Il caso dei voucher e del reddito minimo

Blog de L’Espresso, articolo di Alessandro Giglioli, 22/12/2016

A volte, spingi spingi, una battaglia civile di minoranza diventa mainstream.
Qui ci si è occupati per la prima volta di voucher più di nove mesi fa, non solo su questo blog ma anche sull’Espresso cartaceo: e grazie a Fabrizio Gatti e Francesca Sironi ma soprattutto all’allora direttore Luigi Vicinanza che mi diede retta, quando in riunione spiegai la portata del fenomeno e suggerii che ce ne dovevamo ampiamente occupare, anche se non ne parlava nessuno. Adesso, per fortuna, invece ne parlano tutti. Compreso il responsabile economico del Pd Filippo Taddei, che nell’aprile scorso difendeva senza se e senza ma i buoni lavoro («stanno svolgendo il proprio compito primario, cioè far emergere lavoro nero, quindi la legge non va cambiata, basta introdurre la tracciabilità per evitare gli abusi») mentre ora, sull’Unità, preferisce farne la storia per ricordare che essi furono introdotti 9 anni fa, quindi estesi dal centrodestra, poi allargati dal governo Monti, quindi ulteriormente ampliati da quello Letta, mentre con Renzi ci si è limitati ad alzare un po’ il tetto per il loro utilizzo (da 5.000 a 7.000 euro l’anno), garantendone tuttavia la tracciabilità telematica per evitare gli abusi illegali. In altri termini, Taddei scarica le responsabilità sui governi precedenti, il che è un’implicita (ma neanche troppo) presa di distanza. Il responsabile economico del Pd ha le sue ragioni, in termini di cronistoria: è vero che i voucher sono nati in tempi lontani ed è vero che la loro più robusta estensione è avvenuta con i governi Monti e Letta. Tuttavia, va aggiunto, in entrambi i casi con la piena approvazione del Pd. Quanto al governo Renzi, questo ha dato – per così dire – la botta finale: alzare il tetto dei voucher del 40 per cento, date le precedenti liberalizzazioni, ha infatti portato al boom degli ultimi due anni, in cui si è passati da meno di 70 a più di 120 milioni di voucher, con un aumento del 32 per cento solo nel 2016. Soprattutto, il combinato tra le estensioni precedenti e l’aumento del tetto ha finito per modificarne la natura: nato per regolarizzare le piccole collaborazioni occasionali, il voucher si è trasformato in un “sostituto di assunzione”. Vale a dire: in caso di bisogno di collaboratori-manodopera, invece di assumere personale molte aziende hanno fatto ricorso ai voucher, creando così una nuova classe di lavoratori iper precari, senza alcun diritto alla malattia, alle ferie, alla maternità (e neanche parliamo di Tfr e tredicesima). È quindi molto inesatto dire (come fanno alcuni) che “i voucher non c’entrano con il Jobs Act”, dato che l’innalzamento del tetto del 40 per cento è avvenuto proprio con quella legge. La quale, per inciso, secondo Renzi è una di quelle «di cui dobbiamo essere orgogliosi» (tre giorni fa, all’assemblea nazionale Pd). A Filippo Taddei e al Pd faccio quindi presente che la questione delle responsabilità (è più colpa di Monti, Letta o Renzi?) è certamente interessante nel gioco della contrapposizione politica, ma non è utile ad affrontare in modo limpido il problema sociale, adesso. Semplicemente, a Taddei e al Pd chiedo: si è favorevoli o contrari a una forma di lavoro iper precaria che non prevede diritto alle ferie, alla malattia, alla maternità, etc etc? E si è favorevoli a questo in assenza di un reddito minimo garantito che contempli anche le cose di cui sopra (maternità, ferie, malattia etc)? Se si è favorevoli a queste forme di lavoro senza continuità di reddito e senza diritti di base, lo si dica apertamente – e nel caso è solo ipocrisia sostenere che è tutta colpa dei predecessori. Se invece si è contrari, si cambi verso e si mettano i lavoratori a voucher in condizione di godere di strumenti sociali che consentano loro un minimo di continuità di reddito, di diritto a malattia, maternità, ferie etc.
A proposito. Ieri Berlusconi, alla solita presentazione del libro di Bruno vespa, ha aperto – un po’ a sorpresa – al reddito minimo, nella versione “di cittadinanza” proposta dal M5S. Può essere una boutade, certo, ma è vero tuttavia che ormai il reddito minimo viene ipotizzato non più solo da economisti di scuola keynesiana, ma anche da diversi di estrazione liberale, che lo vedono come unico strumento per salvare il meccanismo di consumo-produzione, insomma il motore del capitalismo. Senza reddito, infatti, crollano i consumi e il sistema va in testacoda. Se quella di Forza Italia fosse una svolta vera, questo significherebbe che in Parlamento ci sono i numeri per approvare qualche forma che dia continuità di reddito e di diritti nell’era del lavoro molecolare e del precariato acrobatico: essendo il M5S e Sinistra Italiana (ma anche qualcuno nel Pd) firmatari di proposte in questo senso. D’altro canto, tutte le geremiadi sul costo del reddito minimo hanno perso un po’ di autorevolezza, ultimamente: dato che una cifra maggiore è stata trovata in cinque minuti, da entrambe le Camere, per salvare una banca, giusto ieri.
E ormai si è capito – quasi tutti hanno capito – che il costo del reddito minimo è comunque inferiore al costo (economico, ma anche in termini di pace sociale) della scelta opposta, cioè dell’assenza di un reddito minimo. Già, è proprio come si diceva all’inizio: a volte, spingi spingi, una battaglia civile di minoranza diventa mainstream.

