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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Buongiorno a tutti, La storia è questa. Una nostra Socia over50 lavora da diversi anni in un ufficio composto da lei e dal suo capo. Lui è un bastardo che la tratta come una pezza da piedi condendo il tutto con insulti pesantissimi e rimproveri continui. L’uomo è però molto attento a comportarsi in questo modo solo quando sono soli in ufficio mentre in presenza di testimoni è di una gentilezza squisita. Circa un anno fa la signora viene tamponata in auto da un SUV. La portano all’ospedale di Niguarda, una visita veloce (nessuna radiografia o altro esame diagnostico) , le mettono il collare di ordinanza e la spediscono a casa. La denuncia dell’incidente segue il suo iter e si conclude con il rimborso per i danni all’auto. Circa un mese dopo l’incidente la signora comincia ad avvertire fortissimi dolori alle spalle al punto da non riuscire più a dormire. Si rivolge all’osteopata che conosce da anni il quale esclude una relazione con l’incidente automobilistico e la sottopone ad una serie di trattamenti. I dolori aumentano al punto che lei non riesce più a muovere le braccia in modo normale ed è costretta a mettersi in malattia. Comincia la trafila delle visite specialistiche quasi tutte e a pagamento data l’urgenza determinata dai dolori. Valanghe di antiinfiammatori e cortisone con conseguente inizio di ulcera gastrica. Una risonanza magnetica determina la presenza di un ernia alla cervicale certamente dovuta all’incidente cui si aggiunge l’ipotesi di una seconda ernia lombare probabilmente causata dalle manipolazioni dell’osteopata. Viene riaperta la pratica con l’assicurazione dell’investitore, pratica che per poter essere definita necessita di una diagnosi del danno riportato e delle possibili conseguenze future. Ovviamente, non essendo ancora concluso l’iter diagnostico occorre attendere tutti i necessari approfondimenti medici. Intanto passano i mesi e a fine luglio scorso la signora riceve la lettera di licenziamento giustificato dall’aver superato i 6 mesi di malattia. Lei si reca dal sindacato che non può fare altro che dirle che l’unica cosa che si può fare è minacciare una improbabile denuncia per maltrattamenti, improbabile in quanto non sostenuta da testimoni. Poi le consigliano di fare domanda per l’indennità di disoccupazione e le preparano tutta la necessaria documentazione. Con la pratica in mano la signora si reca all’INPS. L’impiegato studia la pratica e le domanda se lei nel frattempo è guarita. La signora risponde di no. Allora in questo caso l’Inps non può riconoscerle la disoccupazione perché questo è un istituto che spetta solo a chi è in grado di lavorare. Quindi, dice l’impiegato, lei mi lasci la domanda così non rischia di far passare i 60 giorni previsti per la richiesta dell’indennità poi, quando sarà guarita, venga qui con il certificato del medico che lo attesta e noi accoglieremo la sua domanda. Cerco di farvi capire la situazione. La signora vive da sola, l’unico parente prossimo è l’anziana madre ammalata di Alzheimer che vive in un’altra casa assistita da una badante alla quale va tutta la sua pensione. Ora, si potrebbe pensare di convincere il proprio medico a rilasciare un certificato di guarigione ma in realtà questa alternativa è inesistente perché facendo questo si creerebbe un problema con l’assicurazione che deve rifondere il danno subito nel tamponamento e che andrebbe a nozze di fronte ad un certificato che attesta una guarigione peraltro falsa. Ho contattato un esperto in materia di Inps e affini che mi ha confermato quanto sostenuto dall’impiegato dell’ente aggiungendo anche una considerazione sul fatto che questa “perla“ legislativa non è la sola e che molte altre si stanno profilando all’orizzonte. Non ultima la norma varata dalla finanziaria che, sull’onda della campagna per allungare l’età pensionabile delle lavoratrici pubbliche, ha, nei fatti, usato la chiusura delle finestre di accesso alla pensione prolungando di un anno l’età pensionabile (18 mesi per gli autonomi) per tutti i lavoratori indistintamente. Nel caso della signora esisterebbe la possibilità teorica di una richiesta di invalidità il cui iter richiede di norma più di un anno. Ma in questo caso c’è un' ulteriore truffa che l’esperto in questione mi dice essere ampiamente utilizzata dall’Inail. Ve lo riferisco sperando non vi debba mai servire ma in ogni caso meglio essere informati. Ecco l’esempio illuminante. Un lavoratore ha una causa aperta con una assicurazione per un danno subito e inoltra domanda di invalidità all’Inail prima che la causa si sia conclusa. L’Inail riconosce, supponiamo il 50% di invalidità e, immediatamente avanza una richiesta di rimborso da parte dell’assicurazione coinvolta nel sinistro. L’ente comincia ed erogare l’invalidità ma, a causa conclusa, incamera gran parte della cifra rimborsata dall’assicurazione. Non bastasse, succede spessissimo che al successivo controllo medico la percentuale di invalidità venga ridotta di un 10 o 20% con relativa riduzione dell’ammontare della pensione. Insomma una truffa in piena regola, una delle tante del Bel Paese. Quindi, molta attenzione, se abbiamo una causa per risarcimento in corso, prima di tutto concludere la causa e incassare il rimborso e solo dopo avere in tasca i nostri soldi fare l’eventuale richiesta di invalidità Tornando alla nostra Socia la situazione è semplicemente drammatica. Reddito azzerato, salute malandata e la prospettiva di dover trovare i soldi per curarsi e non rischiare di finire su di una sedia a rotelle. Ma, secondo diversi nostri politici, lo Stato italiano non abbandona mai nessuno dei suoi cittadini. Cordiali saluti
