale che attraverso una vera politica di redistribuzione della ricchezza attraverso il Contratto Nazionale.

Ciò che non è più accettabile è la favola del «non ci sono i soldi», perché questa è una presa in giro “ideologica” che va avanti ormai da 20anni. I soldi ci sono, eccome! Se l’Europa nel giro di pochi secondi ha potuto decidere di sospendere i vincoli di Maastricht e i vincoli finanziari per il credito (iniettando una valanga di quattrini pubblici per salvare gli speculatori bancari e le imprese), allo stesso modo, quegli stessi vincoli non devono valere nemmeno per delle politiche anticicliche serie, a tutela del lavoro e dei sistemi di protezione sociale!

Da qui nasce la necessità di tornare al conflitto sociale e l’auspicio che esso possa crescere in tutto il Paese dopo lo Sciopero Generale del 12 dicembre. La CGIL deve prendere atto che gli spazi per qualsivoglia mediazione concertativa sono oggi dichiarati esauriti dalle imprese, che puntano ormai a distruggere ogni forma di sindacato contrattuale per sottomettere totalmente il lavoro al nuovo paradigma imposto loro dalla crisi. Mentre per quei sindacati che vogliano evitare la trincea, è lasciata aperta la via seguita da Cisl e Uil, a cui sarà concesso come condizione della propria sopravvivenza, la semplice convalida delle decisioni aziendali.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una significativa ripresa del conflitto sociale in tutto il Paese che fa ben sperare. Noi riteniamo che al movimento per la difesa della scuola pubblica, dell’università, della ricerca, si debba affiancare al più presto la lotta dei lavoratori. Lo sciopero generale del 12 dicembre sarà il primo passo di un lungo percorso di ricostruzione, orientato all’apertura di una nuova e autonoma fase sociale, politica e culturale, liberata finalmente dalla subalternità ideologica al "mercato" e allo strapotere dell'impresa sul lavoro.

RETE 28 APRILIE TREVISO

da www.rete28aprile.it in data 8 dicembre 2008

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Di Fedele (del 06/12/2008 @ 23:25:15, in Considerazioni, linkato 171 volte)
Nel libro “Voglia di cambiare” di Salvatore Gianella, tra gli altri argomenti viene presa in esame la legislazione svedese in tema di sicurezza sul lavoro. Vent'anni fa anche la Svezia aveva un problema di morti sul lavoro: fu allora che governo ed industriali decisero di capovolgere la scala dei valori della produzione.
Fino a quel momento al primo posto c'era il profitto, al secondo la qualità del prodotto e la puntualità, al terzo la salute e l'incolumità dei lavoratori.
Da allora al primo posto venne messa la salute e l'incolumità dei lavoratori, poi la qualità del prodotto e la puntualità, infine il profitto.
La Svezia ha quasi azzerato le morti sul lavoro, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all'"ombudsman" dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.
Alla Scania (la Fiat svedese) da vent'anni non si registrano più morti sul lavoro, in Svezia la qualità dei prodotti è aumentata ed anche i profitti.
In Italia il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza viene lasciato solo davanti alla direzione aziendale dai sindacati.
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In un articolo uscito sull' Herald Tribune il 3 Novembre 2008, Thomas Friedman scriveva: «Dovremo tutti pagare perché il collasso avviene nel contesto di quello che può essere considerato forse il più grande trasferimento di ricchezza dalla rivoluzione bolscevica del '17. Non è un trasferimento di ricchezza dai ricchi ai poveri, ma un trasferimento di ricchezza dal futuro al presente. Mai nessuna generazione ha speso tanto della ricchezza dei suoi figli in un periodo di tempo così breve. L'America ha imposto alle generazioni future un immenso peso per finanziare i tagli delle tasse, le guerre e i salvataggi delle banche. Inoltre l'amministrazione Bush ci lascia in eredità un altro debito, quello con madre natura. Abbiamo aggiunto all'atmosfera sempre più CO2 senza nessuno sforzo di riduzione».
Il futuro non c'è più: è stato speso, ipotecato, devastato dal capitalismo neoliberista. E adesso?