dalla Newsletter Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte
Anno XV – Nr. 01 del 12 gennaio 2017

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In dieci anni si è allargata a macchia d’olio: povertà in Italia cresciuta del 141%

La Repubblica, 13/12/2016, estratti dall’articolo di Michela Scacchioli.

Nell’indigenza assoluta oggi in 4,6 milioni: quasi l’8% della popolazione. Nel 2005 erano meno della metà. Quando il lavoro non basta: tra le famiglie operaie il tasso di immiserimento è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. In Europa noi tra i peggiori. A rimetterci i nuclei giovani e numerosi. Quasi raddoppiati i bimbi under 6 con gravi privazioni materiali. Spesa in protezione sociale: quinti in Ue ma welfare non basta. ROMA – Si è allargata a macchia d’olio. Ha finito col mettere in ginocchio intere famiglie. Ha snervato e fiaccato i giovani. Ed è più che raddoppiata nell’arco degli ultimi dieci anni. Un balzo drammatico, da capogiro: più 141 per cento. Il suo nome è povertà. Una realtà messa in luce – con tutta l’evidenza possibile – dagli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso.   Welfare e disuguaglianze sociali in Italia Oggi, infatti, 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta: quasi l’8% della popolazione residente in Italia. Basti pensare che erano poco meno di 2 milioni nel 2005 (il 3,3% del totale). Un incremento che non ha risparmiato nessun’area della penisola: al nord il numero dei bisognosi è addirittura triplicato. Qualche numero? Sempre nel 2005 i poveri erano 588mila al nord e poco più di un milione al sud mentre adesso sono rispettivamente 1,8 e 2 milioni circa. Continue reading

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“Parliamone”