Armando Rinaldi - vicepresidente di Atdal
“L’Italia ha bisogno di fascismo”. Ha ragione Giorgio Bocca, che in una recente intervista rilasciata a Il fatto ricordava come questo Paese possieda, nel suo dna, una sorta di gene politico e culturale della devianza democratica, un gene insano e mai totalmente sradicato, non ravvisabile nel resto di un’Europa che pure il totalitarismo ha conosciuto e, se vogliamo, addirittura vissuto in forma più aspra e duratura del ventennio italico. Ha ragione nel sostenere che questa patologia nazionale è testimoniata dalla tenuta del potere di Berlusconi, inteso come neo-autoritarismo che domina da oltre 15 anni e che appare un unicum rispetto al resto del Vecchio Continente, segnato anch’esso dai totalitarismi ma capace di non ripetere in epoca moderna gli errori passati.
In Europa c’è solo Berlusconi, un politico a lui assimilabile non esiste. Solo Berlusconi attacca la magistratura, solo Berlusconi parla della Costituzione come di un deterrente alla modernizzazione dello stato, solo Berlusconi azzera il dibattito parlamentare imponendo l’approvazioni di leggi a colpi di fiducia, solo Berlusconi delegittima le istituzioni (come la Consulta o la presidenza della Repubblica) affermando che sono espressioni della sinistra. Ha ragione dunque Bocca a lanciare l’allarme su come questo gene antidemocratico che cova nel dna italiano possa oggi essere pericoloso per la democrazia, in grado di produrre, nonostante il sofferto Novecento, i suoi frutti amari: una stagione di regime apparentemente nuovo nelle modalità e nella forma, ma sostanzialmente antico nell’illiberalità imposta. La criminalizzazione del migrante, perseguito e perseguitato perché clandestino (la clandestinità è diventata da infrazione amministrativa a reato penale, secondo le norme razziste volute dalla Lega) è una riedizione della vecchia colpa d’autore di Hitler, dove sotto accusa di fronte alla legge (del più forte) è posta la condizione esistenziale e non il comportamento dell’essere umano. Quel costante richiamo alla volontà popolare – che Berlusconi afferma sarebbe tradita se non si andasse dritti dritti al voto in caso di crisi del governo – riecheggiava ai tempi del nazismo e del fascismo, certo anche della Russia stalinista, per giustificare le scelte di censura con l’alibi falso della copertura popolare. Quanti tribunali del popolo e tribunali speciali sono stati invocati per perseguitare il dissenso politico in nome della ‘base’? Il popolo, che secondo questa concezione investe il rappresentante politico della legittimità a guidarlo, diventa uno strumento per giustificare ogni condotta del potere e per eludere le regole che vigono in un sistema democratico. La Costituzione e i diversi soggetti istituzionali, che pongono limiti alle possibili incontinenze dell’esecutivo, sono concepiti come ostacoli all’azione dell’uomo solo al comando. E quindi? Quindi vanno elusi, svuotandoli di senso. Come? Per esempio col ricorso al mito della volontà popolare, brandita in opposizione ad essi e alle loro funzioni. Con la precondizione che la volontà popolare viene, forzatamente e arbitrariamente, fatta coincidere con quella del sovrano. Ma la volontà popolare si riconosce nella Costituzione, nelle procedure e nelle regole democratiche, quindi non rispettare le seconde vuole dire non rispettare la prima. Ma per Berlusconi & company questa coerenza è superflua e lo stiamo vedendo in questi giorni, in cui l’Italia si fa sempre più simile alla Repubblica di Weimar, cioè a quel momento prima del buio integrale che inghiottì la Germania del secolo scorso. Ci sono ancora, nella democrazia italica bistrattata e offesa da oltre 15 anni, un sistema di norme che sono indicate nella Carta e che vanno rispettate nei passaggi politici più delicati. Lo sostiene anche chi, come me, crede che le elezioni sono la strada politicamente più opportuna. Soltanto un regime morente che si sta giocando il tutto per tutto, nella speranza di non tracollare ma anche di rilanciarsi, può sostenere il contrario. Per questo va contrastato, soprattutto da parte di quel popolo che per primo vuole espropriare e silenziare nel momento in cui lo invoca come materia passiva che legittima solo il sovrano, come alibi per la sua infrazione della Costituzione e della prassi democratica che ha un unico scopo: salvarsi. Uccidendo però un paese democratico.
