Spartaco – Movimento per la liberazione dall schiavitù del precariato.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Fedele (del 14/07/2010 @ 14:37:12, in Video, linkato 17 volte)
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Il cuore del Popolo della libertà ha una vita segreta, un’attività sotterranea. Una “nuova P2” coagulata attorno al faccendiere Flavio Carboni. Le intercettazioni la svelano. Ed è per questo che Silvio Berlusconi dice che questa legge “è sacrosanta”

Il satrapo anziano vuole il bavaglio. “È sacrosanto”, ha detto a Studio Aperto, dopo aver fatto il giro delle radio e delle tv compiacenti, Tg1, Tg2, Tg4, per tentare di fermare gli smottamenti di consenso nella sua maggioranza e nel paese. L’eco delle sue parole risuona ancora in questo giorno di silenzio della stampa italiana. Un giorno in cui è più facile comprendere perché lo vuole a tutti i costi, il bavaglio: sono proprio le intercettazioni a permettere di sviluppare indagini come quella che ha scoperto una “nuova P2” coagulata attorno al faccendiere Flavio Carboni, non senza contatti con il coordinatore del Pdl Denis Verdini. Le intercettazioni, impietose, continuano a disvelare il fondo melmoso e occulto del potere italiano. Scoprono i giochi segreti che si svolgono attorno a Silvio Berlusconi.

Carboni, finito in manette giovedì con altre due persone,  è un “campione d’Italia”. Ha attraversato la storia di questo paese almeno a partire dagli anni Settanta, quando ha avviato affari con Berlusconi, sotto l’ombrello della P2, quella classica, quella di Licio Gelli, di Roberto Calvi (e, appunto, di Silvio Berlusconi, tessera numero 1816). C’è un rapporto storico tra Carboni e i fratelli Silvio e Paolo, fin dai tempi dei progetti edilizi in Costa Turchese, degli investimenti per Olbia 2. C’è una vecchia frequentazione tra Carboni e Marcello Dell’Utri.

Ma non è archeologia investigativa, quella che emerge dall’inchiesta di Roma sulla “nuova P2”. Ci sono, da una parte, gli affari da realizzare oggi: nel settore dell’energia eolica in Sardegna, per esempio, con rapporti stretti con i vertici del potere politico dell’isola, su su fino al presidente della Regione Ugo Cappellacci. Ma, dall’altra, c’è di più. Quello che emerge è un sistema di potere. Il vecchio metodo della vecchia P2: determinare le scelte della politica, pilotare le decisioni della magistratura, teleguidare l’informazione, dirottare soldi e affari. Quel metodo continua anche oggi. Per esempio nei tentativi di influire sulla Corte costituzionale che nel 2009 doveva decidere sul Lodo Alfano (cioè sulla salvezza totale, sull’improcessabilità di Silvio Berlusconi alle prese con il processo Mills). A maggio 2009, a casa del giudice della Consulta Luigi Mazzella, a Roma, arrivano il suo collega Paolo Maria Napolitano, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini e lui, Silvio Berlusconi in persona. Una delle più imbarazzanti cene nella storia della Repubblica. Sui giornali esplode lo scandalo. Appare chiaro il tentativo di condizionare la Corte. Eppure il progetto non viene abbandonato. Quattro mesi dopo, a pochi giorni dal giudizio della Consulta, il lavoro iniziato è proseguito da Denis Verdini: il 23 settembre, infatti, il coordinatore del Pdl riunisce nella sua abitazione romana Carboni, Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, oltre ad Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi (i due personaggi arrestati con Carboni nell’inchiesta romana).