Dalla pagina di Ferdinando Imposimato.
Presidente Gentiloni , lei da una parte dice di tener ben presente il referendum costituzionale del 4 dicembre dall’altro, con la benedizione del Quirinale, svaluta , neutralizza e vanifica quel risultato fondamentale con il rilancio di riforme che vanno tutte contro la Costituzione . Non condivido né la sua intervista nè il discorso del Capo dello Stato che non critica le sue scelte e omissioni. Le Sue dichiarazioni , pres. Gentiloni, sono preoccupanti . Non solo ignorano il verdetto popolare ma con flemmatica arroganza annunciano:<<continuerò le riforme di Renzi, >> e poi << penso che abbiamo fatto un ottimo lavoro>> . Difendere la riforma del Senato, la legge elettorale illegittima, un parlamento demolito dalla Consulta, una legge sul lavoro contro i lavoratori, la legge sulla scuola che umilia gli insegnanti, la legge salva banche truffatrici di migliaia di risparmiatori, di cui alcuni suicidi, significa violare la sovranità popolare. A questo, Lei aggiunge con spavalderia, il decreto di 20 miliardi per risanare il debito del Monte Paschi di Siena, simbolo di clientelismo e corruzione. Ammanco dovuto a omessi controlli di Governo, Banca d’Italia e Commissione Europea . Alla domanda su chi ha fatto fallire il MPS, la risposta è stata elusiva.
Alle truffe ai risparmiatori il Presidente della Repubblica dedica poche parole. << Va ristabilito un circuito positivo di fiducia, a partire dai risparmiatori, i cui diritti sono stati tutelati con il recente decreto-legge>>. Il decreto stanzia 20 miliardi per risanare il debito del MPS, simbolo di clientelismo e corruzione. Ma Lei Presidente non considera che a pagarne le conseguenze saranno milioni di cittadini in condizioni di povertà, gravati di nuove tasse per fare fronte ai debiti di ricchi. Tra cui la Sorgenia di Rodolfo De Benedetti figlio di Carlo De Benedetti, che avrebbe lasciato un buco da 600 milioni. Mentre Marcegaglia Emma ha accumulato un debito di 1,6 miliardi . Fra i debitori del MPS ci sono centinaia debitori , molti per almeno 500000 euro ciascuno .
Sui delitti di banchieri e truffatori non una parola del Presidente Mattarella. Che fa un fugace passaggio sulla necessità di lottare contro corruzione ed evasione fiscale, temi del tutto dimenticati dal neo premier Gentiloni. «La corruzione,- dice Mattarella- l’evasione consapevole degli obblighi fiscali e contributivi, le diverse forme di illegalità vanno contrastate con fermezza». Uno si aspetta che dica come e invece no, nessun rimedio.
La Convenzione di Strasburgo del 1999 contro la corruzione dice << In Italia la legge contro la corruzione lascia irrisolti diversi problemi, in primis non modifica la prescrizione, intervento raccomandato dal Consiglio Europeo (Raccom 2010/C217/11 del 9 luglio 2013), né il falso in bilancio e l’autoriciclaggio>> . L’UE osservò. << Il numero dei condannati per corruzione è in Italia il più basso d’Europa>>. Con grave danno per i milioni di cittadini costretti a pagare una tassa occulta e immorale ai ladri di Stato. Ma non si può parlare di corruzione senza parlare del conflitto di interessi, un cancro che affligge la politica da decenni. Che un tempo era punito come interesse privato in atti di ufficio dall’art 324 cp e che oggi dilaga senza punizione, mentre in USA è il cardine della lotta alla corruzione. Il Consiglio Superiore della Magistratura, di cui Mattarella è presidente, rileva che << L’illegalità diffusa nella gestione delle risorse pubbliche costituisce una delle principali emergenze nella vita civile ed economica del Paese. Essa inquina i meccanismi di accesso alle opportunità e di distribuzione delle risorse dettati dalla legge, realizzando condizioni di ineguaglianza che provocano profonda sfiducia da parte dei cittadini nelle istituzioni e nella politica>>.
Lei pres. Gentiloni glissa sulla prescrizione trincerandosi dietro la divisione della maggioranza. Ma dimentica che il problema si potrebbe facilmente risolvere. Con la fiducia cui il Governo ha fatto ricorso per le leggi salva banche, buona scuola e sul Jobs act . La lotta alla corruzione e all’evasione fiscale ci consentirebbe di recuperare 220 miliardi di euro ogni anno.
Il Presidente Mattarella tace, avvalla la linea di continuità e le leggi ingiuste, mentre il decreto che stanzia 20 miliardi lede l’art. 53 della Costituzione sulla equità fiscale, facendo pagare i debiti di persone benestanti a cittadini nullatenenti. E dovrebbe chiedere al Governo di agire contro i debitori e di rispettare il principio: “tutti concorrono alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva”. E ricordare al Governo che non può fare ciò che vuole ma deve rispettare la Carta. Il Capo dello Stato può rifiutare una legge incostituzionale rinviandola alle Camere per nuova deliberazione(art.74), ma deve intervenire anche prima delle leggi contro una politica che alimenta le diseguaglianze, con messaggi alle Camere (art. 87); non per dare espressioni di augurio, benevolenza o patriottismo, ma per ricordare le strade che la Costituzione traccia verso l’avvenire a parlamento e governo: eguaglianza (art.3) solidarietà ( rt. 2) e giustizia sociale. Saremo vigili in difesa della Costituzione. Seguiremo l’insegnamento di Aristotele che << non si trasgredisca la Carta e si osservi il piccolo perché le trasgressioni della Costituzione si insinuano senza che ce se ne accorga>>.
(Aristotele politica p173)

2 gennaio 2017

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Ciao Gigi!