da Il Fatto Quotidiano del 23/08/10
PUBBLICHIAMO LA LETTERA DEI GRUISTI DELLA INNSE AGLI OPERAI DI MELFI
Avete la nostra più completa solidarietà e con questa alcune osservazioni che speriamo vi possano servire. Ci siamo già passati, nel 2001 la direzione aziendale licenziò 3 operai, 3 delegati della Fiom. Il giudice li reintegrò al lavoro, condannando l’azienda per attività antisindacale. Il padrone decise di lasciarli a casa, pagando loro lo stipendio. Gli operai licenziati chiesero comunque di essere accompagnati in fabbrica dall’ufficiale giudiziario. Il capo del personale con i suoi avvocati li ricevette in una stanza isolata, ripeteva che non li avrebbe fatti entrare. Fu a quel punto che gli operai in corteo uscirono dall’officina, presero i 3 delegati e li accompagnarono in reparto. La direzione dovette accettare il dato di fatto, ma per sei mesi ancora li tenne al confino, in un angolo del reparto, senza dargli il lavoro. I delegati riuscivano lo stesso a fare attività sindacale, il loro rapporto con gli operai era sempre più forte, alla fine la direzione dovette cedere ed ognuno tornò a fare il proprio lavoro. L’esperienza ci ha insegnato che senza l’intervento diretto degli operai non è possibile difendersi. Ora che a Melfi si è provato a chiedere sostegno ai grandi capi delle istituzioni, ora che anche eminenti rappresentanti della chiesa hanno manifestato la loro compassione, ma non è successo niente, non è meglio abbandonare queste illusioni? Cinquemila operai non contano niente? Siamo al punto che per riportare in fabbrica 3 operai che hanno in tasca una sentenza di reintegro bisogna mettersi nelle mani di chi non ha nessuna intenzione di inimicarsi la Fiat ed a mezza voce chiede come buona azione di trovare una soluzione? Chi può imporre a Marchionne il reintegro reale al lavoro? Forse la legge? Ma la legge si è fermata davanti ai cancelli di Melfi. Chi comanda in fabbrica è il padrone, è sua proprietà. Ma una possibilità c’è: una ribellione degli operai di Melfi. La produzione non la fanno quelli che applaudono Marchionne a Rimini, i giornalisti e i politici che appoggiano le sue scelte. La produzione la fanno notte e giorno sulle linee gli operai e la possono fermare in qualunque momento, devono solo trovare l’unità e l’organizzazione per farlo. Si è fatto un gran parlare di questioni di dignità. Ma la dignità noi come operai la perdiamo quando siamo costretti , in migliaia, a passare di fronte ai nostri compagni licenziati senza muovere un dito, sapendo che non hanno commesso niente, che erano in sciopero per una ragione collettiva e che lo stesso giudice gli ha dato ragione. Di fronte a questa realtà è la nostra dignità di operai che è messa in discussione. La dignità degli operai è la ribellione, altrimenti è solo paura, sottomissione, non avere più la forza di guardarsi in faccia. Non serve cercare giustificazioni. E’ vero, ci sono sindacalisti collaborazionisti, che svolgono un lavoro per dividerci, ricattarci, giocano a chi si fa più bello con la Fiat per ricavarne favori e privilegi. Ma è così difficile metterli in un angolo, superarli con la nuova unità costruita fra gli operai stessi? E’ vero, la repressione colpisce chi si espone, ma se ad esporsi sono centinaia se non migliaia, la musica cambia. La paura deve finire, voi siete gli operai di Melfi, 21 giorni di sciopero non li abbiamo dimenticati, la Fiat fu costretta ad abbassare la cresta e così ci avete reso tutti più forti. Il coraggio e la forza non vi manca, il giudice ha deciso il rientro dei 3 operai, tocca a voi riportarli dentro. I gruisti della INNSE