L’obiettivo è influire sulla Corte perché non bocci (come invece farà) il Lodo Salvaberlusconi. Ma la superlobby segreta lavora anche per influire sulla decisione della Corte d’appello di Milano che deve valutare l’esclusione della lista Formigoni alle Regionali. Per pesare sull’attività del Consiglio superiore della magistratura. Per sostenere la candidatura di Nicola Cosentino alle regionali in Campania…

Il fatto che le manovre non riescano non assolve chi comunque le mette in atto, non sminuisce di un grammo le sue responsabilità. La “nuova P2” lavora a tempo pieno per sostituire gli interessi degli “affiliati” alle regole istituzionali, ai percorsi della democrazia. In questo sodalizio, che somma influenze massoniche e presenze opusdeiste (Dell’Utri), ha un ruolo centrale Denis Verdini. Ruolo politico, anche al di là dell’eventuale qualificazione giudiziaria. Verdini è, al tempo stesso, potente coordinatore del Pdl, banchiere di un piccolo Banco Ambrosiano pronto a finanziare gli amici, punto di riferimento degli uomini della “cricca”.

Il Popolo della libertà ha un cuore segreto, un’attività sotterranea. Le indagini dei magistrati, con le intercettazioni telefoniche e ambientali, possono svelarli. Ecco perché per Silvio Berlusconi, massimo punto d’equilibrio politico della “nuova P2”, la legge bavaglio “è sacrosanta”.

da  il fatto quotidiano   8 luglio 2010
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Di Fedele (del 06/07/2010 @ 14:29:31, in Segnalazioni, linkato 17 volte)
Una nuova classe operaia è entrata in gioco. Un paio di generazioni di giovani sta portando nelle lotte sindacali dei metalmeccanici passione e determinazione, rafforzate da un prezioso senso di appartenenza nell' organizzazione di cui si fidano. E si sono date una rappresentanza diretta nelle fabbriche con le stesse caratteristiche. I delegati e le delegate della Fiom giunti da tutt'Italia nel luogo simbolico del conflitto, Pomigliano d'Arco, hanno una certezza: tocca a noi giovani difendere le conquiste sindacali, civili e politiche che i nostri padri e i nostri nonni hanno strappato con le lotte.