Oggi abbiamo dato il saluto d’ addio al compagno partigiano Gigi Bottero, presidente onorario dell’ Anpi di Assago, la nostra sezione.
Gigi non ha voluto una funzione funebre in chiesa, né tanto meno un corteo, neppure con le bandiere rosse al vento, e la famiglia lo ha accontentato.
L’ Amministrazione comunale gli ha messo a disposizione la sala Castello del Centro civico e qui i familiari, i parenti, gli amici e i compagni hanno potuto dargli l’ ultimo saluto.
E’ stata una cerimonia toccante, la sala era stracolma: segno che Gigi era amato e benvoluto da tante persone.
E ora che ci ha lasciato, voglio ricordare il 25 aprile 2015, 70° anniversario della Liberazione e giorno dell’ inaugurazione del monumento ai nostri partigiani Mario Idiomi e Giuseppe De Vecchi davanti al cimitero di Assago; a un certo momento me lo sono trovato di fianco, gli occhi gli brillavano, era felice come me per essere riusciti con una petizione popolare e molta tenacia a far erigere quel monumento al Comune.
Quel giorno ha visto, che qualcuno ad Assago voleva ricordare per sempre coloro che ci avevano dato la libertà a costo di grandi sofferenze fino al prezzo della vita.

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Attentato Berlino, ecco cosa i mass media non diranno (di Gianluca Ferrara )

Il terrorismo è tornato e, insieme alla doverosa indignazione per le vittime, è partito all’unisono il medesimo coro mediatico. Una sorta di zecchino d’oro dell’orrore ove si cantano le lodi dell’occidente democratico e le malefatte degli islamici. Ma cosa non ci dicono i mass media?

Il terrorismo e le morti che esso causa non sono mai terminati. Il fatto è che le bombe che cadono sui bambini siriani, afghani, pakistani o irakeni non sono piene di cioccolato ma di esplosivi devastanti. Sovente anche di fosforo bianco, una sostanza che brucia lentamente come un acido fino a corrodere le ossa. Come definire in maniera alternativa da “terrorismo” quei crimini, ordinati per procura, che ha dovuto subire il popolo siriano negli ultimi anni? Chi ha appoggiato i ribelli anti Bashar al Assad? Buona parte dell’Europa, Qatar, Arabia Saudita e ovviamente gli Stati Uniti. Chi era la frangia più incisiva dei ribelli? Al Nursa e l’Isis cioè i famigerati terroristi finanziati dai Paesi occidentali per eliminare un presidente eletto.

Un presidente che si era permesso nel 2009, di rigettare (ed è probabilmente questa la vera ragione della guerra) la proposta di un gasdotto (Qatar-Turkey pipeline) voluto da Qatar, Arabia, Turchia e dai manovratori Usa le cui multinazionali svolgono sempre il ruolo predominante. Al Assad non ha voluto tradire gli interessi dell’alleato russo che per questa ragione lo difende; Putin infatti, aiutandolo, tutela il tornaconto del proprio Paese.

I mass media ci stanno ripetendo del gesto di un bambino di 12 anni colpevole di aver portato un pacchetto bomba con all’interno dei chiodi in un mercato tedesco. Un pacchetto che verosimilmente non sarebbe potuto esplodere. Ci rendiamo conto? Un bambino di 12 anni salito agli altari della cronaca mondiale per la sua “radicalizzazione”, mentre per anni è calato un imbarazzante silenzio, per esempio, sulle terribili cluster bomb made in Usa che stanno devastando Paesi non allineati come Libia, Siria, Iraq, Afghanistan. I morti e i feriti negli ultimi anni sono stati milioni.

Sono 20 anni che le élite dominanti nei Paesi occidentali adoperano in larga scala il terrorismo contro i Paesi arabi. La religione è una scusa. Il fine è accaparrarsi fonti energetiche e accontentare la brama di guadagno della potentissima industria degli armamenti. La medesima lobby che ha imposto al nostro Paese l’acquisto dei difettosi F-35, capitali spesi per strumenti di morte che invece potrebbero essere usati per istruzione, trasporti e sanità.