Per Marchionne, per la Marcegaglia e per molti altri che hanno frequentato il meeting di Comunione e liberazione la lotta di classe è un residuo di un passato da superare, così come lo è la conflittualità sindacale o la lotta «tra operai e padroni». Così si capisce meglio dove mirassero le tante polemiche fuori tempo massimo contro il '68 e la sua cultura distruttiva. Però, come giustamente ha fatto notare Adriano Sofri sulla sua piccola posta, la frase «basta lotta tra padroni e operai» prende una sfumatura diversa a seconda che a pronunciarla sia un operaio oppure un padrone. In effetti per tutti costoro quello che è o va superato è la lotta degli operai contro i padroni, o dei lavoratori contro le imprese e i loro imprenditori, perché l'altra, quella dei padroni contro gli operai è in pieno corso e va a gonfie vele. Come altro si può intendere, infatti, la situazione di quelle migliaia di lavoratori lasciati sul lastrico da padroni, spesso bancarottieri, che si sono impossessati di un'impresa per distruggerla o ridimensionarla grazie ai meccanismi messi in campo dalla finanza internazionale? O le delocalizzazioni fatte per liberarsi di una manodopera troppo costosa? O la diffusione del lavoro precario che distrugge qualsiasi possibilità di costruirsi una vita e un futuro? O la tesi di Tremonti, secondo cui la normativa sulla sicurezza sul lavoro (L. 626) è ormai insostenibile per le imprese, nonostante le morti sul lavoro ufficialmente accertate siano più di mille all'anno, e altrettante, e forse più, siano non accertate, perché morti «bianche» provocate dal lavoro «nero»? L'accondiscendenza politica e sindacale verso il primato assoluto dell'impresa - che è l'ideologia sottostante a queste prese di posizione - ha impregnato talmente il sentire comune che nell'affrontare questi temi i loro corifei non si rendono nemmeno più conto di quel che dicono. Sentite Marchionne al meeting di Rimini: «Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti». Pensa di parlare di tre degli operai che ha fatto licenziare per rappresaglia contro la Fiom, ma la stessa frase potrebbe essere letta in un altro modo. Quali sono «i diritti di pochi»? Non sono forse quelli dei padroni della fabbrica? O, meglio, degli azionisti di riferimento (gli altri sono «parco buoi») e dei manager che si sono scelti e che guadagnano, tutti quanti, milioni di euro all'anno: 3-400 volte di più dei «molti» che lavorano per loro. E chi sono quei «molti» i cui diritti vengono «piegati» dai «pochi»: quelli che un picchetto o un'assemblea in fabbrica ha magari dissuaso dal cedere al ricatto dell'azienda? O quelli «piegati» a dire di sì in un referendum sotto la minaccia di perdere per sempre il loro posto di lavoro? E ancora (è sempre Marchionne che parla): «La dignità e i diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Certo la dignità e i diritti di alcuni «tre», per esempio Marchionne, Elkann e Montezemolo, oppure Tremonti, Sacconi e la Sig.ra Marcegaglia, non sembrano messi in discussione. Ma che dire di migliaia di lavoratori posti di fronte al diktat di accettare condizioni di lavoro inaccettabili, contrarie alla loro dignità (ma si è mai vista la «pausa mensa» a fine turno, dopo otto ore di lavoro quasi senza pause? E perché non li si lascia andare a mangiare a casa loro? Perché siano pronti per il lavoro straordinario) e contrari ai loro diritti (quello, sacrosanto di garantirsi un brandello di vita familiare libera da turni e straordinari; o quello di scioperare). Questa storia della fine della lotta tra operai e padroni, con cui i vincenti di oggi si riempiono la bocca trattando i diritti dei perdenti come carta straccia, ricorda da vicino la storia della «fine delle ideologie». In realtà, a scomparire dai radar è stata solo l'ideologia socialista, con le sue varianti anarchica e comunista. Le altre, quella liberale, trasformata in liberismo e in «pensiero unico» è più viva che mai (anche se è più che mai un morto che cammina). E la dottrina della chiesa, trasformata in fondamentalismo cattolico («diritto alla vita» contro i diritti di chi vive), anche.
da il Manifesto 31 agosto 2010
Vale la pena ricordarsi ogni tanto, a parte le vuote chiacchiere, quali sono le priorità e dove veramente vanno a finire i soldi del cittadino. Anche se poi viene da piangere.