La stagione è cambiata, quella delle grandi conquiste è alle loro spalle, oggi bisogna difendersi da usa la crisi per far piazza pulita dei diritti e riportare tutto il potere nelle mani dei padroni, avendo a mezzo servizio una politica subalterna.
Si chiede il segretario Landini: «Ma in Parlamento, chi è in maggioranza e chi all'opposizione?».
Queste ragazze e ragazzi orgogliosi e combattivi di Pomigliano, degli altri stabilimenti Fiat, dei grandi gruppi e delle aziende del sud sanno di vivere questa stagione, vedono che gli attacchi alla Costituzione arrivano da tutte le parti, pensano che bisogna unificare le lotte e hanno in comune con i padri e i nonni la dignità.
Un concetto si traduce nel rifiuto di barattare il valore del lavoro con il valore dei diritti perché «il lavoro senza diritti non ha valore». «In fabbrica, in ufficio, a scuola, a casa senza diritti siamo solo schiavi», sta scritto nello striscione che fascia il palco del cinema-teatro Gloria.
Accanto un altro striscione: «La Panda per fare quello che gli pare», a sinistra Marchionne e a destra la Panda, vettura «schiavi in mano».
Mario, delegato di Pomigliano, apre i lavori ringraziando le centinaia di operai e degati che rappresentano la geografia metalmeccanica italiana e viene subito interrotto da standing ovation. Ringrazia la solidarietà «attiva» fatta non di e-mail ma di scioperi, messi in campo da chi sa che se Marchionne passasse a Pomigliano si aprirebbe una breccia pericolosissima e l'onda anomala travolgerebbe contratti, leggi, Costitutuzione e l'intero sistema di relazioni sindacali.
La Fiat battipista, un'altra volta. Per questo «Pomigliano non si piega» è diventata la parola d'ordine dell'intero movimento. In sala e sul loggione si riconoscono volti e storie note nella crisi, scalatori di tetti e occupanti di strade, autostrade, ferrovie, comuni.
Tutti coniugano insieme lavoro e diritti. Come i raccoglitori di pomodori di Rosarno o gli operai Indesit. Mario rende onore ai 1.800 eroi che hanno votato no, rifiutando il ricatto Fiat, resistendo a pressioni e minacce dei capi, fottendosene dell'occhio degli spioni.
Hanno votato no allo scambio lavoro-diritti, vogliono il lavoro, sono pronti ad aprire una vera trattativa con la Fiat perché finora c'è stato solo un diktat. Una trattativa sulla produttività, sui turni anche, ma nel rispetto della dignità di chi butta il sangue alla catena di montaggio: «Sul diritto a scioperare, ammalarsi, mangiare nella pausa dal lavoro e non al termine del turno e solo se non ci sono straordinari, non apriremo brecce».
E giù applausi.
Ricorda il gioco sporco di Fim e Uilm che hanno «tradito la delega ricevuta dai lavoratori» per entrare nel coro. «Cari compagni della Cgil, state attenti ai rapporti unitari futuri con Cisl e Uil».
E conclude, dall'alto dei suoi 35-40 anni: «Questa vicenda mi ha fatto invecchiare in fretta. Ma voi che siete qui mi date la forza di andare avanti. Vi bacerei uno a uno».
Chi - lontani e vicini - sperava che il passaggio del testimone Fiom da Rinaldini a Landini potesse «ammorbidire» la linea dei meccanici Cgil, in questi giorni è rimasto deluso. Con l'assemblea di ieri, poi, ogni residua illusione finisce nel cestino.
Landini, più giovane di Rinaldini, parla come i suoi operai, viene dalla fabbrica e raggiunge il loro cuore. dice con parole dirette quel che tutti provano: fierezza, razionalità, autonomia (dai padroni, dal governo, dai partiti), democrazia verso l'alto e verso il basso.
Ricostruisce la vertenza sbugiardando i luoghi comuni - l'assenteismo, l'idea fessa secondo cui Pomigliano è un caso speciale, non un messaggio generale - e ripete la disponibilità Fiom a trattare davvero, sul lavoro, sulla produzione, non sui diritti.
«La Fiom non chiederà mai ai lavoratori di votare contro la Costituzione». Applausi. Landini convince, è un vero sindacalista e ha dalla sua la rete di delegati e dirigenti costruiti sapientemente nella stagione di Rinaldini.
Tutti e due vengono, forse non a caso, da Reggio Emilia. Tutti e due hanno lavorato con Sabattini, conoscono il valore dell'autonomia, anzi dell'indipendenza. Persino dentro la Cgil che fatica a far sua fino in fondo la lotta di Pomigliano, come faticò a far sua quella di Melfi che riuscì a liberarsi da un giogo stretto da Romiti non dissimile da quello che vorrebbe stringere Marchionne, che pensa che quel che si può fare in America, compresa la messa in mora dello sciopero, si possa fare ovunque.
All'assemblea non c'era Epifani, impegnato in Canada. Non c'era chi dovrebbe prendere il suo posto, Camusso, impegnata altrove. C'era Scudiere, promosso dalla segreteria piemontese a quella nazionale. Ha difeso diritti e Costituzione, ha chiesto «realismo», «disponibilità», «modernità», «confronto». Qualche applausino educato per l'ospite.
Dal palco interventi a decine, chiude Mimmo di Pomigliano, «fiero di far parte della Fiom». Ha un'idea: «Al centro le persone che lavorano, non il mercato. La nostra forza sta nel 40% degli operai che hanno avuto coraggio e dignità facendo fallire il piano ordito dalla Fiat», e invita la Cgil a prender nota. Il domunento finale letto da Landini passa all'unanimità: chiama alla lotta la Cgil, fissa appuntamenti, una marcia su Palazzo Chigi da Termini Imerese che coinvolga tutte le regioni, già a luglio.
Appuntamento a lunedì, quando la Fiom consegnerà nelle mani di Fini 100mila firme per una legge su democrazia e rappresentanza e terrà davanti a Montecitorio un Comitato centrale aperto a chiunque abbia a cuore diritti, democrazia, Costituzione.