Ma se un giorno il nostro Paese dovesse avere un governo che davvero fa gli interessi dei cittadini e non delle lobby che governano la politica, allora sul serio dovremmo temere il terrorismo. E non mi riferisco al terrorismo di qualche deviante o folle islamico non integrato in occidente, ma un terrorismo ben più pericoloso, come già lo abbiamo avuto in Italia (si pensi Bologna), che subito spingerebbe l’opinione pubblica a dichiarare guerra ai fantasmi del terrore.

Vorrei rammentare che furono gli Usa a partire dalla fine degli anni ’70, a finanziare il radicalismo islamico in Afghanistan per volontà di Zbigniew Brzezinski consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter. Finanziando Bin Laden e compagni, volutamente si fece cadere nella trappola l’Urss che invase l’Afghanistan subendo una dolorosa sconfitta. “L’Afghanistan diventerà il loro Vietnam”, auspicò Brzezinski. Furono le armi statunitensi e i fiumi di dollari a far vincere i jihadisti, quelli che poi Ronald Reagan equiparò ai padri fondatori Usa. Quei “combattenti per la libertà” che invitò persino alla casa Bianca.

Mi rivolgo all’intelligenza di quei tanti italiani e italiane che sempre in più sono stanchi di essere trattati in maniera puerile dai mass media. Ribellatevi a questa narrazione main stream, a Natale invece di regalare un panettone a un parente che trascorre da 20 anni le serate dinanzi a Porta a porta, donategli un minimo di consapevolezza. Comprendo che è una battaglia ardua, ma spiegategli come sia parziale e frammentata la narrazione che ci viene fatta. E’ palese che alla fine, chi subisce le conseguenze, sono sempre e comunque i popoli e non i grandi manovratori. Quei manovratori che muovono politici, radicali islamici e giornalisti come burattini.

I fatti non accadono mai per caso, ma sono frutto di elaborazioni legate a eventi precedenti. Il dramma dei nostri tempi dominati dal pensiero breve è che si sofferma volutamente l’attenzione solo sul singolo evento, sul singolo pezzo del puzzle e non sull’insieme del disegno. E’ come se, dinanzi a una grande cartina geografica della sfera terrestre, ci si posizionasse sempre a pochi centimetri e tutto il mondo fosse solo quel piccolo punto di mare o di Terra che da quella vicinanza si può osservare. Per avere una visione d’insieme va fatto qualche passo indietro. E’ fondamentale compiere questo passo se vogliamo essere cittadini liberi e sovrani e non marionette inconsapevoli.

da il Fatto quotidiano / Blog / di Gianluca Ferrara              21 dicembre 2016

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Odio gli indifferenti (Il testo integrale di Antonio Gramsci)

Nel 1917 Antonio Gramsci pubblicava una rivista cui diede un titolo
evocativo, civile e poetico: “La città futura”. In quella rivista era
contenuto, fra gli altri, uno scritto che giunge fino a noi con i toni
laicamente epici di un grande manifesto politico e morale:
“Contro gli indifferenti.”

“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire
essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei
alla città.

Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza
è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli
indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il
novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più
splendenti, E’ la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio
delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché
inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e
qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; e ciò che sconvolge i
programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si
ribella all’intelligenza» e la strozza. Ciò che succede, il male che si
abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale)
può generare, non e tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto
all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene
tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini
abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la
spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà
abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento
potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non e altro
appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo,
tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne
preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni
ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di
piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne
preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela
tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a
travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno
naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha
voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e
chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle
conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non é
responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se
avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe
successo ciò che e successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro
indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro
attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male,
combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro,
invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di
programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano
cosi la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro
nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime
soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia
preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni
rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva
non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale,
non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi
nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi da noia il loro piagnisteo di
eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito
che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e
specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di
non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie
lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte
già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E
in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non
è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non
c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si
sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in
agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e
sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è
riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli
indifferenti.”

dal blog di Diego Siragusa                         15 dicembre 2016

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Caro Michele, il nostro ‘no no no’ è costruttivo, il tuo ‘sì sì sì’ è una resa alla destra (di Alessandro Robecchi)

Caro Michele,

ho letto con attenzione il tuo aperto – direi conquistato, posso? – sostegno alla “proposta Pisapia” (oggi su Repubblica, lo trovate qui) con conseguente pippone (mi consenta) sulla sinistra che dice sempre no, no, no. Non un argomento nuovo, diciamo, visto che ci viene ripetuto da tre anni almeno: vuoi mangiare la merda? No. Uff, dici sempre no.

