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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Fedele (del 09/10/2008 @ 20:09:16, in Video, linkato 176 volte)
Appello all’incontro internazionale di solidarietà con la Bolivia, a Santa Cruz (Bolivia) dal 23 al 25 Ottobre 2008
Tradotto da Manuela Vittorelli
1. Noi, degni abitanti di questo continente, Abya Yala1, lottiamo da secoli per ristabilire il Sumak Kawsay 2 (il buon vivere) che ci è stato sottratto dagli invasori e dai colonizzatori. In ogni epoca essi hanno assassinato i bravi dirigenti e usurpato le ricchezze dei popoli e al colmo della loro avidità hanno violato tutti i diritti umani e quelli della Pachamama3 con la complicità e il sostegno dei membri delle gerarchie religiose, che sono scesi a patti con il potere politico ed economico in tutte le epoche storiche.
2. A 516 anni dall'inizio della conquista del nostro continente, i nuovi invasori e conquistatori stanno cercando di far abortire il nuovo movimento di liberazione in America Latina, e dunque i discendenti degli assassini e degli usurpatori ritornano con le loro politiche neoliberiste provocando nuovi massacri e razzie.
3. L'imperialismo usamericano e i settori oligarchici dell'America Latina suoi alleati cercano di bloccare i processi di liberazione in paesi come Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay e Nicaragua. Gli oppressori lasciano dunque cadere le loro maschere di agnello per rivelare appieno la propria natura di lupi voraci, pronti a tutto per salvare un sistema politico, economico, sociale e culturale ormai vacillante. La Bolivia è oggi vittima della massiccia offensiva di questi settori che credono di essere i padroni del mondo e intendono appropriarsi per sempre dell'acqua, del gas, del petrolio e della terra che appartengono al popolo boliviano.
4. In Bolivia i gruppi che formano la cosiddetta "media luna"4 sono gruppi fascisti civico-prefettizi, eredi degli uomini che avevano servito Hitler nel suo progetto di morte e che dopo la sconfitta del 1945 sono fuggiti in diversi paesi, tra cui la Bolivia. Questi gruppi sono incapaci di comprendere che è giunta l'ora di restituire ciò che è stato rubato ai suoi legittimi proprietari.
Non sopportano che in Bolivia, per la prima volta nella storia dell'America Latina, il popolo abbia eletto presidente, con più del 53% dei voti, il fratello aymara Evo Morales Ayma, erede delle ribellioni di Tupac Katari, Bartolina Sisa, Tupak Amaru e del Che Guevara; un figlio della Pachamama che si è formato nella rivolta sociale alla luce del fuoco millenario della foglia sacra della coca; un uomo che ha convocato la nuova Assemblea Costituente e ha vinto in modo limpido e valoroso tutte le battaglie; che lotta per una vera riforma agraria in un paese nel quale più dell'80% degli abitanti è povero e che è stato confermato come presidente con il 67,4 % dei voti al referendum del 10 agosto; che ha nazionalizzato le risorse strategiche come il petrolio e il gas naturale; che ha messo in atto delle misure di solidarietà sociale a favore dei diseredati; che con un gesto degno ha espulso l'ambasciatore degli Stati Uniti a La Paz, Philip Goldberg, che cospirava contro la sovranità della Bolivia e non rispettava il diritto all'autodeterminazione dei popoli. Queste e altre misure illustrano l'impegno irrevocabile di Evo a servire il popolo che lo ha eletto e confermato nel suo incarico.
5. Questi settori antidemocratici che non accettano la sconfitta e si disperano all'idea di perdere i propri privilegi hanno promosso il piano di divisione del paese per l'autonomia degli Stati di Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando, e hanno messo in atto una nuova fase del loro progetto golpista per mezzo del gruppo terrorista battezzato "juventud cruceñista" (“gioventù di Santa Cruz”), prendendo il controllo delle istituzioni pubbliche. Guidati dal frenetico desiderio di destabilizzare il governo legittimo di Evo Morales, massacrano e uccidono decine di indigeni e di contadini disarmati a Porvenir (Pando), che con il loro sacrificio si aggiungono alle migliaia di eroi e di martiri che hanno dato la vita per la riconquista definitiva del Sumak Kawsay nel nostro continente.
6. Di fronte a questa situazione, in nome del grido d'amore e di ribellione della Pachamama per il bene della giustizia, in nome delle donne e degli uomini che desiderano lasciare ai propri figli e figlie un pianeta in cui vivere in universale fratellanza esercitando il proprio diritto a una vita degna, all'autodeterminazione dei popoli e nel rispetto della coesistenza interculturale e multinazionale, per un mondo giusto e fraterno, facciamo appello a tutte le organizzazioni indigene, afroamericane, contadine, operaie, femminili, ai movimenti sociali e studenteschi, alle reti, agli intellettuali, ai personaggi pubblici, alle amiche e agli amici delle cause rivoluzionarie, perché partecipino all'Incontro internazionale di solidarietà con la Bolivia che si terrà a Santa Cruz, Bolivia, dal 23 al 25 ottobre 2008, per unire le forze e i cuori e testimoniare insieme davanti al mondo che la Bolivia non è sola nella sua lotta.