Nelle scuole e nelle università italiane è esploso un movimento che grida: "Questa crisi noi non la paghiamo". Non pagheremo il debito che avete accumulato. Non rinunceremo all'istruzione, al piacere della vita, ai servizi sociali solo perché una classe di accaparratori irresponsabili ha distrutto tutto prima che noi arrivassimo al mondo.
Quello slogan è il segno della tempestività di questo movimento, della sua intelligenza. Ma più che uno slogan è un problema. Come si fa a non pagare questo debito? Il problema di adesso è proprio quello di una nuova dimensione dell'esistere collettivo, capace di rovesciare il dispositivo della crescita capitalista, di imporre una redistribuzione del reddito e di conquistare una riduzione del tempo di lavoro. Il vero nemico degli studenti non è il decreto Gelmini, puro e semplice atto di cieca devastazione. E' la Carta di Bologna del 1999, che sancì l'impegno dei paesi europei a subordinare i sistemi scolastici alle esigenze dell'economia d'impresa, e che avviò il processo di frammentazione dei saperi, e di precarizzazione della figura studentesca. La mobilitazione contro la legge Gelmini ha avuto una funzione importantissima, perché ha interpretato un sentimento diffuso tra la maggioranza degli studenti e degli insegnanti. Ma ha anche creato una situazione complicata, perché questo governo non ha un'opposizione parlamentare, gode di una maggioranza schiacciante, e controlla mediaticamente l'opinione. Di conseguenza non si può batterlo sul piano legislativo.
Non è stato certo sbagliato andare allo scontro con la legge Gelmini, ma se vogliamo che l'esito della scontro non si risolva in una sconfitta dobbiamo ragionare sul lungo periodo, dobbiamo liberarci di alcuni limiti culturali che sono iscritti nelle forme stesse della soggettività contemporanea. Le grandi mobilitazioni producono effetti significativi quando filtrano nel tessuto della vita quotidiana, altrimenti svaniscono come la nebbia. E perché questa onda filtri nei circuiti della vita quotidiana occorre fare i conti con una fragilità che finora nessuno ha avuto il coraggio di mettere in questione: quella fragilità si chiama legalismo.
Uno dei peggiori effetti che il berlusconismo ha prodotto nella cultura politica italiana (e nella formazione della generazione che è cresciuta sotto Berlusconi) è proprio l'antiberlusconismo.
Non mi si fraintenda. Quello instaurato da Berlusconi è per me un regime di totalitarismo mediatico forse ancor più deleterio per la democrazia di quanto fu il fascismo mussoliniano. Non sono di quelli che consigliano di "non demonizzare Berlusconi". Berlusconi è il demonio, se demonio significa ignoranza, truffa, immiserimento, paura, razzismo arroganza.
Ma l'antiberlusconismo corrente (rappresentato da persone degnissime come Grillo, Di Pietro, Travaglio o Moretti) è solo marginalmente una riflessione sull'effetto che i media hanno prodotto sull'immaginario e sulle forme di vita. Essenzialmente è una riflessione su legalità e illegalità.
Sembra che tutti i mali derivino dal fatto che al governo ci sta una classe politica che viola la legge.
Semplificazione del tutto fuorviante, ma come non capirla? Se al governo ci sta (come ci sta) un ceto politico di sistematici predatori e di violatori professionali delle leggi, è comprensibile che gran parte della società finisca per attribuire la miseria, la disoccupazione, la crisi della scuola pubblica e tutto il resto all'illegalità.
Basterebbe allora che tutti rispettassero la legge? Credo proprio di no. La legge non è altro che la sanzione formale di un rapporto di forze. E' legale sfruttare la gente. E' legale costringerla a fare straordinario. E' legale uccidere sul lavoro. E' legale costringere la gente a subire una vita precaria.
E' legale fin quando i principi su cui si scrive la legge sono quelli della competizione e della crescita illimitata.
La legge non è che la sanzione di un rapporto di forza, e anche quando la legge è rispettosa dei bisogni della società (come in molti suoi punti è la Costituzione della Repubblica Italiana) se non esiste la forza per imporne il rispetto, la legge è scritta sull'acqua.
Solo la forza può restituire alla società autonomia dal dominio del profitto. Solo la forza può dare ai lavoratori e agli studenti la possibilità di difendere la loro dignità e i loro diritti.
Ma la forza cos'è? La forza sta nell'unità delle diverse componenti del lavoro sfruttato, sta nella ricomposizione del mosaico infinitamente complesso della vita di chi produce valore. La forza sta nella capacità di vivere in condizione di indipendenza, sta nella capacità di non subire le idee e le immagini e le paure di chi ha il potere.
La forza sembra oggi sfuggirci perché la precarietà ha sgretolato i rapporti fra le diverse sezioni del lavoro sociale. E questa frammentazione la ritroviamo anche nei movimenti. In questo movimento c'è una gelosia dell'identità, una paura della contaminazione, un riflesso di chiusura e di settorialità che, prevalendo, preparerebbero la sconfitta. Dobbiamo allora curarli, dobbiamo allora superarli questo legalitarismo e questo identitarismo, che sono fattori di fragilità del movimento. Occorre curarli, occorre superarli, se vogliamo che il movimento conquisti il lungo periodo fino a divenire senso comune e forma della vita quotidiana.