Ma prima due premesse. Giuliano Pisapia è stato il mio sindaco, uno dei migliori degli ultimi decenni (oddio, dopo Albertini e Moratti…), credo anche di essere stato tra i primi a firmare un appello per la sua candidatura a sindaco di Milano, altri tempi. Ricordo che il giorno del ballottaggio (suo contro la mamma di Batman) avevo una prima a teatro, e sarà stato il clima in città, la tensione della prima, l’aria di attesa di un’elezione che squillava come un 25 aprile, ma ricordo quei giorni come giorni di grande gioia. Di come poi quell’entusiasmo si sia un po’ smorzato nella pratica quotidiana e nella maldestra uscita di scena di Pisapia non è qui il caso di dire.

Seconda premessa: non ho tessere in tasca, a parte quella dell’Anpi (una volta avevo quella dell’Inter, altri tempi pure quelli), e faccio parte di quella sinistra-sinistra “mai con Renzi”, come la chiami, senza essere né un “blogger trentenne a corto di letteratura” né “solido quadro di partito”. Vivo (bene) del mio lavoro, ho una casa, una macchina, due figli che vanno alla buonascuola e tutti i comfort, anche quelli inutili, del presente. Insomma, non vivo su Saturno, né abito in una comune, né coltivo il culto del Grandi Padri del Socialsmo buoni per le magliette. Mi trovo, nel grottesco tripolarismo italiano, nella felice posizione di equilontano.

Ma veniamo ai tuoi argomenti (in sostegno fiero e pugnace alla proposta Pisapia). Attribuisci alla “sinistra del no” una specie di pregiudizio insormontabile: non vuole Renzi segretario del Pd, lo considera un corpo estraneo alla storia di quel partito e della sinistra in generale (anche quella che ha detto troppi sì, a Napolitano, a Monti, alla Fornero…), lo schifa e lo irride come fosse un leader della destra.

Insomma, quei cattivoni della “sinistra del no” non praticano il principio di realtà, che il Pd oggi è Renzi, e quindi rifuggono alle sirene di un lavoro comune. Di più e peggio. Dici che il renzismo non è la causa di questa diffidenza, ma ne è invece l’effetto. In soldoni: Renzi sarebbe Renzi (arrogante, decisionista, sprezzante nei confronti del dibattito, insofferente ai distinguo e alle opinioni diverse), proprio per colpa loro.
Mah, io preferirei parlare di politica, la psicoanalisi dei leader mi interessa pochino.

E sia, allora: immaginiamo lo scenario. Una sinistra-sinistra guidata da Guliano Pisapia va a sostenere Renzi e quel che resta del renzismo, in modo da cacciare il sor Verdini e la sua cricca, Alfano, parlandone da vivo, e compagnia cantante. Intanto, un problemino. Naturalmente non si può parlare di una vittoria al referendum della sinistra-sinistra (a meno che non si voglia intestarle il 60 per cento, sarebbe ridicolo tanto quanto Renzi che si intesta il 40), ma dire che aveva visto giusto (con l’Anpi, l’Arci, Zagrebelsky, la Cgil… mica pochi, eh!) sì, quello si può dire. E allo stesso modo si può dire che Pisapia, con il suo Sì al referendum si sia schierato, in una scelta di-qua-o-di-là, contro la parte che aveva ragione, e lui torto. E’ già un’incrinatura: uno sconfitto federa e unisce i vincitori per andare a sostenere un ipotetico governo del capo degli sconfitti. Non suona male? E anche i tempi suonano male: se Pisapia avesse lanciato il suo sasso prima del referendum, il suo “Che fare?” sarebbe stato più denso e credibile. Proposto così, il giorno dopo la sconfitta, sembra solo un piano b, una via d’uscita dal cul de sac. E’ come se i napoleonici chiedessero a inglesi e prussiani di fare pace con Napoleone non il giorno prima, ma il giorno dopo Waterloo, un po’ surreale. E ho il sospetto (sono rognoso e diffidente) che questa uscita dal cul de sac, sia anche un perfetto piano b per riportare in gioco i pentiti del Sì: commentatori, intellettuali, corsivisti, guru, bon vivants, vip, filosofi, psicologi leopoldi che si sono schierati con Renzi e ora non vogliono tramontare con lui. Scusa, retropensiero maligno, succede. perdonami.