034 – Debito pubblico 40,48% 003 – Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali 14,27% 025 – Politiche previdenziali 9,82% 029 – Politiche economico-finanziarie e di bilancio 8,70% 022 – Istruzione scolastica 5,90% 024 – Diritti sociali, politiche sociali e famiglia 3,31% 004 – L’Italia in Europa e nel mondo 3,29% 005 – Difesa e sicurezza del territorio 2,57% 033 – Fondi da ripartire 1,83% 007 – Ordine pubblico e sicurezza 1,35% 023 – Istruzione universitaria 1,14% 006 – Giustizia 1,00% 013 – Diritto alla mobilita’ 0,98% 028 – Sviluppo e riequilibrio territoriale 0,80% 011 – Competitivita’ e sviluppo delle imprese 0,63% 014 – Infrastrutture pubbliche e logistica 0,54% 008 – Soccorso civile 0,51% 017 – Ricerca e innovazione 0,49% 001 – Organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e Presidenza del Consiglio dei ministri 0,42% 026 – Politiche per il lavoro 0,37% 032 – Servizi istituzionali e generali delle amministrazioni pubbliche 0,34% 027 – Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti 0,20% 021 – Tutela e valorizzazione dei beni e attivita’ culturali e paesaggistici 0,18% 018 – Sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell’ambiente 0,14% 015 – Comunicazioni 0,14% 009 – Agricoltura, politiche agroalimentari e pesca 0,13% 019 – Casa e assetto urbanistico 0,12% 030 – Giovani e sport 0,11% 020 – Tutela della salute 0,10% 002 – Amministrazione generale e supporto alla rappresentanza generale di Governo e dello Stato sul territorio 0,05% 016 – Commercio internazionale ed internazionalizzazione del sistema produttivo 0,03% 031 – Turismo 0,01% 010 – Energia e diversificazione delle fonti energetiche 0,01% 012 – Regolazione dei mercati 0,00% Grazie ad Alberto Cottica (via Massimo Mantellini) che ha richiamato l’attenzione sui dati della Ragioneria dello Stato. I numeri fanno riferimento al 2007, stanziamenti di competenza del disegno di legge di bilancio 1° anno. Ma rendono l’idea.
da www.gaspartorriero.it 26/08/2010
Odio la caccia, chi uccide un capriolo, un gallo cedrone, una beccaccia, chi spara ai passeri o alle cinciallegre per divertimento, per farsi la mano, odio chi acceca gli uccelli da richiamo, chi dissemina trappole, esche, tagliole, odio chi usa il fucile, ma dice di proteggere la natura, odio i boschi, i prati trasformati in poligoni da tiro, odio l'odore del cuoio, della polvere da sparo, delle cartucce rosse, gialle e arancione grandi spesso come il bersaglio, odio il massacro spaventoso (*)1 di animali che ogni anno avviene in Italia, chi spara agli uccelli migratori, ai falchi, alle rondini, agli aironi, odio il cacciatore buono che difende l'habitat naturale e quello incosciente che ammazza l'amico o un parroco mentre dorme, odio i ristoranti con gli animali impagliati come trofei, scoiattoli, marmotte, civette e gufi che ti osservano con gli occhi di vetro, odio chi spara vicino alle abitazioni, i pallini di piombo nel tuo giardino, odio la legge fascista (*)2 che permette di entrare nei fondi privati, i cacciatori che si aggirano a meno di 100 metri dalle case (*)3 con il fucile e il colpo in canna quando la legge lo proibisce, odio chi mi toglie il piacere della vista di un cervo, di una ghiandaia, di animali che i miei figli vedranno solo allo zoo o nei parchetti, odio non poter andare a funghi senza la paura di essere scambiato per un cinghiale e ascoltare il rumore cupo e cadenzato delle doppiette invece che il canto degli uccelli, odio la scomparsa dal cielo degli arabeschi formati dagli stormi, odio l'esproprio della natura fatto per il piacere di pochi (*)4, il non poter vedere su un tetto i nidi delle cicogne che non migrano più per l'Italia per sopravvivere ai cacciatori, odio i riti della caccia, i coltellacci per squartare gli animali, il cameratismo tra uomini veri, odio chi uccide per piacere, chi definisce sport l'annientamento di una creatura, una di quelle con cui parlava San Francesco, odio chi caccia perché "si uccidono anche gli animali d'allevamento" odio chi libera i fagiani allevati in cortile per poi fulminarli dopo pochi metri, odio chi usa la caccia e i cacciatori per fini politici, odio chi non rispetta gli animali e dice di rispettare l'uomo.
(*)1. La stima è di 150 milioni di animali uccisi ogni anno (*)2. Art. 842 Caccia e pesca - Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l'esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno. (*)3. La caccia è vietata per una distanza di 100 metri da case, fabbriche, edifici adibiti a posto di lavoro. E' vietato sparare in direzione degli stessi da distanza inferiore di 150 metri. (*)4. 1.2% della popolazione italiana (dati 2007).