da Liberazione del 29 novembre 2008

I
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Di Fedele (del 03/12/2008 @ 19:49:51, in Video, linkato 148 volte)
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Di Fedele (del 01/12/2008 @ 14:34:56, in Segnalazioni, linkato 218 volte)
Serenamente analizzata la situazione politica, sentiti con un piccolo sondaggio svariati amici elettori democratici, valutata la situazione economica, ecco una semplice ma decisiva conclusione: Bibì e Bibò hanno rotto i coglioni.
 E’ dal 1994 che assistiamo al trionfo di Berlusconi Silvio, ed è da allora, e pure da prima, che nel maggior partito della sinistra italiana Bibì e Bibò si fanno i dispetti come all’asilo. Uno diventa segretario, l’altro fa la fondazione; uno diventa ministro, l’altro fa le primarie col fax; uno diventa presidente del consiglio, l’altro gli tira una torta. Bibì fa il governo ombra, Bibò non ci sta. Bibì apre una televisione di condominio, anche Bibò apre una televisione di condominio. Bibì vuole il congresso, anzi no; Bibò è contro il congresso, anzi no. Bibì ha la Binetti, Bibò vuole Casini. Bibì scrive romanzi, Bibò si compra una banca. Bibì mette Bettini in una stanza a fare le liste elettorali (tra cui il noto Villari, chapeau!), Bibò ha un braccio destro come Latorre (e ho detto tutto). Bibì tenta di parlare di politica, ma diventa uno spot del libro di Bruno Vespa, e questo è il posto dove ci tocca vivere.
Presto arriveremo al caffè versato sui pantaloni (ops! scusa, Massimo!), alla macchina rigata (ops! scusa, Walter!), allo sgambetto, al cuscino che scoreggia, alla stretta di mano con scossa elettrica: nemmeno Franco e Ciccio erano durati tanto con lo stesso repertorio.
Dichiarano, esternano, cooptano sodali e complici per i loro dispettucci, muovono pedine ognuno per irritare l’altro. E non si rendono conto che il loro pubblico non ride più da un pezzo, che è più povero, più stanco, più precario, più cassintegrato, più solo. In platea le sedie vuote aumentano, manca poco al lancio di ortaggi, altro classico dell’avanspettacolo.
Bibì, Bibò e Capitan Cocoricò che intanto, da Arcore, se la gode e se la spassa, fa e disfa, diventa ogni giorno più ricco e potente e arrogante e pericoloso. Che brutto spettacolo, compagni democratici. E il biglietto costa carissimo per tutti.