Il Manifesto, 2/07/2010
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La crisi ha aumentato le distanze sociali. Classe media frantumata. Peggio di noi fra le nazioni sviluppate solo Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia

ROMA - Don Paolo Gessaga la spiega così, quasi con uno slogan pubblicitario: "La povertà non è più "senza fissa dimora"". La povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della diseguaglianza. "È meno apparente, ma è più profonda", aggiunge il sacerdote che ha fondato la catena degli empori della Caritas. Dalla sua parrocchia di San Benedetto in via del Gazometro a Roma, nel quartiere popolare Ostiense, questo cinquantenne arrivato dal varesotto, vede, e tocca, da vicino le nuove povertà e le nuove diseguaglianze, coda velenosa della Terza Depressione mondiale come l'ha chiamata il premio Nobel per l'economia Paul Krugman. La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l'Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L'eguaglianza non c'è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l'Ocse e la Banca d'Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.

E forse non è neanche più un caso che l'indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il "coefficiente  Gini" ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un'accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell'abbandonarci, però. "L'esperienza del 1992-93 quando l'economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza", ha scritto l'economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro "Ricchi e poveri" (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.
Più basso è l'indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell'uguaglianza, l'Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.
C'è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell'Ires appena uscita ("Un paese da scongelare", di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): "In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri". E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora - si è visto - è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi - la Spagna, per esempio - si sono mossi in direzione esattamente opposta.

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l'ultimo dato della Banca d'Italia contenuto nella periodica indagine su "I bilanci delle famiglie italiane", il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell'intera ricchezza netta delle famiglie. Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni. Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l'alto e affonda i più poveri. "Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas", racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell'attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d'Italia con il 33,9 di coefficiente Gini.   Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. In alto, la regione italiana dell'eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L'eguaglianza è anche questo.
E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l'età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l'incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 - secondo la Fondazione Nord-Est - Trieste manterrà i primati. Perché l'eguaglianza - è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro "La misura dell'anima" (Feltrinelli) - migliora "il benessere psicologico di tutti noi". Di più, secondo i due studiosi: "Tanto la società malata quanto l'economia malata hanno le proprie origini nell'aumento della diseguaglianza". E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all'origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l'aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.

Di certo tra i frutti di questa "economia malata" ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche - lo abbiamo visto - gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch'esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i "poveri" sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il "caso Pomigliano" ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.

Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l'Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: "La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all'anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell'occupazione". Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane - ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro "Contro i giovani" (Mondadori) - guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