Ps: aderisci ai Comitati contro la caccia
da www.beppegrillo.it 25 agosto 2010
Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica. L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo. L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie. L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università. L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro. L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze. Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro. Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “ La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010). Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria. Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità. (Luca Mazzucco)
da Operai Contro 16 agosto 2010
I disastri di queste settimane hanno riaperto l'ormai annosa discussione sui mutamenti climatici. Sono solo prevedibili per un futuro non meglio definito, o sono già in atto? Quel che sappiamo è che i vertici mondiali che vorrebbero affrontare la questione falliscono sistematicamente (vedi Il fiasco di Copenaghen), mentre le condizioni generali del pianeta peggiorano. Tra i vari indicatori della salute della Terra c'è sicuramente quello della quantità di CO2 presente nell'atmosfera. Di questo dato fondamentale, certo non l'unico da prendere in considerazione ma sicuramente uno dei più significativi, si occupa l'articolo di Giorgio Nebbia che potete leggere di seguito.
Gli eventi di quest’estate confermano l’esistenza di mutamenti climatici dovuti al riscaldamento planetario. Devastanti alluvioni nell’Europa centrale; più a Oriente, una eccezionale siccità ha provocato incendi di boschi e di giacimenti di torba in Russia; ancora più a Oriente, alluvioni nell’Asia meridionale e in Cina. Piogge intense, alluvioni e siccità si sono già verificati nei decenni e secoli passati, ma mai su una scala così vasta e con così grande frequenza, proprio come le previsioni avevano indicato.
Il fenomeno del riscaldamento globale si può schematizzare come dovuto all’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera; di conseguenza aumenta la frazione del calore solare che resta “intrappolata” dentro l’atmosfera, ciò che fa aumentare la temperatura media della superficie terrestre nel suo complesso. Ne derivano cambiamenti nella circolazione delle acque oceaniche e nell’intensità e localizzazione delle piogge sui continenti. Bastano relativamente piccole variazioni per far aumentare le piogge in alcune zone della Terra o per rendere aride altre zone. Pochi numeri aiutano a comprendere tali fenomeni; per tutto l’Ottocento e per la prima parte del Novecento l’atmosfera conteneva circa 2200 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, corrispondenti ad una concentrazione di circa 280 ppm (parti in volume di anidride carbonica per milione di parti dei gas totali dell’atmosfera). In quei decenni l’industrializzazione era già cominciata in Europa e nel Nord America con crescente combustione di carbone e di legna e con la diffusione di numerose fabbriche; queste attività immettevano nell’atmosfera anidride carbonica che però veniva assorbita, più o meno nella stessa quantità generata ogni anno dalle attività umane, da parte della vegetazione, soprattutto delle grandi foreste, e da parte degli oceani nelle cui acque l’anidride carbonica è ben solubile. Foreste e oceani, insomma, erano capaci di depurare l’atmosfera dai gas immessi dalle attività umane.
La svolta si è avuta a partire dalla metà del Novecento con due fenomeni concomitanti: è aumentata la quantità dell’anidride carbonica immessa ogni anno nell’atmosfera in seguito alla combustione di crescenti quantità di carbone, petrolio e gas naturale e alla crescente produzione di cemento, che pure libera anidride carbonica dalla scomposizione delle pietre calcari, e, nello stesso tempo, è diminuita la superficie e la massa delle foreste e del verde, tagliati e bruciati, anche con incendi intenzionali, per recuperare spazio per pascoli e coltivazioni intensive, per ricavarne legname da costruzione e da carta, per nuovi spazi da edificare. Mentre è relativamente costante la capacità degli oceani di “togliere” anidride carbonica dall’atmosfera (circa cinque miliardi di tonnellate all’anno), è andata aumentando (da 20 a 40 miliardi di tonnellate all’anno, dal 1950 al 2010), la quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera dai combustibili fossili e dalle attività “economiche” di una popolazione in aumento e da un crescente livello di consumi, ed è diminuita, da circa otto a cinque miliardi di tonnellate all’anno, la quantità dell’anidride carbonica che la biomassa vegetale è stata capace di portare via dall’atmosfera. Questo insieme di fenomeni ha fatto aumentare, in mezzo secolo, la quantità dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera (da circa 2400 a 3000 miliardi di tonnellate) e la sua concentrazione da circa 320 a 390 ppm. Le conferenze internazionali che si succedono ogni anno (la prossima sarà in dicembre a Cancun, nel Messico) danno per scontato che tale concentrazione possa arrivare a 450 ppm nei prossimi decenni e poi aumentare ancora: un aumento di concentrazione, e di temperatura globale, insostenibile.