dal Manifesto del 23 novembre 2008
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Di Fedele (del 30/11/2008 @ 19:26:36, in Video, linkato 136 volte)
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Di Fedele (del 24/11/2008 @ 19:13:41, in Segnalazioni, linkato 188 volte)
Ciao a tutte,
questa è una mail indirizzata alle tante donne che ho conosciuto di persona o via mail in questi anni. Le voglio rendere partecipi di una tragedia che, se ce ne fosse ancora bisogno, ci dice quale è la realtà di questo nostro povero paese.
E’ la storia di Valentina, una delle due figlie di un caro amico con il quale ho lavorato anni fa. Un uomo profondamente onesto, generoso e coraggioso, un uomo che raggiunta la pensione ha dato concretezza alla sua antica passione di dipingere ottenendo anche un discreto successo.
E veniamo a Valentina. Una ragazza ventenne, iscritta a Milano all’università con il sogno di diventare stilista. Una sera di qualche anno fa, torna da un concerto insieme al suo fidanzato. A Milano, in piazzale Brescia, vengono avvicinati da una mercedes nera con a bordo tre ragazzi. L’auto si ferma, scendono due degli occupanti (tutti italiani nessun extracomunitario) che cominciano a picchiare la coppia di giovani. Non contenti di averli riempiti di botte si accaniscono su Valentina e la violentano. Nessun passante interviene ma qualcuno prende il numero di targa della vettura. Si risale al proprietario e si procede con la denuncia. Il primo processo dura quattro anni ed è devastante per Valentina. Gli imputati non fanno un solo giorno di carcere.
La prima sentenza viene appellata ed il secondo processo è ancora più devastante del primo. Nessuno degli imputati ha un minimo di rimorso, nessuno dei loro famigliari si sente in dovere di esprimere una sola parola di conforto per Valentina la quale intanto ha lasciato Milano, si è trasferita a Torino, ha lasciato la precedente università e si è iscritta a psicologia, un modo forse per elaborare il suo lutto.
Anche il secondo processo non rende giustizia a Valentina e lei lo scorso 22 luglio decide di farla finita impiccandosi.
Chi vuole conoscere Valentina può farlo andando a visitare il sito lalberodivalentina (lo trovate attraverso Google).
Armando
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    La televisione pubblica italiana dà una falsa immagine della realtà? A questa domanda, Silvio Berlusconi ha già risposto di sì. Egli le rimprovera, in questi tempi di crisi, di “diffondere l’angoscia e il pessimismo” mentre “dovrebbe cooperare al fine di migliorare le cose”. “Farò il possibile perché le televisioni non siano fattori di ansietà”, ha spiegato qualche giorno fa.

    Anche Marcello dell’Utri, suo amico e cofondatore di Forza Italia, si è permesso di commentare: “In televisione vedo conduttori dalle facce un po’ gotiche, un po’ cupe. Il direttore dovrebbe dar maggior prova di esprit de finesse”. “La Rai non è proprietà di Berlusconi”, ha replicato il sindacato dei giornalisti della televisione pubblica.

    Ma sono soprattutto i programmi di approfondimento e di satira politica –numerosissimi in Italia- ad infastidire il presidente del Consiglio. “Ogni giorno, su tutti i canali, vengo dileggiato. Un’abitudine che s’è fatta insopportabile e che deve cessare”, ha osservato Berlusconi. “Non andremo mai più in televisione a farci insultare”, ha detto ai suoi ministri. Un diktat poco rispettato. A cominciare da lui.

    Martedì 18 novembre. Mentre la trasmissione di dibattito politico “Ballarò” su Rai 3 volgeva al termine, il presidente del Consiglio si è autoinvitato intervenendo telefonicamente per sfidare uno dei suoi avversari, Antonio Di Pietro, presidente dell’Italia dei valori (IDV), che precedentemente l’aveva accusato di essere “un corruttore politico”: “Che vada dai magistrati a denunciarmi, altrimenti sarò io a trascinarlo in tribunale per calunnia”.

    Intrusione? L’ennesima. Nel passato Berlusconi è già intervenuto a più riprese, all’improvviso, in trasmissioni alle quali non era invitato. Pressione politica? Si tratta anche di un modo, per lui che possiede un impero televisivo (Mediaset), di mostrare che la Rai è come se fosse casa sua.

    Tali segnali di nervosismo giungono nel momento in cui Berlusconi deve fronteggiare la contestazione di piazza ed una grave crisi economica. Anche se la sua popolarità si mantiene attorno al 60%, il presidente del Consiglio ha perso qualche punto al momento delle manifestazioni studentesche di inizio novembre contro la riforma dell’istruzione del ministro Mariastella Gelmini.

    “CAMPO DI BATTAGLIA”

    Lo inquieta, inoltre, la prospettiva di una lunga crisi accompagnata dal rischio di un ritorno dell’antipolitica. Essere il bersaglio di imitatori e fantasisti non è il modo migliore per poter divenire un giorno –questo il suo sogno- presidente della Repubblica, una delle cariche più rispettate della Penisola. Ciò spiega la nuova offensiva contro la televisione pubblica e il tentativo di controllare come vengano rappresentati la sua immagine e il suo operato. “La televisione torna a farsi campo di battaglia della politica”, scrive il politologo Ilvo Diamanti sul quotidiano La Repubblica.