la Repubblica  05 luglio 2010 
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Di Fedele (del 05/07/2010 @ 14:13:05, in Segnalazioni, linkato 22 volte)
A piazza Navona c'era la D'Addario e c'erano i puttani del giornalismo e della politica italiana. La prima ha praticato la professione più antica del mondo, ma non la peggiore. I secondi si sono prostituiti per decenni e hanno trasformato l'informazione e la politica in un bordello. Il bavaglio  è per loro una seconda natura e, se lo contestano, è perché sanno che sono arrivati al capolinea. Gli artefici dell'ascesa di Berlusconi, i suoi veri protettori, e qualche volta anche magnaccia, erano in piazza a pontificare. L'arrivo della D'Addario ha provocato un corto circuito.
La prima pietra l'ha lanciata Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale Stampa (FNSI): "Non è gradita". Parte del popolo dei "No alla legge bavaglio" l'ha fischiata e accolta al grido di: "Escort di merda". Una lapidazione pubblica della meretrice. La sua presenza era, per i padri nobili della sinistra e per i giornalisti a novanta gradi, (la loro posizione professionale preferita) un'offesa alla dignità. Il segretario della FNSI Franco Siddi ha declamato dal palco: "La libertà è soprattutto conoscenza. La Fnsi si opporrà con tutte le sue forze, oggi con la piazza e domani ricordando sui giornali, con articoli e servizi, i pericoli che stiamo correndo. Da parte nostra non ci fermeremo e siamo pronti, se il provvedimento fosse varato, a rivolgerci alla Corte Ue per i diritti dell'Uomo che certamente ci darebbe ragione". Alla D'Addario, sulle cui intercettazioni i giornali ci hanno campato un'intera estate, questa libertà è stata negata. Anche il pregiudicato pidmenoellino Enzo Carra si è alterato: "Sono qui per la libertà di informazione e trovo davvero squalificante che un evento così importante e imponente venisse monopolizzato dal protagonismo della signorina D’Addario". Lui può dirlo. A differenza della "signorina" ha frequentato le patrie galere che per questi politici sono come una medaglia al valore. Benedetta Buccellato dell'Associazione per il teatro italiano ha aggiunto: "Mi sembra eccessivo che una escort sia venuta qui nel retropalco a fare la sua conferenza stampa, è la vergogna della nazione". La vergogna della nazione, da non confondersi con la D'Addario, erano i giornalisti presenti imbavagliati dalla nascita e i politici che hanno permesso ogni legge ad personam, ogni conflitto di interessi e consegnato l'informazione nelle mani di Berlusconi.
In piazza c'erano Enrico Letta (il nipote di suo zio), Walter Veltroni, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Paolo Cento e persino il desaparecido Bertinotti. Veltroni e Bertinotti, va ricordato, sono i due signori che hanno fatto cadere il primo e il secondo governo Prodi riconsegnando l'Italia a Berlusconi. Bersani ha rammentato la sofferenza di Morfeo Napolitano: "Il presidente della Repubblica ha ricordato con qualche amarezza che i suoi consigli non sono stati seguiti. Loro hanno voluto forzare calendarizzando il ddl sulle intercettazioni. A questo punto io sono perché il ddl venga ritirato. Lui si aspettava delle modifiche che a dire il vero ci aspettavamo tutti".
Due anni fa ci fu il secondo Vday. Libera informazione in libero Stato. Un milione e mezzo di firme per l'abolizione della legge Gasparri, dell'ordine dei giornalisti di mussoliniana memoria e del finanziamento pubblico ai giornali. Il giorno successivo la Repubblica attaccò la manifestazione con un editoriale in prima pagina, il Corriere della Sera lo citò appena, preferendo un'ampia intervista al politologo Dell'Utri e le televisioni lo ignorarono.
A piazza Navona erano presenti i puttani della Seconda Repubblica. Tutti nostri dipendenti, giornalisti e i parlamentari finanziati dalle nostre tasse. La D'Addario avrà i suoi difetti, ma almeno non è mantenuta da noi.

da www.beppegrillo.it     4 luglio 2010
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Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humour ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi".
Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno  del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione".
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia.
Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana.
Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede.
Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.
Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri.
E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì.
Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna.
Quel "puttana"  sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato.
Anni più tardi girai un documentario per la tv svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi.
Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato.
E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia.
Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente...
Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei.
Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo.
In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta.
L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite.
Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni, (qualche settimana fa n.d.r.), in cui infuria la polemica Bertolaso, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi.
Mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi.

Merid Elvira Dones

 
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Di Fedele (del 01/07/2010 @ 18:19:02, in Segnalazioni, linkato 64 volte)
Cari amici stragisti,
in questo anno e mezzo di Luce StRagista ne ho visti di colloquianti, cacciatori di tester e showman/intrattenitori delle agenzie intratterinali. E c'è solo una domanda, o meglio un'affermazione, a cui non ho mai saputo rispondere.
Alla fine del colloquio, dopo la (mancata) proposta economica, gli esaminatori di civvù di solito sembrano giustificarsi con "sì, è uno stage ma…. se sei davvero bravo poi l'inserimento arriva…" (© I Legalizzati) oppure "Le persone in gamba ce la fanno sempre. Tranquilla!"( © I Sinceri Riuniti), "Se diventi intispensabile, forse dopo i 6 mesi, tu potere restare in Palazzo Kabul s.r.l." (© Adolf).
Insomma, se vuoi strappare un contratto a Pre-getto, a prestazione occasionale (niente di sessuale… state tranquilli!) devi mostrarti Brava, Indispensabile e con una bella Gamba. Una BIG Stagista.
Ma nella categoria gggiovani di oggi, di BIG ce ne sono davvero pochi. Almeno a sentire i numeri dell'ultimo sondaggio condotto da Isfol e La Repubblica degli stagisti.