Ma poi: ammettiamo che una “sinistra-sinistra” che dice sempre no dicesse sì, e andasse a vedere le carte di questo mirabolante governo senza Verdini ma con Landini (semplifico), cosa porterebbe? Cosa chiederebbe?
Ok, programma di massima. Via la legge sul lavoro scritta da Confindustria. Via il pareggio di bilancio in Costituzione (strano: Renzi ha tuonato e tuonato contro quel vincolo, ma poi, volendorenzigettone cambiare 47 articoli della Costituzione, non l’ha messo nella sua riforma). Via la buonascuola e le sue stupide visioni aziendalistiche. Via riforme e riformette fatte per compiacere questo o quel potere o poterino (le concessioni per le trivelle, le banche degli amici, i bonus, le regalie, le nomine, l’occupazione della Rai, i bonifici una tantum al posto dei diritti…).

In pratica si andrebbe a governare con Renzi con il presupposto di cancellare ciò che ha fatto Renzi. Non credo sia un caso, Michele, che quando passi dalla teoria (il pippone contro i cattivoni del no no no) agli esempi (quel che di buono ha fatto Renzi) citi solo e soltanto la legge sui diritti civili. Bene, evviva, hurrà. Ma su tutto il resto glissi, silenzio. Davvero pensi che una sinistra-sinistra possa governare insieme a chi ha “vaucherizzato” (pardon) il mondo del lavoro? Davanti a chi non solo ha colpito (articolo 18) ma anche irriso i lavoratori dipendenti? Con chi ha usato il sarcasmo per descriverne la patetica antichità? Con chi ha detto “ciaone” e si è inventato la frase idiomatica “ce ne faremo una ragione” che – ammetterai – suona come un moderno “me ne frego?”. Con chi, per “disintermediare” e cioè per evitare mediazioni e politica, ha sputato in faccia ai corpi intermedi che rappresentano il lavoro flirtando invece con quelli che rappresentano il capitale, la finanza? (il tuo omonimo finanziere a Londra passato per ideologo di quella roba lì, il renzismo, è un caso di scuola).

Riassumo: si chiederebbe alla sinistra-sinistra di andare a sostenere una destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica, che penalizza i bassi redditi, non difende i giovani né i ceti medi, che toglie l’Imu anche alle ville dei cumenda, che regala 500 euro ai figli diciottenni sia del notaio che del bracciante. Insomma, lo dico male, che in tre anni ha fatto di tutto – ma di tutto – per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. In sostanza: è bella la cornice (le varie anime della sinistra che dimenticano il referendum e si ritrovano in pizzeria) ma fa schifo il quadro (una delle due sinistre non è di sinistra per niente e ha fatto molte delle cose che la destra ha sempre sognato di fare, più il tentativo di stravolgimento della Costituzione, che non è un dettaglio). In sostanza si sollecita (nobile intento) l’unità della sinistra con una forza molto forte (il Pd renzista) che di sinistra non è nemmeno lontanamente, ma nemmeno col binocolo.

E poi c’è un’altra cosa: insieme, Michele, abbiamo visto dalla scialuppa pirata di Cuore (e riso parecchio) il craxismo tronfio e grottesco, il berlusconismo delle furbate e delle scappatoie. Possibile che tu non veda nel renzismo (nel ciaone, nel “gettone del telefono” degli operai, nella celebrazione seppiata delle foto da agenzia Stefani di Nomfup, nelle strette di mano a Marchionne, nella retorica leopolda, potrei continuare per ore) una differenza che non è più nemmeno politica, ma antropologica? E non ti fa ridere? Quante volte in questi anni ho pensato: che titolo avremmo fatto a Cuore su un leader della sinistra che dicesse e facesse le cose che ha fatto Renzi? Avremmo riso molto, Michele, so che lo sai. Il titolo del primo numero di Cuore parlava del Pci-Pds e diceva : “Siamo d’accordo su tutto purché non si parli di politica”. Mi sembra attualissimo, eravamo bravini.