    Per il momento non si tratta che di pressioni e minacce. Nel passato Berlusconi ha dimostrato di sapersi spingere ancora più in là. Nel 2002 aveva chiesto –e ottenuto- la testa di due giornalisti, tra i quali il rinomato Enzo Biagi.

    Alcune intercettazioni telefoniche hanno rivelato che tra il 2001 e il 2006 dei collaboratori di Mediaset erano stati piazzati ai vertici della Rai per pilotare la linea dei programmi della televisione pubblica. Obiettivo: orientare l’informazione in favore di Berlusconi.

    Gli attacchi contro il servizio pubblico giungono in un momento di grande incertezza sulla scelta del futuro presidente della commissione parlamentare di sorveglianza della Rai, un posto che tocca all’opposizione e che aprirà la strada ai futuri cambiamenti nella direzione dei canali.

    E’ dal mese di luglio che i partiti di sinistra ancora non hanno trovato l’accordo su un nome. Berlusconi ha acconsentito a che i membri di destra della commissione designassero un candidato di sinistra che non aveva l’avallo del suo campo. Il presidente del Consiglio, non contento di seminare zizzania nell’opposizione, si è, ovviamente, astenuto dall’intervenire in questa vicenda.

Philippe Ridet, Le Monde, 21.11.2008
(traduzione di Daniele Sensi: l'AntiComunitarista)
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Di Alessandro (del 19/11/2008 @ 00:37:10, in Considerazioni, linkato 355 volte)
Estratti da una raccolta di Repubblica.it i post di due miei cari amici che si sono trasferiti all'estero per continuare le attività accademiche e di ricerca. Non ho voglia di commentare, vi lascio alle loro parole.

807.  Giulia Soloperto - 
Svolgo un progetto interdisciplinare tra il reparto di cardiologia e il gruppo di fluidodinamica computazionale a cui appartengo. Due anni fa, scelsi di proseguire i miei studi all’estero per il desiderio di misurarmi in un ambiente competitivo e di avere poi piú occasioni lavorative. Non é stata una fuga dal sistema italiano, forse dalle 800 euro al mese, ma me le sarei fatte bastare. Non mi va di fare la vittima, non ora. La faro’ quando avró, e l’avró, la conferma che in Italia non si tornerá piú perché a far compagnia al precariato , dentro e fuori l’Universitá, é arrivata la bella riforma che ha strozzato il collo di bottiglia per l’ascesa accademica. Ma la “maggioranza” lesse i programmi prima di votare l’attuale Governo? Indignata, mi consolo: lontano da casa ci stavo gia, per 5 anni pugliese a Milano; i soldi non mancano e non mancheranno (all’estero); appena possibile torneró in Italia, sí, ma solo per le vacanze e forse é meglio cosí. Tornare dove non ci sono piu' le raccomandazioni ma addirittura le caste, o meglio le razze pure di baroni? Dove il governo nicchia gettando fumo negli occhi in risposta alle proteste? E manifestanti che indietreggiano... Un Parlamento che si é trasformato in una corte con tanto di buffoni e favorite,stile Luigi XVI? Se ascoltassero davvero, tornare e protestare avrebbe senso.Confidando invece nei corsi e ricorsi storici, non ci resta che aspettare lo scoppio della rivoluzione per prenotare il nostro biglietto e venire a farne parte.