Il 52,5% degli stage si conclude con una stretta di mano ( o con il gesto dell'ombrello da parte dello stRagista) e nel 17,4% con un prolungamento dello stesso. Il 6,4% degli StRagisti ottiene un contratto a Pre-Getto e il 6,8% una collaborazione occasionale. Solo il 5,6% raggiunge il traguardo di un contratto a tempo determinato e un fortunatissimo 2,3% l' indeterminato.


E per diventare BIG, ma very BIG bisogna ripetere l'esperienza più e più volte. Del resto repetita iuvant… fino alla soglia dei 30 anni. Davanti ad un 48% di stagisti che ha svolto un'unica esperienza di stage, il 33% ne ha fatti due, il 13% tre, il 4% quattro, l'1% cinque e un altro 1% più di cinque stage.

Ma se anziché provare la difficile carriera di BIG, si tentasse direttamente di entrare nel difficile mondo del lavoro? Beh le offerte si fanno ancora più limitate visto che tra il 2008 e il 2009 le offerte di stage sono aumentate del 30%, mentre quelle di lavoro sono diminuite del 45%.

Non resta allora che aspirare alla carriera da StRagista, facendo i conti in tasca con pochi spiccioli. La maggior parte degli stagisti (52%), infatti, non riceve nulla, a parte la gloria. Il 17,3% percepisce tra i 500 e i 250 euro, il 14% meno di 250. I Paperini sono, invece, gli stagisti che ottengono tra i 500 e i 750 euro (11%) e oltre i 750 (5,3%).

Insomma non è vero che tutti i BIG ce la fanno. Il 2,3% ce la fa, ma com'è dura la salita…

da Vita da stragista  30 giugno 2010
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Di Fedele (del 29/06/2010 @ 16:38:54, in Segnalazioni, linkato 27 volte)
Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero!
Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi?
Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano.
C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente.
“Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente). Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!

Come si fa a difendere la democrazia?