Perciò facciamo nostre queste parole del presidente Evo Morales :
“Mi sbaglierò spesso – e chi non si sbaglia mai? – ma nella lotta contro la colonizzazione neoliberista non mi sbaglierò mai, non vi tradirò mai”.
(Evo Morales, Umala, 3 maggio 2008)
Appello lanciato da:
* Confederación de Pueblos de la Nacionalidad Kichwa del Ecuador/Confederazione dei popoli di nazionalità kichwa dell'Ecuador (ECUARUNARI) – Ecuador
* Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador/Confederazione delle nazionalità indigenene dell'Ecuador (CONAIE) - Ecuador
* Organización Nacional Indígena de Colombia/Organizzazione nazionale indigena della Colombia (ONIC) - Colombia
* Consejo de Todas las Tierras/Consiglio di tutte le terre – Cile
* Movimiento Sin Tierra/Movimento dei Senza Terra (MST) - Brasile
* Vía Campesina - Brasile
Note di Tlaxcala
1) Abya Yala: è il nome scelto nel 1992 dalle nazioni indigene d'“America” per indicare il continente invece di richiamarsi ad Amerigo Vespucci. L'espressione “Abya Yala” viene dalla lingua dei kunas, popolo indigeno di Panama e della Colombia che così chiamava l'America prima dell'arrivo di Colombo. Le parole significano “Terra nel pieno della sua maturità”. Il capo indigeno boliviano aymara Takir Mamani ha proposto che tutti i popoli indigeni delle Americhe chiamino così le loro terre d'origine, e utilizzino questa espressione nelle loro dichiarazioni ufficiali, affermando che “dare nomi stranieri ai nostri villaggi, alle nostre città e ai nostri continenti equivale ad assoggettare la nostra identità alla volontà degli invasori e dei loro eredi”. La proposta di Takir Mamani è stata accolta favorevolmente da diversi settori. Il primo incontro continentale dei popoli e dei gruppi etnici d'Abya Yala si è tenuto a La Paz nell'ottobre 2006.
2) Sumak Kawsay: “buon vivere”, espressione di un concetto ancestrale degli indigeni dell'Ecuador, del Perù e della Bolivia sulla maniera di stare al mondo nel rispetto degli uomini e della natura, sulla cui introduzione nella nuova Costituzione si sta attualmente discutendo in Ecuador per segnalare una rottura con la concezione capitalista della società, della crescita e dello sviluppo.La Pachamama
3) Pachamama: Terra-Madre nella civiltà Tiwanaku (V-XI secolo) e poi nella civiltà inca, alla quale i quechua e gli aymara continuano a fare offerte (challa o pago) il 1° agosto di ogni anno. È associata alla fecondità e dunque a una donna e una madre generosa che cura e nutre i suoi figli. Il termine deriva dalle parole quechua pacha, che significa sia "terra" che "tempo", e mama, "madre".
4) Media Luna: mezzaluna, termine che designa i 4 dipartimenti della Bolivia orientale i cui prefetti si sono messi a capo della rivolta “secessionista” contro il governo.
* * * Pour signer l'appel et plus d'informations : agenciaplurinacional Rup l@yahoo.com - todosconbolivia@yahoo.es
da sito di Bellaciao in data 4 ottobre 2008 Fonte : http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=5949&lg=it
Wall Street ha infilato una china inarrestabile: dopo svariati "lunedì neri" siamo ormai passati al settembre più "nero" del 2008, e questo sarà l'anno più nero del secolo. Quello che segnerà la fine dell'egemonismo degli Stati Uniti e del capitalismo finanziario, ovvero del gioco d'azzardo globalizzato nelle Borse. Nonostante le ingenti trasfusioni operate nel corso di quest'anno dalla Banca centrale europea e dal Giappone, il sistema della gang finanziaria anglosassone non dà segni di vita, boccheggia. E' ormai assuefatto alle numerose "iniezioni", con elevato contenuto di ricchezza reale, prelevato dagli erari pubblici del resto del mondo. Dopo il KO del dollaro, ora sono inservibili anche le fiches di Wall Street e di Londra.
Il galoppante trionfalismo li aveva spinti a coniare motu proprio una quantità di valori cartacei insostenibile, equivalente a venti volte la produzione mondiale. L'arroganza totalitaria aveva istaurato una utopia feudale: per far soldi non è più necessaro sporcarsi le mani e passare attraverso la merce. Secondo costoro, la vecchia formula "denaro-merce-denaro" era un feticcio obsoleto, inventato da un ebreo pazzo e comunista. Ora è finito il sogno di potersi arricchire all’infinito e dominare il genere umano maneggiando la pietra filosofale del "denaro che crea denaro".