780.  Gadi Sassoon - 
Risiedo in Regno Unito da 3 anni ed ho avuto la fortuna di studiare qui e negli USA. Riconosco i miei privilegi, ma me li sono guadagnati: un'universitá in America mi diede una somma ingente sotto forma di borsa di studio per facilitare il mio percorso, in parte per la qualitá del mio lavoro ma anche perché per l'istituzione in questione le quote di studenti stranieri di talento rappresentano un valore aggiunto (il che era espressamente dichiarato). Oggi sto terminando un programma di ricerca a Londra in arti sonore in un'universitá che, indipendentemente da un momento difficile per le sue finanze, mette in esplicito risalto l'importanza di un corpo studenti internazionale (in particolare in ambito EU ma non solo) e multietnico. In entrambi questi atenei, appartenenti a sistemi di istruzione piuttosto differenti, esistono fondi volti proprio ad aiutare studenti stranieri che dimostrino un serio potenziale per la comunitá accademica in questione, affinché possano entrare a farne parte superando evetuali limitazioni istituzionali, economiche o culturali. La diversitá é un valore aggiunto e un investimento, ragionare in termini di attrattiva internazionale aiuta a fare scelte volte ad un futuro in cui l'osmosi culturale sembra inevitabile.
Concordo con Daniele A (commento 502) che in un mondo globalizzato dobbiamo essere fieri dei nostri ricercatori sparsi per il mondo. Mi chiedo peró, come si pone l'Italia in quanto nazione ricca, sviluppata, europea, in questo contesto? Come?
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Di Fedele (del 17/11/2008 @ 15:16:03, in Considerazioni, linkato 191 volte)
Pellicola purtroppo non destinata alle sale cinematografiche, ma ad un circuito ristretto di docenti e studenti universitari, mostra come la vita del pianeta e dell’umanità intera sia in pugno ad un gruppo di multinazionali, che si sono sostituite ad i governi di tutti i paesi, dagli Stati uniti d’America all’Unione Europea, alla Cina, alla Russia fino a quelli più poveri, nel dominio del mondo.
Le loro attività sfuggono ad i governi proprio in quanto imprese multinazionali, cioè transnazionali, senza confini, senza regole, se non quelle dell’aumento dei profitti e dell’espansione delle quote di mercato: neppure la lealtà al Paese di origine è considerata un valore da rispettare.
In America decine di multinazionali sono state multate per aver fatto affari con nemici giurati del loro governo.
Ma da dove nasce questo immenso potere?
Facciamo un passo indietro: la rivoluzione industriale viene datata all’anno 1712 in Inghilterra, quando un fabbro della Cornovaglia (Thomas Newcomen), che si era posto il problema di un pompaggio efficiente dell'acqua dalle miniere di carbone, produsse una pompa a pistone azionata da un motore a vapore a condensazione interna.
Essa fu protagonista della prima rivoluzione industriale.
È precursore di tutte le macchine a vapore industriali che sarebbero seguite, per aumentare enormemente la produzione.
Un paio di secoli prima la dinastia dei Tudor, che regnò dal 1485 al 1603, ebbe un ruolo molto importante nella trasformazione dell'Inghilterra da paese della "periferia" europea dell'epoca medievale a potenza destinata a dominare gran parte del pianeta nei secoli successivi, ed introdusse  per la prima volta il principio della recinzione dei terreni e della proprietà privata: fino ad allora nel mondo conosciuto, la gente apparteneva alla terra che la lavorava per trarne sostentamento, e la terra non apparteneva a nessuno, eccetto i re, i feudatari, l’imperatore e il papa.
Dall’affermazione della recinzione e della proprietà privata sulle terre da parte di singoli, nel corso dei secoli si è arrivati alla giurisdizione di ciascuno Stato sui mari limitrofi alle coste per il diritto di pesca , poi alla spartizione dell’aria per i corridoi aerei, ed oggi viene messa in discussione a livello mondiale l’acqua come bene pubblico.
Infine, ma non meno importante: Il XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America è uno degli emendamenti approvati dopo la guerra di secessione noti con il nome di emendamenti della Ricostruzione. L'emendamento fu approvato con lo scopo di garantire i diritti degli schiavi.
Oggi è alla base del giusto processo e della clausola di uguale protezione nelle leggi di ciascuno stato. L'emendamento fu proposto il 13 giugno 1866 e fu ratificato il 9 luglio 1868. Le disposizioni approvate richiedono agli stati dell'Unione di garantire la stessa protezione legale a tutte le persone sottoposte alla loro giurisdizione.
In sostanza afferma che non si può privare una persona della vita, delle libertà e della proprietà senza un giusto processo.
Nei fatti servì solo in minima parte a tutelare gli schiavi liberati, fu utilizzata invece ampiamente e spregiudicatamente dalle Corporation che ottennero dalla Suprema corte degli Stati Uniti il riconoscimento della figura di persona giuridica, e poterono godere delle tutele e delle garanzie destinate agli ex–schiavi.
In tal modo non avendo i dirigenti e gli azionisti delle Corporation alcuna responsabilità giuridica delle loro azioni, queste imprese acquistarono gradualmente un immenso potere ed oggi hanno ridotto il pianeta e l’umanità nella condizione disastrosa che tutti vediamo.
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