Uno dei movimenti ambientalisti che si sta diffondendo dagli Stati Uniti (il paese più ricco ma anche più attento alla fragilità della propria opulenza) indica in 350 ppm il livello di anidride carbonica a cui si deve tendere per attenuare le conseguenze catastrofiche dei mutamenti climatici. Per raggiungere tale obiettivo la quantità di anidride carbonica totale nell’atmosfera dovrebbe diminuire da 3000 a 2600 miliardi di tonnellate. Un obiettivo che richiederebbero almeno un secolo, durante il quale (1) dovrebbe gradualmente diminuire il consumo di combustibili fossili e di energia; (2) dovrebbe rallentare la distruzione dei boschi esistenti fermando incendi e diminuendo l’estrazione di legname commerciale e le superfici coltivate e dei pascoli e allevamenti da carne e rallentando le attività minerarie che oggi si estendono in terre finora occupate dalle foreste; (3) dovrebbe aumentare la biomassa vegetale, piantando alberi e verde in qualsiasi ritaglio utile della superficie terrestre.
Conosco bene le obiezioni; si avrebbe un rallentamento dei consumi e quindi “della civiltà”. Ma anche se continua il riscaldamento globale si va incontro a un rallentamento dell’economia e “della civiltà”, lento, quasi inavvertibile fino a quando le conseguenze non assumono carattere catastrofico come quest’estate. I danni dei mutamenti climatici, infatti, comportano, anche se non ce ne accorgiamo, distruzione di ricchezza monetaria; ne sono colpiti paesi ricchi (pensiamo alla Russia e alla Germania oggi) e paesi poveri e poverissimi come, oggi, il Pakistan e certe zone della Cina. Pensiamo invece alla ricchezza monetaria che sarebbe messa in moto dalla diffusione di processi produttivi che consumano meno energia, meno materiali, che usano meno legname, dai prodotti ottenibili dalle nuove foreste, e ai vantaggi che ne verrebbero sia ai paesi ricchi, sia, ancora di più, a quelli poveri. Probabilmente la ricchezza complessiva aumenterebbe perché tanti paesi sarebbero alluvionati di meno e meno esposti alla siccità, e aumenterebbe la vegetazione dei continenti; forse la ricchezza sarebbe distribuita diversamente fra i vari paesi. Siamo sicuri di perderci in questa prospettiva?
da www.campoantimperialista.it 21 Agosto 2010
L'uomo sta consumando la Terra. Quanto manca perché un qualsiasi Paese vada in default per fame? Perché si diffonda la bancarotta alimentare? Le decine di "Stati Falliti" dal punto di vista economico non sono nulla in confronto a quelli che falliranno per la mancanza di sostenibilità del loro territorio. Gli Stati morti di fame. Mathis Wackernagel ogni anno ci informa di quando cade l' "Overshoot Day", il giorno in cui sono state utilizzate tutte le risorse prodotte dalla Terra in un anno. Nel 2010 cade oggi, il 21 agosto, quattro mesi prima della fine dell'anno e un mese prima rispetto al 2009. Ci vorrebbe un pianeta e mezzo per coprire l'attuale fabbisogno pari al 150%. Non abbiamo scelta: o emigriamo su Marte, come suggerisce Stephen Hawking, o usiamo le risorse in modo responsabile. Il cemento non si mangia e il CO2 non si respira.
Intervista a Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network.