Bisogna tornare con i piedi per terra, cioè ad una economia che poggia sulla materialità della merci e dei servizi necessari al vivere degli umani. Questa era diventata un semplice "derivato", cioè meno di una variabile, succube della libera fabbrica di valori cartecei. "I sogni della cartiera" sono finiti. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno reagito con una tardiva statizzazione del sistema bancario, cioè disponendo liberamente dei beni pubblici per andare in soccorso dell'iniziativa ultra-privata e ultra-minoritaria dei banchieri. Che fine ha fatto la salvifica mano del mercato?
A loro non importa contraddirsi o gettare nella spazzatura il credo ideologico liberista: i tempi sono gravissimi, fanno quadrato, ed espropriano le riserve monetarie dei loro Paesi. Mors tua vita mea. Privatizzare i guadagni, socializzare le perdite: possibilmente in democrazia, altrimenti con regimi autoritari. Adesso Bush tenta l'ultimo colpaccio: espropriare 700 miliardi di dollari dall'erario per una terapia d'urgenza ai suoi accoliti e affini. Non ai 400 mila che hanno perso la casa o ai disoccupati. Quelli che oggi invocano la teoria del male minore, sono gli stessi apologeti che fino a qualche giorno fa ribadivano il dogma dello Stato che non deve mai intromettersi nell’economia.
Bush assalta direttamente i depositi dove sono custoditi i beni per salute, istruzione, pensione e la sicurezza di 300 milioni di persone. E’ una mazzata di cui si sentiranno gli effetti per una generazione, perchè il debito nazionale complessivo aumenta di un terzo. C’è da dubitare che la Cina continui ancora a comperare i titoli e i buoni governativi di Washington. Perché Bush non interrompe almeno una delle due guerre che sta perdendo? No, d'un sol colpo, intima di consegnare il mega-malloppo di 700 miliardi al suo uomo della Riserva Federale. Poi si laverà le mani e uscirà di scena come il più grande nazionalizzatore di tutti i tempi. Ma un tribunale di Norimberga andrebbe stretto al criminale texano.
Finalmente dal Congresso si oppongono e dicono di no. Era ora. Comincia a venire a galla la prima linea di resistenza o divisione dentro l'élite nordamericana. Dalla tribuna dell'ONU, i capi di Stato del resto del mondo avevano criticato apertamente, accusato, preso le distanza o profferito invettive contro il capitalismo modello-USA.
Tra gli europei, solo la Francia ha detto in modo chiaro che ci vogliono regole, etica, controllo e che la banca non può pretendere nessun welfare, men che mai senza condizioni. Tutti gli altri, invece, sembrano come quegli italici che si accorsero della caduta dell'impero romano solo di fronte ai saccheggi e agli incendi della... decima invasione barbarica.
E’ l’inizio del fine partita, un punto di svolta che manda in pensione Bretton Woods, la finzione del dollaro sganciato dall’oro, ma anche dalle materie prime e dagli idrocarburi. Dietro il dollaro e i “prodotti finanziari” di Wall Street non c’è nemmeno una economia reale in espansione: solo potenza bellica e mediatica. Tramonta un modello, travolto da una realtà in cui la Cina e l’India sono ormai le fabbriche del mondo, l’America Latina esporta minerali, idrocarburi e cibo, mentre la partecipazione degli Stati Uniti è basata sull’esportazione finanziaria. E sul consumo. Non si torna agli Stati-nazione, si va verso quattro-cinque grandi blocchi regionali in cui gli scambi saranno prioritariamente quelli interni. Anche su questo terreno, gli Stati Uniti hanno fatto fiasco nel creare un unico blocco continentale. Devono accontentarsi del trattato con il Messico e il Canada, più un settore del Centroamerica.
dal sito Carmillaonline.com in data 2 ottobre 2008
Contratti, Marcegaglia all'attacco. "Valuteremo firma senza la Cgil" (da la Repubblica del 1 ottobre 2008) ROMA - "Confindustria valuterà l'ipotesi di firmare senza la Cgil". La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, al termine dell'incontro con i sindacati sulla riforma del modello contrattuale, attacca il sindacato guidato da Guglielmo Epifani ("Chiede il ritorno alla scala mobile, con una totale indicizzazione dei salari all'inflazione. E' inaccettabile") e conferma la volontà degli industriali di giungere ad un accordo per il rinnovo del modello contrattuale, anche senza il sindacato di Corso d'Italia che ha opposto un nuovo no a trattare sul documento proposto dagli imprenditori. ... Raffaele Bonanni ha tracciato un bilancio positivo dell'incontro con Confindustria, affermando che il sindacato di Corso Italia "non è l'alfa e l'omega del sindacalismo italiano". Per il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti "la trattativa è praticamente conclusa. Dobbiamo solo stendere il documento finale". ... "Questa fase della trattativa per noi si è esaurita - è stata la replica a distanza di Epifani - per noi la trattativa è finita col giudizio dato oggi. Essere presenti o meno al tavolo non è un problema. Noi non ci alzeremo ma la trattativa, per quanto ci riguarda si è esaurita". ...