La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro?
Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale.
Il primo viene dalla Rivoluzione francese, il secondo dall’affermazione del movimento operaio e sindacale. Il primo è costato un sacco di morti, il secondo forse molto di più, ma in genere morti silenziose.
Milioni di donne e di uomini che hanno rischiato la vita, la miseria, la galera, il licenziamento per essere rispettati sul luogo di lavoro ed avere dallo stato un sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto “modello sociale europeo”.
L’azione quotidiana di quei milioni di persone ha creato case del popolo, cooperative, scuole professionali, asili nido, ambulatori – insomma una specie di società parallela che viveva “separata” e con minimi livelli di autosufficienza dalla società in generale.
Ha posto per prima il problema dell’eguaglianza femminile, ha combattuto l’alcolismo, ha guardato con rispetto ed interesse agli altri popoli (che conosceva, perché era costretta ad emigrare), ha condotto la lotta antifascista. Ed ha capito una cosa fondamentale che la cultura borghese non vuole capire: un diritto vale quando esiste nei fatti non quando è scritto sulla carta di una qualche costituzione.
E’ una diversa concezione della democrazia, quella sostanziale contrapposta all’idea formale di democrazia. Di questa parlo io. Se non ci mettiamo d’accordo sui termini, è difficile capirsi. Nell’Italia del secondo dopoguerra questa forma di democrazia era forse la più solida d’Europa, grazie anche ai comunisti, ai socialisti, ai cattolici di base, a tutti coloro che avevano imparato queste cose sul luogo di lavoro.
Questo immenso patrimonio è andato disperso, in parte anche per scelte politiche precise: si pensi al XIX Congresso del PCI, artefice l’attuale Presidente della Repubblica, più ancora che Occhetto, che ha buttato a mare come roba vecchia il partito di massa per scegliere il toyotista lean party (“è come se si fossero licenziati su due piedi 800.000 militanti”, disse una volta una compagna che aveva fatto la Resistenza).
Si pensi all’ondata di privatizzazioni, che hanno consegnato nelle mani di qualche avventuriero della finanza enormi patrimoni economici pubblici (e l’operazione “Mani Pulite” che avrebbe dovuto colpire la corruzione, in realtà ha dato una mano a questo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato).
Ma questo è il meno, dopo tutto, il partito di massa era formula vecchia e l’economia pubblica era saccheggiata dai partiti di maggioranza. Là dove la democrazia sostanziale italiana muore, là dove c’è il vero passaggio di civiltà, la vera tragica svolta epocale, è nella flessibilizzazione del lavoro.
E’ lì che vengono erosi nei fatti diritti che sulla carta esistono ancora. Le imprese si frammentano e così si arriva ad oggi dove il 52% della forza lavoro dipendente non gode delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il numero degli addetti è inferiore alla soglia dei 15.
Gli accordi sindacali del luglio 1993 garantiscono tregua salariale e di fatto spengono le lotte operaie (chi è andato in queste settimane a parlare con gli operai delle fabbriche occupate o presidiate dai lavoratori, ha trovato fabbriche che non scioperavano da 16 anni).
E’ cambiata la struttura tecnica dell’impresa, lo stile di management, il lavoro sempre più precario, l’impossibilità dei giovani d’inserirsi…si potrebbe continuare all’infinito (la globalizzazione ecc. ecc.). Tutte cose considerate “minori”, che non fanno notizia, quotidiane, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e attraverso le quali si perdono anche libertà civili (di recente ho scoperto che esistono contratti che prevedono il licenziamento per il dipendente che “confessa” a un suo collega quanto percepisce di salario).
E’ sul rapporto di lavoro che l’uomo perde la sua dignità, quando si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti tirocinii con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?).
E’ qui che muore la democrazia, è qui che sta morendo il diritto di sciopero, anche se nessuno lo ha tolto dalla carta costituzionale. Muore nei fatti. Ma su questo si tace, lo si considera un’evoluzione fisiologica dei modi di produzione.
L’attenzione è posta su intercettazioni, conflitti d’interesse, mafie, il protagonista della società, la grande speranza è il magistrato, figura che assume il ruolo del demiurgo, del liberatore dal Male. Ne risulta distorta la stessa funzione della magistratura, prevista dai principi della democrazia borghese.
La magistratura non deve sostituirsi all’azione politica. Ma la politica, la vera politica, è quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne che giorno per giorno cercano di rendere più civile l’ambiente in cui vivono, più giusta la relazione tra persone, di quelli che non fanno alcun atto di eroismo né alcun gesto da prima pagina.
Come può la magistratura dare un supporto a queste mille azioni quotidiane? Su questo microcosmo è impotente (e forse disinteressata). Molte di queste pratiche sociali – unico baluardo di una democrazia sostanziale – sono note.
Ma rimane ancora da capire come si fa a rovesciare il degrado dei rapporti di lavoro. Gli stessi giuslavoristi affermano che non è più questione di produzione legislativa ma di contrattazione. Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali?
Queste sono le domande centrali. Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated?
Chi non è d’accordo con il mio piccolo sfogo forse ha un’idea della democrazia del tutto diversa dalla mia, ritiene più urgenti certe battaglie di altre, considera “un male minore” quelle che per me sono vere tragedie della civiltà. Si tratta di punti di vista, ma come faccio a rinunciare al mio, se su quello ho costruito 50 anni di presenza nella società e di comportamento privato?

fonte: Nazione Indiana

* CHI E' SERGIO BOLOGNA:
Sergio Bologna (Trieste, 1937) è uno dei più autorevoli esponenti teorici del cosiddetto "operaismo italiano". Negli anni '60 ha partecipato alle esperienze delle riviste Quaderni rossi e Classe Operaia. Nel biennio rosso '68/'69 è stato uno degli animatori dell'intervento nelle lotte operaie e promotore del giornale La Classe e tra i fondatori di Potere Operaio. Ha insegnato Storia del movimento operaio e della società industriale in diversi atenei in Italia e all’estero dal 1966 al 1983. Negli anni Settanta ha fondato e diretto la rivista «Primo Maggio». Dal 1985 svolge attività di consulenza per grandi imprese e istituzioni.
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