"Sono Mathis Wackernagel del Global Footprint Network. Il 21 agosto raggiungeremo il giorno dell'Overshoot Day 2010, il giorno in cui le risorse utilizzate a partire dal primo gennaio 2010 saranno pari a ciò che la Terra è in grado di rigenerare in un anno intero. Calcoliamo integralmente gli indicatori dell'impronta ecologica ogni anno per tener conto dei nuovi dati e del miglioramento delle metodologie di calcolo. Il nostro metodo tenta di non sovrastimare il calcolo del giorno dell'overshoot. Ogniqualvolta non c'è certezza, sottostimiamo il sovraconsumo di risorse da parte dell'umanità. Oggi c'è una maggiore consapevolezza del fatto che l'aumento della concentrazione di CO2 nell'atmosfera è dovuto all'aumento delle emissioni di CO2 da parte degli esseri umani, le riserve di pesca sono minacciate, le riserve di acqua potabile sono sempre più scarse in molti luoghi del mondo, abbiamo città più popolose, eccetera. Questi sono i sintomi ecologici. Tali sintomi si manifestano in economia in primo luogo nelle economie vulnerabili. Posti dove le risorse diventano davvero scarse vedono aumenti repentini del prezzo del cibo, come si è visto poco tempo fa, anche a causa dell'aumento del costo dell'energia. Le persone ai margini sono maggiormente colpite da questi fenomeni. Haiti, per esempio, si trovava in una situazione molto debole fin da prima del terremoto. Poi è stata colpita da questa disastrosa calamità. È molto difficile per un Paese così uscire dalla condizione di scarsità di risorse e devastazione economica. È però possibile affrontare questo problema. Tutto dipenderà dalle priorità e dal valore che assegneremo alle azioni sulle quali intendiamo investire. Se non si considera come massima priorità invertire il trend, sarà molto difficile per qualsiasi Paese migliorare la propria situazione. Ciò che mi sorprende maggiormente è il fatto che i Paesi non hanno ancora preso consapevolezza di quanto tutto ciò li interessi. Se non si adattano oggi le economie dei Paesi alla scarsità di risorse che si prospetta all'orizzonte, i Paesi non saranno pronti. Non c'è bisogno di un accordo internazionale per preparare il proprio Paese. Si potrebbe dire: "Aspetta il consenso globale e manda all'aria il tuo futuro!". Se si guarda al trend di consumo di risorse del proprio Paese, ci si rende conto che obiettivi più stringenti per la riduzione del consumo rispondono agli interessi del Paese stesso meglio di quanto accordi come quello di Cancun o altri saranno mai in grado di fare". Mathis Wackernagel
da www.beppegrillo.it 21 agosto 2010
Odio la Sinistra, odio la Sinistra dei cantori del nulla ideologico, dei moralisti, degli intellettuali, dei filosofi impegnata sempre a impartire lezioni. Odio la Sinistra delle trattative sotto il tavolo, degli inciuci, dei silenzi, delle votazioni in aula per l'indulto e dell'assenza dall'aula per lo Scudo Fiscale. Odio la Sinistra che ha trasformato l'opposizione in una caricatura, la Sinistra autoreferenziale che non tollera nessuno alla sua sinistra e dialoga con mafiosi e piduisti. Odio le ottusità e le furbizie della Sinistra, il distacco dagli operai, dai precari, l'altezzosità dei suoi giornalisti maestri del pensiero unico. Odio la Sinistra che ha dimenticato gli operai, i precari, i disoccupati, la Sinistra dei sindacati scomparsi, quella degli inceneritori, dell'acqua privata, del nucleare sicuro e dei parlamentari che maturano la pensione dopo due anni e mezzo. Odio la Sinistra dei tesorieri di partito che incassa centinaia di milioni di rimborsi elettorali e che organizza feste di partito tutto l'anno. Odio la Sinistra che non è più comunista, né socialista e neppure socialdemocratica, la Sinistra che candida De Luca in Campania e Carra in Parlamento e che elogia Tronchetti e Marchionne. Odio la Sinistra che attacca in pubblico Berlusconi e che gli ha regalato televisioni, ricchezza, impunità e che non ha mai fatto una legge sul conflitto di interessi, la Sinistra che fa 10 domande su Noemi e la D'Addario per un'intera estate e che per 15 anni non ne fa una sui mandanti della morte di Borsellino. Odio la Sinistra che ha dimenticato Pasolini, Berlinguer, Pertini e che vuole riabilitare Craxi, la Sinistra che se non sei di sinistra sei di destra e se sei di sinistra devi fare una coalizione delle forze progressiste. Odio la Sinistra che si nutre di berlusconismo e di anti berlusconismo per sopravvivere, la Sinistra che non discute mai di programmi, ma di persone, avversari, equilibri, poltrone, percentuali di voto, candidati. Odio la Sinistra della TAV, della base americana di Dal Molin e delle sue cooperative del cemento, la Sinistra del "Lavoro, lavoro, lavoro!" di Fassino e sua moglie mantenuti in Parlamento da generazioni di italiani. Odio la Sinistra dei consigli regionali in galera per tangenti, della Campania trasformata in discarica da Bassolino, dei "termovalorizzatori" di Chiamparino, della spocchia dei funzionari di partito. Odio la Sinistra dei richelieu da strapazzo che costruiscono alleanze e coalizioni nell'ombra. Odio la Sinistra che, per non perdere voti, soffoca i movimenti dei cittadini nel suo recinto razionale e riformista dove pascolano le vacche sacre con la barba bianca e, se non ci riesce, ne inventa di fasulli per occupare uno spazio politico. Odio la Sinistra, così come la Destra, per la loro capacità di togliere ossigeno alle idee, per la divisione dei cittadini in fazioni una contro l'altra armata con i politici a fare da arbitro, per la distruzione della sola idea di un futuro.
da www.beppegrillo.it 17 agosto 2010
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