Finalmente! Ed ora che la Confindustria ha messo nell' angolo la CGIL, svelando la protervia padronale e lo spirito collaborazionista di CISL e UIL, la palla torna in mano ai lavoratori dipendenti e precari, ai militanti della stessa CGIL e soprattutto della FIOM, ma anche del sindacalismo di base, di CUB, COBAS, RDB, SDB ed SDL. Lavoriamo perché riesca la manifestazione politica dell' 11 ottobre a Roma contro il governo Berlusconi e prepariamo con determinazione le due manifestazioni sindacali del 17 ottobre a Milano e Roma! Se si sciogliesse definitivamente il connubio sessantennale di CGIL con CISL e UIL, si aprirebbe uno scenario impensabile solo qualche settimana fa: un' alleanza tra CGIL, FIOM in testa, e tutte le forze del sindacalismo di base. I lavoratori saprebbero con chi schierarsi.
Il governo Berlusconi sta procedendo ad un attacco durissimo contro il mondo del lavoro, senza incontrare una reale opposizione. Si colpiscono i salari. Si estende la precarizzazione del lavoro. Si punta alla distruzione del contratto nazionale. Si porta a sanità e scuola pubblica un attacco mai conosciuto in precedenza. Si vorrebbe regalare il trasporto pubblico alle cordate dei capitalisti mettendo su una strada decine di migliaia di lavoratori. E intanto si cerca di alimentare la guerra tra i poveri con odiose politiche xenofobe. Eppure manca l’opposizione. Il PD di Veltroni, Calearo, Colaninno non vuole e non può opporsi a un governo Berlusconi che è oggi sostenuto da quella grande borghesia “amica” (Colaninno, Banca Intesa..) che il PD si candida a rappresentare. Le sinistre Arcobaleno che in cambio di ministri avevano votato le finanziarie di Prodi e Confindustria, ora giustamente denunciano un governo che riprende e aggrava quelle politiche: ma non avanzano alcuna reale proposta generale di azione. Così non si può andare avanti. Grandi sono le responsabilità della CGIL. I suoi vertici dirigenti non solo non hanno promosso in questi mesi alcuna mobilitazione ma hanno continuato a negoziare con Berlusconi e Confindustria sulla manomissione del contratto nazionale. Subendo, ciò nonostante, una campagna di criminalizzazione della CGIL che mira alla sua resa incondizionata. E’ necessaria una svolta. La CGIL rompa una volta per tutte con Confindustria e Governo e si ponga sul terreno di una reale mobilitazione di massa. E’ l’unica via per costruire un argine all’offensiva reazionaria e strappare risultati. Il PCL - unico partito della sinistra a opporsi coerentemente al governo Prodi - rivendica una lotta radicale contro il governo Berlusconi per la sua cacciata. E propone un fronte unico d’azione tra tutte le forze politiche e sindacali del movimento operaio che scelgano di stare dalla parte dei lavoratori, su una piattaforma di vertenza generale del mondo del lavoro .Per uno sciopero generale vero, non simbolico, che punti a piegare governo e Confindustria con una lotta prolungata “alla francese”. Chiediamo a tal fine la convocazione di una grande assemblea nazionale intercategoriale dei delegati.
