La miopia dei paesi europei

IL 21 novembre 2014 quaranta paesi europei per compiacere Obama, premio Nobel per la pace (sic!) e il reazionario Poroshenko si sono astenuti sulla mozione di condanna del nazismo, neonazismo, razzismo, discriminazione razziale, xenofobia ecc.ecc. presentata all’ O.N.U.
Ovviamente U.S.A., i servi del Canada e Ucraina hanno votato contro; quasi tutti gli altri paesi del mondo si sono espressi per la condanna.
Una bella figura di merda, degna di quelle cui la “civile” Europa ci ha abituato sin da quando non volle fermare Hitler e Mussolini in tempo, per proseguire allorché per risarcire gli ebrei dello sterminio nazista, assegnò loro come patria la terra dei palestinesi, con tutto ciò che è conseguito dal 1948 ad oggi.
Purtroppo la storia, con i suoi corsi e ricorsi, è destinata a ripetersi: pensiamo alla grande crisi economica del 1929, che colpì duramente gli Stati Uniti e l’ Europa.
Durante l’oltre mezzo secolo di pace di cui ha beneficiato l’ Europa, ci siamo illusi che un’esperienza così drammatica come quella non l’avremmo più vissuta; invece nel 2007 ecco arrivare gli effetti nefasti causati dai prodotti finanziari derivati e i paesi europei, soprattutto quelli più deboli, avvitarsi in un crisi senza fine.
Ma siccome le disgrazie non vengono mai sole, accade che i paesi dell’ Unione europea a trazione tedesca non vogliano aiutare la Grecia a risollevarsi dal baratro economico e sociale, in cui è stata scaraventata dalle ricette della Commissione europea, della B.C.E. e del F.M.I.,la famigerata troika.
I tedeschi si dimenticano, o meglio fanno finta di dimenticarsi, che non hanno mai pagato alla Grecia i debiti della seconda guerra mondiale, che è stata loro abbuonata una parte importante degli altri debiti di guerra e che sono stati aiutati dagli altri paesi dell’ Unione europea con parecchi quattrini a realizzare la riunificazione con la Germania dell’Est.
Ora voltare le spalle alla Grecia in un momento così grave, grazie alla mancanza di memoria interessata della Germania e alla miopia di Francia e Italia, potrebbe provocare un altro effetto malefico: che Tsipras non riesca a realizzare le ragionevoli promesse fatte al suo popolo, il suo governo cada e dietro l’angolo compaia Alba dorata.
Perché non è detto che il nazismo e il fascismo debbano rinascere là dove sono stati sconfitti settant’anni fa…

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Solidarietà, la più fragile e necessaria delle utopie (di Roberto Esposito)

Nel nuovo saggio Stefano Rodotà illustra il destino di un principio nobile ma debole che ritorna nell’era della disuguaglianza.

Nel Gargantua e Pantagruel Rabelais racconta che, pronunciate nel freddo dell’inverno, alcune parole gelano e non vengono più udite, per poi, quando cambia la stagione, tornare a parlarci. È quanto sembra accadere alla categoria di solidarietà, cui Stefano Rodotà dedica il suo ultimo saggio, edito da Laterza col titolo Solidarietà. Un’utopia necessaria. Dopo essere stata a lungo esiliata dalla sfera del discorso pubblico, essa torna a riaffiorare con rinnovata attualità in una fase in cui il lessico freddo della scienza politica sembra insufficiente a raccontare la nostra vita.
Con la consueta competenza, congiunta a una straordinaria passione civile, Rodotà ne percorre la genealogia, analizzandone la storia complessa, fatta di slanci e ripiegamenti, di arresti ed espansioni.

Teorizzata all’origine della stagione moderna da La Boétie, Locke, Montesquieu come compenso al dispiegamento dell’individualismo, essa è espressa dal principio di fraternità nella triade rivoluzionaria, insieme a quelli di eguaglianza e di libertà. Già da allora, tuttavia, la solidarietà appare più fragile delle altre due nozioni, perché situata in un orizzonte più morale che politico. Segnata dall’esperienza cristiana, piuttosto che alla giustizia, essa è spesso ricondotta a un atteggiamento di carità nei confronti del prossimo. Così nel proclama del 18 brumaio Napoleone la sostituisce con il paradigma di proprietà. Rappresentata dalle rivendicazioni operaie nell’età della rivoluzione industriale, la solidarietà assume un rilievo politico nel primo dopoguerra, con la costituzione di Weimar. Ma è solamente dopo la seconda guerra mondiale, alla creazione del Welfare, che essa viene istituzionalizzata. Nella costituzione italiana in particolare il principio di solidarietà, menzionato nel secondo articolo, acquista consistenza nel rapporto con il doppio criterio del carattere fondante del lavoro e della dignità del lavoratore.

Tuttavia ciò non basta a consolidare stabilmente l’idea, e la pratica, di solidarietà. Rodotà non perde mai di vista il nesso costitutivo tra concetti e storia, il modo in cui la mutazione dei contesti, e anche dei rapporti di potere, modifica la prospettiva dei soggetti individuali e collettivi. La reale forza di un concetto non sta nella sua fissità, ma nella sua capacità di trasformarsi in base al mutamento dell’orizzonte in cui è situato. Collocato nel punto di incrocio, e di tensione, tra i piani dell’etica, del diritto e della politica, il criterio di solidarietà deve continuamente allargare i propri confini per riempire le forme sempre nuove che assume la politica. Se fino agli anni Settanta essa riguarda essenzialmente la sfera dello Stato – definito perciò, con un termine inadeguato e restrittivo, “assistenziale” – già dopo un decennio deve misurarsi con i processi di globalizzazione.

Ma proprio qui sta la difficoltà. È possibile trasferire la solidarietà dall’ambito nazionale a quello globale? Come superare le differenze che la globalizzazione non riduce, ma intensifica? Cosa può significare una solidarietà di tipo cosmopolitico? Come Rodotà ben dimostra con una fitta serie di rimandi ai Trattati e alle Carte costituzionali, in politica i processi di allargamento della cittadinanza non sono mai lineari. Anzi spesso subiscono intoppi e strappi che li mettono radicalmente in questione. A partire dall’Europa, vincolata a politiche di austerità che tendono inevitabilmente a schiacciare i membri più deboli sulla parete di un debito impossibile da scalare.

Quella che oggi è in corso è una vera battaglia che attraversa i confini degli Stati lungo faglie transnazionali. Da un lato coloro che rivendicano una costituzionalizzazione della solidarietà mediante politiche capaci di ridurre lo scarto tra privilegi degli uni e sacrifici degli altri; dall’altro le grandi centrali finanziarie che cercano di neutralizzare lo stesso principio di solidarietà, limitandone gli effetti, riducendone la portata, spoliticizzandone gli strumenti.

Un punto di resistenza a tale riduzione è costituito, per Rodotà, dalla categoria di “persona”, valida per ciascuno e chiunque, al di là della sua specifica condizione. E perciò paradossalmente coincidente con il principio di impersonalità. Il fatto che, ad esempio, nelle donazioni di organi o del seme, il donatario non debba conoscere l’identità del donatore, costituisce il culmine dell’atto di solidarietà. Se a donare è sempre una persona ad un’altra persona, a proteggere quel dono da qualsiasi tipo di interesse personale è la sua modalità anonima ed impersonale. Come ricorda Rodotà, all’origine della nostra storia il mistero di questo eccesso è narrato nella parabola del samaritano: la vera solidarietà non sta nell’amore del prossimo e del conosciuto, ma dello straniero e dello sconosciuto.

da Repubblica                                     24 novembre 2014

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