Ma visto che parti dal principio di realtà (Renzi è segretario del Pd con ampia maggioranza), ti oppongo un altro principio di realtà: la fauna renzista dei fighetti milanesi, della schiatta toscana, dei Rondolini, della nostra gloriosa Unità trasformata in fanzine della rockstar di Rignano, dei portavoce che giocano a Leni Riefenstahl, mi è lontana come Dell’Utri, come la Meloni, come un finanziere-squalo che fa il grano a Londra e viene a darci lezioni di come tagliare le pensioni in Italia. E’ a questa roba qua che dico sempre no, no, no? Esatto, è a questa roba qua. E se Giuliano Pisapia, che stimo e ringrazio per quello che ha fatto nella mia città, mi chiede di costruire qualcosa con quelli lì io dico no. Telefonatemi quando il Pd sarà un’altra cosa, quando davanti a un paese in ginocchio, stanco, ferito, spaventato, non verrà a dirmi gufo, rosicone, disfattista, non mi presenterà una storiella di Italia potenza culturale con le scuole che cascano in testa agli studenti, non mi dirà #Italiariparte o stronzate consimili.

Aspetto. Per ora no, grazie.

da MicroMega                               9 dicembre 2016

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Scarpinato*: “La riforma Renzi è oligarchica e antipopolare”

Il mio dissenso nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte.
In primo luogo perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l’organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.

Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione.
Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l’articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l’art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali.
Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in se e disvela l’animus oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare. Continue reading

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La finanza internazionale e la controriforma costituzionale. (Gugliemo Forges Davanzati)

“I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alle cadute delle dittature, e sono rimaste segnate da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste … I sistemi politici del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso basate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi”
(J.P.Morgan, 2013).
Perché Matteo Renzi investe tutto il suo capitale politico per una riforma della Costituzione della quale, si può supporre, alla gran parte dei cittadini italiani non interessa per nulla? Perché lo fa in disprezzo del duplice fatto che la riforma è partorita da un Parlamento dichiarato illegittimo e del fatto che questo provvedimento non era nel suo programma elettorale? La risposta può rinviare a due soli ordini di ragioni: il primo, per così dire, psicologico; il secondo propriamente economico. Il primo potrebbe riguardare il fatto che Renzi voglia, per così dire, passare alla Storia come “il grande riformatore”, “il costituente del XXI” secolo. Potrebbe essere. Ma pare davvero una motivazione molto parziale a fronte della quale si può contrapporre una interpretazione che, senza cadere in improbabili complottismi, metta assieme alcuni fatti che ci portano a pensare che la riforma della Costituzione italiana si renda necessaria come scambio politico fra questo Governo e la finanza internazionale. Sia chiaro che non si fa qui riferimento a una cospirazione occulta, e tantomeno a un progetto eticamente censurabile, ma a una sequenza di eventi che quantomeno fanno seriamente dubitare della narrazione governativa. Andiamo per ordine.  Continue reading

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Perché e percome voterò No. Merito, metodo e altre cosucce. (Alessandro Robecchi)

Forse è il momento di spiegarsi un po’. Perché va bene la battaglia, il tweet, la polemica spicciola e le considerazioni sulla tattica, ma prima o poi bisogna dirlo. Quindi, piccolo ragionato endorsement, come dicono quelli bravi: il 4 dicembre voterò NO, convinto e motivato. Non so come andrà a finire, dicono che l’esito è incerto, e dei sondaggi non è sano fidarsi.

Voterò NO perché non mi piace la logica della “semplificazione”. C’è stato un tempo, in questo paese, in cui si facevano straordinarie riforme con il bicameralismo perfetto, il proporzionale, dieci-quindici partiti, le correnti e un’opposizione forte e decisa (il vecchio Pci in testa). Il Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori… insomma, non la faccio lunga. La classe politica era migliore, sapeva mediare, sapeva – lo dico male – fare politica. La classe dirigente di oggi no, non è capace, è mediocrissima, raccogliticcia e composta da yesmen e yeswomen (che fino a ieri dicevano yes ad altri, tra l’altro). Insomma nasconde le sue incapacità dietro la lentezza delle regole.
Un’operazione di auto-mantenimento in vita: chi non sa fare un puzzle da 1.000 pezzi se ne compra uno da 500, poi da 250, adatta la realtà alla propria inadeguatezza invece di adeguarsi alla complessità.

(Qui c’è una piccola divagazione. Non è vero che la riforma semplifica, anzi, incasinerà molto. L’articolo 70 è una specie di patchwork dadaista, quindi anche la questione della semplificazione, diciamo, traballa).  Continue reading

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