Per un aumento generale dei salari di 300 euro netti Per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro Per un salario minimo di 1300 euro e un salario di 1000 euro per i disoccupati Per la parità di diritti di lavoratori italiani e migranti Per un grande investimento in scuola, sanità, trasporti, sotto controllo popolare Per la nazionalizzazione, sotto controllo operaio, delle aziende che licenziano, inquinano, causano omicidi bianchi Paghi chi non ha mai pagato: grandi profitti, spese militari, privilegi clericali
A 40 anni dall’autunno caldo, occorre ripartire da una piattaforma di svolta: in piena autonomia dal centrosinistra, per aprire la prospettiva di un governo dei lavoratori che cacci le vecchie classi dirigenti. Il PCL - la sinistra che non tradisce - è nato per battersi per questo programma, senza altro interesse che la sua realizzazione.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
dal sito del Partito comunista dei lavoratori in data 25 settembre 2008
Non è facile percepire quanto sia cambiato il mondo intorno a noi, in poco tempo. Non il Mondo. Ma il "piccolo" mondo che ci circonda. Il territorio. Il nostro paese, la nostra città, il nostro quartiere, le case e le strade vicino a casa nostra. E' avvenuto tutto in fretta, negli ultimi anni, anzi, negli ultimi decenni. I nostri occhi si sono abituati a vedere scomparire gli spazi, l' orizzonte. Si sono abituati a non vedere. Per cui "non" vediamo più, senza rendercene conto. D' altronde, la casa è una vocazione nazionale. L' Italia: Paese di piccoli paesi, un Paese di compaesani (come lo ha definito, con una formula felice, il sociologo Paolo Segatti). Ha sempre inseguito il mito della "casa". Luogo e, al tempo stesso, simbolo di una società centrata sulla famiglia. Dove le case si trasmettono per via generazionale, dai genitori ai figli. Una società, per questo, "stabile", quasi immobile, anzi: immobiliare (abbiamo detto, in altre occasioni). Per cui la dilatazione edilizia non ci ha spaventati. Ci è sembrata naturale. Una casa per ogni famiglia. E per ogni figlio, se possibile. Non ci siamo accorti, anche per questo, del cambiamento intorno a noi. E, comunque, ci siamo abituati. L' abbiamo percepito come un costo necessario. D'altronde, tutto ha un prezzo e non si può pretendere di conquistare il benessere, se non la ricchezza, senza rinunciare a qualcosa. Un pezzo di paesaggio, un frammento di ambiente, un metro di territorio, un po' d'aria, un angolo di orizzonte. E, via via, una cerchia di relazioni personali e sociali, una scheggia di vita quotidiana. Fino a ritrovarsi racchiusi in una nicchia, da soli in mezzo agli altri. Non vorremmo replicare la ballata del ragazzo della via Gluck. Lamentare che "là dove c' era l' erba ora c' è~ una città". (Anche se la nostalgia è un vizio che conviene, a volte, coltivare). Ci interessa, tuttavia, segnalare che il processo immobiliare, negli ultimi due decenni e soprattutto negli ultimi anni, ha assunto una velocità cosmica e un' estensione devastante, quanto gli effetti che ha prodotto. In Italia più che altrove. Secondo le valutazioni di Maria Cristina Treu (Presidente del CeDaT - Centro di Documentazione dell' Architettura e del Territorio del Politecnico di Milano), negli anni Novanta (dati Eurostat) le costruzioni, in Italia, hanno sottratto all' agricoltura circa 2.800.000 ettari di suolo. Ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna (il doppio della superficie del Parco Nazionale dell' Abruzzo). D'altra parte "l Italia è anche il primo paese d' Europa per disponibilità di abitazioni; ci sono circa 26 milioni di abitazioni (di cui il 20% non occupate), corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona». Ragionando sui dati Eurostat di Germania e Francia (come ha osservato l' economista Giancarlo Corò), emerge che negli anni Novanta l' Italia ha urbanizzato un'area più che doppia di suolo rispetto alla Germania (1,2 milioni di ettari) e addirittura 4 volte quello della Francia (0,7 milioni di ettari). I riferimenti statistici più recenti (Cresme/Saie 2008) sottolineano come questa tendenza, negli ultimi anni, abbia conosciuto una ulteriore, violenta accelerazione. Dal 2003 ad oggi, infatti, sono state costruite circa 1.600.000 abitazioni (oltre il 10% delle quali abusive). Per contro, è noto che, da vent' anni, la popolazione in Italia non solo non è cresciuta ma è, al contrario, calata sensibilmente. E solo negli ultimi anni ha dato segni di ripresa, grazie al contributo degli immigrati. Il nostro Paese si è, dunque, urbanizzato in modo ampio, rapido, violento. Ma per ragioni che solo in parte - limitata, peraltro - si possono ricondurre alla "domanda sociale". All'evoluzione demografica, ai cambiamenti negli stili e nell' organizzazione della vita delle persone. Semmai è vero il contrario: gli stili e l'organizzazione della vita delle persone hanno subito mutamenti significativi e profondi in seguito alla rivoluzione immobiliare del nostro territorio. Anche se si tende a dimenticarlo, visto che l'attenzione si è concentrata altrove: sulle conseguenze economiche e finanziarie del fenomeno a livello globale. Visto che la casa e l' edilizia, dopo essere state, per anni, il principale motore della crescita, da qualche tempo si sono trasformate nel principale motore della crisi. In Italia, peraltro, i comuni hanno finanziato la loro "autonomia" e fronteggiato il calo dei trasferimenti dello Stato soprattutto con gli oneri di fabbricazione e la fiscalità legata alla casa (l' ICI). Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali, industriali si sono moltiplicate. Senza limiti. Senza troppi vincoli. Ci hanno guadagnato in molti. Immobiliaristi e banche. Gli enti locali. Ma anche molti privati (impresari, ma anche proprietari di terreni). Così, abbiamo consumato in fretta il territorio, l' ambiente e, negli ultimi tempi, lo sviluppo e i risparmi. Ma anche (soprattutto, vorremmo dire) la società. Che esiste dove, quando e se ci sono relazioni, associazioni, luoghi e occasioni di incontro. Proprio quel che si è perduto in questi anni, nelle stesse zone dove esistevano e resistevano legami di comunità radicati e solidi. Come nel Centronord e soprattutto nella pedemontana del Nord e nel Nordest: aree policentriche, disseminate di piccoli paesi. Provate a girarle facendo attenzione ai cartelli che fiancheggiano le strade. Molti dei quali annunciano che lì vicino sta sorgendo, oppure è sorto, un "villaggio Margherita" oppure Quadrifoglio, un "quartiere Europa" o Miramonti. Tanti insediamenti grandi o piccoli, disseminati di palazzi, villette a schiera, appartamenti di varia metratura, garage interrati. Intorno: prati un po' esangui, strade e rotonde. Rotonde, rotonde e ancora rotonde. Magari una pista ciclabile. Al centro una piazza - veramente finta - attrezzata con panchine e magari un prato. Perlopiù ridotta a parcheggio, dove i bambini non giocano e gli adulti non si fermano a parlare. Accanto: altri quartieri e altri villaggi nuovi. Sorgono senza seri progetti di integrazione, socializzazione. Senza politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili. Né ad alimentare la vita pubblica, oltre alla rendita privata. Località artificiali, dove confluiscono migliaia e migliaia di persone. Migliaia e migliaia di estranei. Di stranieri, immigrati: anche se sono veneti, lombardi, marchigiani. "Italiani veri": da generazioni e generazioni. Ma in realtà: apolidi. Abitanti del "villaggio Margherita" e del "condominio Europa". è così che siamo diventati un paese di stranieri. Individui poveri di relazioni, sempre più soli e impauriti. Che passano la gran parte del loro tempo in casa. Con scarsi ed episodici contatti con il mondo circostante. Principale fonte di conoscenza del mondo: la televisione. Comunicano con gli altri attraverso i cellulari e - i più competenti - le e-mail. Abituati a relazioni senza empatia, frequentano i centri commerciali, non solo per "consumare" ma per uscire di casa, per incontrare gente. Si tuffano nelle notti bianche, negli eventi di massa. Dove gli altri sono "folla" e restano "altri". Estranei. Questo ci pare il problema principale, oggi. La scomparsa della società, sostituita da un'opinione pubblica pallida. Artificiale. Atomizzata. Non "Opinione", ma "opinioni", raccolte dai sondaggi, rappresentate "dai" e "sui" media. Più che "opinione pubblica": pubblico. Spettatori. Persone senza città. Non-cittadini.
da la Repubblica del 25 agosto 2008
I quotidiani indiani l'hanno etichettato come uno dei peggiori esempi di violenza sul luogo di lavoro. Protagonista, suo malgrado, un'azienda italiana che ha delocalizzato parte dei propri impianti in India nella zona di Greater Noida: la Giuliano Trasmissioni - ora diventata Oerlikon Graziano. La società con sede a Rivoli, nel torinese, è leader nel settore dei componenti per la trasmissione di potenza. Ieri mattina circa duecento lavoratori recentemente licenziati dall'impresa hanno prima circondato la fabbrica e poi letteralmente ammazzato di botte l'amministratore delegato indiano della fabbrica. Secondo alcuni impiegati della Graziano, la folla ha «distrutto circa 20 auto presenti nel parcheggio all'interno dello stabile. Quando poi è uscito il responsabile, Lalit Kishore Chaudhary, è stato prima malmenato dagli astanti e poi colpito a morte con un martello». Chaudhary è stato immediatamente portato al locale ospedale Kailash, dove i dottori ne hanno constatato il decesso. Oltre a lui, sono almeno 50 gli impiegati rimasti feriti. 44 sono dovuti ricorrere a cure mediche, dieci sono ancora ricoverati in terapia intensiva. Se la sono vista brutta anche cinque consulenti italiani, in visita allo stabilimento, che hanno chiesto di essere risparmiati dalla folla inferocita. La fabbrica è stata costruita nel 1998 e dal 2000 produce componenti per la trasmissione. Subito dopo la notizia sono scoppiate le polemiche sul mancato intervento della polizia per salvare l'amministratore. Nonostante le chiamate da parte dei vertici della Graziano, le forze dell'ordine sarebbero arrivate in loco solo un'ora dopo l'inizio del brutale linciaggio. Sollecitati dall'ambasciata italiana a Nuova Dehli, gli agenti avrebbero provveduto all'arresto di 63 persone per omicidio e saccheggio. La polizia ha rinvenuto l'arma del delitto, ma non l'ha posta sotto sequestro. La radici della violenza esplosa ieri risalgono a tre mesi fa, quando la società italiana ha deciso di chiudere parte della propria produzione indiana. Circa 200 lavoratori sono stati mandati a casa senza tanti complimenti. La Graziano aveva annunciato il licenziamento di 15 persone, mentre gli altri dovevano essere reintegrati; le cose sono però andarte in modo diverso. Secondo fonti della società citate dall' India Times , «alcuni lavoratori erano venuti per rinegoziare i termini del loro impiego, ma non erano pronti ad accettare alcune condizioni ed hanno cominciato un sit-in. Contro di loro era stata spiccata un'ingiunzione che gli impediva di avvicinarsi a 300 metri dalla fabbrica». Lalit Kishore Chaudhary lascia la moglie ed un figlio.
da Liberazione del 24 settembre 2008
Buongiorno,
qualche settimana fa il neosindaco di Roma Alemanno ha emesso un provvedimento contro i clochard che rovistano nella monnezza per tutelare il decoro della città. Prontamente il sindaco di Como ha replicato in modo ancora più disumano, e non era facile, il provvedimento stabilendo multe da 50 a 500 euro per i clochard sorpresi a chiedere l'elemosina.
Allora io faccio alcune considerazioni. In primo luogo tale provvedimento di chiara matrice aziendalista è peggiore della legge anti vagabondaggio del ventennio fascista. Infatti se durante il fascismo era vietato vagabondare è altrettanto vero che furono instituite mense e ricoveri di stato per i senza fissa dimora. In secondo luogo le leggi anti clochard sono estremamente limitative della libertà personale dei cittadini: infatti io voglio essere libero di regalare a chi voglio i miei soldi, a cominciare dai clochard. Ora è evidente che queste leggi così disumane non hanno lo scopo nè di tutelare un supposto decoro, perchè in tal caso bisognerebbe dare risposte di carattere sociale e non punitivo, nè a rimpolpare le esangue casse comunali dissanguate da consulenze d'oro e sprechi vari per il semplice motivo per la maggior parte dei clochard non potranno pagare la multa, nemmeno se viene sequestrata loro la questua ( a proposito: sarebbe interessante sapere come saranno impiegati questi soldi ).
Allora qual'è il vero motivo di questi provvedimenti ? Il vero motivo è che i comuni di cui sopra in realtà non considerano il vagabondaggio un problema di sicurezza o di decoro. Se così fosse, infatti, non ci sarebbero che due alternative: o prendersi cura seriamente dei clochard anche considerando che molti di loro soffrono di chiari disturbi mentali o , provocatoriamente, sterminarli fisicamente. Il vero motivo è un motivo cinicamente e disumanamente strumentale: si vuole fideizzare il voto dei buoni borghesucci conservatori amanti dell'"ordine" e della "disciplina" e mostrare i muscoli per ottenere il consenso di chi ha bisogno di sentirsi protetto ( non si capisce bene da cosa o da chi ) contro le orde dei barbari che assumono anche il volto dei clochard. Fare della propaganda politica col pretesto della "sicurezza" sulla pelle di poveri disgraziati è vomitevole.
E passiamo alla Chiesa. Diciamocelo francamente: la Chiesa non serve più a niente. La Chiesa ha il compito storico di parlare di trascendenza e tutelare i più indifesi. Ridiciamocelo francamente: ha fallito in entrambe le missioni. Di fronte alla decisione del sindaco di Como la Caritas ha espresso la sua "perplessità". Invece di indignarsi vivacemente e denunciare il progressivo cinismo e spietatezza tipici del capitalismo la Caritas persegue una strategia di bassissimo profilo ( praticamente raso terra ) parlando genericamente e vilmente di "perplessità". Il motivo ? Anche qui è abbastanza semplice: la Caritas evidentemente non vuole indignarsi troppo per non alienarsi il favore dei soliti buoni e gretti borghesucci con dichiarazioni troppo di sinistra. La Chiesa inoltre è sempre solerte e sollecita nel reprimere immediatamente qualsiasi esperimento da parte di cattolici avanzati ( vedi teologia della liberazione ) volti a favore dei poveri ma in compenso è lentissima, e anzi immobile, nel denunciare le storture del capitalismo. Sul fronte della comunicazione della fede nella trascendenza risulta da una recente indagine condotta da Massimo Cacciari che solo 20% dei cattolici crede nell'eternità e, fra questi, solo il 4% crede nella resurrezione della carne. In pratica il 96% dei supposti cattolici non lo sono affatto. Aggiungiamoci che i seminari sono vuoti, che non esiste più un partito dichiaratamente cattolico, che le encicliche papali, vescovili e cardinalizie non le legge più nessuno e avremo la misura del fallimento totale della Chiesa. La Chiesa sopravvive solo perchè, per ora, il capitale ha ancora bisogno di lei per assestarsi definitivamente. Dopo ciò, vale a dire molto presto, non saprà più cosa farsene della gerarchia vaticana la quale verrà ridotta, nella coscienza delle masse, come sta già avvenendo, in un entità poco più che folkloristica.
E restiamo sempre in attesa, molto probabilmente vana, che qualche gerarca o teologo vaticano si decida a dire qualcosa di chiaro sul dramma del precariato: non lo faranno perchè condannare il lavoro precario significa condannare il sistema che l'ha prodotto, cioè mettersi contro i potenti. La Chiesa poteva scegliere le masse popolari per svolgere le sue missioni o scegliere l'alleanza coi potenti per sopravvivere rallentando il più possibile l'estinzione. Ha scelto quest'ultima soluzione ed è in rapido declino.
Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Nell' ultimo commento al precedente articolo si paventa "la formazione del partito unico di matrice capitalistica - massonica". Io credo che non sia un' ipotesi inverosimile: se pensiamo a quanto è avvenuto in Italia negli ultimi vent'anni, all'arretramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice, cui ha corrisposto l'aumento esponenziale dei profitti per le aziende ed i padroni, alla trasformazione del PCI nel PD (frutto dell' unione di DS e Margherita), ai programmi ed alle politiche di PDL e PD, fotocopie uno dell'altro, a quanto proclama e fa Berlusconi, a quanto tace e non fa Veltroni. Sì, io credo che il partito unico ci sia già, ha un leader manifesto, Berlusconi. ed uno ombra, come il suo governo, Veltroni, ed ha un nome, PDS: Partito dei soldi!
E così il ministro La Russa vuole portare i militari nelle scuole per parlare del 4 novembre, nel 90mo anniversario della fine di quella «Inutile strage» (come la definì Papa Benedetto XV)! E la ministra Gelmini sembra d'accordo. Potrebbe diventare una straordinaria lezione di letteratura e di storia: mi piacerebbe leggere ai ragazzi i versi di Wilfred Owen: «l'eterna menzogna dulce et decorum est pro patria mori», scritti nelle trincee di quella guerra, dove fu ucciso proprio il 4 novembre 1918. O quelli di Siegfried Sassoon: «I soldati sono cittadini della terra grigia della morte, non ritireranno mai i dividendi del futuro», oppure ancora, «I soldati sono sognatori: quando comincia il tuono dei cannoni, sognano il focolare di casa, un letto pulito, le carezze della moglie». Da molti anni Peacelink ed altri persuasi della nonviolenza in Italia ci aiutano a ricordare che la prima guerra mondiale fu un orrendo massacro, che non va celebrato. Il 4 novembre dovrebbe essere un giorno di lutto e di memoria, ma anche una giornata di studio, per rafforzare il nostro impegno a realizzare finalmente le parole della Costituzione. E tra le letture che la ministra potrebbe consigliare agli insegnanti, le suggerisco questa, di un soldato, semi-analfabeta, che morì in quel tremendo massacro: «Maestà, inviamo a V.M. questa lettera per dirvi che finite questo macello inutile. Avete ben da dire voi, che e' glorioso il morire per la Patria. E a noi sembra invece che siccome voi e i vostri porchi ministri che avete voluto la guerra che in prima linea potevate andarci voi e loro. Ma invece voi e i vostri mascalzoni ministri, restate indietro e ci mandate avanti noi poveri diavoli, con moglie e figli a casa, che ormai causa questa orribile guerra da voi voluta soffrono i poverini la fame! Vigliacchi, spudorati, Ubriaconi, Impestati, carnefici di carne umana, finitela che e' tempo. Li volete uccidere tutti? Al fronte sono stanchi, nell'interno soffrono la fame, dunque cosa volete? Vergognatevi, ma non vedete che non vincete, ma volete che vadino avanti lo stesso per ucciderli. Non vedete quanta strage di giovani e di padri di famiglia avete fatto, e non siete ancora contenti? Andateci voi o vigliacchi col vostro corpo a difendere la vostra patria, e poi quando la vostra vita la vedete in pericolo, allora o porchi che siete tutti concluderete certamente la pace ad ogni costo. Noi per la patria abbiamo sofferto abbastanza, e infine la nostra patria è la nostra casa, è la nostra famiglia, le nostre mogli, i nostri bambini. Quando ci avete uccisi tutti siete contento di vedere centinaia di migliaia di bambini privo di padre? E perché? per un vostro ambizioso spudorato capriccio». Ecco, questo è il soldato che potrebbe degnamente fare la miglior lezione ai nostri ragazzi, il 4 novembre prossimo. Grazie dell'idea, Ministri! da Liberazione del 7 settembre 2008
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